Recensione: HINAULT, MOSER, SARONNI. IL CICLISMO NEGLI ANNI ’70 E ’80

HINAULT, MOSER, SARONNI. IL CICLISMO NEGLI ANNI ’70 E ’80

HINAULT, MOSER, SARONNI. IL CICLISMO NEGLI ANNI ’70 E ’80

Hinault, Moser, Saronni… no non è la voce di Adriano De Zan a scandire l’arrivo di una grande corsa ma è il titolo del libro edito da Piazza Editore e scritto dal padovano Paolo Voltan. E’ un libro che ripercorre un ventennio sportivo contraddistinto dalle divisioni tipicamente italiane tra i fans di Francesco e quelli di Beppe con l’incomodo di Bernard un po’ come fu negli anni novanta tra Bugno e Chiappucci con Indurain a far da padrone.

HINAULT, MOSER, SARONNI. IL CICLISMO NEGLI ANNI ’70 E ’80 non è solo il punto di vista di un amante delle due ruote ma è anche una interessantissima fonte di storie e aneddoti molto curiosi.

Il libro ci racconta tante altre  storie tra cui quella di Stephen Roche, capace nel  1987 di cogliere la tripletta Giro, Tour, Mondiale non senza la “macchia” del tradimento di Sappada nei confronti di Visentin, quella di De Vlaeminck, Zoetemelk, e, ancora, la storia di Greg LeMond, un americano a Parigi.

L’introduzione al libro è di Giovanni Battaglin

Paolo Voltan, classe 1964, padovano, laureato in filosofia, lavora per il Comune di Montegrotto Terme come agente di polizia locale. Tra le passioni, oltre al ciclismo, il calcio (è tifoso della Juventus), la montagna e la lettura.

Intervista a Fabio Panchetti

Fabio Panchetti

Incontriamo oggi Fabio Panchetti autore de “Il Giro d’Italia in cento imprese”, edito da Gremese che racconta una storia per ogni giro disputato.

Ciao Fabio anzitutto grazie per la tua disponibilità e complimenti per il tuo libro, davvero molto interessante, di piacevolissima lettura  e con un format assolutamente originale.

Come nasce la tua passione per il ciclismo?

La mia passione per le due ruote nasce anzitutto per tradizione di famiglia, mio nonno era un corridore ma purtroppo non ho mai avuto la fortuna di conoscerlo.Il vero “colpo di fulmine”, però è stato, quando avevo cinque anni, al Giro di Toscana con partenza in Piazza della Signoria a Firenze. Mio padre mi indicò il giovane Moser (per cui stravedeva). Io gli gridai “Forza Moser”, lui mi prese in braccio e mi tenne li per quasi dieci minuti.

La cosa splendida è che quel giro di Toscana

"Il Giro d'Italia in 100 imprese"

La copertina del Libro

arrivava a pochi chilometri da casa mia e, con mio padre scendemmo in strada per vedere l’arrivo. E chi vinse? Proprio Francesco!

Beh allora era proprio nel tuo destino la passione per Moser?

Tu pensa che la sera della corsa andammo a cenare in pizzeria e trovammo Francesco con la squadra che festeggiava la vittoria. Moser, devo ammetterlo, è proprio io mio idolo dello sport, non solo del ciclismo. Mio figlio poi, fin da quando era nella pancia della madre, ha trascorso le sue vacanze a Palù, abbiamo incontrato Moser trascorrendo delle bellissime giornate con lui.

Hai mai corso in bicicletta?

Ci ho provato ma ero troppo scarso, però il ciclismo è un vero pezzo della  mia vita, ho la storia del ciclismo proprio nella testa e nel cuore.

Tu segui ciclismo e pugilato, cosa li accomuna?

I tuoi sport hanno in comune sicuramente il senso di fatica e di sofferenza. L’essere soli davanti alla fatica è qualcosa di epico. Nella boxe il mio idolo era Vito Antuofermo, adoravo il suo modo di combattere e fin da piccolo bicicletta e boxe sono state il mio mondo. Questi sport sono la mia vera passione, vivo per lo sport in quanto è una delle emozioni forti della vita.

