Chloé Dygert: dieta da campione del mondo? Non proprio

Chloé Dygert, ecco come mi nutro… non spaventatevi!

Chloé Dygert, campionessa del Mondo a cronometro in Yorkshire ha raccontato Il suo regime alimentare tutt’altro che privo di “schifezze”

Chloé Dygert (fonte pagina Instagram)

Chloé Dygert (fonte pagina Instagram)

Chloé Dygert lo scorso mese si è laureata campionessa del Mondo a cronometro per la categoria Elite a soli 22 anni. L’atleta statunitense ha già nel proprio armadio qualcosa come otto medaglie d’oro e un argento olimpico che l’hanno fatta diventare una delle atlete più ammirate del panorama mondiale.

Originaria dello stato degli Indiana (USA), Chloé si è avvicinata al ciclismo a soli 15 anni iniziando una vita da “nomade” che la porta ad allenarsi qua e là per gli Stati Uniti. Washington, Idaho e soprattutto Colorado (dove è solita allenarsi presso le strutture di Colorado Springs) sono ormai di casa in base al tipo di competizione per cui si prepara.

Tanti allenamenti e tanto girovagare possono essere un ostacolo per gestire correttamente la propria dieta ma, proprio l’aspetto legato alla alimentazione, è particolarmente sensibile per la ciclista americana. In un mondo in cui è norma rispettare regimi alimentari ristrettissimi, con ridotto apporto calorico la Dygert va in controtendenza sposando una filosofia non restrittiva in fatto di calorie.

“se devo essere sincera la mia alimentazione non è propriamente sana, Adoro i pop-cake e i fast food e se mi viene una voglia cerco di saziarla. Certo il peso è un limite ma non penso che la dieta sia una soluzione, anzi bisogna mangiare ciò che desideri e che fa bene al tuo corpo, io la vedo così” ha spiegato la ragazza a velonews. Chissà in quanto, atleti e non, provano una sana invidia per un siile atteggiamento.

“Mi piace mangiare circa due ore prima dell’allenamento mattutino. Se corriamo, per esempio, alle 10 del mattino mi sveglio alle 7.30 e alle otto faccio colazione. Prima di andare a letto preparo un mix di avena, latte di mandorla e semi di chia per la mattina seguente. Se sono ad una corsa mi porto un tapperware con gli ingredienti così posso preparare la mia colazione preferita anche in hotel” ha raccontato Chloé Dygert.

Prima dell’uscita si “carica” con barrette (almeno un paio), frullati, crostate di ciliegia che sono uno dei suoi cibi preferiti. Come bevanda un Gatorade che le consente di non disidratarsi.

In caso di allenamenti prolungati, sopra le tre ore, ecco che la ragazza usa una proteica alla vaniglia Core Power. E a pranzo?

“una ciotola con riso integrale, pico de gallo, guacamole, un albume e tofu, che friggo in padella sul fuoco con un po ‘di olio d’oliva in modo che sia ancora più croccante”. Insomma proteine anche vegetali senza disdegnare la carne rossa.

Al pomeriggio prosegue la “dieta” con “un paio di tazze di burro di arachidi, alcune fette di torta e acqua arricchita con vitamine oppure limonata”. Insomma un bel pieno di energia per la “piccola” Chloé Dygert.

La dieta prevede cena con riso o pasta meglio se spaghetti larghi, salsa di soia e tofu e qualche proteina. Non c’è che dire, la ragazza ha uno stomaco di ferro!

“Si, sono fortunata posso mangiare praticamente tutto anche in prossimità di una gara, unica cosa evito il piccante. Ultimamente evito di andare ai fast food ma li ho sempre adorati. Non amo privarmi dei piaceri, se dopo un allenamento mi viene voglia di mangiare una ciambella, la mangio.”

Una dieta anomala ma se i risultati sono quelli ottenuti sino ad ora, nessuno può dirle nulla!

