Mondiale di Benidorm 1992, Gianni Bugno campione del mondo!

Mondiale di Benidorm 1992, la doppietta di Bugno

Mondiale di Benidorm 1992, Gianni Bugno diventa campione del Mondo per la seconda volta battendo in casa sua Miguel Indurain

Mondiale di Benidorm 1992, Gianni Bugno

Mondiale di Benidorm 1992, Gianni Bugno

Mondiale di Benidorm 1992, il 6 settembre 1992 ai nastri di partenza gli occhi di tutti sono puntati sul campione di casa. Il nome è presto detto Miguel Indurain; il campione Navarro è al top della carriera. Ha da poco trionfato al Tour de France ottenendo una storica tripletta con il Giro d’Italia vinto a maggio e il titolo di campione nazionale spagnolo.

I nomi caldi della nostra nazionale sono El Diablo Claudio Chiappucci e Gianni Bugno. La rivalità tra i due “galletti” italiani è accesa e spesso di questa acredine ne ha beneficiato proprio il corridore nato a Pamplona (che per altro non ne avrebbe bisogno).

Chiappucci è caldo, arriva da due splendidi podi e dalla straordinaria impresa del Sestriere con cui ha “rischiato” di spodestare proprio sua maestà Indurain. Il campione del mondo in carica Bugno invece è giù di tono, la sua stagione è stata difficile: dopo aver rinunciato al Giro per dedicarsi al Tour, in Francia ha ottenuto “solo” il terzo posto, le vittorie non sono fioccate (il monzese ha vinto solo la cronometro di Sciaffusa al Tour de Suisse).

Alcune visite presso il professor Conconi hanno fatto suonare i campanelli d’ allarme: Bugno sarà a mezzo servizio, sentenziano alcuni giornali. Un bel problema per il CT Alfredo Martini, “non è il Bugno dei tempi migliori, lo dicono i numeri ma non è nemmeno in crisi nera” cerca di riportare la calma proprio lo stesso professor Conconi.

Lo stesso Gianni (come d’abitudine) vive di dubbi la vigilia del Mondiale: “”Mi manca smalto e brillantezza sento le gambe dure, non vado” confessa alla carta stampata.

“Bugno è finito” bubolano i gufacci… si dovranno nascondere ma diamo tempo al tempo.

 

Mondiale di Benidorm 1992: la corsa

A Benidorm c’è un caldo infernale, a settembre in Spagna non può essere altrimenti. Alfredo Martini deve provare a gestire la brava del Diablo che, nonostante un percorso non adatto vuole giocare un ruolo da capitano.

Chiappucci va in fuga con Rominger, Jalabert e l’uomo di casa Indurain, che dire non male come quartetto di testa! Dietro sono, a sorpresa, i colombiani a lavorare come bestie per ricucire lo strappo.  Quando il gruppo si ricompatta è Gianni Bugno a provare il colpo di mano, solitario, controvento. L’attacco è velleitario ma il messaggio è chiaro: ragazzi dovete fare i conti con il campione mondiale di Stoccarda.

Gianni viene riassorbito, entra nella pancia del gruppo e al suo fianco si trova il gregario del suo avversario: Giancarlo Perini, gregario d’oro dal physique du rôle perfetto. Perini gregario del Diablo alla Carrera in nazionale è fedele ai colori azzurri.

In salita provano ad evadere Echave, Bolts, Bruyneel e Leblanc. I quattro creano un solco preoccupante ma è il “gregarione” piacentino a buttarsi a capofitto in discesa per compattare il gruppo e consentire a Gianni di giocarsi le sue carte.

Entrati a Benidorm il gruppo segue il lungomare, il francese Claveyrolat ha un lampo e prova ad allungare. Chi lo segue? Neanche a dirlo, Perini si attacca al dorsale del francese e non gli lascia un metro. Smorzato il francese, Giancarlo si volta, vede Gianni Bugno nelle retrovie, scala il gruppo e lo avvicina.

La Francia ha cinque uomini davanti, condizione ideale per spianare la strada a Laurent Jalabert, Indurain sa che allo sprint non è un fulmine ma il pubblico di casa può dargli una marcia in più. Bugno conta su Perini.

Sono i francesi a lanciare la volata con il trenino per Jaja, Perini capisce tutto e si accoda al trenino e quando al traguardo mancano 400 metri cede la parola alle gambe del Gianni nazionale.

La copertura televisiva iberica non è hollywoodiana e la visuale del gruppo viene impallata da una moto, gli spettatori italiani sussultano. La strada è in salita e Bugno in testa al gruppo sembra inchiodato, le gambe non girano perché spingono un rapporto spaventoso. Jalabert aumenta le pedalate per cercare il sorpasso ma il terreno gli è avverso mentre gli altri non reggono il ritmo.

“Bugno in testa al gruppo” urla Adriano De Zan, quasi non finisce la frase che il monzese ha già le braccia levate a festeggiare il titolo di Campione del Mondo per la seconda volta di fila come soltanto a pochi atleti prima di lui era riuscito.

