Supermondiale di ciclismo? L’UCI ci sta lavorando

Supermondiale di ciclismo nel 2023?

Supermondiale di ciclismo nel 2023, suggestiva proposta di accorpamento di tutte le gare ciclistiche in un unico evento UCI

Supermondiale di ciclismo

Supermondiale di ciclismo

Supermondiale di ciclismo sta per vedere la luce? Secondo quanto reso noto dal direttivo dell’Unione Ciclistica Internazionale (UCI) la prima edizione di un mondiale di ciclismo unificato dovrebbe vedere il via nel 2023. L’obiettivo è quello di istituire un grande evento in grado di canalizzare l’attenzione degli appassionati delle vari discipline delle due ruote.

Il progetto nella testa del massimo organismo mondiale del ciclismo era presente da un po’ ma ora pare possa effettivamente concretizzarsi entro cinque anni.

Supermondiale di ciclismo cos’è?

L’obiettivo del Supermondiale di ciclismo è quello di raccogliere ogni quattro anni nella stessa località le prove mondiali su strada, Pista, MTB (cross country olimpica, cross country Marathon e downhill), BMX Racing, Urban Cycling (BMX Freestyle Park, trial e mountain bike Eliminator), Paraciclismo strada e pista, Ciclismo Indoor (artistico e ciclo-palla) e Gran Fondo.

Insomma un maxi evento globale che possa portare un indotto economico e di visibilità davvero straordinario così da ovviare il problema, sorto negli ultimi anni, di candidature di qualità di città desiderose di ospitare il Mondiale di Ciclismo.

Quella che andrebbe a nascere potrebbe essere definita la prima Olimpiade di Ciclismo che durerà qualcosa come 20 giorni con la prevedibile partecipazioni di 120 nazioni, 2.600 atleti d’élite, 6.000 amatori,10.000 accreditati tra cui 700 giornalisti.

L’obiettivo è quello di creare una vetrina unica nel mondo dello sport mondiale ma restano vivi i dubbi sulle coperture economiche (ed il relativo ritorno diretto ed in termini di indotto) di una simile manifestazione.
 

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Una statua per Michele Scarponi sulla sua montagna

Una statua per Michele Scarponi in cima al Colle dell’Agnello

Una statua dedicata a Michele Scarponi In ricordo della mitica azione del 2016 in cima al Colle dell’Agnello

Una statua dedicata a Michele Scarponi

Una statua dedicata a Michele Scarponi

Una statua dedicata a Michele Scarponi, un gesto di affetto per uno dei campioni del ciclismo recente la cui storia ha colpito gli amanti del ciclismo e non solo. Con i suoi modi garbati ma scanzonati, con il suo immancabile sorriso sulle labbra l’Aquila di Filottrano, tragicamente scomparso lo scorso anno in un terribile incidente stradate, ha un posto nel cuore di tutti gli italiani.

La memoria di Michele Scarponi è stata onorata nel corso degli ultimi mesi con diverse iniziative sia al recente Giro d’Italia che durante lo svolgimento della scorsa Tirreno-Adriatico.

Sabato 23 giugno vi sarà un altro splendido evento volto a tributare un doveroso omaggio alla memoria di Michele: sulla cima del Colle dell’Agnello verrà inaugurata una statua in memoria del ciclista marchigiano.

La statua, posta ai 2748 metri sopra il livello del mare immortala l’azione compiuta da Michele Scarponi durante il Giro d’Italia 2016. Quel giorno Michele Scarponi, in maglia Astana, transitò per primo sulla Cima Coppa di quell’edizione della Corsa Rosa.

L’azione di Scarponi consentì allo Squalo dello Stretto, Vincenzo Nibali, di ottenere la vittoria di tappa sul traguardo di Risoul, riaprendo fi fatto la lotta per la classifica generale (poi vinta proprio dal siciliano).

Da alcuni mesi l’amministrazione comunale di Pontechianale aveva in animo l’erezione della statua lungo il confine di Stato per celebrare le imprese di questo campione dal volto umano. L’incarico di produrre il monumento è stato affidato ad un artigiano del legno, Barba Brisiu, dal sindaco Oliviero Patrile.

Lo svelamento dell’opera è prevista, appunto, sabato 23 giugno 2018 alle 11,30 con la presenza delle massime autorità locali e dei familiari del ciclista scomparso.

Il ricordo di Michele Scarponi tragicamente scomparso in un tragico incidente durante un allenamento il 22 aprile del 2017 vivrà in eterno su una delle montagne in cui ha compiuto una delle sue indelebili azioni.

 

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Bernard Hinault invita a scioperare contro Froome!

Bernard Hinault invita a scioperare per il caso Froome!