Chloé Dygert Owen affronta le sue paure

Chloé Dygert Owen tra gioia e paura

Chloé Dygert Owen è tornata all’Amgen Tour of California un anno dopo lo spaventoso incidente che ha condizionato la sua stagione scorsa

Chloé Dygert Owen (fonte pagina twitter)

Chloé Dygert Owen (fonte pagina twitter)

Chloé Dygert Owen, vittima di un bruttissimo incidente lo scorso anno ha fatto il suo ritorno in gara all’Amgen Tour of California.

La medaglia d’argento olimpica in carica ha spiegato a VeloNews il suo stato d’animo: “non è facile superare lo shock dell’incidente, sto lottando per uscirne”. Proprio un anno fa, durante gli ultimi chilometri della tappa di apertura della Amgen Tour of California Race del 2018 la Dygert Owen venne coinvolta in una caduta durante la preparazione della volata. La conseguenza, oltre a grandi botte, fu un trauma cranico che ha compromesso l’intera seconda parte della stagione.

Dygert Owen ha perso il controllo il controllo della sua bicicletta deviando la traiettoria e andando a sbattere sull’asfalto pestando violentemente il capo sull’asfalto. Ad un anno esatto dall’incidente, il rientro alle corse con la Sho Air-Twenty20 non può che far riaffiorare i brutti ricordi.

“Il primo giorno ero davvero e preoccupata e scarica, questo mi ha tolto molte energie mentali. Il secondo giorno ho avuto problemi ad anca e schiena e non ero per nulla in forma ma fortunatamente le mie compagne Emma Grant e Jasmine Duehring hanno pedalato davvero alla grande!

Non è difficile comprendere lo stato d’animo della atleta in quanto i postumi del trauma cranico sono stati assolutamente importanti tanto da non riuscire a tornare a correre per buona parte della stagione perdendo anche la prova nazionale su strada, prima di tornare in competizione a luglio per gareggiare nel Kristin Armstrong Chrono Classic.

I sintomi della ferita alla testa si sono protratti fino ad agosto e, dopo aver preso parte ad un training camp a Colorado Springs la Dygert Owen si è di nuovo presa una pausa dalle corse e dall’allenamento.

 

Chloé a marzo ha vinto tre tappe e la generale al Chico Stage Race in California, e poi si è ripetuta in due frazioni e nella classifica generale al Joe Martin Stage Race ad aprile. Dygert Owen ha dimostrato anche di aver aver ripreso il feeling con le salite durante il Tour of the Gila a maggio, dove ha vinto due tappe e si è classificata al secondo posto nella classifica generale.

Questi risultati sono un incoraggiante trampolino verso le Olimpiadi del 2020 a Tokyo ma prima il suo obiettivo saranno i campionati nazionali su strada e a cronometro per poi puntare a ben figurare ai mondiali nello Yorkshire.

 

Christine Catlin aveva intuito il malessere di Kelly

Christine Catlin ricorda gli ultimi giorni di Kelly

Christine Catlin e la famiglia di Kelly ricordano l’escalation negativa che ha portato al suicidio della giovane atleta

Kelly Catlin (fonte pagina Twitter)

Kelly Catlin (fonte pagina Twitter)

Christine Catlin lo aveva capito, aveva capito che Kelly aveva qualcosa che non andava. Erano passati alcuni giorni nel silenzio, i messaggi di chat non letti, le telefonate erano dirottate alla voce gracchiante della segreteria telefonica. I vuoti di comunicazione non erano rari con Kelly spesso in giro per il mondo impegnato in qualche competizione ma questa volta la cosa suonava strana, era un silenzio diverso

“Ho avuto un brutto presentimento quando la mamma mi ha detto che non riusciva a parlare con Kelly, non ero sorpresa ma sono scoppiata in pianto premonitore” ha raccontato Christine Catlin a VeloNews . 

