Rolling Stone intervista Riccardo Riccò

Rolling Stones intervista il Cobra

Rolling Stone intervista il Cobra Riccardo Riccò che racconta a ruota libera della sua vita, del Doping e del recente Tour de France

Rolling Stone intervista Riccardo Riccò

Rolling Stone intervista Riccardo Riccò

Rolling Stone noto periodico di musica e cultura moderna ha incontrato Riccardo Riccò per una intervista a tutto tondo tra doping, ciclismo moderno e la sua seconda vita. “Solo olo col doping non vinci. Senza doping nemmeno” è una legge non scritta, secondo il corridore Modenese, che spiega approfonditamente nel suo ultimo libro “cuore di Cobra” (edito da Piemme edizioni e scritto con Dario Ricci).

Riccò, squalificato dal Tribunale Nazionale Antidoping per 12 anni potrebbe tornare a gareggiare solo nel 2024.

Il Cobra ha parlato, dalle colonne di Rolling Stone, della controversa figura del capitano della Sky Chris Froome che non è riuscito nella storica doppietta Giro-Tour:

“Non mi piace come corridore, c’è chi lo paragona a Lance Armstrong, ma l’americano è sempre andato forte. Lui è saltato fuori dal nulla a 30 anni o giù di lì, e io non ci credo a queste storie”.

Il cobra sa ancora mordere e, come ha sempre fatto, non disdegna mai di tirar fuori i denti nemmeno quando si parla dei recenti accadimenti del Tour tra sputi, insulti, ciclisti fatti cadere (lo stesso Froome è stato vittima di un gendarme che lo ha scambiato per un amatore):

“ci sono stati parecchi casini. Ma mi pare che in tutto il mondo succedono cose strane ultimamente. Sarà colpa del caldo”.

E caldi sono stati gli anni che ha vissuto come professionista Riccardo Riccò, una candela che ha brillato molto ma che è bruciata in fretta vittima, per sua stessa ammissione, del suo carattere o fatto a pezzi da un mondo che fa spesso distinzioni.

Riccardo ha ancora una volta rimarcato come il fenomeno del doping sia congenito nel ciclismo, nello sport ma in generale nella vita (leggasi la droga) sottolineando come a tratti possa essere una battaglia persa:

“C’è sempre una nuova sostanza, sempre più difficile da rilevare. Quando dicono che il doping è sempre un passo avanti rispetto all’antidoping, dicono una grande verità”.

Ma come è cambiato il ciclismo nel porsi nei confronti del doping, insomma se è vero, come sostiene Riccò, che senza doping non puoi competere, le vicende giudiziarie che hanno travolto il ciclismo sul finire degli anni 90 e nei primi 2000 non sono servite a nulla?

Secondo il Cobra la situazione sarebbe ancora peggio rispetto ai tempi delle scandalo Festina o di ciò che accadeva quando era lui stesso parte del gruppo:

“Ai miei tempi ne succedevano di tutti i colori, peggio che ai tempi di Pantani  con il limite di 50 di ematocrito per tutti. Allora tutti usavano l’Epo, e in qualche modo erano alla pari. Ora c’è un ventaglio larghissimo di sostanze: chi usa la genetica va inevitabilmente molto più forte di uno che utilizza doping meno sofisticati. Non c’è paragone. Oggi chi ha più soldi e conoscenze migliori è troppo avvantaggiato, e questo crea squilibrio”.

Insomma parrebbe che la situazione del ciclismo sia in peggioramento almeno stante alle parole rilasciate a Rolling Stones da Riccardo che sottolinea come, paradossalmente, l’apparente maggior controllo stia spingendo verso soluzioni più estreme di farmaci non ancora testati che spopolano sopratutto tra gli amatori e, in alcuni casi anche nelle categorie giovanili.

Le parole del Cobra faranno sicuramente discutere nei prossimi giorni. L’intervista completa è pubblicata sul sito della rivista.

 

Cuore di Cobra recensione del libro su Riccardo Riccò

Cuore di Cobra recensione del libro di Dario Ricci

Cuore di Cobra, confessioni di un ciclista pericoloso ultimo libro che racconta la particolare storia di Riccardo Riccò controverso campione degli anni 2000

Cuore di Cobra

Cuore di Cobra

Cuore di Cobra, non è semplicemente un libro ma il racconto di due viaggi. Il primo quello di Riccardo Riccò, per tutti gli appassionati di ciclismo detto “Il Cobra”, nel tortuoso percorso della sua vita ciclistica e privata.

