Challenger App Biking Cup con Chiappucci ed Indurain

Challenger App la rivoluzione del ciclismo?

Challenger App studiata da Marco Brighi testata nella Challenger Biking Cup da Chiappucci, Indurain e Masnada

Challenger App testimonial d'eccezione

Challenger App testimonial d’eccezione

Challenger App grazie al sistema GPS permette di calcolare i dati in tempo reale e di connettersi ad altri ciclisti che vogliono “pedalare” insieme a noi. A Forlì si è svolta  la prima edizione della Challenger Biking Cup con ospiti di eccezione Claudio “El Diablo” Chiappucci e “Miguelon” Indurain con l’obiettivo di aiutare il Dynamo Camp.

Il mondo va sempre di più verso il digitale e il mondo del ciclismo non è da meno visto che ormai anche le biciclette sono corredati con una quantità sempre crescente di tecnologia, insomma si va sempre più verso il “Ciclismo 2.0”.

Challenger App: ciclismo a portata di smartphone

Marco Brighi, ingegnere forlivese, Deus Ex Machina di Challenger ha studiato alla Columbia University di New York e ha voluto portare le competenze sviluppate al ciclismo:

“L’idea è quella di poter rilevare dal GPS i dati che possono essere interessanti per la performance nello stesso modo di Google Maps e il tutto può essere gratuito” spiega Brighi.

L’obiettivo è quello di un’applicazione usabile outdoor ma che va, chiaramente, testata indoor per “stressare” l’App e migliorarla ed ecco che Fausto Masnada, professionista dell’Androni Sidermec, Claudio Chiappucci e Miguel Indurain sono stati protagonisti della Challenger Biking Cup a Forlì

“Ho ottenuto la collaborazione di Fausto Masnada – ha spiegato Brighi – perché per sviluppare correttamente l’app serviva il feedback delle persone che usano spesso la bicicletta, chi meglio di un professionista?”

Challenger, infatti, non solo permette di monitorare la performance del ciclista ma anche migliorare in tempo reale la pedalata basandosi su parametri come la potenza.

“La potenza è un parametro fondamentale per l’allenamento, monitorare il battito cardiaco non è più sufficiente in quanto i valori troppo spesso dipendono fattori anche esterni in quanto non direttamente collegato allo sforzo mentre la potenza misura puntualmente quanto spingiamo” commenta Birghi.

Le applicazioni, come le gambe vanno allenate e “testate” ed ecco l’idea della gara:

“Con Chiappucci abbiamo pensato di organizzare una gara per raccogliere fondi per il progetto del Dynamo Camp e così Claudio ha coinvolto anche Miguel Indurain”

Challenger nasce dall’idea di testare l’app e unire i campioni all’appassionato per pedalare assieme senza lo stress del risultato ma per il semplice gusto di pedalare assieme, un bel modo per portare il corridore verso la dimensione del ciclismo 2.0.

 

 

Record dell’ora nel ciclismo la storia completa

Record dell’ora la storia di questa prova

Record dell’ora la storia di questa prova: dal primato di Henri Desgrange a quello di Victor Campenaerts passando per tante imprese memorabili

Record dell'Ora, Francesco Moser

Record dell’Ora, Francesco Moser

Record dell’ora è una disciplina del ciclismo su pista in cui un’atleta è chiamato a percorrere, nel lasso di tempo di un’ora, la maggior distanza partendo da fermo. Trattasi chiaramente di una prova a carattere individuale in cui sono utilizzate biciclette a “scatto fisso” il che rende la scelta del rapporto da impiegare una delle variabili tattiche per aumentare la possibilità di offrire la migliore performance possibile.

Va ricordato che, secondo il regolamento ufficiale, la distanza percorsa viene sancita rilevando il tempo alla conclusione del giro successivo dopo lo scattare del sessantesimo minuto di corsa.

Record dell’ora nel ciclismo: la storia

Questa sfida venne ideata dal giornalista e ciclista francese Henri Desgrange (che poi divenne patron del Tour de France) bel 1893. Proprio Desgrange fu il primo a stabilire il record percorrendo 35,325 km. La prova andò velocemente a colpire la fantasia degli appassionati e dei ciclisti e divenne un vero e proprio culto in pochi anni e già ad inizio del XIX secolo il record superò la barriera dei 40 chilometri percorsi. Alla vigilia del primo conflitto mondiale Oscar Egg stabilì il Record dell’Ora di 44,247 chilometri che durò quasi vent’anni.

