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Filippo Graglia, intervista all’autore di All’orizzonte un toubabou

Redazione - Michele 5 Agosto 2020 6 min read

Filippo Graglia, intervista all’autore di All’orizzonte un toubabou

Filippo Graglia, intervista a cuore aperto con l’autore del bellissimo libro All’orizzonte un toubabou 25000 km di emozioni in bici 

Filippo Graglia  (fonte profilo Facebook)
Filippo Graglia (fonte profilo Facebook)

Filippo Graglia ha da poco pubblicato il suo libro dal titolo All’orizzonte un toubabou 25000 km di emozioni in bici, il racconto (certamente qualcosa di più) di un incredibile viaggio in sella ad una bicicletta lungo l’Africa tra avventure e incontri meravigliosi.

Abbiamo “chiacchierato” con Filippo in una mattina di agosto e le sue parole ci hanno riportato alle pagine del suo splendido libro (acquistabile anche su Amazon o presso la stupenda Enoteca Graglia di Castelnuovo Don Bosco), un vero inno al viaggiare in bicicletta e al saper accettare le diversità affrontandolo con il sorriso.

Ciao Filippo, anzitutto grazie per le belle emozioni che ci ha regalato il tuo libro e per la gentilezza con cui hai accetto l’invito per questa intervista

Grazie a voi ragazzi, è un piacere fare questa chicchierata!

 “Sono quello che vivo“ hai scritto sul tuo blog, chi era Filippo Graglia prima di questo viaggio e chi è Filippo oggi?

Filippo prima del viaggio era ingegnere aerospaziale e fino a un mese prima della partenza ho lavorato in un’azienda aeronautica poco distante da Torino. Oggi la mia figura è evoluta: ho scritto un libro e ora sto imparando a fare formaggi in alpeggio.

Con quale bicicletta hai effettuato il tuo viaggio?

Il telaio è Salsa Fargo. Assieme con Ciclocentrico, negozio di Rivoli, abbiamo allestito un mezzo che potesse affrontare quasi ogni tipo di strada: ruote da 3 pollici, dropbar, dinamo al mozzo e qualche trucchetto qua e là per migliorare la funzionalità della bici. Ho viaggiato in bikepacking, quindi con borse appese al telaio; rendono la bici molto più maneggevole dei normali bagagli da cicloviaggio.

Come si è allenato Filippo Graglia per una simile avventura? Fisicamente e mentalmente

Nessun allenamento specifico, fisico o mentale. Ho continuato a fare quello che ho sempre fatto: qualche giro in bici, due/tre sessioni di arrampicata in palestra, alcune uscite in montagna. Con un viaggio in bici mi posso permettere di partire con poco allenamento, strada facendo arriva sempre!

Spesso un simile viaggio è una “fuga” mentre il tuo viaggio mi pare segnato dalla voglia di scoperta e di confronto con un altro mondo. Cosa fa scattare la molla per decidere di mollare un lavoro sicuro e partire una simile avventura?

Si esatto, la mia è stata tutt’altro che una fuga. Per certi versi anzi, abbandonare la mia “vita precedente” è stato difficile. Eppure la scelta di partire per me è stata assolutamente naturale, un normale prosieguo del mio cammino di vita. È uno di quei momenti che bisogna però saper cogliere, e se richiede di lasciarsi alle spalle certe comodità e una stabilità affettivo/lavorativa… ben venga.

Quanto era pianificato del tuo viaggio e quanto (credo tanto) è stato dettato dall’istinto, dal momento?

Ti rispondo dicendo che al principio pensavo che se fossi arrivato fino a Gibilterra, sarei già stato felice e soddisfatto; ovviamente non è andata così. L’itinerario andava programmato per sommi capi (e qui una mappa cartacea è stata fondamentale) in modo conoscere le date di ingresso e uscita nei vari paesi, per questioni legate ai visti. Giorno per giorno il tragitto poteva essere casuale oppure seguivo un itinerario se mi ispirava particolarmente. In questo modo sono riuscito a garantirmi una immensa libertà.

All'orizzonte un toubabou Di Filippo Graglia
All’orizzonte un toubabou Di Filippo Graglia

Nelle pagine del tuo libro quello che traspare è la sensazione di accoglienza (a parte rare eccezioni), credo che il tuo libro possa essere d’insegnamento per molti che vivono in un costante clima di odio verso “l’altro”, cosa ne pensi?

L’idea che mi son fatto è che in molti casi questo odio sia frutto dell’ignoranza. Lo straniero spaventa, lo straniero infetta la nostra cultura, le nostre usanze. E alcuni politici sfruttano questa ignoranza per diffondere odio. Ciò è probabilmente frutto della nostra storia, della nostra cultura e del nostro pensiero. Anche la loro accoglienza ha queste origini. L’accoglienza è alla base della cultura e religione (uno dei cinque pilastri dell’Islam è il pellegrinaggio, e l’accoglienza e il supporto dei pellegrini è fortemente favorita). Penso che a tutti noi farebbe bene viaggiare un po’ di più, per scoprire e apprendere questa semplice verità.

