Daniel Vasquez intervista esclusiva per ciclonews

Daniel Vazquez autore del libro UfoCilcismo

Daniel Vazquez intervista esclusiva per ciclonews ad uno degli autori del libro Ufociclismo assieme a Cobol Pongide

Daniel Vazquez

Daniel Vazquez (foto inviataci da Daniel)

Daniel Vazquez, assieme a Cobol Pongide, è uno degli autori di un libro assolutamente interessante e innovativo intitolato UfoCiclismo. Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile in cui si spiegano i fondamenti di questa disciplina che unisce la passione per la bicicletta ed una nuova concezione di mobilità all’Ufologia.

Come nasce la tua passione di Daniel Vazquez per l’UfoCiclismo?

Le prime derive psicogeografiche ufociclistiche erano del tutto sperimentali, organizzate da “K” e iniziano alla fine dell’estate del 1998, circa un anno prima della prima Critical Mass italiana. Eravamo in pochi, pressappoco una decina e venivamo quasi tutti dal collettivo Men in Red, rivista di ufologia radicale. Se non fosse stato per “K” non avrei mai compreso il nesso tra bici e UFO, il suo saggio breve “UfoCiclismo: virtù infantile del dischismo” che abbiamo deciso di ripubblicare nel libro che ho scritto con Cobol Pongide è stato amore a prima vista. Se la categoria di genio esistesse davvero e ho parecchi dubbi, se qualcuno mi convincesse che le cose fossero così allora direi che “K” era un genio! “K” era in grado di intercettare le idee dell’epoca che circolavano di mente in mente e che aspettavano solo di trovare la persona giusta al momento giusto per trasformarle in pratiche concrete. Cobol era allora molto giovane ed era l’ufociclista più motivato ed è stato lui a traghettare l’UfoCiclismo attraverso due generazioni, mentre nell’underground ufo-radicale tutti lo criticavano da posizioni davvero reazionarie, come il fondatore stesso del movimento: Ivano Merz. All’epoca il mio pseudonimo era Xain ‘d’ Sleena e finii per rompere con i MIR per tornare su posizioni meno filosofiche e più radicali, ma se abbandonai gli obiettivi politici che stavano per diventare riformisti dei miei vecchi compagni, l’amore per l’UfoCiclismo come forma di esplorazione urbana aperta alla scoperta incondizionata dell’alterità mi ha sempre accompagnato lungo questi venti anni, forse anche per la mia formazione di antropologo. Occorre ogni tanto guardare in su quando si va in bici, con attenzione, ma va fatto, se non vedi un UFO avrai conquistato comunque il paesaggio nella sua interezza.

 

 La psicogeografia nasce come esplorazione attraverso il camminare come mai lo “spostamento” al ciclismo?

La psicogeografia, una scienza ludica inventata dai lettristi Gilles Ivain (alias di Ivan Chtcheglov)  e Guy Debord nel 1953 a Parigi è stata considerata per lungo tempo come uno studio degli effetti precisi dell’ambiente urbano sui comportamenti affettivi degli individui. Tuttavia questa concezione della psicogeografia è tardiva e riflette soltanto la visione della disciplina da parte di Debord. Se si guarda ai primi report psicogeografici essa si presenta piuttosto come una scienza degli incontri casuali e dei luoghi che li provocano, più vicina all’idea che ne aveva Chtcheglov. Questa sua vocazione a favorire gli incontri casuali che si è man mano persa nella teoria post-lettrista, quella situazionista, fin dall’inizio è stata una fonte d’ispirazione più o meno evidente dell’UfoCiclismo. Nel nostro libro abbiamo molto insistito sull’attitudine più autentica della psicogeografia: quella dell’incontro con alterità incondizionate e incommensurabili, siano esseri umani o extraterrestri in fondo poco ci importa, sempre di incontri ravvicinati del terzo tipo si tratterebbe. Inoltre, l’Associazione Psicogeografica Romana di cui faccio parte da sempre sostiene che la psicogeografia deve essere condotta “con ogni mezzo necessario”, non solo camminando, non c’è una preclusione ideologica per un mezzo o per l’altro, la preclusione dipende dall’obbiettivo. Se l’obbiettivo è ad esempio l’esplorazione urbana su vasta scala o gli incontri ravvicinati, quello che chiamiamo esoplanetarismo, è chiaro che non utilizzeremmo mai uno skate che è un mezzo istrionico e autistico. La bici rispetto al camminare ha il rapporto di scala perfetto per l’esplorazione urbana e l’incontro ravvicinato esoplanetario, il camminare e suoi dettagli è meglio lasciarli al flâneur, così come l’esplorazione dello sprawl, della dispersione urbana, è meglio lasciarla all’automobile. Certo per noi ufociclisti l’automobile non esiste, esiste solo un immenso mezzo di trasporto diffuso che è l’intero parco automobili il quale andrebbe espropriato ai privati e trasformato in un common non inquinante.