Nel 1933 Francis Faure superò il primato stabilito da Egg con 45,055 km utilizzando una bicicletta reclinata motivo per cui il suo record venne annullato l’anno successivo, fu quindi Giuseppe Olmo nel 1935 il primo a superare la barriera dei 45 chilometri.

Nel 1942 in piena Seconda Guerra Mondiale, Fausto Coppi, al Velodromo Vigorelli di Milano fissò il primato a 45,798 chilometri. Il primato del Campionissimo durò ben 14 anni quando fu Jacques Anquetil a prendersi il record ma, sempre nello stesso anno, Ercole Baldini, ancora dilettante, riportò in Italia il primato.

Nel 1972 Eddy Merckx, che sfiorò la barriera dei 50 chilometri stabilendo il nuovo primato in 49,431. Dodici anni dopo, a Città del Messico, ecco i due famosi record di Francesco Moser con le altrettanto famose “ruote lenticolari”.

Nove anni dopo (il 17 luglio 1993) uno sconosciuto dilettante scozzese, tale Graeme Obree, con una bicicletta da lui progettata e realizzata (denominata Old Faithful) che gli consentiva una posizione in sella particolarmente aerodinamica conquistò il Record dell’ora percorrendo 51,596 km.

Dopo essere stato spodestato da Chris Boardman a meno di sette giorni dal record, il 27 aprile 1994 fu ancora Graeme Obree a stabilire il primato, fermandosi a 52,713 km.

Le biciclette avveniristiche impiegate in quegli anni ridiedero smalto a questa prova tanto che si susseguirono i tentativi degli specialisti della cronometro da Miguel Indurain a Tony Rominger

Nel 1995 l’UCI decise di vietare la posizione in sella utilizzata da Obree e nel 2000 decise di annullare i record ottenuti grazie a biciclette speciali. I record con bici “non conformi” vennero categorizzati come “Miglior prestazione umana sull’ora” così che il vero Record dell’Ora tornò ad essere quello di Merckx del 1972.

Nel 2000 Boardman, ormai prossimo al ritiro, decise di provare il record con una bicicletta tradizionale e ottenne il nuovo primato con 49,441 chilometri ossia solo 10 metri in più del belga. Cinque anni dopo un semi-sconosciuto polacco Ondřej Sosenka, fece registrare il nuovo record a 49,700 km.

Nel 2014, l’UCI apre la possibilità di impiegare biciclette da pista facendo tornare interesse attorno al Record dell’Ora.

Il 18 settembre 2014 Jens Voigt, quarantenne ciclista tedesco, nel velodromo svizzero di Grenchen percorse 51,115 km ma dopo appena un mese ad Aigle Matthias Brändle arriva a percorrere 51,852 km.

L’8 febbraio 2015, Rohan Dennis, fresco vincitore del Tour Down Under, ottiene il primato di 52,491 km.

Il 2 maggio è la volta del britannico Alex Dowsett di migliorare il record 52,937 km sul velodromo di Manchester. Poco più di un mese ed è Sir Bradley Wiggins a suo il record dell’ora percorrendo 54,526 km sulla pista del velodromo olimpico Lee Valley VeloPark di Londra.

Il 16 aprile 2019, in Messico è il belga Victor Campenaerts a superare il limite dei 55 km, portando il record a 55,089 km migliorando la prestazione di Wiggins di 563 metri

Record dell’ora: la ricerca tecnologica

Il tentativo di record dell’ora di Eddy Merckx segnò l’inizio della sperimentazione (a volte anche esasperata) di nuove tecnologia. In quell’occasione Ernesto Colnago presentò una bicicletta ultraleggera (poco più di 5kg di peso totale). In realtà quella bici esasperava il peso senza puntare all’aerodinamicità vero elemento cardine delle prestazioni contro il tempo.

Nel record del 1984 di Moser il mondo conobbe le “ruote lenticolari applicate ad una bicicletta in cui era l’aerodinamica il punto forte (il peso era uguale alla bicicletta usata da Fausto Coppi) assieme alla rigidità del telaio.