Bernard Hinault invita i corridori a scioperare contro la vicenda che vede Chris Froome positivo per il Salbutamolo

Bernard Hinault invita allo Sciopero

Bernard Hinault invita allo Sciopero

Bernard Hinault invita tutti a una ferma presa di posizione contro il capitano del Team Sky. L’ex campione francese si è più volte espresso negativamente circa la vicenda dell’ormai famosissimo controllo antidoping durante la Vuelta Espana 2017 che ha riscontrato un risultato positivo al salbutamolo per Chris Froome.

Dopo la partecipazione vincente (e da taluni contestata) al Giro d’Italia, Froome si appresta a prendere il via (da favorito) alla prossima Grande Boucle.

Il corridore britannico si sta preparando per dare l’assalto alla clamorosa doppietta di grandi giri (Giro-Tour) che manca da vent’anni (l’ultimo a ottenerla fu il compianto Marco Pantani).

Bernard Hinault invita allo sciopero

Tra tanti fans entusiasti (e meno), tra colleghi che non prendono una posizione ed ex colleghi favorevoli (o meno) una posizione assolutamente netta l’ha presa Hinault. che a Froome non dovrebbe essere consentito di correre il Tour ed ha esortato gli altri corridori ad una protesta formale e plateale come uno sciopero.

Il presidente dell’Uci Lappartient ha confermato che, visti i tempi necessari, la decisione su questo spinoso caso non verrà presa prima de “Le Grand Départ” del  Tour de France e, di conseguenza, il corridore della Sky sarà della corsa.

Bernard Hinault invita a “mettere giù il piede”!

Sul giornale Ouest France l’ex campione ha inviato parole al vetriolo contro Froome: “Il gruppo dovrebbe mettere piede a terra e fare sciopero dicendo che se c’è lui non si corre”.

Per Bernard non importa se l’uso del farmaco può non aver modificato l’esito della corsa ma “il Ventolin in quelle quantità non è consentito dal regolamento, è semplice. Hai superato il limite? Ne paghi le conseguenze. Credo che il gruppo sia troppo tenero e carino con Froome mentre con altri è stato più duro, le regole sono regole e valgono ugualmente per tutti”.

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Gino Bartali a fumetti, recensione del libro

Gino Bartali a fumetti edito da Becco Giallo Editore

 Gino Bartali a fumetti di Andrea Laprovitera e Iacopo Vecchio edito da Becco Giallo ecco la nostra recensione del libro

Gino Bartali a fumetti

Gino Bartali a fumetti

Gino Bartali a fumetti non lo avevamo davvero mai visto e questa “novità” ci ha assolutamente entusiasmato. Le lotte epiche tra Ginettaccio e Fausto Coppi hanno infiammato i cuori dei nostri nonni che ci hanno narrato le gesta di questi due campioni. I due ciclisti più iconici di sempre sono stati raccontati su giornali, libri, serie televisive che ne hanno reso eterna la memoria.

L’uscita in libreria di questo fumetto dedicato a Gino Bartali cambia il modo di raccontare la storia di un campione mai troppo celebrato. Ci siamo immaginati giovani generazioni di studenti, intenti a prendere il treno o l’autobus per andare a scuola che, grazie all’opera di Andrea Laprovitera e Iacopo Vecchio possono imbattersi in una epopea ciclistica mondiale.

Il libro è piacevole, presenta fantastiche illustrazioni e riserva una carrellata assolutamente esaustiva e ben assemblata della vita del campione toscano. Ci siamo riscoperti adolescenti nel godere di un fumetto con la consapevolezza di un adulto che ama le due ruoto nel godere del racconto dell’incredibile vita di “Ginettaccio” Bartali.

Davvero complimenti ai due autori e alla Becco Giallo Editori che propone interessanti riletture in chiave “comics” della vita di Ghino Bartali ma anche di tantissimi personaggi illustri.

 

Andrea Laprovitera
Nato a Orvieto nel 1971, scrittore e sceneggiatore di fumetti, ha pubblicato con Rizzoli Lizard (Il Treno, 2010), Tunué (Il Maestro nel 2008, Quartieri nel 2010, L’uomo che sfidò le stelle nel 2011), con la casa editrice francese Clair de Lune (Sonny & Sambo, 2009), Kappa Edizioni (Che notte quella notte, una vita swing, una biografia di Fred Buscaglione, nel 2012), Nicola Pesce (Il vecchio e il mare, 2016), Kleiner Flug (La linea d’ombra, 2017), Shockdom (Flop & Morgana, 2018).

Iacopo Vecchio
Nato a Pavia nel 1981, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Brera diplomandosi in Nuove Tecnologie per l’Arte, e successivamente la Scuola
del Fumetto di Milano. Illustratore e fumettista, ha pubblicato per Comma 22, Tunué, Round Robin e Hop Edizioni.