Il secondo quello del lettore nel tenebroso “dietro le quinte” del mondo del ciclismo.

Ma, mentre nel primo viaggio, Riccò, supportato dall’esperta penna di Dario Ricci, regala ai fans un racconto della propria carriera ricco di aneddoti inediti, nel secondo caso non fa altro che rinforzare una serie di concetti, pratiche, comportamenti, giochi di potere che ogni appassionato di ciclismo professionistico conosce ma che preferisce (o forse gli è comodo) provare a nascondere a se stesso per continuare a dare un senso alla propria “fede”.

Questo è il senso di “Cuore di Cobra”, seconda esperienza editoriale di Riccò, edita da Piemme e in libreria da questo Maggio.

Rispetto al passato Riccardo si apre con il lettore per raccontare la sua ascesa (e discesa) ciclistica, allontanandosi dai toni cupi utilizzati nel precedente libro “Funerale in giallo” (in cui, va detto, toccava più da vicino il momento in cui è stato a un passo dal suicidio) lasciando, invece, spazio ad una visione più colorata e semplice della sua storia di uomo e atleta: due periodi diversi, due persone diverse.

E’ proprio con questa semplicità che, partendo dal racconto di come casualmente è nata la sua passione per la bici e passando per il dominio nelle gare tra i dilettanti, “il Cobra” ci racconta la sua esperienza da professionista tra gioie e delusioni, tra pochi “amici” (Piepoli, Scarponi, i suoi fidi gregari Celli e Anzà, Carlo Santuccione, Aldo Sassi) e tanti rivali (Bettini, Sella ma in generale tutto il gruppo), tra belle azioni in bicicletta e tanti errori sia in strada che nelle stanze dove era solito “curarsi”.

Cuore di Cobra più di un semplice libro

Duecentotrentotto pagine di alti e bassi professionali e nella vita privata (del resto cosa vi aspettavate da un amante delle montagne, da uno scattista nato, capace di fare la differenza appena la strada saliva? Una vita piatta più congeniale a un velocista?) in cui si sente forte la passione per il ciclismo che ha contraddistinto, e contraddistingue, l’esistenza di Riccò. Ciclismo per cui Riccardo, a volte anche sbagliando nessuno lo nega, ha cercato di dare il massimo.

Un libro da leggere quest’estate.

Sotto l’ombrellone.

Meglio se a Tenerife.

Gustandosi un ottimo gelato prodotto proprio da Riccò, che nella piccola isola dell’Atlantico ha trovato la serenità aprendo una gelateria.

In attesa del 19 aprile 2024.

Giorno che Riccardo ha già segnato in rosso sul suo personale calendario, giorno in cui nel suo cuore “il Cobra” spera (e merita) di tornare a correre.

Procurarsi il doping? E facile come la droga, parola di Riccò

Procurarsi il doping? Ne parla Riccò!

Procurarsi il doping? Fin troppo facile secondo le parole di Riccardo Ricco a Radio 24 nel programma “storiacce”

Procurarsi il Doping? Troppo facile secondo Riccò

Procurarsi il Doping? Troppo facile secondo Riccò

Procurarsi il Doping?Se sei nell’ambiente riesci a incontrare bene tutte le sostanze” a dirlo è uno dei personaggi più controversi del ciclismo italiano degli ultimi anni, Riccardo Riccò.
La parabola professionale del Cobra è nota a tutti, da astro nascente del ciclismo tricolore a dopato, a reietto delle due ruote. Non vogliamo in questo articolo giudicare lo sportivo né la persona ma solo riportare una sua ultima affermazione.

Riccardo Riccò ha da poco dato alle stampe il suo secondo libro che ha come cardine l’uso del doping nel mondo del ciclismo ed è intervenuto nella celebre trasmissione di Radio24 “Storiacce”.

“Senza doping non si può vincere, almeno nell’alto livello: senza doping non puoi vincere un Giro o un Tour, mentre per altre corse forse è possibile” è stato il laconico e graffiante commento del corridore modenese incalzato dal conduttore della trasmissione.

