Il caso Pantani film in uscita nel 2019

Il caso Pantani pellicola sugli ultimi giorni del Pirata

Il caso Pantani, film prodotto da Mr. Arkadin Film e distribuito da Little Studio Films di Los Angeles, racconterà gli ultimi anni della vita di Marco

Il caso Pantani

Il caso Pantani

Il caso Pantani, film sull’indimenticato e indimenticabile ciclista romagnolo, è atteso nelle sale per il 2019 e raccoglierà le memorie degli ultimi anni della vita del Pirata.

Sono passati quattordici anni da quel maledetto 14 febbraio, tanti atleti, tanti campioni e anche tanti ciclisti sono saliti agli onori della ribalta ma, possiamo dirlo, nessuno è entrato nel cuore degli italiani come Marco Pantani.

In questi ultimi anni si sono scritti libri e si è parlato molto della vicenda della morte di Marco, vicenda che lascia molti, moltissimi, punti oscuri che ora verranno narrati anche nel film “Il caso Pantani”.

La storia di Marco è stata un percorso da “montagne russe” tra incidenti, cadute, trionfi e polveroni legati alla nota vicenda di Madonna di Campiglio. La storia di Pantani è quella di un campione fragile a cui in tanti (troppi) hanno voltato le spalle quando era più corretto tendere una mano per salvare mentre le “mani” l’hanno schiacciato e travolto in un gioco al massacro micidiale.

Il regista Domenico Ciolfi ha spiegato che

“il film non sarà una sola indagine, un inchiesta sul mistero legato  a Pantani ma vuole essere un’indagine sulle emozioni e la personalità di Marco  per restituire verità, dignità e giustizia a un uomo al quale è stata tolta due volte la vita”.

Il Caso Pantani ripercorre gli ultimi cinque anni di vita del “Pirata” anni in cui il suono dei trionfi si sono spenti e i titoli dei giornali non incensavano più ma infangavano l’immagine di Marco.

Il film si basa su un accurato lavoro di ricerca attraverso testimonianze di colleghi, avversari, amici e parenti del Pirata nonché gli atti processuali e le decine di racconti ascoltati durante i sopralluoghi in Trentino (dove la discesa agli inferi ebbe inizio) e la Romagna.

Marangoni prima vittoria all’ultima gara

Marangoni  da gregario conquista il primo alloro

Marangoni dopo aver corso per una intera carriera come gregario senza assaporare il sapore della vittoria trionfa nella sua ultima corsa

Marangoni

Marangoni

Marangoni probabilmente non se lo aspettava, aveva raccontato qualche giorno fa dell’onore di aver accompagnato nei primi anni tra i pro Peter Sagan e si stava preparando ad appendere la bicicletta al chiodo.

Con la bicicletta, durante le tante corse professionistiche, Alan Marangoni ha percorso qualcosa come 135.000 km (tre volte il giro del mondo) senza ottenere mai una vittoria. La cosa non è mai pesata al corridore della Nippo-Vini Fantini-Europa Ovini ma, proprio nell’ultima corsa in carriera, il “gregario” è riuscito ad assaporare il gusto della vittoria.

E’ accaduto sull’isola di Okinawa dopo 25 anni trascorsi in sella alla bicicletta ed il gusto del successo è stato certamente dolce per il 34enne,

“Ci sono arrivato molto vicino al Giro 2015 nella tappa di Forlì, quando arrivai quarto dietro Boem, Busato e Malaguti. Non mi è mai pesata la mancanza di una vittoria nel palmares ma ottenere una vittoria è stato speciale. Speciale perché ero l’unico italiano al via, speciale perché ho avuto il tempismo che mi è sempre un po’ mancato e speciale perché era la mia ultima corsa da Pro.