Siamo nella “terza era spaziale”, dopo Luna e Marte, secondo Daniel Vazquez ora è il momento di andare oltre se?

Sì. Siamo stati noi ufociclisti a coniare il termine “terza era spaziale” in occasione del ciclo di convegni “Mars Beyond Mars” in cui abbiamo invitato le migliori menti italiane dell’epoca (come Roberto Paura, Flavio Rossi e Giorgio de Finis) proprio per designare una fase caratterizzata dal passaggio della conquista dello spazio da parte dei governi a quella da parte del capitale. Se la prima era spaziale è stata la contesa, durante la guerra fredda, per la conquista della Luna, la seconda è quella per la colonizzazione di Marte in cui l’avanguardia del capitalista collettivo è già da tempo all’opera. Tuttavia il reale obiettivo è la conquista dei satelliti del nostro sistema solare in cui è possibile la vita e possibilmente degli esopianeti, perché il capitalista collettivo è ben consapevole che sulla terra  i “Goal” dell’ONU previsti per il 2030 non saranno mai raggiunti e sostenibilità e benessere sono diventate parole-grimaldello per far passare le stesse politiche di sempre, senza nessun cambiamento reale della società planetaria. Vedrete come nel 2030 si procrastinerà tutto al 2050. Così mentre si tenta di salvare il pianeta terra, nemmeno tanto segretamente i capitalisti si adoperano al piano A: la fuoriuscita da un pianeta morente. Ma hanno fatto male i loro conti, come abbiamo sempre contestato agli Astronauti Autonomi, oggi nostri alleati, là fuori non c’è il vuoto da depredare, ma uno spazio già abitato. Si rischia una collisione senza cosmonauti preparati all’incontro con alterità incommensurabili e alla loro tecnologia di volo che tanto assomiglia a quella della bicicletta.

Come vedi la funzione della bicicletta nel 2030?

La bicicletta diverrà sempre più strategica finché non si esproprierà l’intero parco automobili del mondo ai privati. E molti obbiettivi dell’ONU non saranno raggiungibili se non con tale espropriazione. Per me  “No car city” non significa una città senza automobili, che rispetto ai mezzi di traposto pubblici classici, permettono una mobilità maggiormente flessibile, ma la loro trasformazione in un sistema diffuso né pubblico né privato, ovvero autogestito da consigli metropolitani, di mobilità gratuita e non nociva per l’ambiente. Non parlo né di bike-sharing né di car-sharing, odio la parola sharing, è un modo come un altro per non arrivare al nocciolo della questione urbanistica. Senza contare che sono forme molto soft di esperienze come quella delle biciclette bianche dei provo ad Amsterdam negli anni ’60 del tutto gratuite o di idee come quella degli anni ’90 di Oscar Marchisio di creare una Car-Net gratuita e non inquinante, idee di “comunismo delle automobili” provenienti dall’ambiente operaista che hanno ispirato la Mercedes Benz e i primi tentativi di car-sharing con le Car2go elettriche nel 2007. Quindi quello che mi auspico a prescindere dai ridicoli obiettivi paradisiaci dell’ONU, soltanto fumo negli occhi, mentre si prepara l’assalto all’Outer Space da parte di imprenditori come Elon Musk è biciclette dappertutto per bloccare le automobili fino al momento in cui le automobili non vengano espropriate.

L’uso della bicicletta è per molti un modo per uscire dai tracciati che si fanno in auto, quanto può servire l’UfoCiclismo in questo?