Va detto che a fine gennaio Kelly Catlin aveva già tentato il suicidio nel suo appartamento nel campus della Stanford University. Il tentativo era fallito, Kelly era stata trovata in bagno, sguardo fisso su di uno specchio stravolta dai gas tossici inalati. La giovane ciclista era stata ricoverata una settimana presso l’Ospedale di Stanford. Dopo le dimissioni Kelly aveva spiegato a Mark Catlin e Carolyn Emory (i genitori) che non avrebbe più provato un simile gesto e aveva iniziato un percorso di terapia di gruppo. In ospedale Kelly aveva parlato con uno psicologo ma poi aveva firmato per essere dimessa. I genitori della ragazza hanno quindi insistito perché partecipasse a sessioni di terapia di gruppo ma ben presto ha smesso considerando gli incontri una perdita di tempo.

Purtroppo Kelly è stata trovata priva di vita, vittima dell’inalazione di gas tossici, gettando nella disperazione la famiglia e la Rally Pro Cycling di cui faceva parte.

Kelly capelli corti, sorriso luminoso e tanta grinta è stata ricordata dalle compagne come timida e determinata, sempre concentrata sul ciclismo.

Ma Kelly non era solo “ciclismo, Kelly era da sempre un talento, nello sporto, nella musica e nelle lingue. Amante del violino e dell’heavy metal della fantascienza e della matematica, sempre pronta alle sfide e forse troppo competitiva.

Dopo la tragedia, la famiglia Catlin ha iniziato a chiedersi se proprio questa determinazione estrema l’abbia spinta un percorso emotivo malsano che ha portato al suo suicidio.

“Il suo sentimento prevalente era l’orgoglio per essere una studentessa laureata e al tempo stesso una ciclista professionista.  Quando le cose sono andate male, è entrata in crisi – ha spiegato il padre a VeloNews – altri avrebbero preso un pausa ma lei non si dava pace e, non sentendosi più all’altezza dei suoi standard interni, si è uccisa”.

Kelly è stata portata al ciclismo da suo fratello, Colin (che ha iniziato a correre sul ciclocross all’età di 14 anni) amava il lato analitico del ciclismo ed è stato rapidamente risucchiato dall’enfasi dello sport sulla formazione scientifica.

La carriera ciclistica di Kelly è decollata rapidamente. Nel 2014, ha frequentato un camp del  Comitato Olimpico degli Stati Uniti ed è  stata scelta, insieme a Chloé Dygert, Jennifer Valente e Ruth Winder, per competere nell’inseguimento alle Olimpiadi del 2016.

“Kelly voleva raggiungere la perfezione in tutto ciò che faceva, non voleva mai mostrare debolezza, voleva sempre rendere tutti orgogliosi, e prima di tutto, non voleva mai deludere nessuno” racconta Andy Sparks, allenatore della squadra statunitense.

Kelly Catlin e la squadra statunitense a Rio 2016 hanno vinto la medaglia d’argento dopo una serrata battaglia con la squadra della Gran Bretagna nel round finale. Sempre severa con se stessa Kelly restò inizialmente delusa di non aver confermato l’oro Olimpico della nazionale USA.

Un punto chiave per comprendere le motivazioni di Kelly è probabilmente legata alla sua personalità riservata.  Quando Kelly si è trasferita a Colorado Springs ha sempre voluto gestirsi in autonomia, non ha mail voluto chiedere aiuto al team o a vicini.Non si è mai troppo aperta o confidata con le colleghe di squadra ma, in privato, Kelly ha ammesso alla sua famiglia che stava cominciando a sentirsi male.

“Ci ha detto che si sentiva intrappolata da questi obblighi – racconta Mark Catlin -Le abbiamo detto che poteva tirarsi indietro ma voleva essere all’altezza delle sue aspettative”.

Nelle ultime settimane Kelly si lamentava di sentirsi apatica nei suoi allenamenti, di sentirsi quasi in trappola e schiacciata dai pensieri. Un incidente a inizio gennaio le aveva lasciato in “dono” una serie di vertigini e di dolori alla testa a causa di una commozione celebrare.

“Prima dell’incidente le sembrava ancora di avere il controllo su se stessa –  racconta Carolyn Emory – dopo la commozione cerebrale, ha espresso il timore che stesse diventando matta”.