Il ciclismo mi ha dato tantissimo, ho scoperto il mondo, ho viaggiato tanto purtroppo oggi tutti hanno l’occhio su watt, misuratori e computer invece il bello è godersi il momento. La pressione peri risultati è spesso troppo pesante e difficile da reggere e tantissimi ragazzi restano appiedati. Ma non bisogna mai sotterrare l’istinto del viaggiatore, il piacere nel pedalare e nello scoprire il mondo.
il ciclismo è sacrificio e fatica ma la bicicletta sa come ripagarti e la mia storia con questa vittoria finale insegna che il ciclismo sa regalare ancora delle belle favole”.

Come eliminare la ruggine dalla bicicletta? 

Come eliminare la ruggine da una vecchia bicicletta

Come eliminare la ruggine dalla bicicletta? Una semplice guida per rimettere in pista la bicicletta trovata in cantina

Come eliminare la ruggine dalla bicicletta

Come eliminare la ruggine dalla bicicletta

Come eliminare la ruggine dalla bicicletta? Vi è mai capitato di entrare in una cantina e trovare una vecchia bicicletta arrugginita? Una bicicletta abbandonata e dimenticata da tutti ma che se adeguatamente restaurata può tornare a splendere come un antico gioiello? Se la risposta è si, la domanda successiva è: sapete come eliminare la ruggine dalla bicicletta?

Questa attività, in vero, non è poi così difficile ma tutto dipende dallo stato di degrado del telaio e delle componenti. Se la ruggine ha “mangiato” il metallo creando qualche buco va attentamente valutato se il restauro ha un senso (economico ed operativo).

Se, cosa più probabile, si tratta solo di piccoli forellini o segni di ruggine allora partire con il lavoro di recupero ha senso. Va sempre ricordato che il telaio deve essere non solo esteticamente appagante ma anche sicuro in quanto sollecitato dal pedalare.

In questo articolo analizzeremo come togliere la ruggine dalla vostra vecchia bici e riparare i buchi lasciati dall’ossidazione del metallo.

Per riparare i buchi (più piccoli) causati dalla ruggine vi servirà:

  • Stucco per metallo
  • indurente,
  • carta vetrata (grana 120)
  • carta vetrata (grana 180)
  • Acqua ragia
  • Vernice
  • Antiruggine
  • Stracci
  • Spatola

Iniziato con l’attività di “carteggiatura” della zona arrugginita, usate la carta abrasiva fino a eliminare la ruggine dal telaio. Tolto tutto lo strato di ruggine passate un panno impregnato di acqua ragia sulla superficie interessata. Quando la superficie sarà perfettamente pulita da ruggine, sporco o grasso è il momento di applicare lo stucco metallico.

Create una mescola di stucco e indurente (rapporto 2%) e con l’aiuto della spatola spalmatelo fino a tappare il buco. Sarà importante che il prodotto venga diffuso sul telaio in modo omogeneo ma in caso di irregolarità potremo aggiustare il lavoro con carta vetrata di grana 180.

Passato il necessario tempo di indurimento (10 – 20 minuti) procedete con la carteggiatura dell’eccesso di stucco fino a ottenere una superficie liscia.

Quando la ruggine sarà eliminarla del tutto, e prima di dare una mano di vernice nuova, sarà importante passare anche un prodotto antiruggine A questo punto potrete partire con la verniciatura.

Togliere la ruggine dalla bici

Se lo strato di ossidazione è superficiale vi servirà carta abrasiva di grana 120 o 180 dopo di che potreste già procedere alla verniciatura (con antiruggine) ma se la ruggine ha intaccato altre componenti dovrete fare lavori mirati e minuziosi.  Se trovate strati di ruggine più persistente potreste utilizzare un “convertitore di ruggine”.

Come eliminare la ruggine della catena? bici arrugginita

Occorrente:

  • petrolio bianco
  • pennello
  • spazzola di ferro

Con il pennello stendete il petrolio bianco e poi spazzolate accuratamente lungo tutto la superficie della catena con la spazzola di ferro. Questa operazione richiede pazienza e potrebbe essere necessaria ripeterla anche 5 o 6 volte.

Andrea Tafi trova squadra, Parigi-Roubaix più concreta?