Il libro UfoCiclismo è un manuale pratico che invita a fare con la bici tutto ciò che l’automobile non può fare. Chi va in automobile e non va in bici leggendo il nostro Manuale non potrà che schiattare di invidia per i ciclisti scoprendo che talvolta grazie ad alcuni sotterfugi che abbiamo scoperto per la città di Roma, potenzialmente universalmente validi, un percorso in bici fa risparmiare più tempo di un’auto. E non dico le solite banalità sugli imbottigliamenti, etc. Dato un punto A e un punto B, una bici potrà arrivare con tali sotterfugi prima di un’automobile, con un po’ di velocità e volontà atletica, al punto B. Questo perché la bici può percorrere e trasgredire qualsiasi spazio, vi sono addirittura dei passaggi segreti in cui basta prendere la bici in spalla, proseguire qualche metro a piedi, riprendere la bici, per far sì che l’automobile perda un sacco di terreno. UfoCiclismo è pieno di consigli, esempi e mappe che aiutano anche ad esplorare la città per conto proprio al fine di diventare degli esperti nel trovare questi sotterfugi. Ovvero degli ufociclisti.

 

La scoperta di luoghi singolari che distano poco da noi si affianca alla scoperta del mistero nell’UfoCiclismo, quale ti affascina di più?

In realtà nell’UfoCiclismo non c’è niente di misterioso. Ci siamo proposti di avere un approccio “fisicalista dada” su argomenti solo apparentemente non scientifici come gli UFO, le Unità d’Ambiance e le Ley Line. Ecco sicuramente queste tre realtà che abbiamo affrontato cercando di essere il più rigorosi possibile e, allo stesso tempo, spassosi e ironici, sono quelle che più caratterizzano l’UfoCiclismo. A parte gli UFO, le Unità d’Ambiance che chiamiamo con l’acronimo UDA sono ormai oggetto di studio anche nell’accademia, e anzi io e Cobol ci siamo proprio divertiti a sfidare le teorie accademiche, soprattutto la cosiddetta “fenomenologia delle ambiance”. Si tratta niente di più e niente di meno che prestare attenzione alle atmosfere che si percepiscono andando in bici, facendone uno dei giochi d’elezione dell’Ufociclismo, anche perché vi è un certo tipo di atmosfera che è la più prossima e la più adatta all’incontro ravvicinato del terzo tipo vero e proprio, un’atmosfera che a nostro avviso una volta percepita è perimetrabile e ha tutta una serie di precise prerogative che chiamiamo UDA contattistica. E poi le Ley Line. Anche qui abbiamo un approccio materialista e  non New Age, chiunque può andarsi a cercare cosa sia una Ley Line su google e troverà una montagna di sciocchezze esoteriche. Noi siamo andati alle origini, alle teorie dell’archeologo autodidatta Alfred Watkins e le abbiamo sviluppate in senso materialista, d’altronde lo stesso Watkins non c’entrava davvero nulla con l’occultismo.

 

Raccontaci un accadimento “ufologico” o una deriva che piu’ ricordi.

Un accadimento recente è avvenuto nell’estate del 2017, ero al mare a Sabaudia con la mia ragazza, anche lei parte dell’Associazione Psicogeografica Romana e abbiamo avuto un ir1 eccezionale, un disco volante metallico che aveva un attitudine di volo anti-traiettoriale e discontinua (appariva e spariva). Abbiamo avuto la prontezza di riprenderlo con il cellullare e oggi il video è visibile sulla pagina youtube dell’UfoCiclismo. Quanto alla deriva, voglio ricordare la prima che io abbia mai fatto, nell’autunno 1994 con l’Associazione Psicogeografica di Bologna, cui poi ci siamo subito gemellati, voglio ricordarlo perché anche se eravamo in pochi e lo stile era molto British (noi abbiamo uno stile molto più “rude”, “raw”) è stata anche l’occasione per sferrare il mio primo attacco psichico, si trattava di un attacco a un ecomostro. Cos’è un attacco psichico? Sarà per un’altra intervista, perché qui dovremmo mettere in gioco Luther Blissett.