Campionato del Mondo 1991, Gianni Bugno vince a Stoccarda

Campionato del Mondo 1991 vince Gianni Bugno

Campionato del Mondo 1991 a Stoccarda, Gianni Bugno si laurea campione al termine di una volta thriller davanti a Rooks e Indurain

Campionato del Mondo 1991 vince Gianni Bugno

Campionato del Mondo 1991 vince Gianni Bugno

Campionato del Mondo 1991 si svolge a Stoccarda il 25 agosto in una giornata mediamente soleggiata, uno degli uomini da battere è Miguel Indurain, lo spagnolo che tutti temono. L’Italia di Alfredo Martini si presenta al via senza un capitano designato ma con tante punte, da Maurizio Fondriest che sta vivendo una stagione magica (andrà poi a vincere la Coppa del Mondo) a El Diablo Chiappucci passando per Moreno Argentin e per il dominatore del Giro ’90 Gianni Bugno.

L’anno precedente a trionfare fu “l’impronosticabile” Rudy Dhaenens e quest’anno i big non vogliono farsi trovare sorpresi. Dodici mesi prima se Gianni Bugno avesse osato di più pretendendo il supporto dei compagni forse avrebbe vinto la maglia iridata ma quello ormai è il passato ed il presente parla di un mondiale dal percorso tutt’altro che impegnativo con una sola salita a cui segue una discesa e l’ultimo tratto pianeggiante che porta all’arrivo.

La Spagna prova a tenere la corsa così come l’Italia, quando mancano due giri al termine ci prova Pedro Delgado ma le sue gambe sono logore e il suo orgoglio non basta per creare un solco col gruppo. Ripreso l’iberico, ci prova Goelz atleta di casa, che manda in visibilio i tanti tifosi tedeschi. E’ Bugno che si fa carico dell’inseguimento, un tifoso gli versa acqua sul capo facendo più un dispetto che un piacere: Gianni ama il caldo.

Poco dopo è il francese Madiot a rispondere ad uno scatto di un Maurizio Fondriest in ottima forma. Si forma un buco e il gap sale a 28 secondi quando inizia l’ultima tornata. L’Italia ha buone possibilità di vittoria se Maurizio tiene ma, appena la strada sale, le gambe del trentino si svuotano di ogni energia, Fondriest si scompone ed è in segno della resa.

Alle spalle dei due il gruppo dei big viaggia a tutta sino a fagocitare gli uomini di testa. Completato il ricongiungimento parte in contropiede un quartetto formato dall’olandese Steven Rooks, dal colombiano Alvaro Mejia e da due big: Miguel Indurain e il nostro Gianni Bugno.

I quattro si danno battaglia, Indurain fresco vincitore del Tour è un autentico spauracchio ma ben sa che con Gianni in volata sarebbe battuto. Rooks, cacciatore di classiche nato, e sa come muoversi quando i giochi si fanno spessi. E poi c’è quel Mejia un atleta difficile da capire con uno sguardo.

Prova a muoversi Miguelon Indurain ma Gianni Bugno, che “le aveva prese” sul Tourmalet al Tour, oggi ha una gamba atomica e non si fa sorprendere e non lascia un centimetro all’iberico mentre Rocks tiene e il “mistico” Mejia osserva lo sguardo dei rivali leggendone l’anima. Il quartetto riesce prendere un margine tale che consente di entrare nell’ultimo chilometro con la certezza di giocarsi la volata finale.

Mejia si porta in testa e prova a fare il vuoto, forse non ha ben letto gli occhi del nostro Gianni Bugno che ha, da sempre, un tumulto nell’anima. E’ Bugno infatti a seguire il colombiano con a ruota il navarro Miguelon che punta a sfiancare le energie residue dell’italiano lasciandolo al vento. Nel frattempo, sornione, in ultima posizione c’è l’olandese Roocks.

Mancano trecento metri Indurain prova una progressione disperata, forse ha capito che le chance sono poche o spera che Gianni sia vittima di uno dei suoi “vediamo”. A quel punto è Gianni a lanciare lo sprint, il navarro diventa un’ombra “lontana”, sembra fatta per Bugno ma da dietro ecco quel cagnaccio dell’olandese Rooks che sopraggiunge come un treno!

E’ un testa a testa mozzafiato, un attimo che dura un’eternità con i tifosi italiani col cuore in gola. Mancano 30 metri… cosa fai Gianni???

Gianni Bugno alza le mani, si applaude, smette di pedalare e, se Indurain è già un ricordo, Steven Rooks è un missile che viaggia a velocità doppia.

Potrebbe essere una sconfitta assurda e bruciante ma fortunatamente è un trionfo emozionante, Bugno è campione del Mondo! Si commuove Adriano De Zan, si commuove l’Italia in quel 25 agosto che consacra l’introverso ciclista  nato a Brugg, in Svizzera nell’olimpo del ciclismo mondiale.

Armand de Las Cuevas il ciclista pugile

Armand de Las Cuevas il gregario di Indurain

Armand de Las Cuevas il pugile mancato che diventò il gregario di Miguel Indurain (ma che si ammutinò) morto suicida nel 2018

Armand de Las Cuevas

Armand de Las Cuevas

Armand de Las Cuevas nasce il 26 giugno 1968 a Troyes, inizia a pedalare a nove anni quando il padre, senza chiedere il parere del figlio, lo iscrive alla Union vélocipédique de l’Aube-Club Champagne Charlott’ di Troyes

Inizialmente Armand preferisce la boxe allo sport del pedale ma all’età di quindici anni i successi nel ciclismo lo invogliano a procedere tanto da abbandonare gli studi. Nel 1983 si traferisce con la famiglia a Bordeaux  e inizia a correre per la CC Marmande.