“La voglia di vincere mi ha spinto ad andare oltre, a pane ed acqua non si va lontano. Nelle corse di alto livello senza aiuto diventa impossibile vincere mentre nelle corse minori si può provare – dichiara Riccardo alla emittente radiofonica – Il sistema , anche se ora in modo minore rispetto agli 2000, resta permeato dal doping. Questo vale non solo per il ciclismo ma per ogni sport in cui gira il business”.

Parole forti quelle di Riccò che ha ripercorso la sua carriera: “anche da dilettante se non ti dopavi ti vedevi superare da corridori assolutamente inferiori a te. La scelta è emergere o essere uno dei tanti, se vuoi emergere devi adeguarti a quello che fa il gruppo”.

Procurarsi il doping? Fin troppo facile

“Il doping è come la droga, la puoi trovare ovunque basta sapere dove cercare. Nessuno ti obbliga a doparti, sei tu da persona adulta a decidere, ci sono preparatori noti ma ormai il rischio è molto alto e anche i preparatori vogliono che tu sia presentato da qualcuno che possa garantire il tuo silenzio” ha continuato il Cobra.

Secondo Riccardo “il ciclismo era come giocare a guardia e ladri, devi stare sempre attento a non farti beccare. In questo gioco ti senti un highlander, nulla ti spaventa. Ci sono corridori che hanno preso farmaci ancora sperimentali”.

Procurarsi il doping è facile anche a livello basso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riccardo Riccò: “Per il doping ho rischiato di morire”

Riccardo Riccò: ora faccio il gelataio ma voglio tornare

Riccardo Riccò: “Per il doping ho rischiato di morire ma non so se chi corre oggi è pulito!”

Riccardo Riccò

Riccardo Riccò

Riccardo Riccò ha rilasciato un’intervista alla Gazzetta dello Sport mentre sta scontando (per chi non lo ricordasse) una qualifica di 12 anni (che scadrà nel 2023). Riccò è stato un fulmine del mondo del ciclismo, dirompente e rapido e ha lasciato nel bene e nel male (forse più nel male) il segno: “nel ciclismo mi considerano un appestato ma questo mondo è pieno di ipocrisia”.

Non le manda a dire il “Cobra” che già nel suo libro “Funerale in giallo” c’era andato giù abbastanza diretto: “si ho rischiato di morire per una setticemia, ho fatto una trasfursione ed un batterio era finito nella sacca. Non si trattava di cattiva conservazione come molti hanno detto. Non tenevo il sangue nel frigo con la verdura, non sono scemo. Avevo un frigorifero apposito. Quando ho iniziato a stare male non sapevo cosa fare e la situazione è precipitata. All’ospedale mi hanno acciuffato per i capelli”.

“Mi chiedete se ho avuto paura di morire? Non ho nemmeno avuto il tempo di aver paura tanto la situazione era critica, una volta finito tutto sono passato in ospedale a ringraziare i dottori“ spiega il modenese.

Riccardo Riccò: oggi

Ma che fine ha fatto il Cobra?  “Faccio il gelataio a Tenerife, un amico mi ha insegnato l’arte e io ho aperto il Choco Logo a El Palmar. Faccio anche gelati per cani, ho una bella clientela. In Spagna ti lasciano lavorare, alle Canarie il clima è fantastico e mi piace il mio lavoro anche se il mio amore resta la bicicletta” ha spiegato al quotidiano milanese.

Infatti Riccardo, figura controversa del ciclismo italiano degli anni 2000 non ha abbandonato la voglia di tornare in sella: “Tornerò a correre nel 2023 quando scadrà la mia squalifica, non importa se avrò 40 anni sono sicuro che sarò ancora competitivo. Se fossi allenato anche oggi andrei forte, anzi andrei più forte di prima. Se non troverò una squadra pronta ad accogliermi ne farò una mia”.