 Segui il ciclismo professionistico? Se si, hai un campione che ammiri?

L’ho seguito per anni, perché avevo dei cari amici con cui condividevo la passione, anche se loro erano proprio dei simpatici fanatici. Devi sapere e sono contento che ho finalmente l’occasione di dirlo in una rivista del settore che il gioco da tavola sul ciclismo professionistico più famoso al mondo, è una idea nata dei miei amici  che divenne quasi un gioco di ruolo con il contributo alle regole di tutti noi. Ci siamo visti per dieci anni dagli anni ’90 agli anni Duemila per giocare a questo gioco e una partita poteva durare anche dieci ore. Finivamo ubriachi, alle volte fino alla mattina del giorno dopo, dopo cagnare indicibili. I due giochi sono identici e a meno di non credere alla volgare teoria evoluzionista dell’Ottocento “stessi stimoli, stesse risposte”, qualcosa di strano c’è in questa vicenda. Tutti loro sono salutati nel libro UfoCiclismo, perché l’episodio ha dell’incredibile e va tramandato. Abbiamo avuto come ospite uno di questi miei amici per raccontare la storia proprio nella trasmissione UfoCiclismo Revolution condotta da Carolina Cutolo ed Edoardo de Falchi.  Comunque all’epoca mi era toccato in sorte come capitano della mia squadra Vandenbroucke che chiamavo nei momenti di disperazione Vandenbrocco oppure quando si arrampicava in montagna a tutta velocità, visto che non era la sua specialità, Vandersbrocco. Ma non credo nel professionismo ciclistico perché non credo nel professionismo in generale nello sport, anche se ho sempre avuto un debole infantile per la Euskaltel-Euskadi.

 

Cobol Pongide intervista esclusiva per ciclonews

Cobol Pongide intervista con un degli autori di Ufociclismo

Cobol Pongide intervista con un degli autori assieme a Daniel Vasquez di Ufociclismo, musicista innovativo 

Cobol Pongide

Cobol Pongide

Cobol Pongide intervista esclusiva per ciclonews.biz ad uno degli autori assieme a Daniel Vasquez del libro UfoCiclismo. Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile di cui vi abbiamo parlato qualche settimana fa. Cobol Pongide è sicuramente una persona interessante ed alternativo (oltre che un cantante alternativo) che abbiamo avvicinato per una interessante intervista ad un recente concerto.

Ciao Cobol, anzitutto grazie per questa intervista.

Ciao Ragazzi, grazie a voi per questo spazio che dedicate a me e che avete dedicato al libro Ufociclismo

C’è un forte legame musica e spazio, molti cantanti ne parlano? Il tuo modo è molto originale, c’è qualche band o cantante che ti ha ispirato?

Si la musica contemporanea si è rivolta molte volte verso il cosmo, spesso in una chiave utopica, come una sorta di “terra promessa” o luogo su cui rifondare l’umanità.
C’e’ poi tutto un filone “space” che va dal pop al rock fino all’elettronica che s’ispira costantemente allo spazio. Gli inglesi Hawkwind ad esempio ma anche molte cose del primo Franco Battiato.
Il mio approccio allo spazio proviene invece più dalla fantascienza che dalla musica. Molti anni fa lessi un’intervista a Frank Black dei Pixies che evocava per la propria produzione musicale tutto l’immaginario dei b movie americani di fantascienza degli anni Cinquanta. Anche quell’intervista mi fu d’ispirazione ma preferisco farmi illuminare dalla fantascienza letteraria di Dick, Lem e Heinlein.

Sul palco presenti tanti “giocattoli”, qual è il tuo preferito?

Tra i giocattoli che utilizzo per comporre la mia musica quelli che preferisco sono un po’ tutte le tastierine giocattolo degli anni Ottanta. Amo quelle che in gergo vengono definite le squarewave, tastierine a onda quadra. Amo moltissimo il Commodore 64 come strumento musicale (anche se non si tratta propriamente di un giocattolo) e sono un cultore di due vecchie tastierine della Casio: la Vl 1 e Sa5. Bellissime sono anche le Bontempi sempre degli anni Ottanta con i loro improbabili suoni che tentavano di riprodurre strumenti tipo il pianoforte, il benjo e i fiati ottenendo improbabili rumori.
Per molti anni il cantante dei Cobol Pongide è stato Emiglino (la versione miniaturuizzata del tanto amato robot Emiglio). Con Emiglino abbiamo trascorso bei momenti ma adesso lui ha intrapreso un’altra strada.