Il primo fallito tentativo di suicidio aveva lasciato strascichi nel fisico della ragazza: l’inalazione dei gas tossici ne avevano danneggiato cuore e polmoni e anche allenarsi era diventato più duro tante che in una delle ultime chiamate con la famiglia aveva espresso il desiderio di chiudere con il ciclismo.

Kelly Catlin si è tolta la vita a 23 anni

Kelly Catlin si è suicidata

Kelly Catlin si è suicidata: la 23enne aveva vinto tre Mondiali nell’inseguimento a squadre,  ignoti i motivi del gesto estremo

Kelly Catlin (fonte pagina Twitter)

Kelly Catlin (fonte pagina Twitter)

Kelly Catlin si è suicidata: la notizia è stata diffusa dalla Federazione Statunitense ed è stata ripresa da VeloNews. Una notizia tristissima ha travolto il mondo del ciclismo. La giovane atleta aveva conquistato tre titoli mondiali consecutivi con il quartetto nell’inseguimento (2016-2018) ed aveva conquistato la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Rio 2016. Kelly aveva ottenuto anche due bronzi mondiali nell’inseguimento individuale (2017-2018), era anche una studentessa in ingegneria a Stanford dopo aver conseguito una laurea in matematica e in cinese. Era anche una violinista e artista di talento.

“Siamo profondamente rattristati dalla scomparsa di Kelly –  ha dichiarato il presidente e amministratore delegato di USA Cycling, Rob DeMartini  – Ci mancherà tantissimo, Kelly era più che un atleta per noi e farà sempre parte della famiglia USA Cycling. I nostri pensieri e preghiere sono con la famiglia Catlin. Questo è un momento incredibilmente difficile e vogliamo rispettare la loro privacy “.

E’ stato il padre di Kelly, Mark Catlin, a confermare che la figlia si è tolta la vita.

“Non passa un minuto che non pensiamo a lei e pensiamo alla vita meravigliosa che avrebbe potuto vivere – ha dichiarato Mark Catlin a Velonews  – Non c’è un secondo in cui non daremmo liberamente le nostre vite in cambio della sua. Il dolore è incredibile. “

Molto colpito l’ex ciclista Michael Sayer: “Perdita devastante per l’intero movimento americano”.

“Perdere una persona così incredibile e così giovane è molto difficile. Le nostre più sentite condoglianze vanno alla famiglia e a chi è stato fortunato di averla conosciuta” è il comunicato del Team Rally.

 

Peter Stetina ritorno dall’inferno

Peter Stetina prova a tornare protagonista

Peter Stetina della Trek-Segafredo sta rapidamente tornado ad apprezzare la gioia di pedalare dopo aver pensato di smettere

Peter Stetina (fonte pagina Tweeter)

Peter Stetina (fonte pagina Tweeter)

Peter Stetina ha schivato non poche “buche” nel corso della sua carriera, su tutte il terribile incidente che nel 2015 ha rischiato di porre fine alla sua carriera.

“Mi sento come la Fenice – ha raccontato Stetina a VeloNews – sono tornato indietro dal baratro un paio di volte prolungando una carriera che sembrava finita”

Stetina ha già fatto un ritorno al ciclismo clamoroso dopo che nel 2015 aveva colpito un dissuasore di metallo durante il Giro dei Paesi Baschi. Chirurgia, terapia e soprattutto tanta grinta sono state le “cure” per rimetterlo in gruppo.

Il 2018 del ciclista della Trek-Segafredo è stato segnato da tanti piccoli inconvenienti forse anche più fastidiosi dell’incidente del 2015.

Stetina ha fatto il suo debutto nella stagione 2019 in Australia il mese scorso dove, nel corso di una intervista, ha confessato di aver considerato l’abbandono del ciclismo professionistico.

“L’anno scorso, ho sofferto molto, la gente poteva leggermi in faccia che ero preoccupato. Non mi sentivo me stesso, non sentivo lo stesso piacere nell’andare in bicicletta – ha raccontato – mi sono ritrovato a mettere in discussione non solo la mia carriera futura ma anche quello che avevo fatto e scelto in passato”.