Andrea Tafi ritorno a Parigi-Roubaix?

Andrea Tafi a 52 anni vuole provare il ritorno a Parigi-Roubaix a 20 anni dalla vittoria della classica monumento pare abbia trovato un team!

Andrea Tafi

Andrea Tafi

Andrea Tafi corre verso il sogno di realizzare il ritorno a Parigi-Roubaix 20 anni dopo la vittoria nel 1999. Il 52enne ex corridore toscano ha dichiarato ai microfoni di Het Laaste Nieuws di aver firmato con una squadra che potrebbe entrare nella primavera francese Monumento ma al momento non ha ancora reso noto il nome del team.

Inizialmente c’è stato un avvicinamento con Patrick Lefevere, direttore generale del team Quick-Step Floors che si è espresso favorevolmente sul progetto ma non ha offerto all’italiano un posto nella

“Ma non posso ancora dire quale squadra sia ma c’è una proposta.  Tutti dicono che sono pazzo, ma non credo di esserlo. Nel profondo del mio cuore so quanto sia difficile questo progetto ma  mi sto allenando e vedrò cosa succederà. Sarà difficile, ma è qualcosa che voglio assolutamente fare per entrare nella storia del ciclismo. “

Andrea Tafi si è ritirato dopo la Parigi-Roubaix 2005 con un totale 30 vittorie in carriera, tra cui il Giro delle Fiandre, Il Lombardia e Parigi-Roubaix ed è ancora attivo negli eventi master in Toscana ma ora vuole celebrare il ventesimo anniversario della sua vittoria Parigi-Roubaix con una operazione da “Ritorno al Futuro”

Tafi gestisce un’azienda di abbigliamento da ciclismo e una di affitti di appartamenti per che prendono il nome dalle gare che ha vinto. Quest’anno ha preso parte a diverse gare master, gran fondo e ha anche partecipato ad una gara su strada autorizzata dall’UCI in Ungheria lo scorso mese di luglio.

Andrea Tafi ha già contattato l’UCI per essere aggiunto al pool di controllo antidoping degli atleti elite così da garantire i sei mesi di test previsti per regolamento e pare che diversi team Pro Continental con inviti per la  Parigi-Roubaix nel 2019 lo abbiano contattao.

I team wildcard di Parigi-Roubaix nel 2018 comprendono Vérandas Willems-Crelan, Direct Energie, Cofidis, Fortuneo-Samsic, Delko Marseille Provence KTM, Vital Concept e WB Aqua Protect Veranclassic.

Colle delle Finestre, Chris Froome e il Giro d’Italia 2018

Colle delle Finestre, che fuga quella fuga

Colle delle Finestre e Chris Froome, un giorno storico in cui il kenyano bianco ha preso e ribaltato come un calzino la classifica (e la storia) del Giro 2018.

Colle delle Finestre, Chris Froome

Colle delle Finestre, Chris Froome

Colle delle Finestre, Chris Froome e la sua fuga d’altri tempi, diciamolo, lo ricorderemo per molti anni. In un ciclismo contemporaneo accusato di essere noioso anche da protagonisti attuali, ecco che il kenyano bianco decide di prendere carta e calamaio e scrivere una pagina di storia del ciclismo.

Il leader del Team Sky ha deciso di provare la stoccata lungo lo sterrato della salita piemontese “ammazzando” tutti i rivali e cavalcando in solitaria per qualcosa come 80 km fino all’arrivo solitario di Jafferau.

Diciamolo, quel Giro d’Italia che doveva essere il trampolino per il “doublete” (poi mancato) del kenyano sembrava compromesso, troppe vicissitudini lungo le strade italiane (e israeliane) per riuscire ad indossare la rosa finale e invece….

Invece già nella tappa del Monte Zoncolan il britannico scalda la gamba e la folla con una zampata di classe purissima ma la classifica, nonostante il numero vede Froome nettamente attardato.