Hai raccontato 100 episodi dei 100 giri d’italia, qual è la “tua tappa”?

Moser conquista il Giro

La tappa che ricordo con più rabbia  è la crono dell’84  in cui Moser si giocava la vittoria del Giro nella cronometro finale: la trasmissione “Bliz” della Rai andò troppo lunga e il collegamento passò a De Zan quando ormai Francesco stava entrando all’Arena di Verona con la folla in delirio, un rabbia assurda ma che goduria vedere quella vittoria del Giro (questo aneddoto è ben raccontato proprio nel libro).

Quella più emozionante è stata la tappa Salsomaggiore dell’81  in cui Moser, ormai fuori classifica, andò all’attacco e divenne addirittura maglia rosa virtuale recuperando a tutti un sacco di tempo, peccato che poi non andò a buon fine il tentativo di conquista del Giro.

Chi è il tuo campione preferito del ciclismo attuale?

Guarda, ho avuto la fortuna di commentare in TV un giovanissimo Vincenzo Nibali che all’Eneco Tour, in Belgio,   fece una cronometro bellissima in cui mi ricordò Felice Gimondi e alla festa del Fans club nel 2007 gli dissi: tu puoi vincere tutti e tre i grandi giri. Sono felice di essere stato “profetico”.

Credo che Vincenzo sia un po’ sottovalutato ma per lui parla il palmares e anche quello che ha fatto l’altro giorno al Giro è la conferma della sua infinita classe.

Come vedi la situazione dei ciclismo attuale? C’è ancora la parte poetica del Giro e del ciclismo?

Qualche giornata poetica c’è ogni anno; i tempi cambiano e credo che una delle cose negative del ciclismo siano le radioline. Hanno un ruolo importante ed è ovvio che non  si possano togliere perché hanno anche una funzione di sicurezza nella corsa ma forse negli ultimi km della corsa si potrebbero “spegnere” perché la loro presenza toglie una parte di imprevedibilità nelle corsa.

Hai parlato di sicurezza, non è un bel momento per i ciclisti sulle strade d’Italia. Secondo te che cosa si può fare per rendere la strada più sicura?

Guarda la speranza sono i giovani che hanno una cultura della sicurezza stradale maggiore di quella della mia generazione. Non c’è rispetto per i ciclisti, la gente non ha la pazienza di attendere il passaggio di un ciclista.

C’è  poi una vergogna che non posso tacere: la follia di gruppi su Facebook che inneggiano alla “caccia al ciclista”. Un fenomeno assurdo e pericolosissimo, da stroncare assolutamente.

Anche la situazione delle strada non aiuta la sicurezza?

Ci sono delle situazioni assurde che costringono i cosiddetti  “ciclisti della domenica” a dover rinunciare allo stare sul bordo della strada: buche e tombini sono davvero un pericolo per gli amanti delle due ruote. Ecco, anche le municipalità potrebbero intervenire per rendere più sicure le strade ma alla fine è tutta una questione di cultura che latita.

Ti ringrazio per la tua disponibilità e mi complimento per la bellezza del tuo libro che abbiamo recensito, davvero un vademecum indispensabile per conoscere tanti aneddoti legate alla corsa rosa!

 

Intervista a Giacomo Pellizzari

E’ un grande piacere ospitare Giacomo Pellizzari autore di “Storia e geografia del Giro d’Italia” edito da UTET. Giacomo è stato direttore editoriale di Bike Channel, il canale di Sky dedicato al mondo a due ruote, riuscendo a trasformare la sua grande passione in un lavoro. Oggi è consulente di comunicazione ed è socio di Upcycle, il primo bike cafè restaurant d’Italia.

Ciao Giacomo, il tuo curriculum lo dice chiaramente, sei un grande amante del ciclismo, come è nata questa tua passione, immagino fin da piccolissimo?