La stagione 2018 è stata, come detto, difficoltosa per Stetina colpito prima da un virus e poi vittima della frattura di una clavicola durante la preparazione del Tour de France per chiudere con difficoltà nel rinnovo del contratto.

“È stato un ciclo continuo di sfortuna – ha raccontato Stetina – non trovato la condizione e mi sono chiesto se fosse arrivato il momento in cui il corpo dice di fermarti- Dopo alcuni esami abbiamo compreso che la causa era il virus Epstein-Barr”

Il virus, che ha colpito Stetina ha segnato le sue prestazioni creando difficoltà a riprendersi dagli sforzi con la conseguente preoccupazione e frustrazione dell’atleta.

 

“Inizialmente avvertivo un lieve affaticamento, un giorno mi sentivo benissimo e il giorno dopo non avevo la forza per uscire, ero confuso e incapace di poter organizzare il mio calendario di corse” ha spiegato Peter

La situazione si è aggravata con l’incidente alla clavicola che gli ha impedito di prendere il via al Tour il tutto proprio nell’ultimo anno di contratto con il team. Tutto sembrava volgere al peggio quando è arrivata l’offerta della Trek-Segafredo per il 2019.

“E ‘stato bello avere ricevuto un’offerta della formazione americana, mi ha dato la giusta fiducia. Posso ancora divertirmi con il ciclismo, non sono ancora un veterano ma non sono nemmeno giovane ho accumulato esperienza anche nelle difficoltà. Sono pieno di motivazioni e voglio godermi il piacere di correre, sono cose che cambiano in meglio la vita”.

Tadej Pogacar promessa del ciclismo mondiale

Tadej Pogacar pronto per il salto di qualità?

Tadej Pogacar talento della UAE Emirates di Mauro Gianetti dopo un buon Tour Down Under è pronto a stupire e crescere

Tadej Pogacar (fonte pagina Facebook)

Tadej Pogacar (fonte pagina Facebook)

Tadej Pogacar ha solo vent’anni ma ha già mostrato al recente Tour Down Under quanto sia pronto a ragionare da big del ciclismo mondiale. Certo gli occhi dei giornalisti in questo momento non sono focalizzati sul giovane sloveno ma questo poco importa al corridore della UAE Emirates conscio che a breve la tendenza verrà invertita.

“Ha un potenziale molto grande, ha tutte le carte in regola per diventare un corridore da grandi corse ha tappe” ha dichiarato il team manager Mauro Gianetti a Velonews.

Pogacar lo scorso anno ha conquistato, praticamente da solo, il Tour de l’Avenir 2018 dell’anno scorso destando l’attenzione della UAE:

“Quello che ha fatto al Tour de l’Avenir dimostra come sia adatto ai grandi giri. Con noi ha firmato già un anno e mezzo fa, è uno dei grandi prospetti del ciclismo mondiale e siamo contenti di essere stati i primi a metterci gli occhi addosso” ha proseguito Gianetti.

Tadej Pogacar ha toccato già il cielo con un dito nell’aver pedalato accanto a un idolo come Peter Sagan e ha dimostrato tutta la sua umiltà e voglia di apprendere ma già allo scorso Tour della Slovenia aveva dimostrato tutto il suo valore chiudendo quarto alle spalle di mostri sacri come Primož Roglič, Rigoberto Urán e Matej Mohorič.

“Il mio sogno da ragazzino era diventate un professionista ora che l’ho raggiunto mi sono dato altri traguardi. Il mondo dei Pro è tutto diverso dagli under 23, qui quando si inizia ad andare veloci si va superveloci!” ha raccontato lo sloveno.

Gianetti ha confermato che non c’è un grande tour nei piani di Tadej Pogacar ma che dopo le corse australiane si trasferirà in Europa per essere al via alle Strade Bianche e al Giro dei Paesi Baschi prima di prendere il via all’Amgen Tour of California.