Alla partenza da Venaria Reale, infatti, Froome è solamente questo in generale con un ritardo vicino ai tre minuti e mezzo dal leader della Simon Yates, difficile pensare a una rimonta a meno che… non si provi un’impresa:

“in quei casi devi rischiare il tutto per tutto, chiudere in quarta posizione o in undicesima cambia relativamente poco. Avevo nella testa un solo obiettivo ed ero pronto a dare tutto me stesso per ottenerlo, sfiorando l’impossibile” ha raccontato Froome alla Gazzetta dello Sport.

Neanche a dirlo, quel pomeriggio il capitano della formazione britannica ha vestito la sua prima maglia rosa ma non è stato, lo sottolinea lo stesso Froome, un trionfo individuale ma, in puro spirito Team Sky, è stata una vittoria di squadra:

“Sul Colle delle Finestre c’era un nostro uomo ogni 5 chilometri per consentirmi di salire senza la borraccia, se avevo sete c’era una addetto che mi passava l’acqua. In una simile impresa, su una salita come quella ogni grammo pesa tonnellate. Ogni borraccia aveva la quantità di liquido per arrivare allo step successivo”.

Ne abbiamo parlato spesso ma queste parole rimarcano, se ve ne fosse bisogno, come al Team Sky ogni dettaglio sia, in realtà, trattato come un aspetto fondamentale, inutile solerzia? No, filosofia dei Marginal Gains!

Jonathan Cantwell morto per un tumore

Jonathan Cantwell era da tempo affetto da un tumore ai testicoli

Jonathan Cantwell, ex professionista australiano, è deceduto a causa di un tumore ai testicoli che lo affliggeva ormai da tempo

Jonathan Cantwell

Jonathan Cantwell

Jonathan Cantwell è morto questa notte nella sua patria, l’Australia, dopo aver lungamente lottato contro una bruttissima forma di tumore ai testicoli che gli venne diagnosticata nel 2014.  Cantwell si era avvicinato alla bicicletta fin da giovane e ed aveva ottenuto una serie di buoni risultati in alcune corse minori americane e australiane che gli erano valse la chiamata tra i professionisti. Cantwell, nato l’8 gennaio del 1982, aveva siglato un contratto, nel 2012, un contratto con il Team Saxo-Tinkoff ed aveva preso parte al Tour de France 2012 come apripista per le volate di Juan José Haedo concludendo quella Grande Boucle e, nello stesso anno, conquistando due tappe al Tour de Taiwan.

Nel 2014 Cantwell lascia la Saxo-Tinkoff per aggregarsi alla Drapac Professional Cycling, ma la sua avventura viene fermata dalla scoperta del cancro ai testicoli ed inizialmente l’operazione e i vari trattamenti avevano avuto successo.

Cantwell aveva lavorato per anni nel settore della bicicletta prima di firmare un contratto pro passando il tempo come rappresentante del marchio Teschner prima di lavorare nei negozi di biciclette e, infine, dedicando la sua attenzione alle corse come professionista.

Dopo aver dovuto smettere con l’attività agonistica  ha collaborato con una società di biciclette sudafricana, Swift, che gli ha conferito i diritti di distribuzione per il marchio in Australia e un percorso scorrevole da una carriera agonistica alla vita lavorativa.

“Ai miei tempi lavorando con Johnny, ha vinto molte gare. Era un ciclista eccezionale e un ragazzo adorabile sono devastato per sentire questa notizia. Ricordo di averlo tirato fuori da un negozio di biciclette per farlo correre e nel suo primo anno negli Usa a vinto qualcosa come 25 gare. Aveva davvero talento!” ha detto uno dei suoi ex direttori della squadra, Henk Vogels.

 

 

Lungo la Pedemontana di Paolo Malaguti recensione 

Lungo la Pedemontana di Paolo Malaguti edito da Marsilio

Lungo la Pedemontana di Paolo Malaguti un racconto tra modernità e passato lungo luoghi meravigliosi della regione Veneto

Lungo la Pedemontana

Lungo la Pedemontana

Lungo la Pedemontana pensata già dagli anni sessanta per favorire gli spostamenti tra i campi e i centri abitati dell’alto Veneto si può cogliere un punto di vista particolare del paesaggio che la circonda.