Parliamo di UfoCiclismo, parlaci di questo modo di vedere il mondo e il cosmo

Cobol Pongide: Ufociclismo!

Cobol Pongide: Ufociclismo!

Per comprendere l’UfoCiclismo bisogna partire dal cosiddetto ciclismo urbano sia come pratica quotidiana di spostamento nelle città che come attitudine all’esplorazione di luoghi che non ci sono familiari. L’UfoCiclismo nasce a Roma che è una città molto estesa con spazi spesso marginali se non addirittura dimenticati.
Con l’UfoCiclismo cerchiamo di coniugare la voglia di esplorare il tessuto urbano in biciclettta  con il desiderio d’innescare incontri (con esseri umani e non) in uno spazio, la città, che sembra svilupparsi sempre più per produrre isolamento e rabbia. Basti pensare alla condizione di chi vive costantemente in automobile in mezzo al traffico: incastrato, isolato, rabbioso e frustrato.
La bicicletta è un mezzo perfetto per riconquistare lo spazio perché gode di molti gradi di libertà rispetto ad altri mezzi d’esplorazione. Alcuni ricercatori come Alan Watts ad esempio descrivono la meccanica di movimento degli oggetti volanti non-identificati (UFO) in termini che ricordano molto il modo di manovrare una bicicletta e i sui gradi di libertà.
Questa riconquista avviene sia sensorialmente riabituandosi a percepire lo spazio e le persone nella lora totalità che incidendo simbolicamente sui luoghi mediante mappature alternative. La mappa è una rappresentazione simbolica dello spazio che diventa il software con cui il nostro cervello percepisce i luoghi. Le mappature satellitari hanno reso tale software ancora più rigido e spersonalizzato. Direzioni di marcia, luoghi inaccessibili, divieti, prescrizioni, rendono lo spazio urbano sempre più una somma di anonimi vettori che attraversiamo guidati da un computer (il telefono) istruito da un satellite.
Con l’UfoCiclismo abbiamo cercato di creare strumenti per redigere mappe alternative in cui al centro della quotidianità non ci siano solo più strade e tragitti consigliati: mappe sensoriali. Tali strumenti sono profondamente influenzati dal modo che ha il ciclista di guardare lo spazio che attraversa. Siamo partiti dalla psicogeografia, una scienza o se si preferisce una tecnica che ha lo scopo di ridescrivere empaticamente lo spazio urbano. Questo anche grazie ai preziosi contributi dell’Associazione Psicogeografica Romana.
Nella loro versione più analitica gli strumenti dell’UfoCiclismo  tentano di predire l’esistenza di luoghi in cui il contatto tra terrestri e extraterrestri (che per noi rappresentano l’alterità più estrema rispetto all’attuale forma del mondo) possano incontrarsi per dare forse vita ad un ecosistema alternativo o comunque diverso.

Come pensi possa evolvere questa pratica?

Al centro dell’UfoCiclismo c’e’ l’esplorazione urbana. Ci incontriamo di notte, in giorni astronomicamente significativi e con la bicicletta ripercorriamo le cosiddette ley line (traettorie) degli oggetti volanti non identificati. Le nostre ricognizioni finiscono generalmente in luoghi all’aperto, lontano dall’inquinamento elettromegnetico della città dove fare skywatching, improvvisare feste e cimentarci in picnic vegan in attesa dell’arrivo di visistatori extraterrestri. Se quest’ultimi arrivano banchettiamo con loro altrimenti (come sempre avviene) si mangia e si discute in allegria tra i convenuti.
Chiunque può unirsi a noi ma per sua natura si tratta di una pratica che richiede l’assenza di xenofobie, fascismi interiori ed esteriori e una certa vocazione alla socializzazione e al confronto con l’alterità.
Non ci poniamo un obbiettivo specifico per l’UfoCiclismo quindi non direi che ci aspettiamo che evolva in qualche direzione.  Non siamo neanche necessariamente interssati al fatto che sempre più persone prendano parte alle nostre ricognizioni. Spesso si uniscono a noi ciclisti che vogliono fare un’esperienza diversa e che poi magari per impegni o altre circostanze non tornano più.
Ti direi che siamo interessati più a una questione d’egemonia nel senso che vorremo che l’attitudine a ridescrivere le pratiche (siano esse il ciclismo, l’ufologia, il calcetto, il modo di relazionarsi ai colleghi del lavoro, il rapporto con i figli, il rapporto giovani anziani, il rapporto tra sessi, quello tra  cittadini/stato o quan’altro ti possa venire in mente) fosse costantemente sottoposto ad una critica radicale attiva simile a quella a cui noi sottoponiamo la bicicletta, lo spazio urbano e il senso per nuove forme di socialità. Noi cerchiamo di fare la nostra parte partendo dalla bicicletta.