Riccardo Riccò e il ciclismo di oggi

“Sono puliti adesso i corridori? Io sono fuori da quel mondo ormai e non lo so ma mi chiedo se la gente preferisca il ciclismo di oggi o quello di qualche anno fa. ? Un aiuto chimico sotto controllo medico, anche se lo chiamate doping, fa meno male che gli sforzi di un ipotetico Tour a pane a acqua. E posso aggiungere che preferisco il doping chimico al motorino? Almeno devi avere il coraggio di giocare su te stesso. Con il motorino è un altro sport. Non sarei mai riuscito a usarlo. Mi sarei sentito una merda. Con il doping ho avuto paura di essere beccato, dei controlli. Per questo ho sempre fatto meno di quello che mi dicevano. Ma non ho mai avuto paura per la salute“.

Riccardo Riccò: anima tormentata

Riccardo non ha certamente lasciato una bella immagine di se nel mondo delle due ruote ma ha forse pagato la sua anima irrequieta ed anche ora nonostante la calma apparente ha sempre dentro qualcosa che lo tormente come conferma la moglie Melissa: “Sta buono, ma dentro soffre, si rode. Forse troverò pace solo il giorno che si attaccherà di nuovo un numero sulla schiena“.

 

CERA cos’è questa tipologia di doping?

CERA una tipologia di EPO di terza generazione

CERA

CERA: il doping di terza generazione

CERA (acronimo di Continuous Erythropoietin Receptor Activator) è un “attivatore continuo del recettore dell’eritropoietina”. Questo farmaco viene usato dal 2007, in particolare su pazienti con insufficienze renali costretti alla pratica dell’Emodialisi (terapia sostitutiva della funzionalità renale su soggetti con uremia).

Il CERA fece la sua comparsa nel mondo dello sport, ed in particolare nel ciclismo, nel 2008 in quanto più difficile da riscontrare nelle analisi rispetto ai precedenti metodi dopanti.

CERA: perché è detto EPO di terza generazione?

Quando si parla di CERA spesso si definisce “EPO di terza generazione” questo perché in prima battuta fece la sua comparsa l’eritropoietina a cui fece seguito la Dynepo, un farmaco analogo dell’eritropoietina, ma che, a differenza dell’EPO, viene  sintetizzata mediante l’utilizzo di DNA ricombinante con l’uso di cellule umane e non di altri animali (viene definito EPO di seconda generazione).

CERA: cos’ha più degli altri tipo di Epo

Una delle caratteristiche principali del CERA è che è una molecola di Eritropoietina a cui viene aggiunta una catena proteica che ne fa quasi raddoppiare il peso consentendone una emivita molto lunga e riducendo gli intervalli di somministrazione. Per le cure mediche può arrivare ad essere utilizzata una sola volta al mese contro usi più frequenti dei farmaci precedenti.

CERA: uso a fini dopanti

Il CERA, noto nel mondo dello sport come EPO di terza generazione, è stato inserito nell’elenco delle sostanze vietate dall’UCI. Nel luglio del 2008 il ciclista Riccardo Riccò venne trovato positivo alla sostanza dopo la tappa dell’ 08/07/2008 (nelle successive tappe il modenese aveva conquistato due vittore e la maglia di miglior giovane e quella a pois rouge). Nell’Agosto dello stesso anno a cadere in tentazione con il CERA fu l’altro giovane talento del ciclismo tricolore Emanuele Sella (il corridore ammise l’uso del farmaco e accettò di collaborare con il procuratore Ettore Torri e venne squalificato).

I successivi miglioramenti nei test sul farmaco portano alla squalifica di Stefan Schumacher, Leonardo Piepoli (squalificato per due anni) e di Bernhard Kohl del team Gerolsteiner che arrivò terzo al Tour del 2008 in modo tanto sorprendente da destare (fondati) sospetti. Sull’argomento Kohl dichiarò: “ero convinto che non fosse rilevabile dai controllo, quando venne preso Riccò ero certo che fosse stato per via di sovradosaggio. Sono persuaso che i primi dieci del Tour avrebbero potuto essere tutti positivi ma presero solo me. Non chiesi nemmeno la seconda analisi, per me la farsa era finita”.

Il 28 aprile 2009, Davide Rebellin venne trovato positivo ad un controllo CIO sui campioni prelevati ai Giochi della XXIX Olimpiade di Pechino in cui vinse la medaglia d’argento. Il 22 luglio venne resa nota la positività di Danilo Di Luca durante il Giro d’Italia del 2009 che aveva chiuso per secondo.