Nel 1986 conquista la Dunlop Premier e nel 1988 la classifica finale della prestigiosa Granitier Breton Ribbon, questi due successi fanno aumentare la popolarità di de Las Cuevas che viene inserito nella preselezione francese per la prova a cronometro per i Giochi Olimpici di Seul 1988 (alla fine non viene convocato).

Roger Legeay gli offre un contratto tra i professionisti con il Team Z ma prima deve correre un ulteriore anno tra i dilettanti.

Armand de Las Cuevas alla Banesto di Indurain

Armand viene però ingaggiato dalla Reynolds grazie ai buoni uffici del suo allenatore Victor Caneiro con Dominique Arnaud. José Miguel Echavarri, direttore sportivo del team spagnolo, che gli fa firmare un contratto triennale.

Nel 1990 conquista la medaglia di bronzo ai Campionati del Mondo su pista nella specialità dell’inseguimento individuale, sempre quell’anno viene convocato dalla Banesto per il Giro d’Italia ma viene allontanato, dopo la quattordicesima tappa, per aver fatto a pugni con il corridore colombiano Julio César Ortegón.

Codino sulle spalle, fronte stempiata ama accendere candelee incensi nella stanza d’albergo dove soggiorna, l’episodio della scazzottata è il pretesto per l’ultimatum del direttore sportivo Echevarri: “No mas”.

Nel 1991 conquista la terza tappa alla Bicicletta Baska (Euskal Bizikleta), il Grand Prix de Ouest-France oltre a laurearsi Campione Nazionale Francese nella prova in linea.

Nel 1992 Armand de Las Cuevas è uno dei fidi scudieri del navarro Miguel Indurain nella conquista della doppietta Giro d’Italia e Tour de France. Le sue doti di cronoman gli valgono la vittoria al Prologo del Tour de Romandie (cronometro) ma lo mettono soprattutto in luce alla corsa rosa dove, nella cronometro di Sansepolcro (terza frazione) chiude al secondo posto alle spalle di Indurain andando ad indossare la maglia bianca di miglior giovane. Armand conserva la maglia sino alla frazione del Terminillo quando sono Tonkov e Gotti a battagliare per il primato tra i giovani. Armand contribuisce fattivamente a portare il navarro in maglia rosa al termine della corsa.

De las Cuevas viene, come detto, selezionato anche per il Tour de France 1992 dove ottiene il secondo posto nell’interminabile (65 chilometri) cronometro in Lussemburgo alle spalle del capitano Miguel Indurain (che lo precede di ben tre minuti). Nella quattordicesima tappa con arrivo all’Alpe d’Huez va fuori tempo massimo.

De las Cuevas la rottura con la banesto

Nel 1993 è ancora tra i convocati della formazione iberica per il Giro d’Italia, il compito principale è quello di proteggere il capitano Miguel Indurain. In occasione della cronoscalata del Sestriere Armand vuole provare a conquistare la prova ma il DS Echevarri gli chiede di conservare le energie per la successiva tappa di montagna. De las Cuevas non gradisce il “dictact” e ottiene via libera dal direttore sportivo.  Al momento della partenza, però, il corridore si trova una bicicletta non conforme con le richieste: invece di trovare un 55×11 gli viene consegnato un 53×11 che puzza di tradimento.

Il carattere di Armand, non di certo malleabile, lo porta ad una vendetta: la cronometro viene percorsa ad andatura da amatore in scampagnata domenicale e, il giorno seguente, nella decisiva frazione di Oropa si lascia volutamente staccare. Indurain viene attaccato dal lettone Ugrumov, conserva la maglia per 52 secondi (e a luglio farà doppietta con la gialla). Armand diventa un “paria”, un separato in casa con Echevarri che durante la festa per la vittoria del giro gli annuncia il licenziamento: “trovati un altro team, tu con me non corri più”.

Armand de Las Cuevas alla Castorama

Durante l’estate Armand de Las Cuevas si affida come manager a Dominique Arnaud che tratta con Cyrille Guimard per farlo ingaggiare alla Castorama. La formazione francese affida allo spagnolo un ruolo di primo piano e al Giro d’Italia 1994 ripaga la fiducia concessagli conquistando la cronometro inaugurale (con due secondi di vantaggio su Berzin) ed indossando la maglia rosa. Armand è in forma, potrebbe anche lottare per un posto sul podio ma nella seconda prova a cronometro va a sbattere contro le transenne riportando una brutta botta al costato e non potendo opporre resistenza ai due giovani “terribili” Berzin e Pantani. Armand chiude la corsa rosa nella top-ten, al nono posto.

La Castorama lo vuole al via anche del Tour e dopo la sedicesima tappa all’Alpe d’Huez è quarto in generale ma una brutta bronchite gli fa perdere oltre venti minuti nella successiva frazione. Armand distrutto si ritira dalla corsa francese.

Impreziosiscono la sua stagione la vittoria alla Vuelta a Burgos (in cui conquista due frazioni) e a San Sebastian.

Nel 1997, dopo un anno trascorso alla Casinò, rientra in Banesto conquistando il Critérium du Dauphiné libéré e ben figurando alla Route du Sud. Armand de Las Cuevas non viene però convocato per il Tour ma ottiene i gradi di capitano alla Vuelta dove però non riesce ad incidere.

L’anno seguente firma con la squadra italiana Amica Chips ma, dopo non aver percepito lo stipendio per alcuni mesi, avvisa il team che non prenderà parte all’imminente Giro d’Italia per ritirarsi così, da un giorno all’altro.