E’ opinione diffusa tra gli addetti ai lavori che Pogacar abbia il pedigree per diventare un giorno un big per le corse a tappe forte delle sue doti da scalatore a cui si affiancano abilità contro l’orologio.

“Spesso i giovani corridori di talento hanno fretta di bruciare le tappe ma lui ha la personalità per prendersi il suo tempo e non sentire le pressioni – ha detto Gianetti – può diventare un big e noi lo aiuteremo in questo cammino facendo i giusti passi”.

“Fabio Aru è un compagno a cui guardare, voglio imparare da lui ma sono un corridore diverso, voglio imparare e migliorarmi è una cosa che è costantemente nella mia mente” ha dichiarato. A volte questa tensione non è positiva perché mette nervoso” Pogačar

Questo desiderio di miglioramento costante è una parte così dominante del suo personaggio che compare anche nella sua biografia su Instagram, (scritta in inglese piuttosto che il suo sloveno nativo):

“Sono ciclista, potrei non essere il migliore, ma è quello che vogliono essere. Potrei non arrivarci mai, ma non smetterò mai di provare. “

 

Niente autobus: siamo australiani! OK

Niente autobus al Tour Down Under

Niente autobus, sole, contatto con i tifosi e ambiente rilassato questo è stato il Tour Down Under da poco concluso

Niente Autobus e i tifosi più piccoli festeggiano (fonte pagina facebook Tour Down Under)

Niente Autobus e i tifosi più piccoli festeggiano (fonte pagina facebook Tour Down Under)

Niente autobus, tanto sole benvenuti al Santos Tour Down Under! Chi è abituato a frequentare le gare WorldTour sa che avvicinare i ciclisti è possibile ma non facile in quanto spesso gli atleti sono soliti chiudersi nei pulman delle squadre prima e subito dopo il termine delle corse.

In Australia, complice il clima cordiale, questo spesso non accade, anzi a giudicare dalle immagini è più facile vedere i ciclisti all’aperto.

Fa piacere vedere Peter Sagan della Bora-Hansgrohe che firma beatamente autografi vicino ai fans, o Michael Valgren della Dimension Data che prende il sole in relax o, ancora, Elia Viviani si ripara sotto un lenzuolo appeso tra le porte del furgone della sua Deceuninck-Quick-Step

“Questo è ciò che rende il Tour Down Under così unico – ha dichiarato Rory Sutherland a Velonews – nessuno ha spostato i bus fino a qui e questo ha reso, come sempre, la corsa diversa”.

Visto l’impossibilità di inviare in Ocenia i mega-bus dei team, gli organizzatori hanno offerto ad ogni squadra un furgone di grandi dimensioni e due auto da corsa. Così, invece di nascondersi dietro i vetri oscurati dei pulman, i ciclisti si siedono lungo i marciapiedi a stretto contatto con i fans e i curiosi.

Niente autobus: cosa pensano i ciclisti?

Il clima disteso del Down Under non dispiace al veterano Robert Gesink della Jumbo-Visma:

“qui il clima è rilassato, non c’è troppa fretta, i trasferimenti non sono troppo lunghi e l’organizzazione è impeccabile”. Spesso i ciclisti sentono la mancanza del contatto con il pubblico cosa che ha da sempre reso il ciclismo uno sport del popolo”.

I bus, sempre più lussuosi, hanno fatto le loro prime apparizioni qualche decennio fa (la PDM fu uno dei primi team ad averne uno negli anni ‘80) per poi diventare di uso comune negli anni ’90. Oggi le aree  nei pressi delle corse spono super-affollate di autobus megagalattici che ospitano staff e corridori.

Gli aspetti positivi di questi grandi motor-home sono molti: i ciclisti hanno subito modo di cambiarsi, di rilassarsi senza pressione di fans e giornalisti e di farsi la doccia accelerando l’attività di recupero post-gara.

In molti vedono in queste “novità” un distacco tra tifosi e atleti facendo perdere il fascino della popolarità del ciclismo ed effettivamente per gli “cacciatori di autografi e souvenir” gli spazi si sono notevolmente ridotti.