 

 

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Il futuro del ciclismo italiano? Verso l’oblio?

Il futuro del ciclismo italiano? Discussione aperta

Il futuro del ciclismo italiano? A giudicare dai risultati degli ultimi anni la crisi sembra profonda, quali ricette per tornare a brillare?

Il futuro del ciclismo italiano: parla CassaniIl futuro del ciclismo italiano: parla Cassani

Il futuro del ciclismo italiano: parla Cassani

Il futuro del ciclismo italiano? non sembra dei migliori e il Giro d’Italia U23 che si è concluso da poco ha confermato questa sensazione. Dopo aver esaurito l’effetto Nibali il rischio è di avere davanti anni di “vacche magre”.

Lo Squalo il prossimo mese di novembre compirà 34 anni e, dopo aver conquistato qualcosa come 1 Tour de France, 2 Giri d’Italia, 1 Vuelta di Spagna, ha un po’ variato la sua attitudine testandosi con esiti positivi nelle classiche di un giorno (1 Milano-Sanremo, 2 Giri di Lombardia).

Vincenzo ha anche sfiorato una medaglia olimpica e quella caduta a Rio 2016 è una ferita ancora aperta per i tifosi e per il ciclista siciliano che si è posto il traguardo delle Olimpiadi di Tokyo 2020 come (probabilmente) ultimo della sua incredibile carriera.

Tra gli appassionati (inspiegabilmente) c’è qualcuno che critica lo Squalo dello Stretto ma, se si considerano i risultati del ciclismo mondiale, Vincenzo rappresenta il prototipo del corridore d’altri tempi in gradi di primeggiare nelle corse in linea e nelle gare a tappe, merce rara di questi tempi.

Merce ancor più rara se guardiamo al ciclismo di casa nostra con un occhio al futuro.

Il futuro del ciclismo italiano? E il presente?

Quando Vincenzo Nibali appenderà la bicicletta al chiodo ci potremo affidare al solo Fabio Aru, reduce da un Tour 2017 e un Giro 2018 assolutamente sotto le aspettative. In molti hanno già dato per finito il Cavaliere dei Quattro Mori ma sinceramente non ce la sentiamo di sposare questa idea in quanto un corridore di 28 anni in grado di vincere una Vuelta Espana e salire due volte sul podio del Giro non può essere considerato “bollito” anche se gli ultimi passaggi a vuoto (al Tour 2017 e al Giro 2018) un po’ di preoccupazione la destano.

Davide Formolo, 25enne veneto, ha raccolto solo un nono posto alla Vuelta e due decimi al Giro e, anche in prospettiva, non sembra poter mutare in un corridore in grado di salire sul podio in una grande corsa a tappe. Il corridore il forza alla Bora sembra essere ancora troppo soggetto ad alti e bassi per garantire tenuta sulle tre settimane. Probabilmente per attitudine Formolo è più adatto alle classiche di un giorno come la Liegi o Il Lombardia piuttosto che il Giro o il Tour.

Gianni Moscon è una delle speranze più importante del pedale tricolore, fisico da passista e discreto nelle prove contro il tempo sa dire la sua anche in montagna. La maglia gialla indossata per un giorno al recente Delfinato aveva fatto ben sperare ma in salita non è riuscito a tenere il ritmo dei migliori. Gianni corre il rischio di trasformarsi nel “servitore” di Froome o (in futuro di) di Egan Bernal senza potersi giocare appieno le proprie carte nelle corse a tappe.

Il futuro del ciclismo italiano? I giovani?

Il Giro Under23 che si è appena concluso ha evidenziato l’assenza di scalatori tricolori tanto che la top5 non ha visto nemmeno un italiano presente. Nelle categorie giovanili si stanno registrando sensibili diminuzione degli iscritti e anche il numero delle gare sta calando.

Rispetto a paesi come la Gran Bretagna o la Francia in cui si investe sui giovani da noi vi è un calo dell’attività che potrebbe portare ad aumentare il Gap anche con paesi come la Spagna o la Colombia che sforna ogni anno potenziali talenti.

Tra i corridori da poco “pro” si è un po’ perso quell’ Edward Ravasi, secondo al Tour de l’Avenir nel 2016 su cui in tanti puntano ma che non è riuscito ancora ad essere protagonista con la maglia dell’UAE Emirates.

Matteo Fabbro è con ogni probabilità l’unico scalatore puro su cui puntare per il futuro ma sarà importante che alla Katusha gli venga dato il giusto spazio. Proprio sulla questione “spazio agli italiani” uno delle cause principali è l’assenza di compagini tricolori nel World Tour che impatta sullo spazio a disposizione per gli atleti di casa nostra.