Armand si trasferisce per un breve periodo in campagna ma poi decide di rifugiarsi a la Reunion,

Nel 2006 torna a correre tra i dilettanti vincendo la Indian Ocean Star e prendendo parte al Tour de Murice dove ha gareggiato con un giovanotto keniano alto e magro con un nome che diventerà noto: Christopher Froome.

Si iscrive ai Campionato di scalatori dell’isola della Reunion con una licenza amatoriale della Guadalupa ma risulta positivo per eptaminolo e viene sospeso per sei mesi.

 

Armand de Las Cuevas il suicidio

Armand de Las Cuevas la sua fuga migliore l’aveva fatta dieci anni prima trasferendosi all’Isola di Riunione, nell’Oceano Indiano dove “scompare” dai radar mentre la fuga più triste la compie il 2 agosto 2018. Il suo sguardo profondo e melanconico anche nei giorni più felici non guarderà più il mondo. Suicidio è il laconico e stringato comunicato.

Avrebbe meritato un destino diverso, avrebbe meritato più fortuna sportiva e non. A metà degli anni novanta la sua carriera era in rampa di lancia, Roger Pingeon si pronunciò: il futuro del ciclismo francese è ottimo, abbiamo abbiamo un corridore completo come de las Cuevas, uno che ci darà grandi soddisfazioni”. La storia dirà altro, la disperazione lo rapirà a soli 50 anni.

 

Challenger App Biking Cup con Chiappucci ed Indurain

Challenger App la rivoluzione del ciclismo?

Challenger App studiata da Marco Brighi testata nella Challenger Biking Cup da Chiappucci, Indurain e Masnada

Challenger App testimonial d'eccezione

Challenger App testimonial d’eccezione

Challenger App grazie al sistema GPS permette di calcolare i dati in tempo reale e di connettersi ad altri ciclisti che vogliono “pedalare” insieme a noi. A Forlì si è svolta  la prima edizione della Challenger Biking Cup con ospiti di eccezione Claudio “El Diablo” Chiappucci e “Miguelon” Indurain con l’obiettivo di aiutare il Dynamo Camp.

Il mondo va sempre di più verso il digitale e il mondo del ciclismo non è da meno visto che ormai anche le biciclette sono corredati con una quantità sempre crescente di tecnologia, insomma si va sempre più verso il “Ciclismo 2.0”.

Challenger App: ciclismo a portata di smartphone

Marco Brighi, ingegnere forlivese, Deus Ex Machina di Challenger ha studiato alla Columbia University di New York e ha voluto portare le competenze sviluppate al ciclismo:

“L’idea è quella di poter rilevare dal GPS i dati che possono essere interessanti per la performance nello stesso modo di Google Maps e il tutto può essere gratuito” spiega Brighi.

L’obiettivo è quello di un’applicazione usabile outdoor ma che va, chiaramente, testata indoor per “stressare” l’App e migliorarla ed ecco che Fausto Masnada, professionista dell’Androni Sidermec, Claudio Chiappucci e Miguel Indurain sono stati protagonisti della Challenger Biking Cup a Forlì

“Ho ottenuto la collaborazione di Fausto Masnada – ha spiegato Brighi – perché per sviluppare correttamente l’app serviva il feedback delle persone che usano spesso la bicicletta, chi meglio di un professionista?”

Challenger, infatti, non solo permette di monitorare la performance del ciclista ma anche migliorare in tempo reale la pedalata basandosi su parametri come la potenza.

“La potenza è un parametro fondamentale per l’allenamento, monitorare il battito cardiaco non è più sufficiente in quanto i valori troppo spesso dipendono fattori anche esterni in quanto non direttamente collegato allo sforzo mentre la potenza misura puntualmente quanto spingiamo” commenta Birghi.

Le applicazioni, come le gambe vanno allenate e “testate” ed ecco l’idea della gara:

“Con Chiappucci abbiamo pensato di organizzare una gara per raccogliere fondi per il progetto del Dynamo Camp e così Claudio ha coinvolto anche Miguel Indurain”

Challenger nasce dall’idea di testare l’app e unire i campioni all’appassionato per pedalare assieme senza lo stress del risultato ma per il semplice gusto di pedalare assieme, un bel modo per portare il corridore verso la dimensione del ciclismo 2.0.

 

 

Record dell’ora nel ciclismo la storia completa

Record dell’ora la storia di questa prova

Record dell’ora la storia di questa prova: dal primato di Henri Desgrange a quello di Victor Campenaerts passando per tante imprese memorabili

Record dell'Ora, Francesco Moser

Record dell’Ora, Francesco Moser

Record dell’ora è una disciplina del ciclismo su pista in cui un’atleta è chiamato a percorrere, nel lasso di tempo di un’ora, la maggior distanza partendo da fermo. Trattasi chiaramente di una prova a carattere individuale in cui sono utilizzate biciclette a “scatto fisso” il che rende la scelta del rapporto da impiegare una delle variabili tattiche per aumentare la possibilità di offrire la migliore performance possibile.

Va ricordato che, secondo il regolamento ufficiale, la distanza percorsa viene sancita rilevando il tempo alla conclusione del giro successivo dopo lo scattare del sessantesimo minuto di corsa.