Giacomo Pellizzari autore di “Storia e geografia del Giro d’Italia”

 

In modo abbastanza semplice e lineare, direi: un giorno mia moglie mi porta da Decathlon e mi dice, guardando una bicicletta da corsa “Secondo me sarebbe uno di quegli sport che a te vengono bene”. Non sapeva a cosa andava incontro.

Aneddoti a parte, seguo il ciclismo, quello professionistico. fin da quando ero bambino. Durante il Giro la TV di casa era sempre accesa: ho visto Moser, Saronni, Hinault, Bugno, Chiappucci, Pantani, Contador, Nibali, Aru. La cosa più bella del Giro è il periodo in cui si svolge, credo: maggio. Il mese in cui l’Italia rifiorisce, siamo nel pieno della primavera. La natura esplode, i colori sono accesi come non mai, e non esiste periodo – e modo migliori – per scoprire l’Italia, il paese più bello del mondo. Basta anche solo accendere la tv ogni pomeriggio e sintonizzarsi sulla diretta: va in onda uno straordinario documentario geografico sul Bel Paese. Il più bello di sempre. Lo farei vedere nelle scuole.

 

Sei da sempre vicino al mondo delle due ruote, come si è modificato il ciclismo negli ultimi anni? Sia da un punto di vista tecnico che emozionale.

È diventato meno spettacolare forse. La lotta al doping ha di fatto prodotto dei risultati, anche a scapito dello spettacolo, ma questo credo sia un bene e comunque anche da questo punto di vista c’è ancora moltissimo, credo, da fare. Il livello dei ciclisti è diventato più “umano”. Meno VAM impossibili, meno prestazioni da lasciare sulla poltrona basiti. Ma anche, quindi, meno azioni emozionanti, meno campioni che scardinano d’improvviso la corsa. Più strategia, più attenzione, a volte, c’è da ammetterlo (Vedi il Tour de France del 2016), anche più noia.

 

La copertina di “Storia e geografia del Giro d’Italia”

Nel tuo libro Storia e geografia del Giro d’Italia percorri, in un ipotetico Giro d’Italia, vent’un storie legate alla corsa rosa, chi è stato o chi sono stati i ciclisti che più ami o hai amato?

Marco Pantani

Amato credo solo Marco Pantani. Mi ci identificavo: pesavo esattamente come lui ed ero alto esattamente come lui. La sua mi sembrava anche la mia rivincita sui compagni di scuola grandi e grossi. Vince quello piccolo, per una volta. Quello mingherlino. Gli altri stanno a guardare. Una bellezza. E poi il modo con cui vinceva. Scatti che non abbiamo mai più – ma io aggiungo nemmeno prima – visto. Aveva ragione Gianni Mura: Pantani era un fossile appartenente un’era lontana conservatosi fino a giorni nostri. Io credo il più grande scalatore di tutti i tempi. Però ormai Marco è mito, con tutti la retorica che ne consegue, a volte persino stucchevole. Dopo e prima di lui ci sono stati altri campioni che mi hanno colpito ed emozionato. Da bambino tifavo per Beppe Saronni (anche se ho molto amato anche Moser), anche se non era esattamente un corridore da “Giro”. Ma aveva uno scatto improvviso in volata che, anche in questo caso, non ho mai più visto a nessuno, almeno in Italia. Si pensi alla tremenda “fucilata di Goodwood”. Poi ho amato moltissimo Gianni Bugno, soprattutto per quel suo carattere, per quel suo modo di sminuirsi e di sfuggire sempre. Quasi fosse sempre altrove o volesse andarci al più presto. Ma pensate che corridore: ha vinto un Giro d’Italia indossando la maglia rosa dalla prima all’ultima tappa! Qualcosa di irripetibile. E quando vinse la Milano – Sanremo, con una fuga partita da lontano, tenendo la media oraria tutt’ora più alta di sempre nella storia della Classicissima, gli chiesero: Gianni, come diavolo hai fatto? “C’era vento a favore” ha risposto lui. Come non amarlo alla follia uno cosi? Oggi mi piace Vincenzo Nibali. È l’unico che ha ancora la capacità e la voglia di stupire, di “regalare qualcosa”. Quando pensi che sia finito, anzi proprio in quel momento, lui risorge. Ci ha regalato un Giro d’Italia 2016, da questo punto di vista, bellissimo e umanamente emozionante come pochi. Speriamo si ripeta.