Cobol Pongide pensa che possano crearsi comunità UfoCiclistiche in tutta italia?

L’atlante che con Daniele abbiamo scritto e che è la raccolta degli strumenti dell’UfoCiclismo ha proprio lo scopo di cercare di far uscire l’UfoCiclismo dagli ambienti in cui è nato e in cui si sente più a suo agio. Per dirlo con un’espressione alla moda: vogliamo uscire dalla nostra zona di comfort.
Più che alla costruzione di comunità UfoCiclistiche (che speriamo si formino spontaneamente) siamo interessati all’espansione del ciclismo urbano. Ma non basta. La bicicletta è un mezzo privilegiato per ridescrivere il mondo ma bisogna vederla inserita in un sistema più ampio fisico e simbolico di costituzione di nuove pratiche umane. Ti faccio un esempio che a me sta particolarmente a cuore.
I ciclisti urbani denunciano spesso di essere i predati in un mondo di aggressivi predatori fatti di lamiere e olii combustibili fossili. Questa è la realtà, come molti direbbero, sopratutto in Italia.
Allo stesso modo ho incontrato molti ciclisti urbani con una forte sensibilità rivolta verso quei popoli massacrati e ridotti in schiavitù da sistemi di dominio. Ti potrei dire che tra i ciclisti urbani esiste una sensibilità per queste inguistizie sicuramente superiore alla media, come lo è ad esempio per l’ecologia.
Però molti ciclisti urbani accettano acriticamente il loro ruolo di predatori quando si tratta di nutrirsi di animali costretti e torturati in un sistema di sfruttamento intensivo e crudele.
Non si può essere solidali con i più deboli solo quando questi appartangono alla propria specie. Questo tipo di sensibilità va estesa a tutti i viventi facenti parte dell’anello debole: altrimenti si tratta di specismo che a suo modo è una forma di razzismo.
Era solo per fare un esempio. Non tutti gli UfoCiclisti sono vegan, vegetariani o animalisti. L’importante è avere presente che la bicicletta non è un fine ma un mezzo in contatto con altri mezzi che complessivamente fanno lo scopo.
Non si può pensare che basti la bicicletta a migliorare la vita delle persone. La bicicletta è un ottimo inizio. Noi diremmo addirittura un inizio privilegiato.
Questo è il motivo che ci spinge a coniugare ciclismo e ricerca di un contatto con altre forme di vita.

La “deriva” più entusiasmante a cui ha preso parte Cobol Pongide?

Tutte le derive sono bellissime. Anche nel solo incontrare persone nuove che per la prima volta si uniscono agli ufociclisti “di lungo corso” c’e’ qualcosa di veramente entusiasmante.
Le derive che ricordo con più emozione sono quelle della scorsa estate in cui siamo riusciti a realizzare un progetto che avevamo da tempo in cantiere. Grazie alla complicità di Radio Città Aperta abbiamo realizzato due puntate sperimentali di una trasmissione radiofonica che coniugava intrattenimento su argomenti per noi urgenti (e ovviamente anche proposte musicali) con le derive in bicicletta. Due o più squadre di ciclisti si muovevano sul territorio romano tenendosi in contatto con la radio. Le squadre man mano che esploravano il percorso scelto trasmettevano in diretta impressioni, descrizioni e incontri. Il tutto veniva rimasticato e trasmesso dalla studio che inseriva interventi telefonici con gli ascoltatori, con curiosi ed esperti. Il tutto è ascoltabile in podcast sul nostro sito.
L’obiettivo era quello di rendere pubblica la comunicazione tra le due squadre di ciclisti invitando gli ascoltatori ad uscire di casa per unirsi agli esploratori. Inoltre durante le derive venivano messe in pratica della zioni disordinanti, provocatorie, per lasciare un segno e sensibilizzare la città verso l’uso della bici.
Tutto molto bello. Quest’anno stiamo tentando di rifarlo.