Record dell’ora nel ciclismo: la storia

Questa sfida venne ideata dal giornalista e ciclista francese Henri Desgrange (che poi divenne patron del Tour de France) bel 1893. Proprio Desgrange fu il primo a stabilire il record percorrendo 35,325 km. La prova andò velocemente a colpire la fantasia degli appassionati e dei ciclisti e divenne un vero e proprio culto in pochi anni e già ad inizio del XIX secolo il record superò la barriera dei 40 chilometri percorsi. Alla vigilia del primo conflitto mondiale Oscar Egg stabilì il Record dell’Ora di 44,247 chilometri che durò quasi vent’anni.

Nel 1933 Francis Faure superò il primato stabilito da Egg con 45,055 km utilizzando una bicicletta reclinata motivo per cui il suo record venne annullato l’anno successivo, fu quindi Giuseppe Olmo nel 1935 il primo a superare la barriera dei 45 chilometri.

Nel 1942 in piena Seconda Guerra Mondiale, Fausto Coppi, al Velodromo Vigorelli di Milano fissò il primato a 45,798 chilometri. Il primato del Campionissimo durò ben 14 anni quando fu Jacques Anquetil a prendersi il record ma, sempre nello stesso anno, Ercole Baldini, ancora dilettante, riportò in Italia il primato.

Nel 1972 Eddy Merckx, che sfiorò la barriera dei 50 chilometri stabilendo il nuovo primato in 49,431. Dodici anni dopo, a Città del Messico, ecco i due famosi record di Francesco Moser con le altrettanto famose “ruote lenticolari”.

Nove anni dopo (il 17 luglio 1993) uno sconosciuto dilettante scozzese, tale Graeme Obree, con una bicicletta da lui progettata e realizzata (denominata Old Faithful) che gli consentiva una posizione in sella particolarmente aerodinamica conquistò il Record dell’ora percorrendo 51,596 km.

Dopo essere stato spodestato da Chris Boardman a meno di sette giorni dal record, il 27 aprile 1994 fu ancora Graeme Obree a stabilire il primato, fermandosi a 52,713 km.

Le biciclette avveniristiche impiegate in quegli anni ridiedero smalto a questa prova tanto che si susseguirono i tentativi degli specialisti della cronometro da Miguel Indurain a Tony Rominger

Nel 1995 l’UCI decise di vietare la posizione in sella utilizzata da Obree e nel 2000 decise di annullare i record ottenuti grazie a biciclette speciali. I record con bici “non conformi” vennero categorizzati come “Miglior prestazione umana sull’ora” così che il vero Record dell’Ora tornò ad essere quello di Merckx del 1972.

Nel 2000 Boardman, ormai prossimo al ritiro, decise di provare il record con una bicicletta tradizionale e ottenne il nuovo primato con 49,441 chilometri ossia solo 10 metri in più del belga. Cinque anni dopo un semi-sconosciuto polacco Ondřej Sosenka, fece registrare il nuovo record a 49,700 km.

Nel 2014, l’UCI apre la possibilità di impiegare biciclette da pista facendo tornare interesse attorno al Record dell’Ora.

Il 18 settembre 2014 Jens Voigt, quarantenne ciclista tedesco, nel velodromo svizzero di Grenchen percorse 51,115 km ma dopo appena un mese ad Aigle Matthias Brändle arriva a percorrere 51,852 km.

L’8 febbraio 2015, Rohan Dennis, fresco vincitore del Tour Down Under, ottiene il primato di 52,491 km.

Il 2 maggio è la volta del britannico Alex Dowsett di migliorare il record 52,937 km sul velodromo di Manchester. Poco più di un mese ed è Sir Bradley Wiggins a suo il record dell’ora percorrendo 54,526 km sulla pista del velodromo olimpico Lee Valley VeloPark di Londra.

Il 16 aprile 2019, in Messico è il belga Victor Campenaerts a superare il limite dei 55 km, portando il record a 55,089 km migliorando la prestazione di Wiggins di 563 metri

Record dell’ora: la ricerca tecnologica

Il tentativo di record dell’ora di Eddy Merckx segnò l’inizio della sperimentazione (a volte anche esasperata) di nuove tecnologia. In quell’occasione Ernesto Colnago presentò una bicicletta ultraleggera (poco più di 5kg di peso totale). In realtà quella bici esasperava il peso senza puntare all’aerodinamicità vero elemento cardine delle prestazioni contro il tempo.

Nel record del 1984 di Moser il mondo conobbe le “ruote lenticolari applicate ad una bicicletta in cui era l’aerodinamica il punto forte (il peso era uguale alla bicicletta usata da Fausto Coppi) assieme alla rigidità del telaio.

Incredibile fu la soluzione adottata da Graeme Obree con una bici che permetteva la posizione posizione “a uovo” particolarmente favorevole dal punto di vista aerodinamica. La leggenda vuole che per costruirla, lo stesso Obree utilizzò pezzi della lavatrice di casa.

Moser provò a riprendersi il record utilizzando una bicicletta non riuscendovi (ma stabilendo il proprio primato personale). Proprio questa esasperazione della forma delle biciclette spinse l’UCI a cancellare i record stabiliti dopo la prova di Mercks del ’72.

Altro campo di sperimentazione è legato alla collocazione geografica dei velodromi. L’aria rarefatta presente in altura limita la resistenza dell’aria così molti record sono stati registrati a Città del Messico posta ad oltre 2000 metri sopra il livello del mare.

La consapevolezza che la rarefazione dell’aria comporta problemi respiratori di non poco conto ha spinto i ciclisti a tornare a velodromi a livello del mare (come nel caso del record di Wiggins).