Il futuro del ciclismo italiano? La paure di Davide Cassani

Quella italiana pare, dunque, una crisi non temporanea ma strutturale ed è stato lo stesso CT della nazionale, Davide Cassani, a lanciare un grido (ennesimo) d’allarme. Le tre vittorie tricolore (Affini, Lonardi, Dainese) al Giro Under23 e l’ottavo posto in generale (Covi) danno l’idea che il ricambio generazionale non sia così semplice anzi tutt’altro.

“Siamo rimasti al ciclismo dilettantistico di 30 anni. Abbiamo delle interessantissime squadre dilettantistiche ma che non vanno mai a correre all’estero – ha dichiarato Cassani – e quindi i nostri ragazzi affrontano un calendario non all’altezza dei loro pari età e così facendo abbiamo abbassato il nostro livello qualitativo“.

Quale la ricetta di Cassani? “Bisogna tornare ad alzare l’asticella con un cambiamento che parte dai tecnici ma che deve essere radicale. I ragazzi devono partecipare alle corse a tappe per aumentare la loro esperienza. A 20 anni gli attuali campioni come Dumoulin, Pinot, Bardet, gli Yates, Quintana, Landa prendevano parte ad almeno 5 corse a tappe a stagione, senza questa abitudine sarà dura tornare competitivi”.

 

 

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Leonardo Paez trionfa alla Hero Sudtirol Dolomites

Leonardo Paez trionfa per la quinta volta!

Leonardo Paez trionfa per la quinta volta alla Hero Sudtirol Dolomites, una delle maratone in Mountain Bike più dure al mondo

Leonardo Paez trionfa nella Hero Sudtirol Dolomites

Leonardo Paez trionfa nella Hero Sudtirol Dolomites

Leonardo Paez trionfa nella Hero Sudtirol Dolomites portando a cinque il numero di allori ottenuti in questa marathon tra le più dure al mondo. Il “re” della Hero torna sul trono dopo aver abdicato, nell’edizione 2017 in favore di Juri Ragnoli.

Il colombiano ha preceduto il nostro Martino Tronconi e lo svizzero Urs Huber sul traguardo di Selva di Val Gardena dopo 4 ore e mezza di gara massacrante. Leonardo Paez trionfa dopo aver dimostrato la sua assoluta superiorità staccando tutti i rivali nella scalata sul Passo del Pordoi. Il biker di Cienaga ha poi incrementato il suo margine lungo la scalata al Passo Durone e perrendo gli ultimi metri di corsa sventolando la bandiera colombiana per poi tagliare il traguardo sollevando la propria Mountain Bike.

A Selva di Val Gardena c’è tanta soddisfazione ei dovuti festeggiamenti per il giovanissimo Martino Tronconi (classe 1995) che ha ottenuto un insperato secondo posto finale. Il fiorentino è stato vittima di un problema meccanico alla catena nell’ultima discesa ma, nonostante l’inconveniente, è riuscito a chiudere sul secondo gradino del podio dimostrando di essere l’unico in grado di seguire i ritmi indiavolati di Leonardo Paez.

Fa festa anche Tronconi, classe ’95, quasi incredulo sul podio. Il fiorentino è stato l’unico in grado di avvicinarsi al ritmo massacrante imposto da Paez ed è riuscito a conquistare il secondo posto nonostante un problema alla catena nell’ultima discesa verso il traguardo. A questo punto non sarebbe una sorpresa vederlo tra i convocati del commissario tecnico Mirko Celestino.

La Nona edizione della BMW HERO Südtirol Dolomites è stata baciata da una a giornata di sole che ha accolto gli oltre 4000 partenti.

Tra le donne, che gareggiavano sul percorso “corto” da 60km e 3000 m di dislivello (senza le salite dell’Ornella e del Duron) si è imposta Kristina Kollmann-Forstner davanti alla lituana Sosna e la italiana Mara Fumagalli.

Raggiante al traguardo Leonardo Paez della Giant Liv Poliedical: “Voglio dire grazie a chi ha creduto nel sottoscritto. Questa gara è sempre durissima e ci tenevo molto a cercare la vittoria. Sono scivolato in discesa ma nonostante questo inconveniente sono riuscito a prendermi la vittoria finale”.

Giustamente felice anche Martino Tronconi del Focus Bike Innovation Rosti: “Sono emozionatissimo, quasi non ci credo. Il mio obiettivo era entrare nei primi dieci ma la gamba oggi era veramente al top. Dopo una serie di infortuni al polso e alle costole ora mi sono tolto questa grande soddisfazione, magari la fortuna ha iniziato a girare a mio favore. Ora, assieme al team, faremo allenamenti di altura a Champoluc per preparare i campionati italiani del Sestrieres”.