Abbiamo recensito il libro che hai scritto con Daniel Vazquez, possiamo definirlo il Manifesto UfoCiclistico Italiano?

Si sicuramente. Un manifesto e una cassetta degli attrezzi temporanea, sempre passibili di essere ridiscussi. D’altro canto, ad esempio, gli strumenti noi li forgiamo sul campo e quindi è inevitabile che essi progrediscano e si trasformino.
Nella sua introduzione Giorgio de Finis ha provocatoriamente definito l’UfoCiclismo una religione. Credo si riferisse alla sua vocazione partigiana, ovvero dello stare e schierarsi da una parte invece di pensare che tutto sia fungibile e uguale.
Ci piacerebbe si aprisse un dibattito su quanto abbiamo scritto e su quanto gli UfoCiclisti propongono per far ripartire il versante della critica sociale che oggi è poco praticata. Non solo con i ciclisti. Quanto sosteniamo è applicabile anche a modi diversi di vivere ma l’essere ciclisti aiuta sicuramente a comprenderlo meglio dato il punto di vista che la bicicletta ti porta ad avere.
Come UfoCiclisti organizzaimo periodicamente un convegmo che ha il nome di Mars Beyond Mars e che ha lo scopo di ragione più in generale sull’ecosistema cosmo. Il prossimo sarà a ottobre prossimo al Macro di Roma e per l’occasione ci saranno anche opere d’arte di artisti chiamati a ragionare su questi argomenti.
Potrei spendere molte parole nel tentativo di spiegarlo, ma per un ciclista il fatto che tra la nostra ecosfera e il cosmo non esista soluzione di continuità è un dato sensibile assodato: percettivamente scolpito sulla propria pelle. In questo risiede la magia della bicicletta e tra l’altro l’interessamento della vostra rivista all’argomento ce lo conferma. E per questo vi ringraziamo.
Siamo coscenti che l’aver scelto un nome in cui all’interno compare la parola UFO rischia di depotenziare la nostra proposta rendendola per alcuni connessa al mondo del becero esoterismo o dell’ufologia d’accatto. Questo punto di vista è profondamente sbagliato. Noi ci riferiamo all’UFO inquanto oggetto non identificabile virtualmente capace di definirsi in modo alternativo rispetto alle convenzioni. Guardiamo il cielo e costantemente vediamo oggetti non identificabili che lo percorrono e ciò ci dice che un altro futuro, un futuro non già scritto, è possibile.

Come vede Cobol Pongide il concetto di mobilità nel 2030 in europa e nel mondo?

Personalmente non credo che il ciclismo urbano sia la soluzione alla mobilità tout court. Può sembrare paradossale per un ciclista ma per me la bicicletta è più una pratica rivoluzionaria che una soluzione definitiva alla mobilità. La bicicletta è parte della soluzione ma sopratutto è un mezzo per la ricerca delle alternative: qualcosa che ci predispone cognitivamente alla ricerca di nuove strade da percorrere. Non credo in generale che la soluzione sia nei mezzi privati (ma neanche nello sharing ciclistico). Su questo ho forse una posizione estrema perché credo che nulla che occupi lo spazio pubblico, case automobili e quant’altro, dovrebbe essere privato.
Credo che la soluzione sia nel trasporto pubblico ovviamente migliorato in termini di resa energetica. Magari in molte città questa cosa non è così lampante ma a Roma gli effetti della mancanza di un sano servizio di trasporto pubblico rende questa visione particolarmente chiara. Difficile fare un discorso sul mondo. Mentre in europa si discute di come trasformare la mobilità ci sono altre region idella terra che ragionano su come raggiungere lo stadio di psuedo benessere in cui l’europa automobilistica s’e’ fino a un decennio fa crogiolata.
Ti direi che dobbiamo sbrigarci a inventare il teletrasporto.