Dario Pegoretti telaista innovativo e genio modernista

Dario Pegoretti telaista, genio e amante dell’acciaio

Dario Pegoretti telaista moderno ed innovativo amante dell’acciaio scomparso nell’agosto del 2018, conosciamo la sua storia

Dario Pegoretti

Dario Pegoretti

Dario Pegoretti è stato uno dei più grandi, e non a tutti noto, telaisti italiani, nato nel 1956, amante del ciclismo ha gareggiato sino alla categoria juniores per poi capire che la sua passione per la bicicletta si sarebbe espressa meglio nella creazione di telai che spingendo sui pedali.

Dopo aver conseguito la maturità, decide di seguire la sua passione e si trasferisce a Verona dove inizia a lavorare come aiutante telaista presso la bottega artigianale di Luigino Milani che in quegli anni lavora in qualità di terzista per i più noti marchi di biciclette italiane.

Pegoretti osserva i tubi saldobrasati con congiunzioni, resta affascinato da quei telai che al posto della classica congiunzione presentano un cordone diverso dal normale. All’epoca non c’era Google per scoprire le tecnologie, lo studio è faticoso ma premiante tanto da , convincere il Milani a comprare una macchina per questa saldatura (la saldatura a Tig).

Pegoretti matura grande esperienza e professionalità nella produzione di telai e, quando nel 1990  viene a mancare il Milani (che nel frattempo era diventato suo suocero), decide di mettersi in proprio continuando la collaborazione con due marchi di grande prestigio come Pinarello e Bianchi.

L’attività di terzista va un stretta a Dario Pegoretti che nel 1996 decide di iniziare a produrre telai su misura con il proprio nome spostando la produzione a Caldonazzo, in provincia di Trento, e successivamente a Marter di Roncegno: nascono i Telai Pegoretti.

Dario nato con l’acciaio vede entrare sul mercato nuovi materiali ma resta vincolato al “suo” materiale rendendolo più moderno del moderno, dando uno stile unico e di design.

“L’acciaio parla, è sincero, ha un odore inconfondibile ed è un materiale vivo. D’inverno ha un odore diverso che d’estate. È un materiale sincero e devi rispettarlo”

Era solito ripetere Pegoretti.

Dario Pegoretti: Lo stile

Messosi in proprio e lanciato il proprio marchio personale grazie a buoni contatti oltreoceano, Dario riesce a proporre i propri telai sul mercato americano che si dimostra molto sensibile alla creatività del telaista. La fantasia di Pegoretti è inarrestabile, diventa un artista, anzi l’Artista del telaio tanto da essere paragonato al mitico Basquiatt. Dario è semplicemente il numero uno dei telaisti mondiali, il suo amico Richard Sachs (noto telaista americano) ha dichiarato:

“He has forgotten more than any of us here will ever know”, ha dimenticato più cose lui di quante ne potremo imparare noi.

Nel 2004, proprioo assieme all’amico Richard Sachs, disegnò la serie di tubi PegoRichie, prodotta da Columbus a partire dall’anno successivo e che fecero letteralmente furore.

Gli Americani adorano a tal punto i suoi telai che nel 2008 viene premiato come miglior telaista al NAHBS (North American Handmade Bicycle Show).

Nel 2010 una sua bici venne esposta al Museo d’arte e design di New York entrando nella lista dei sei più grandi telaisti mondiali e conquistando World Paper (una delle più importanti riviste di architettura e design).

Dario Pegoretti: telai speciali

In pochi hanno avuto la fortuna di entrare in possesso di un suo telaio, erano necessari almeno due anni di “coda” per avere poi in mano uno dei mezzi più eccitanti al mondo con cui pedalare.

Il colore appariscente dei suoi telai colpisce la fantasia di molti, meno quella di Dario:

“dico la verità: me rompe un po’ i cojoni. Preferirei che prima di tutto fosse apprezzata la funzionalità di un telaio”.

Insomma l’aspetto estetico è considerato secondario da Dario, ma poi alla fine “se una cosa va fatta, è meglio che sia fatta bella” e quindi ecco modelli unici che qualcuno acquista solo per l’aspetto anche se in realtà ogni telaio è prodotto funzionalmente alle esigenze del cliente anche contro una logica di mercato che vuole l’estremizzazione della tecnologia senza badare al reale uso del mezzo meccanico.

Dario era particolarmente appassionato di musica, come si può riscontrare anche da alcuni nomi dei suoi modelli tra cui il mitico “Big Leg Emma” , ispirato da una canzone di Frank Zappa.

 

Dario Pegoretti: telai per vip e big del ciclismo

Come detto, in pochi al mondo possono dire di avere un telaio Pegoretti, tra questi fortunati ecco il compianto attore americano Robin Williams, vero fanatico di biciclette che si era accaparrato un paio di esemplari unici. Altro fortunato il cantante Ben Harper divenuto amico di Dario e che all’artista del telaio ha dedicato una canzone.

In pochi sanno che Pegoretti ha “servito” alcuni tra i più grandi ciclisti del mondo, tra cui Miguel Indurain, Stephen Roche, Claudio Chiappucci, e Mario Cipollini. Lo stesso Marco Pantani era solito farsi produrre “di nascosto” telai da Dario.

Ma Dario non amava essere un telaista d’elite, amava confrontarsi sui social con giovani appassionati di meccanica o di grafica, ragazzi che sono stati da lui a imparare l’arte dell’acciaio. Un Maestro insomma, generoso di consigli ma severo e pronto a bacchettare chi cercava scorciatoie per il successo.