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Gianni Moscon assolto per la caduta di Reichenbach

Gianni Moscon assolto: non ha fatto cadere Reichenbach

Gianni Moscon assolto: dopo tante polemiche l’UCI ha stabilito che il corridore del Team Sky non ha colpe nella caduta

Gianni Moscon Assolto

Gianni Moscon Assolto

Gianni Moscon assolto dal verdetto della Commissione Disciplinare della Uci e, dopo tante polemiche, il giovane talento del ciclismo italiano può tirare un sospiro di sollievo.

Gianni è un personaggio chiacchierato, non particolarmente ben visto da una parte del gruppo e dei giornalisti (soprattutto francesi).

Gianni Moscon assolto: i fatti

L’accusa rivolta a Moscon è legata ad un episodio accaduto durante la scorsa Tre Valli Varesine: Sebastian Reichenbach ha accusato il corridore italiano di averlo volutamente fatto cadere per colpa di alcune dichiarazioni legate alla vicenda che ha visto Gianni scontrarsi verbalmente con Kevin Reza, corridore francese di colore del team FDJ.

Successivamente il 23enne trentino si è scusato con Reza: «Ho sbagliato, mi è scappata una parola ma non sono razzista». Il francese ha accettato le scuse e dichiarato che per lui la vicenda si chiudeva lì. Anche i dirigenti dei due team avevano chiarito la faccenda ma ormai il caso era esploso e così i vertici della Sky hanno deciso di sospendere Moscon per sei settimane.

La vicenda sembrava giunta a conclusione ma, al termine della corsa Varesina Reichenbach, senza nominare Moscon, ha cinguettato su Twitter: «Sono scioccato per aver sentito degli stupidi usare ancora tra i professionisti delle offese razziste. Sei una vergogna per il nostro sport».

L’UCI ha quindi preso a valutare l’accadimento della corsa varesina mediante la Commissione Disciplinare. L’indagine ha portato ad evidenziare l’assenza di prove a carico del ciclista del Team Sky sull’aver fatto cadere volontariamente Sebastian Reichenbach durante la Tre Valli Varesine dello scorso anno.

Le accuse del corridore svizzero (frattura all’anca e al gomito) sono quindi infondate e la cosa non comporterà alcuna sanzione o squalifica al 24enne trentino.

 

 

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Greg Van Avermaet prima del Tour il futuro

Greg Van Avermaet prima del Tour deciderà il suo destino

Greg Van Avermaet prima dell’inzio del Tour scioglierà le riserve sulla squadra in cui si accaserà per la stagione 2019

Greg Van Avermaet prima il futuro poi il Tour

Greg Van Avermaet prima il futuro poi il Tour

Greg Van Avermaet prima del Tour de France dovrà stabilire cosa farà nella prossima stagione in virtù della situazione della situazione nebulosa del Team BMC circa il proseguimento dell’attività professionistica. Il team è in caccia di un secondo Main Sponsor per coprire i costi della stagione sportiva e con il passare del tempo aumentano le possibilità che i fari della squadra decidano di accasarsi in alti lidi.

Greg Van Avermaet prima punta del team americano è fortemente tentato dalla Bahrain-Merida di Vincenzo Nibali oltre che dal Team Lotto Soudal: “Ci sono molte opzioni da valutare – ha dichiarato il belga  a Cyclingnews  – ma nelle prossime tre o quattro settimane tutto sarà chiaro. Sinceramente non posso aspettare ancora a lungo, è da un po’ che tutti noi attendiamo news positive ma per ora non arrivano e quindi prima del Tour deciderò cosa è meglio fare”.

Il belga vuole valutare con attenzione ciò che il mercato propone, non solo per questioni economiche ma soprattutto professionali: “andrò in un team che mi darà garanzie dal punto di vista sportivo, voglio avere la possibilità di giocarmi a pieno le mie carte nelle classiche, cerco una squadra che creda alle mie capacità e che voglia avermi in organico”.

Insomma, per Greg non si tratta di “vile denaro” ma di questioni “di calendario” e di stimoli positivi per cercare di conquistare le classiche del nord a cui è particolarmente legato. E legato in modo forte, Greg, lo è anche alla BMC: “In questo team ci sono molte persone che meritano che l’attività prosegua, abbiamo avuto risultati sempre positivi restando al vertice del ciclismo mondiale – ha continuato il campione Olimpico di Rio 2016 – e mi auguro, soprattutto per i miei compagni e per lo staff che la squadra possa continuare l’esperienza nel mondo del professionismo”.