Nel tuo libro scrivi: “Sembra paradossale, ma i veri protagonisti del Giro d’Italia non sono i corridori. Si scende in strada a vedere il Giro che passa, ma ciò che interessa davvero non sono i concorrenti, di cui magari ignoriamo anche il nome. Quello che affascina è piuttosto il fatto che lei, la corsa, pass proprio di li”. Credo che ognuno di noi che sia anche solo andato una volta a vedere una corsa ciclistica abbia quella sensazione di “esserci” di partecipare ad un rito di “comunione”, hai una tappa del giro a cui sei più legato, non per il risultato finale ma per il contesto in cui l’hai vissuta?

C’è sì una tappa che più mi ha emozionato, anche se non ero lì a vederla ma davanti alla tv. Avevo 21 anni. Si tratta della famosa Merano – Aprica del 5 giugno 1994 vinta da Pantani, la tappa che lo lanciò. Quello che mi colpì, al di là dell’impresa del Pirata, fu, guardandola poi negli anni, il modo con cui quel ciclista cambiò le sorti di quel luogo, il Mortirolo, e di quella salita. Prima di quel giorno non era che una mulattiera impervia, poi come per magia, grazie al suo passaggio e alla sua incredibile impresa, è diventata leggenda. È uno dei luoghi del mio libro.

 

Lo sport in generale si presta molto alla “poesia” il passato il ciclista era visto come un personaggio “romantico” un modello da seguire, gli anni novanta ci hanno lasciato uno sport con un’immagine rovinata, spesso i ciclisti sono stati additati come esempi negativi. Ora come credi che venga visto il ciclista nell’immaginario collettivo?

Oggi il ciclista nell’immaginario collettivo temo venga vista troppo spesso negativamente, come un “dopato” o comunque come un personaggio ambiguo. Spesso è stata colpa dei ciclisti stessi, innegabile ( si prenda Lance Armstrong su tutti), ma troppo spesso è anche diventato un luogo comune questo. Il ciclista fa sforzi e si sottopone ad allenamenti massacranti che in altri sport difficilmente si vedono. Credo meriti più rispetto.

E’ passato cosi poco che non possiamo parlare del grande Michele Scarponi. La sua scoparsa è stata un pugno nello stomaco per tutti, uno di quei cazzotti da knockout ma credo che Michele sarebbe il primo a dirci di sorridere anche di questa tragedia. Hai un ricordo dello Scarponi uomo che gradisci condividere con noi?

Michele Scarponi

Non ho avuto la fortuna di conoscere Michele Scarponi di persona, ma ho tanti ricordi associati a lui. Uno però in particolare: l’abbraccio fraterno con Vincenzo Nibali dopo il Giro conquistato soltanto un anno fa. Michele fu fondamentale in quella vittoria, di una generosità e di abnegazione quasi commoventi. Tutti se ne accorsero, e in quella splendida vittoria dello Squalo dello stretto, c’è un posto fondamentale per lui. In quell’abbraccio tra i due compagni c’era tutta l’essenza del ciclismo: sofferenza, capacità di mandare giù le critiche, voglia di rivincita e infine la gioia per averla ottenuta. Davvero magnifico. Michele oggi credo che rimarrà nell’immaginario di tutti come un eroe positivo. Ecco il prototipo del ciclista che merita rispetto e riconoscenza anche da chi non conosce (e forse non ama) questo sport.