Si parla di Africa, ma forse è più corretto parlare di “Afriche”. Tante nazioni, spesso in conflitto o sfruttate, qual è il filo conduttore che unisce tutti i paesi che hai attraversato (se c’è!)?

Verissimo, non è una sola Africa. Kapuscinski scriveva che “È solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamiamo Africa”.  Nonostante ciò gli aspetti comuni alle varie etnie sono parecchi; spesso le similitudini si applicano a popolazioni residenti in una stessa latitudine. I popoli della foresta saranno più simili che non i popoli del Sahel. Troviamo similitudini nella gerarchia sociale (ho conosciuto capi villaggio quasi ovunque) ma anche nelle lingue parlate (così come nel resto del mondo, anche in Africa varie lingue hanno una radice simile). Anche il modo di trasportare gli oggetti è quasi ovunque lo stesso: su di un cercine posto sul capo. Solo dove la foresta è più fitta (alcune regioni dell’Africa centrale) le merci sono trasportate a spalle.

L’amicizia è un altro concetto che permea il tuo viaggio. Amici “di pedalate”, amici italiani conosciuti lungo il viaggio e amici autoctoni conosciuti nel villaggio. Quanto ti ha arricchito in termini umani questo viaggio?

Questo viaggio si fonda sull’amicizia, senza di essa sarebbe probabilmente fallito. Il fatto di dovermi porre sempre e in ogni situazione nelle mani di un altro, di dover dare fiducia, mi ha aiutato molto per stringere nuovi legami. Inizi un rapporto esponendoti, mostrando una versione schietta e sincera di te, e la gente apprezza ciò.

L’odore che più ricordi? Il colore del cielo che non potrai mai dimenticare? Il cibo più strano che hai mangiato? Il villaggio che porterai sempre nel cuore?

È stato un viaggio di percezioni, in cui i profumi hanno svolto un ruolo fondamentale.Ho tanti odori in mente, ma il primo che mi son ricordato è quello della salsa di arachidi, condimento diffusissimo in buona parte dell’Africa Occidentale, che è stata la mia pietanza per parecchi mesi. Con la popolazione più povera che mangia soltanto una volta al giorno, io talvolta mi trovavo a mangiare lo stesso piatto a colazione, pranzo e cena.

I cieli d’Angola non li scorderò mai: blu intenso con grandi nuvole bianchissime, in costante movimento. Una scenografia magnifica sotto cui pedalare. Talvolta mi trovavo ad inseguirne l’ombra su una strada bianca, talvolta mi fermavo e semplicemente contemplavo.

Cibi strani ne ho trovati parecchi: si mangia quel che si trova. Una sera pantegana, un’altra sera scimmia, quando va bene qualche antilope. (che poi strano in questo caso è soltanto legato alla consuetudine: l’africano trovava strano il fatto che io mangiassi la pasta con del sugo, e non come contorno a un piatto di carne o in un panino con fagioli e uova…)

Tanti sono i villaggi che ricordo con piacere. Spesso il ricordo è legato principalmente alle persone incontrate, non al paese in sé.

Il tuo viaggio non è stato certamente una passeggiata ma le pagine del tuo libro raccontano di tanta umanità e accoglienza. Viviamo in un mondo in cui tanti giocano con la paura della gente, quanto di sbagliato nel preconcetto della paura dell’ignoto?

Non necessariamente la paura dell’ignoto è condannabile. Fortunatamente l’ignoto mi ha sempre richiamato con intensità: l’ignoto è una scoperta, un’opportunità. Eppure è normale che qualcuno sia spaventato da ciò. La paura porta con sé una grande forza; se questa viene male indirizzata, può essere un gran catalizzatore di repulsione, e di odio.

Spesso quando eri in “difficoltà” con la lingua hai usato il sorriso per entrare in empatia con gli abitanti del posto. Quanto manca a noi Europei la capacità di sorridere a chi ci chiede aiuto?

Spesso un sorriso si ricambia con un altro sorriso. In un mese e mezzo trascorso a pedalare per l’Italia ne ho ricevuti tantissimi, e tanti sono stati i gesti di gentilezza ricevuti. E rispondendo a una domanda che mi ero fatto anche io in precedenza, sì, anche in Italia ci son persone che ti aprono la porta di casa pur senza sapere chi tu sia… perché il sorriso è davvero il linguaggio universale.

Hai qualche nuovo viaggio che frulla nella tua testa?

Sempre! In questo momento avrei dovuto essere negli USA, per un thru-hike di 5000km. Magari l’anno prossimo… Intanto sto guardando per quest’inverno, COVID permettendo, qualche paese caldo, possibilmente nella penisola arabica.

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Tags: All'orizzonte un toubabou Filippo Graglia

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