 

 

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Dumoulin pronto per il Tour de France

 

 

 

 

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Daniel Vasquez intervista esclusiva per ciclonews

Daniel Vazquez autore del libro UfoCilcismo

Daniel Vazquez intervista esclusiva per ciclonews ad uno degli autori del libro Ufociclismo assieme a Cobol Pongide

Daniel Vazquez

Daniel Vazquez (foto inviataci da Daniel)

Daniel Vazquez, assieme a Cobol Pongide, è uno degli autori di un libro assolutamente interessante e innovativo intitolato UfoCiclismo. Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile in cui si spiegano i fondamenti di questa disciplina che unisce la passione per la bicicletta ed una nuova concezione di mobilità all’Ufologia.

Come nasce la tua passione di Daniel Vazquez per l’UfoCiclismo?

Le prime derive psicogeografiche ufociclistiche erano del tutto sperimentali, organizzate da “K” e iniziano alla fine dell’estate del 1998, circa un anno prima della prima Critical Mass italiana. Eravamo in pochi, pressappoco una decina e venivamo quasi tutti dal collettivo Men in Red, rivista di ufologia radicale. Se non fosse stato per “K” non avrei mai compreso il nesso tra bici e UFO, il suo saggio breve “UfoCiclismo: virtù infantile del dischismo” che abbiamo deciso di ripubblicare nel libro che ho scritto con Cobol Pongide è stato amore a prima vista. Se la categoria di genio esistesse davvero e ho parecchi dubbi, se qualcuno mi convincesse che le cose fossero così allora direi che “K” era un genio! “K” era in grado di intercettare le idee dell’epoca che circolavano di mente in mente e che aspettavano solo di trovare la persona giusta al momento giusto per trasformarle in pratiche concrete. Cobol era allora molto giovane ed era l’ufociclista più motivato ed è stato lui a traghettare l’UfoCiclismo attraverso due generazioni, mentre nell’underground ufo-radicale tutti lo criticavano da posizioni davvero reazionarie, come il fondatore stesso del movimento: Ivano Merz. All’epoca il mio pseudonimo era Xain ‘d’ Sleena e finii per rompere con i MIR per tornare su posizioni meno filosofiche e più radicali, ma se abbandonai gli obiettivi politici che stavano per diventare riformisti dei miei vecchi compagni, l’amore per l’UfoCiclismo come forma di esplorazione urbana aperta alla scoperta incondizionata dell’alterità mi ha sempre accompagnato lungo questi venti anni, forse anche per la mia formazione di antropologo. Occorre ogni tanto guardare in su quando si va in bici, con attenzione, ma va fatto, se non vedi un UFO avrai conquistato comunque il paesaggio nella sua interezza.

 

 La psicogeografia nasce come esplorazione attraverso il camminare come mai lo “spostamento” al ciclismo?

La psicogeografia, una scienza ludica inventata dai lettristi Gilles Ivain (alias di Ivan Chtcheglov)  e Guy Debord nel 1953 a Parigi è stata considerata per lungo tempo come uno studio degli effetti precisi dell’ambiente urbano sui comportamenti affettivi degli individui. Tuttavia questa concezione della psicogeografia è tardiva e riflette soltanto la visione della disciplina da parte di Debord. Se si guarda ai primi report psicogeografici essa si presenta piuttosto come una scienza degli incontri casuali e dei luoghi che li provocano, più vicina all’idea che ne aveva Chtcheglov. Questa sua vocazione a favorire gli incontri casuali che si è man mano persa nella teoria post-lettrista, quella situazionista, fin dall’inizio è stata una fonte d’ispirazione più o meno evidente dell’UfoCiclismo. Nel nostro libro abbiamo molto insistito sull’attitudine più autentica della psicogeografia: quella dell’incontro con alterità incondizionate e incommensurabili, siano esseri umani o extraterrestri in fondo poco ci importa, sempre di incontri ravvicinati del terzo tipo si tratterebbe. Inoltre, l’Associazione Psicogeografica Romana di cui faccio parte da sempre sostiene che la psicogeografia deve essere condotta “con ogni mezzo necessario”, non solo camminando, non c’è una preclusione ideologica per un mezzo o per l’altro, la preclusione dipende dall’obbiettivo. Se l’obbiettivo è ad esempio l’esplorazione urbana su vasta scala o gli incontri ravvicinati, quello che chiamiamo esoplanetarismo, è chiaro che non utilizzeremmo mai uno skate che è un mezzo istrionico e autistico. La bici rispetto al camminare ha il rapporto di scala perfetto per l’esplorazione urbana e l’incontro ravvicinato esoplanetario, il camminare e suoi dettagli è meglio lasciarli al flâneur, così come l’esplorazione dello sprawl, della dispersione urbana, è meglio lasciarla all’automobile. Certo per noi ufociclisti l’automobile non esiste, esiste solo un immenso mezzo di trasporto diffuso che è l’intero parco automobili il quale andrebbe espropriato ai privati e trasformato in un common non inquinante.