Paolo Malaguti percorre in bici il tratto che da Montecchio Maggiore arriva a Spresiano, un tratto di quei novantatré chilometri di infrastruttura viabilistica che ha alle spalle una storia di polemiche e false partenze.

L’autore narra la discrepanza tra la velocità della superstrada e l’andamento tipicamente lento del procedere su due ruote a pedali

Paolo Malaguti percorre e ripercorre mentalmente il tracciato Lungo la Pedemontana veneta che si stende lungo un percorso che intreccia il tessuto produttivo industriale tipico del nord est ricco di fabbriche efficienti e i vigneti e i campi che rappresentano la tradizione rurale del Veneto.

Tra capannoni industriali e strade romane, tra moderne case a schiera e borghi medievali la penna di Malaguti narra di varie epoche che convivono tra campi di “formenton” e comignoli di industrie sottolineando i modo incisivo la dicotomia tra passato e presente di una terra meravigliosa per natura e storia.

Con uno stile che richiama i grandi scrittori veneti come Buzzati, Meneghello  e Rigoni Stern si narra di “metalmezzadri” figure al limite del mitologico, metà operai e metà contadini.

Lungo la Pedemontana è racconto di un piacevole viagigo in bicicletta lungo la Superstrada Pedemontana Veneta, alla ricerca dell’inevitabile cambiamento e delle antitesi tipica del Veneto e dell’Italia.

Paolo Malaguti chi è?

Nato a Monselice nel 1978 si è  laureato in Lettere moderne, con una tesi di Filologia italiana. Attualmente insegna nel liceo “G. B. Brocchi” di Bassano del Grappa e ha pubblicato diversi libti:

“Sul Grappa dopo la vittoria” nel 2009
“Sillabario veneto” nel 2011
“I mercanti di stampe proibite” nel 2013
“La reliquia di Costantinopoli”, nel 2015 (finalista al Premio Strega 2016)
“Prima dell’alba”, nel 2017 (finalista al premio Acqui Storia)
“Lungo la Pedemontana”, nel 2018

 

Michael Aisner, il Coors Classic e il ciclismo USA

Michael Aisner e il Coors Classic a trent’anni dall’ultima edizione

Michael Aisner a trent’anni dall’ultima edizioned del Coors Classic è ancora un personaggio unico del ciclismo a stelle e strisce.

Michael Aisner

Michael Aisner

Michael Aisner con l’idea del “Coors Classic“  ha fatto conoscere il ciclismo professionistico al pubblico statunitense contribuendo a “formare” le prime icone del ciclismo d’oltre oceano come Greg LeMond e Andy Hampsten e ha fatto apparire gli Stati Uniti sulla mappa ciclistica internazionale negli anni ’80.

Michael Aisner è stato coinvolto in una vasta gamma di progetti sportivi e di intrattenimento nel corso della sua vita; fin da adolescente si è interessato all’entertainment arrivando ad intervistare Muhammad Ali e Louis Armstrong.

Aisner si è avventurato fino al Circolo Polare Artico per filmare l’uccisione disumana di foche per il National Geographic e ha partecipato a ponti aerei per salvare gli orsi polari nel Canada settentrionale.

Lungo la sua strada professionale Aisner, ora quasi sessantanne, ha creato una delle gare ciclistiche di maggior successo mai svolte negli Stati Uniti. Qualcuno ricorderà Bernard Hinault vincere la sua ultima gara a tappe al North Boulder Park davanti a 50.000 fan urlanti spinti dalle idee di marketing che resero la corsa un vero fenomeno dell’intrattenimento sportivo made in USA.

La gara venne lanciata nel 1975 dall’imprenditore di Mo Siegel con il nome di Red Zinger Classic. L’anno successivo ecco Aisner e l’ascesa della manifestazione a cui si affiancò una gara femminile, contribuendo a costruire un pubblico più ampio e ad aumentare la copertura dalla TV.