I ciclisti si sono ormai abituati al “confort” dei grandi bus e difficilmente rinuncerebbero a questa comodità ma, diciamolo, un ritorno al passato non è poi dispiaciuto a chi ha preso parte al Down Under.

Daryl Impey della Mitchelton-Scott non ha nascosto il suo apprezzamento: “Il Tour Down Under è una delle mie gare preferite dell’anno. Non avere a disposizione in nostro bus non è un problema e penso sia così per tutti i miei colleghi”.

Il Tour Down Under si caratterizza anche per il fatto di pernottare sempre nel medesimo hotel: le tappe sono corse nella regione di Adelaide, con le partenze e gli arrivi a non più di un’ora di distanza in auto..

“Le distanze che abbiamo percorso non sono lunghe e, quindi, non avere il nostro abituale parco di mezzi non è davvero un problema”, ha detto il direttore sportivo Bora-Hansgrohe Patxi Vila.

“Naturalmente una cosa del genere non potremmo farla durante una grande corsa a tappe – ha spiegato Robert Gesink – ma in Australia questo è possibile ed è estremamente funzionale. Questa situazione come dovrebbe forse essere il ciclismo. I fans si possono avvicinare facilmente ai corridori e scambiare due parole con noi quando al mattino ci spostiamo con le infradito nell’area di partenza. E’ molto rilassante”.

I fan australiani certamente possono avvicinarsi ai corridori rispetto ai loro omologhi in Europa. Anche se il furgone e l’area della squadra sono recintati da barriere ogni mattina, i tifosi possono arrivare subito accanto a dove i corridori si stanno preparando per ogni tappa.

E una volta tornati ad Adelaide, i ciclisti passeggiano attraverso una piazza centrale dalla principale area di sosta del giorno e hub per il team hotel. I fan che aspettano ogni giorno hanno molte possibilità di chiedere un autografo o una foto veloce.

“È anche il fascino del ciclismo. Ci sono alcune grandi stelle, ma qui sono seduti dentro un furgoncino “, ha detto Gesink. “È come dovrebbe essere il ciclismo. È vicino ai fan. Quando andiamo al mattino con le nostre infradito nell’area della tenda, i fan possono vederci e ci parlano. È molto carino.”

Alan Marangoni ricorda la nascita del fenomeno Peter Sagan

Alan Marangoni lascia il ciclismo e parla di Sagan

Alan Marangoni si ritira dall’attività agonistica e ricorda con affetto il rapporto con il fenomeno Peter Sagan

Alan Marangoni

Alan Marangoni

Alan Marangoni si ritira dall’attività agonistica ma manterrà per sempre affettuosi ricordi del suo tempo passato nel plotone ed in particolare quando accolse il giovane Peter Sagan alla Liquidas muovendo assieme i primi passi che hanno portato lo slovacco a diventare una star mondiale.

Marangoni, 34 anni, ha corso per 10 anni nei team professionistici con la divisa del Team Liquigas prima e ora con quella della Nippo Vini Fantini. 

Con la Liquigas, ha contribuito al lancio di Sagan. Ora con il Tour of Hainan si accinge a salutare il mondo del ciclismo professionistico.

“Ricordo gli anni passati assieme a Peter Sagan al team Liquigas, i quattro anni in quel gruppo sono stati i migliori della mia vita perché facevo ciclismo al massimo livello in una squadra fatta di amici prima ancora che di colleghi. Ho pedalato con Ivan Basso, Vincenzo Nibali e un Peter Sagan pronto ad esplodere ed è stato un vero onore.”

Ha spiegato il ciclista al sito Velonews.

“Sono stato un ciclista normale, non avevo il talento per vincere le grandi corse ma ho avuto la fortuna di passare momenti speciali aiutando i campioni con cui ho corso. Il giorno più bellodella mia vita in bicicletta è stato al Tour Tour de France 2013 nella tappa da Montpellier ad Albi.  Abbiamo tirato 120 km a tutto gas lasciando indietro i favoriti per le volate Cavendish, Kittel e Greipel e siamo andati direttamente al traguardo e Peter ha vinto. Ha trionfato Sagan ma è stato il trionfo del lavoro di squadra, davvero una grande giornata”.