Indimenticabili i suoi post su vari forum italiani ad argomento ciclistico con il nickname “Round” in dialetto in cui spiegava le sue idee e che erano un concentrato di conoscenza e umorismo.

Dario Pegoretti: l’acciaio contro il carbonio

“I costruttori scelgono il carbonio e alluminio perché sono  più veloci da lavorare oggi le biciclette si costruiscono principalmente nel Sud Est asiatico, dove non sono esperti nella lavorazione dell’acciaio ma il materiale in sé non conta, conta avere un’idea e poi usare al meglio il materiale”.

In questa frase è racchiusa la filosofia di Dario Pegoretti

Dario Pegoretti: l’addio

Nel 2007 gli viene diagnosticato un linfoma dal quale riesce a guarire e da cui gli venne l’idea della la grafica “Catch the Spider” – Ciapa el ragno come la traduceva lui.

La notizia della sua scomparsa è arrivata lo scorso mese di luglio, a porre fine alla vita di questo artista del telaio un attacco di cuore. Con lui non se ne va non solo un genio unico ma anche una persona vecchio stampo, schiva ma sincera e diretta, una mente vulcanica e ricca di idee.

Un maestro, un faro del settore sempre pronto a mettersi in discussione e a sorprendere tutti con scelte innovative e controcorrente.

Armand De Las Cuevas è morto, ciclismo in lutto

Armand De Las Cuevas è morto, si ipotizza il suicidio

Armand De Las Cuevas è morto, secondo quanto riportato dal quotidiano l’Equipe, ex corridore della Banesto si sarebbe tolto la vita

Armand de Las Cuevas in maglia Castorama

Armand de Las Cuevas in maglia Castorama

Armand De Las Cuevas è morto, a rendere pubblica la notizia è il quotidiano francese L’Equipe secondo il quale, l’ex professionista transalpino si sarebbe tolto la vita. La triste notizia scuote il mondo del ciclismo mondiale e lascia tutti di sasso visto le cause della morte.

Negli ultimi anni Armand De Las Cuevas era letteralmente sparito dai radar, l’iberico si era infatti trasferito a Reunion sull’Ociano Indiano dove aveva deciso di cambiare totalmente stile di vita. Armand si è tolto la vita a soli 50 anni e il mondo del ciclismo piange questo ragazzo schivo che ha saputo conquistare non pochi successi durante la sua carriera.

Armand De Las Cuevas: chi era?

De Las Cuevas ha avuto una decennale carriera tra i professionisti del ciclismo in cui spicca la vittoria nella cronometro di Bologna di apertura al Giro d’Italia 1994  in cui ha preceduto per 2” Eugenio Berzin (che poi conquisterà la corsa) e 5” Miguel Indurain conquistando la maglia rosa. In carriera il francese vanta un titolo di Cmpione di Francia (1991), Classica San Sebastian (1994) e un Giro del Delfinato (1998).

Ragazzo schivo e leale era stato uno dei fidati scudieri di Indurain alla Banesto prima di trasferirsi alla Castorama. Personaggio poco “social” non ha mai frequentato i “salotti buoni” del ciclismo tanto da ritirarsi molto giovane (ad appena 30 anni) per cercare quella tranquillità che il mondo dello sport professionistico non era in grado di garantire.

Armand De Las Cuevas: la morte

Carattere introverso e solitario, Armand ha forse avuto una carriera inferiore al suo talento, personalità sensibile e complessa ha sempre preferito il silenzio alla luce della ribalta e forse questo aspetto non gli ha permesso di emergere soprattutto nell’esperienza come capitano alla Castorama. Ora la notizia che nessuno avrebbe voluto leggere e che intristisce tutti gli amanti del ciclismo. Dal tranquillo ritiro della Reunion arriva l’eco della sua morte, lui amante della traquillità ci lascia una notizia che ci costringe ad un assordante silenzio che ci scuote nel profondo dell’anima.

 

 

 

 

Gli italiani al Tour de France, recensione del libro

Gli italiani al Tour de France di Giacomo Pellizzari

Gli italiani al Tour de France scritto da Giacomo Pellizzari, un libro che ripercorre le gesta dei nostri atleti nella corsa più famosa al mondo

Gli italiani al Tour de France

Gli italiani al Tour de France

Gli italiani al Tour de France è un libro scritto dalle sapienti mani di Giacomo Pellizzari (che abbiamo avuto il piacere di intervistare lo scorso anno in occasione dell’uscita di Storia e geografia del Giro d’Italia) ed edito da UTET.

Storicamente la Grande Boucle è la corsa più ambita dai ciclisti di tutto il mondo, un evento che per popolarità è secondo solo ai Mondiali di Calcio e ai Giochi Olimpici. La dicotomia tra Tour e Giro è nota a tutti gli amanti del ciclismo. La corsa rosa è quasi una festa popolare (anche se negli ultimi anni l’organizzazione sta facendo passi da giganti) mentre, anche un po per lo sciovinismo francese, la corsa in giallo ha da sempre i crismi dell’evento pubblicizzato e pompato.

La rivalità che negli anni ha diviso italiani e francesi nel tifo per i propri atleti ha aiutato a generare il mito del Tour de France tra i ciclisti tricolori tanto da essere cantati “… e i francesi ancor si incazzano”.