“La prima cosa che ho fatto è stata quella di trovare una società di produzione cinematografica per creare un breve docu-film sulla gara da distribuire nei cinema mainstream. Se volevamo far crescere la gara  e attirare nuovi fan dovevamo utilizzare i media al di fuori della tradizionale circuito  del ciclismo” ricorda oggi Aisner.

“Nel 1979 Siegel suggerì di portare la corsa in Colorado e cercare di convincere il gigante  Coors Brewing Company a sponsorizzare la gara in futuro. Pensai che fosse impazzito ma la trattativa andò in porto e nel 1980 nacque la Coors International Bicycle Classic”

La gestione tecnica, operativa e finanziaria divenne rapidamente più complessa e lo stesso Aisner dovette aumentare le sue competenze:

“Non sapevo nulla su come trattare con la polizia, chiudere le strade, impostare le aree di partenza, arrivo e di riposo. Avevo bisogno di imparare le cose velocemente e chiesi aiuto a Dave Chauner e a Phil Liggettche stava promuovendo la British Milk Race

Aisner provò a “mainstreamare” il Coors Classic collegando The Rolling Stone all’evento sottolineando come il ciclismo fosse uno sport “rock n ‘roll”.

“Il ciclismo era uno sport giovane, veloce, colorato, pericoloso ed internazionale. Rolling Stone possedeva il mercato giovanile e l’accordo consentì di ospitare nella rivista un inserto per tre edizioni. A quel punto avevamo una rete piuttosto eclettica di sponsor: da Rolling Stone a BMW, da NBC Sports a 7-Eleven fino, appunto a Coors”.

Aisner decise di espandere l’evento fuori dal Colorado aumentando il numero di tappe e toccando centri di interesse per gli sportivi come Vail, Aspen e San Francisco fino ad una tappa alle Hawaii.

Il passo successivo fu convincere l’UCI ad estendere la corsa ai professionisti europei. La gara divenne il luogo in cui molti futuri campioni sono entrati in scena: ecco arrivare talenti come il colombiano Lucho Herrera, il canadese Steve Bauer e il messicano Raul Alcala.

La spinta viene data anche alla prova femminile aprendo alle campionesse europee chiamate a sfidare l’americana Connie Carpenter portando il Coors Classic a diventare la più grande corsa al mondo per donne.

 “È stato uno sforzo costante cercare di esporre mediaticamente la gara, oltre ai normali tifosi e appassionati di ciclismo. Arrivammo ad avere tre  stazioni TV oltre a ESPN a coprire la manifestazione. Durante la settimana di gare, l’affiliata della Denver NBC ha persino ritardato” The Tonight Show di cinque minuti per seguire la nostra corsa!”

Michael Aisner, The Coors Classic e l’URSS

Greg LeMond prese parte al Coors Classic come un neo-pro nel 1981 da poco Jimmy Carter aveva ritirato la spedizione statunitense dalle Olimpiadi di Mosca 1980 e questo diede un’idea ad Aisner: portare i russi alla corsa.

“Ho lanciato il guanto di sfida a Pete Coors repubblicano convinto e amico di Ronald Regan che restò perplesso ma i russi accettarono e così fece la Germania dell’Est. Gli inviti li facemmo via Telex dal birrificio Coors.  Qualche settimana prima della corsa ecco arrivare l’FBI: erano convinti che i sovietici tentassero di boicottare la gare e ci istruirono sulle procedure per affrontare l’evenienza. La corse apparve come scontro tra est e ovest, il giovane americano Greg LeMond contro i titani dell’Unione Sovietica: avevamo richieste di accredito da ogni parte del mondo” racconta oggi il manager.

L’edizione 1981 fu un punto di svolta per il The Coors Classic, e la prossima grande sfida di Aisner fu di cercare di sviluppare una copertura televisiva nazionale più ampia.