Siamo nella “terza era spaziale”, dopo Luna e Marte, secondo Daniel Vazquez ora è il momento di andare oltre se?

Sì. Siamo stati noi ufociclisti a coniare il termine “terza era spaziale” in occasione del ciclo di convegni “Mars Beyond Mars” in cui abbiamo invitato le migliori menti italiane dell’epoca (come Roberto Paura, Flavio Rossi e Giorgio de Finis) proprio per designare una fase caratterizzata dal passaggio della conquista dello spazio da parte dei governi a quella da parte del capitale. Se la prima era spaziale è stata la contesa, durante la guerra fredda, per la conquista della Luna, la seconda è quella per la colonizzazione di Marte in cui l’avanguardia del capitalista collettivo è già da tempo all’opera. Tuttavia il reale obiettivo è la conquista dei satelliti del nostro sistema solare in cui è possibile la vita e possibilmente degli esopianeti, perché il capitalista collettivo è ben consapevole che sulla terra  i “Goal” dell’ONU previsti per il 2030 non saranno mai raggiunti e sostenibilità e benessere sono diventate parole-grimaldello per far passare le stesse politiche di sempre, senza nessun cambiamento reale della società planetaria. Vedrete come nel 2030 si procrastinerà tutto al 2050. Così mentre si tenta di salvare il pianeta terra, nemmeno tanto segretamente i capitalisti si adoperano al piano A: la fuoriuscita da un pianeta morente. Ma hanno fatto male i loro conti, come abbiamo sempre contestato agli Astronauti Autonomi, oggi nostri alleati, là fuori non c’è il vuoto da depredare, ma uno spazio già abitato. Si rischia una collisione senza cosmonauti preparati all’incontro con alterità incommensurabili e alla loro tecnologia di volo che tanto assomiglia a quella della bicicletta.

Come vedi la funzione della bicicletta nel 2030?

La bicicletta diverrà sempre più strategica finché non si esproprierà l’intero parco automobili del mondo ai privati. E molti obbiettivi dell’ONU non saranno raggiungibili se non con tale espropriazione. Per me  “No car city” non significa una città senza automobili, che rispetto ai mezzi di traposto pubblici classici, permettono una mobilità maggiormente flessibile, ma la loro trasformazione in un sistema diffuso né pubblico né privato, ovvero autogestito da consigli metropolitani, di mobilità gratuita e non nociva per l’ambiente. Non parlo né di bike-sharing né di car-sharing, odio la parola sharing, è un modo come un altro per non arrivare al nocciolo della questione urbanistica. Senza contare che sono forme molto soft di esperienze come quella delle biciclette bianche dei provo ad Amsterdam negli anni ’60 del tutto gratuite o di idee come quella degli anni ’90 di Oscar Marchisio di creare una Car-Net gratuita e non inquinante, idee di “comunismo delle automobili” provenienti dall’ambiente operaista che hanno ispirato la Mercedes Benz e i primi tentativi di car-sharing con le Car2go elettriche nel 2007. Quindi quello che mi auspico a prescindere dai ridicoli obiettivi paradisiaci dell’ONU, soltanto fumo negli occhi, mentre si prepara l’assalto all’Outer Space da parte di imprenditori come Elon Musk è biciclette dappertutto per bloccare le automobili fino al momento in cui le automobili non vengano espropriate.

L’uso della bicicletta è per molti un modo per uscire dai tracciati che si fanno in auto, quanto può servire l’UfoCiclismo in questo?

Il libro UfoCiclismo è un manuale pratico che invita a fare con la bici tutto ciò che l’automobile non può fare. Chi va in automobile e non va in bici leggendo il nostro Manuale non potrà che schiattare di invidia per i ciclisti scoprendo che talvolta grazie ad alcuni sotterfugi che abbiamo scoperto per la città di Roma, potenzialmente universalmente validi, un percorso in bici fa risparmiare più tempo di un’auto. E non dico le solite banalità sugli imbottigliamenti, etc. Dato un punto A e un punto B, una bici potrà arrivare con tali sotterfugi prima di un’automobile, con un po’ di velocità e volontà atletica, al punto B. Questo perché la bici può percorrere e trasgredire qualsiasi spazio, vi sono addirittura dei passaggi segreti in cui basta prendere la bici in spalla, proseguire qualche metro a piedi, riprendere la bici, per far sì che l’automobile perda un sacco di terreno. UfoCiclismo è pieno di consigli, esempi e mappe che aiutano anche ad esplorare la città per conto proprio al fine di diventare degli esperti nel trovare questi sotterfugi. Ovvero degli ufociclisti.