Segui il ciclismo professionistico?

No. Tra l’altro faccio molti chilometri in bici ma sono un super pigro. Vedere i ciclisti sportivi m’impressiona perché nel mio piccolo comprendo bene le fatiche a cui sono sottoposti. Non seguo il ciclismo perché non sono uno sportivo; oppure lo sono, in quanto ciclista urbano, mio malgrado.
Quando ho guardato del ciclismo professionistico mi ha sempre fatto riflettere che il ciclismo sportivo è praticato in luoghi straordinari ma che il ciclista impegnato nello sforzo e nella competizione probabilmente non ne gode affatto. Questo un po’ mi dispiace perché come ho detto per me la bici è prioritariamente una pratica di riappropriazione degli spazi. Ma ciò temo valga per tutti gli sport agonisti praticati all’aperto.

 Se si hai un ciclista preferito?

Ti direi Coppi ma per ragioni ideologiche. No scherzo. Ho seguito un po’ le vicende di Omar Di Felice che mi pare sarebbe adatto a guidare una squadra UfoCiclistica su Marte. Lo volevamo anche invitare a parlare a un Mars Beyond Mars di ciclismo estremo e viaggi nel cosmo ma ci siamo trattenuti dal farlo. Per il momento…

UfoCiclismo. Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile 

UfoCiclismo. Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile recensione del libro

UfoCiclismo. Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile recensione del libro scritto da Cobol Pongide e Daniele Vazquez ed edito da Nerosubianco

UfoCiclismo: il libro

UfoCiclismo: il libro

UfoCiclismo. Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile è un libro assolutamente unico in cui ci siamo felicemente imbattuti. Incuriositi dal titolo e dall’abbinamento Ufologia e Ciclismo non abbiamo esitato a sfogliarne le pagine e ad appassionarci alla lettura.

Ma cos’è l’Ufociclismo?

Secondo quanto riportato sul sito ufficiale questa disciplina è una variante di ciclismo urbano che si pratica in squadra (ricognitori e/o esploratori – meglio se almeno in tre) più di rado in solitaria.

Il libro è una interessante e accattivante guida alla pratica dell’UfoCiclismo secondo i dettami apparsi sulla rivista d’Ufologia Radicale Men In Red dall’omonimo collettivo MIR nel 1998.

Una delle basi delle ricerche è la psicogeografia ossia la scienza degli incontri casuali, praticata mediante la cosidetta “deriva psicogeografica” (Pedalata o passeggiata con andatura sostenuta con lo scopo di percepire il passaggio qualitativo tra due zone entro il cui perimetro si percepisce un’emozione dominante rispetto ad altre possibili o più lievi)

L’opera, sicuramente interessante per gli appassionati della materia presenta oltre  50 mappe illustrate, più di 40 voci psicogeografiche e ufociclistiche, opere d’arte di Matteo Vitali, strumenti riproducibili per la deriva

La bicicletta si prefigura come un mezzo particolarmente adatto alla pratica dell’UfoCiclismo perché consente di adattare la velocità media alla corretta scala di osservazione e percezione del territorio circostante.

Come detto in premessa ci siamo imbattuti casualmente in questo libro ma ne siamo rimasti assolutamente entusiasti in quanto assolutamente innovativo e interessante. Un punto di vista “nuovo” su come unire il ciclismo ad una pratica assolutamente affascinante.

UfoCiclismo. Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile: gli autori

Daniele Vazquez è un antropologo urbano, scrittore e dottore di ricerca in urbanistica (Università IUAV di Venezia). Tra i primi aderenti al Luther Blissett Project e ha   fatto parte di numerosi gruppi artistici, attivisti e di ricerca indipendenti sulle forme-di-vita urbane

Cobol Pongide musicista, scienziato e ufociclista. Ha studiato psicotronica e praticato ciclismo presso la Praha Ústav pro Harmonické a Kinematika Umění di Praga