Tante storie di corridori italiani si sono intrecciate nel corso degli anni con la Grande Boucle, dalle più belle alle più drammatiche. Dalla prima vittoria tricolore data 1924 con Ottavio Bottecchia all’ultima di Vincenzo Nibali, da Fausto Coppi a Gino Bartali è stato un susseguirsi di emozioni. Dalla rivalità tra Gianni Bugno e Claudio Chiappucci che forse favorì Miguel Indurain alla storica accoppiata Giro-Tour di Marco Pantani del 1998, il libro ripercorre come in fotogrammi attimi diventati storici.

Non può magare un ricordo dell’indimenticato e indimenticabile Fabio Casartelli tragicamente morto per una terribile caduta nella discesa dal Portet d’Aspet

Gli italiani al Tour de France  è il racconto di un grande viaggio (anzi di 104 grandi viaggi) alla caccia di un sogno tra polvere, fatica, lotte, delusioni amarezze e tante gioie che, dai periodi del ciclismo pionieristico ed epico ad oggi, da sempre affascina i ciclisti di tutto il mondo.

 

Indurain nella Hall of Fame del Giro d’Italia

Indurain entra nella Hall of Fame del Giro d’Italia

Indurain, campionissimo spagnolo che ha scritto pagine importanti del ciclismo mondiale, è stato inserito nella Hall of Fame del Giro d’Italia

Indurain nella Hall of Fame

Indurain nella Hall of Fame

Indurain, campione navarro, è stato inserito, durante una cerimonia tenutasi al Teatro Gerolamo nel cuore di Milano, nella  Hall of Fame del Giro d’Italia. Il meritato riconoscimento è stato assegnato a Miguel Indurain in vistù delle epiche pagine che il navarro ha scritto nel corse della sua carriera lungo le strade della corsa corsa.

Miguelón ha fatto la storia della Corsa Rosa diventando il primo corridore spagnolo a vincerla nel 1992 facendo il bis l’anno successivo, ultimo ciclista a riuscirci. Indurain è stato anche terzo al Giro d’Italia nel 1994 vinto a  Evgenij Berzin  (secondo posto per il Pirata Marco Pantani).

Nel suo palmarès rientrano anche cinque Tour de France vinti consecutivamente e, appunto, i due Giri d’Italia che il navarro ha conquistato in accoppiata al Grande Boucle.

Nell’edizione 1992 della Corsa Rosa lo spagnolo ha conquistato anche la 22ª tappa (Vigevano > Milano) mentre l’anno successivo i successi di tappa furono due: la cronometro individuale di Senigallia e la 19ª tappa, sempre contro il tempo, da Pinerolo a Sestriere. Nel 1993 l’iberico, complice una condizione non ottimale, non riuscì a conquistare nessuna tappa chiudendo al terzo posto, battuto dal giovane Berzin (che si impose nelle due cronometro della corsa rosa).

«Sono molto onorato di entrare a far parte di questa esclusiva famiglia del Giro d’Italia. Dopo 25 anni dalla mia ultima vittoria, nel 1993, mi fa molto piacere che gli organizzatori si siano ricordati di me. Questa corsa vive di passione ogni giorno, su ogni strada. È una grande festa del ciclismo» ha dichiarato Indurain.

Ad applaudirlo assieme al direttore generale di RCS Sport Paolo Bellino, il direttore del Giro Mauro Vegni, il direttore della Gazzetta Andrea Monti ed il suo vice Pier Bergonzi, c’erano anche Claudio Chiappucci e Maurizio Fondriest.

Tutti i numeri del Tour de France 2017

Froome cerca il poker al Tour de France

Chris Froome al Tour de France

Chris Froome al Tour de France

Manca veramente poco alla partenza del Tour de France che scatterà da Düsseldorf in Germania. Il favorito d’obbligo è il Keniano Chris Froome, capace di vincere 3 volte la Grande Boucle nelle ultime 4 edizioni, in caso di vittoria per lui sarebbe il quarto successo che lo porterebbe a meno uno dai campioni immortali del ciclismo Anquetil, Merckx, Hinault e Indurain (Lance Armstrong si è visto annullare le sue sette vittorie per le note vicende di doping).

Lo stesso desiderio di vittoria lo incarna Nairo Quintana che, dopo aver fallito l’operazione Giro d’Italia, cerca il riscatto alla Grand Boucle per entrare nel club dei ciclisti vincitore dei tre grandi giri a tappe.

Se Eddy Merckx resta il primatista assoluto nelle vittorie di tappa, Richard Virenque detiene il primato per la classifica scalatori, Zabel per classifica a punti, anche ma il tedesco è tallonato da un Peter Sagan affamato di successi.

Nel club dei cinque giri, come detto, figurano; Jacques Anquetil che vinse 5 edizioni tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60. Fu poi la volta di  Eddy Merckx, che vinse 5 Tour de France tra il 1969 e il 1974. Miguel Indurain  negli anni ’90 riuscì a vincere 5 edizioni consecutive al Tour de France (nel ’92 e nel ’93 fece doppietta con il Giro).

Nelle 103 edizioni precedenti, sono 10 i successi italiani alla Grande Boucle: Ottavo Bottecchia nel 1924 e 1925, Gino Bartali nel 1938 e 1948, Fausto Coppi nel 1949 e 1952, Gastone Nencini nel 1960, Felice Gimondi nel 1965, Marco Pantani nel 1998 e Vincenzo Nibali nel 2014. Le speranze italiane per le posizioni alte di classifica sono affidate a Fabio Aru fresco campione italiano che punterà a un posto nei primi 5 e alla vittoria di qualche tappa.