“I ragazzi della CBS mi hanno detto che non c’era modo di coprire lo sport assecondando le esigenze del pubblico americano. Mi recai allora a Praga per i Mondiali di Ciclismo 1981 e li vidi che i cameramen in motocicletta avevano montato un dispositivo girevole sul retro delle loro per riprendere i volti dei ciclisti. A New York nessuno aveva mai visto una cosa simili, convinsi allora la BMW a mettere a disposizione due motociclette con i sedili girevoli e la cosa funzionò e la CBS coprì la corsa!”

Il successivo sviluppo previsto da Michael fu quello del merchandising

“Abbiamo generato numeri mostruosi per quei giorni, abbiamo ampliato la gamma dei gadget arrivando a un milione e mezzo di dollari di cui 100.000 nel solo Giappone. Tutto era griffato dalle maglie, ai cappellini ai prodotti alimentari. La corsa divenne uno dei grandi eventi di intrattenimento in America

Il Coors Classic alla fine perse il sostegno dell’azienda dopo l’edizione del 1988, quando un arrivò in azienda un nuovo. Aisner ricevette la notizia da un giornalista mentre era in aeroporto ed iniziò subito la ricerca di un nuovo partner commerciale. Arrivò vicino alla firma con Nuprin ma tutto saltò all’ultimo secondo, Michael concluse un accordo con la Dodge Motors, ma pochi giorni prima della firma, Lee Iacocca, CEO di Chrysler, annunciò decine di migliaia di licenziamenti e l’accordo venne annullato. Fu quello il colpo da KO per la corsa, era finito il tempo per il Coors Classic ma quella corsa aveva segnato l’apice delle corse su strada americane raggiunto forse solo dall’Amgen Tour of California.

“Non si può davvero dire che stessimo pensando fuori dagli schemi perché all’epoca gli schemi nemmeno c’erano. So che non perdemmo mai un centesimo perché era tutto equilibrato, nessuno guadagnava o spendeva più del giusto. Temo che alcuni promotor oggi scelgano di fare ciò che è più facile, piuttosto che trovare un modo per fare ciò che è giusto”

sottolinea Aisner che nel 2005, è stato inserito nella US Cycling Hall of Fame.

 

 

Ranking UCI 2018: Alejandro Valverde chiude al comando

Ranking UCI 2018: Valverde primo, davanti a Simon Yates e il nostro Viviani terzo. Italia sul podio per Nazioni

Ranking UCI 2018: Valverde chiude primo

Ranking UCI 2018: Valverde chiude primo

Ranking UCI 2018 presenta la classifica definitiva dopo la conclusione dell’ultima prova del World Tour, il Tour of Guangxi. Il ranking definitivo di questo 2018 premia la continuità del fresco Campione del Mondo Alejandro Valverde.

Il forte corridore spagnolo ha chiuso la stagione con 4168 punti precedendo di oltre mille punti il secondo uomo in classifica, il britannico Simon Yates (3160) vincitore della Vuelta di Spagna e il nostro Elia Viviani (3106) che ha fatto la voce grossa in quasi tutte le volate

Peter Sagan ha dovuto salutare la sua seconda pelle (la maglia iridata) e si è dovuto accontentare della quarta posizione nella classifica mondiale 2018 davanti a Julian Alaphilippe che precede il vincitore del Tour de France Geraint Thomas.

A completare la top ten del Ranking UCI 2018 ecco il belga Greg Van Avermaet, l’olandese Tom Dumoulin (forte dei due secondi posti a Giro e Tour), il belga Tim Wellens e il francese Romain Bardet. Il secondo miglior atleta tricolore è Sonny Colbrelli (22esimo) mentre Vincenzo Nibali pur avendo trionfato alla Milano-Sanremo si deve accontentare della 45esima piazza pagando lo sfortunato ritiro al Tour e la conseguente Vuelta corsa sottotono

Fabio Aru chiude il suo Annus Horribilis al 153esimo posto senza essere mai riuscito a graffiare.