Dopo quella vittoria, Sagan si è avvicinato al compagno e gli ha sussurrato: “Oggi hai fatto un grande lavoro, mi hai salvato il culo!”

Marangoni è passato professionista nel 2009 e ha corso dal 2011 al 2014 con la maglia della Liquigas. Nel 2015, lo sponsor Cannondale ha iniziato a collaborare con la Garmin-Slipstream e da quel momento l’Italia ha perso il suo ultimo team World Tour. In quel momento le strade di Alan Marangoni  e Sagan, passato con Bjarne Riis e Oleg Tinkov al Team Saxo Bank, si sono separate:

“E ‘stato un peccato, mi sarebbe piaciuto seguirlo. Spero che Peter scelga di fare il Giro d’Italia, lui è legato all’Italia ma non ha mai corso al Giro e per un campione come lui, penso che sia necessario per completare la sua carriera, il pubblico italiano è molto caldo e uno come lui può divertirsi”.

Marangoni a metà novembre, partecipa al suo ultimo evento, una corsa di un giorno ad Okinawa:

“Sono felice perché il mio sforzo è quasi finito ad Okinawa sarà la mia ultima corsa ho apprezzato il Tour of Hainan, un posto davvero carino, abbiamo visto molte belle spiagge, un mare spettacolare e anche gli hotel sono molto buoni. Sicuramente l’anno prossimo raccomanderò ai miei colleghi di venire qui e fare l’ultima gara dell’anno perché è un piacere.”.

Armstrong antidoping costoso e infruttuoso

Armstrong antidoping costa troppo e non da risultati

Armstrong antidoping poco utile, il texano noto per aver creato uno dei sistemi di doping più organizzato al mondo sottolinea l’inefficacia delle norme contro le sostanze vietata

Armstrong antidoping

Armstrong antidoping

Armstrong antidoping poco utile! L’ex professionista ormai caduto in disgrazia, che ha ammesso di essere stato al centro di uno dei programmi di doping più intricato nella storia dello sport mondiale ha dichiarato in una intervista a velonews che il sistema antidoping non funziona.

“So che sembrerà terribile sentire da me queste parole, ma seriamente, a volte penso che dobbiamo smettere di credere cosi duramente nell’antidoping“. Questa è stata la risposta data dal texano alla domanda sulle continue controversie che il mondo del ciclismo attraversa in materia di doping.

“Primo, non funziona. In secondo luogo, non riceviamo alcun credito per queste audaci iniziative, rispetto ad altri sport. Terzo, costa un sacco di soldi per pochissimi risultati ” ha rincarato la dose il corridore di Austin.

Lance Armstrong che aveva vinto sette Tours de France prima di vederseli annullare a causa delle notissime vicende che lo hanno visto come principale protagonista dello scandalo US Postal Service non le manda a dire e, come di consueto prende posizioni assolutamente forti:  “Ora sento che alcune persone stanno parlando della cessazione dei TUE. Ma la maggior parte degli altri sport può utilizzare tantissime sostanze che nel ciclismo sono illegali. Insomma prendete Tony Romo (ex quarterback dei Dallas Cowboys) lui ha potuto assumere del cortisone prima di una gara, nel ciclismo nessuno può farlo”.

Quella di Lance Armstrong è da sempre una figura controversa, fin dalle corse adolescenziali, passando per la storia miracolosa della rinascita dal cancro alle polveri dell’annullamento dei sette Tour de France vinti. Lance è passato da essere un simbolo positivo (o presuto tale) ad essere l’icona del male dello sport: “Questo genere di cose accade in tutti i tipi di percorsi della vita – che siano io, i russi o una statua confederata. I simboli vengono attaccati per far sembrare buoni i regolatori, ma il vero problema non sta davvero sparendo ”