 

La scoperta di luoghi singolari che distano poco da noi si affianca alla scoperta del mistero nell’UfoCiclismo, quale ti affascina di più?

In realtà nell’UfoCiclismo non c’è niente di misterioso. Ci siamo proposti di avere un approccio “fisicalista dada” su argomenti solo apparentemente non scientifici come gli UFO, le Unità d’Ambiance e le Ley Line. Ecco sicuramente queste tre realtà che abbiamo affrontato cercando di essere il più rigorosi possibile e, allo stesso tempo, spassosi e ironici, sono quelle che più caratterizzano l’UfoCiclismo. A parte gli UFO, le Unità d’Ambiance che chiamiamo con l’acronimo UDA sono ormai oggetto di studio anche nell’accademia, e anzi io e Cobol ci siamo proprio divertiti a sfidare le teorie accademiche, soprattutto la cosiddetta “fenomenologia delle ambiance”. Si tratta niente di più e niente di meno che prestare attenzione alle atmosfere che si percepiscono andando in bici, facendone uno dei giochi d’elezione dell’Ufociclismo, anche perché vi è un certo tipo di atmosfera che è la più prossima e la più adatta all’incontro ravvicinato del terzo tipo vero e proprio, un’atmosfera che a nostro avviso una volta percepita è perimetrabile e ha tutta una serie di precise prerogative che chiamiamo UDA contattistica. E poi le Ley Line. Anche qui abbiamo un approccio materialista e  non New Age, chiunque può andarsi a cercare cosa sia una Ley Line su google e troverà una montagna di sciocchezze esoteriche. Noi siamo andati alle origini, alle teorie dell’archeologo autodidatta Alfred Watkins e le abbiamo sviluppate in senso materialista, d’altronde lo stesso Watkins non c’entrava davvero nulla con l’occultismo.

 

Raccontaci un accadimento “ufologico” o una deriva che piu’ ricordi.

Un accadimento recente è avvenuto nell’estate del 2017, ero al mare a Sabaudia con la mia ragazza, anche lei parte dell’Associazione Psicogeografica Romana e abbiamo avuto un ir1 eccezionale, un disco volante metallico che aveva un attitudine di volo anti-traiettoriale e discontinua (appariva e spariva). Abbiamo avuto la prontezza di riprenderlo con il cellullare e oggi il video è visibile sulla pagina youtube dell’UfoCiclismo. Quanto alla deriva, voglio ricordare la prima che io abbia mai fatto, nell’autunno 1994 con l’Associazione Psicogeografica di Bologna, cui poi ci siamo subito gemellati, voglio ricordarlo perché anche se eravamo in pochi e lo stile era molto British (noi abbiamo uno stile molto più “rude”, “raw”) è stata anche l’occasione per sferrare il mio primo attacco psichico, si trattava di un attacco a un ecomostro. Cos’è un attacco psichico? Sarà per un’altra intervista, perché qui dovremmo mettere in gioco Luther Blissett.

 Segui il ciclismo professionistico? Se si, hai un campione che ammiri?

L’ho seguito per anni, perché avevo dei cari amici con cui condividevo la passione, anche se loro erano proprio dei simpatici fanatici. Devi sapere e sono contento che ho finalmente l’occasione di dirlo in una rivista del settore che il gioco da tavola sul ciclismo professionistico più famoso al mondo, è una idea nata dei miei amici  che divenne quasi un gioco di ruolo con il contributo alle regole di tutti noi. Ci siamo visti per dieci anni dagli anni ’90 agli anni Duemila per giocare a questo gioco e una partita poteva durare anche dieci ore. Finivamo ubriachi, alle volte fino alla mattina del giorno dopo, dopo cagnare indicibili. I due giochi sono identici e a meno di non credere alla volgare teoria evoluzionista dell’Ottocento “stessi stimoli, stesse risposte”, qualcosa di strano c’è in questa vicenda. Tutti loro sono salutati nel libro UfoCiclismo, perché l’episodio ha dell’incredibile e va tramandato. Abbiamo avuto come ospite uno di questi miei amici per raccontare la storia proprio nella trasmissione UfoCiclismo Revolution condotta da Carolina Cutolo ed Edoardo de Falchi.  Comunque all’epoca mi era toccato in sorte come capitano della mia squadra Vandenbroucke che chiamavo nei momenti di disperazione Vandenbrocco oppure quando si arrampicava in montagna a tutta velocità, visto che non era la sua specialità, Vandersbrocco. Ma non credo nel professionismo ciclistico perché non credo nel professionismo in generale nello sport, anche se ho sempre avuto un debole infantile per la Euskaltel-Euskadi.

 

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