L’Italia si riappropria all’ultimo del podio nella classifica per Nazioni grazie alla vittoria al Tour of Guangxi di Gianni Moscon sorpassando la Spagna nella classifica che ha visto trionfare il Belgio davanti alla Francia

Ranking UCI 2018 Top Ten:

  1. Alejandro Valverde (Spagna) 4168
  2. Simon Yates (Gran Bretagna) 3160
  3. Elia Viviani (Italia) 3106
  4. Peter Sagan (Slovacchia) 3092
  5. Julian Alaphilippe (Francia) 2991,12
  6. Geraint Thomas (Gran Bretagna) 2777,25
  7. Greg Van Avermaet (Belgio) 2744,47
  8. Tom Dumoulin (Olanda) 2693,86
  9. Tim Wellens (Belgio) 2663
  10. Romain Bardet (Francia) 2545

Ranking UCI 2018 classifica degli italiani

  1. Elia Viviani 3106
  2. Sonny Colbrelli 1732,8
  3. Domenico Pozzovivo 1492
  4. Gianni Moscon 1451,82
  5. Diego Ulissi 1237
  6. Vincenzo Nibali 1172
  7. Andrea Pasqualon 1006
  8. Damiano Caruso 945,14

Ranking UCI 2018 Elia Viviani il più vincente al Mondo

Elia Viviani è il ciclista più vincente del 2018 avendo alzato le braccia al cielo per 18 volte nel corso della stagione alle sue spalle Dylan Groenewegen e Alejandro Valverde con 14 trionfi. Il campione della Quick-Step Floors ha dimostrato una grandissima continuità imponendosi sin dalle prima corse del calendario World Tour 2018 (terza tappa del Tour Down Under). Elia si è imposto anche al Dubai Tour (con classifica generale) e all’Abu Dhabi Tour. In primavera ecco trionfo alla Brugge-De Panne e ben quattro successi di tappa al Giro.

Poi ecco ben tre tappe conquistate alla Adriatica Ionica Race, il Campionato Italiano a Darfo Boario e la Classica di Amburgo per chiudere con altre tre frazioni della Vuelta di Spagna.

Bike ToURgether un libro contro la fibrosi cistica

Bike ToURgether di Matteo Marzotto

Bike ToURgether scritto da Matteo Marzotto ed edito da Cairo Editore non è solo un libro ma un vero e proprio percorso contro la fibrosi cistica

Bike ToURgether

Bike ToURgether

Bike ToURgether (ed. Cairo Editore), reportage fotografico lungo l’Italia nel nome di una grande squadra. Bikers, malati, volontari e ricercatori, uniti per vincere la fibrosi cistica sono raccontati nel lavoro di Matteo Marzotto.

Il libro raccoglie una serie di contributi di amici della Fondazione circa questa iniziativa nata nel 2012 da un’intuizione di Matteo Marzotto che vuole essere un Giro d’Italia della solidarietà e della generosità.

Campioni dello sport e campioni di solidarietà si uniscono, in numero sempre crescente, con semplici appassionati dal grande cuore (dai cinque ciclisti la manifestazione ha toccato i 150 partecipanti nella tappa-record in Barolo del Bike Tour 2017).

Il Bike Tour raccontato nel libro non è quindi solo una raccolta di fondi contro la malattia ma un viaggio che modifica la visione della vita e della consapevolezza comune a proposito di questa terribile malattia genetica.

Bike ToURgether – pedalare per la ricerca  è impreziosito dalle testimonianze dei malati e dei ricercatori impegnati per trovare la cura per la malattia genetica più diffusa nel nostro Paese.

La fibrosi cistica ha colpito Annalisa, sorella di Matteo, scomparsa nel 1989 a 32 anni

“La Fondazione è diventata negli anni una mia priorità, viaggia con me, ovunque io vada e con chiunque io sia. Se la fibrosi cistica è una malattia che si eredita, l’entusiasmo dei volontari è una virtù che contagia”. ha affermato Matteo Marzotto