Incredibile fu la soluzione adottata da Graeme Obree con una bici che permetteva la posizione posizione “a uovo” particolarmente favorevole dal punto di vista aerodinamica. La leggenda vuole che per costruirla, lo stesso Obree utilizzò pezzi della lavatrice di casa.

Moser provò a riprendersi il record utilizzando una bicicletta non riuscendovi (ma stabilendo il proprio primato personale). Proprio questa esasperazione della forma delle biciclette spinse l’UCI a cancellare i record stabiliti dopo la prova di Mercks del ’72.

Altro campo di sperimentazione è legato alla collocazione geografica dei velodromi. L’aria rarefatta presente in altura limita la resistenza dell’aria così molti record sono stati registrati a Città del Messico posta ad oltre 2000 metri sopra il livello del mare.

La consapevolezza che la rarefazione dell’aria comporta problemi respiratori di non poco conto ha spinto i ciclisti a tornare a velodromi a livello del mare (come nel caso del record di Wiggins).

Dario Pegoretti telaista innovativo e genio modernista

Dario Pegoretti telaista, genio e amante dell’acciaio

Dario Pegoretti telaista moderno ed innovativo amante dell’acciaio scomparso nell’agosto del 2018, conosciamo la sua storia

Dario Pegoretti

Dario Pegoretti

Dario Pegoretti è stato uno dei più grandi, e non a tutti noto, telaisti italiani, nato nel 1956, amante del ciclismo ha gareggiato sino alla categoria juniores per poi capire che la sua passione per la bicicletta si sarebbe espressa meglio nella creazione di telai che spingendo sui pedali.

Dopo aver conseguito la maturità, decide di seguire la sua passione e si trasferisce a Verona dove inizia a lavorare come aiutante telaista presso la bottega artigianale di Luigino Milani che in quegli anni lavora in qualità di terzista per i più noti marchi di biciclette italiane.

Pegoretti osserva i tubi saldobrasati con congiunzioni, resta affascinato da quei telai che al posto della classica congiunzione presentano un cordone diverso dal normale. All’epoca non c’era Google per scoprire le tecnologie, lo studio è faticoso ma premiante tanto da , convincere il Milani a comprare una macchina per questa saldatura (la saldatura a Tig).

Pegoretti matura grande esperienza e professionalità nella produzione di telai e, quando nel 1990  viene a mancare il Milani (che nel frattempo era diventato suo suocero), decide di mettersi in proprio continuando la collaborazione con due marchi di grande prestigio come Pinarello e Bianchi.

L’attività di terzista va un stretta a Dario Pegoretti che nel 1996 decide di iniziare a produrre telai su misura con il proprio nome spostando la produzione a Caldonazzo, in provincia di Trento, e successivamente a Marter di Roncegno: nascono i Telai Pegoretti.

Dario nato con l’acciaio vede entrare sul mercato nuovi materiali ma resta vincolato al “suo” materiale rendendolo più moderno del moderno, dando uno stile unico e di design.

“L’acciaio parla, è sincero, ha un odore inconfondibile ed è un materiale vivo. D’inverno ha un odore diverso che d’estate. È un materiale sincero e devi rispettarlo”

Era solito ripetere Pegoretti.

Dario Pegoretti: Lo stile

Messosi in proprio e lanciato il proprio marchio personale grazie a buoni contatti oltreoceano, Dario riesce a proporre i propri telai sul mercato americano che si dimostra molto sensibile alla creatività del telaista. La fantasia di Pegoretti è inarrestabile, diventa un artista, anzi l’Artista del telaio tanto da essere paragonato al mitico Basquiatt. Dario è semplicemente il numero uno dei telaisti mondiali, il suo amico Richard Sachs (noto telaista americano) ha dichiarato:

“He has forgotten more than any of us here will ever know”, ha dimenticato più cose lui di quante ne potremo imparare noi.

Nel 2004, proprioo assieme all’amico Richard Sachs, disegnò la serie di tubi PegoRichie, prodotta da Columbus a partire dall’anno successivo e che fecero letteralmente furore.

Gli Americani adorano a tal punto i suoi telai che nel 2008 viene premiato come miglior telaista al NAHBS (North American Handmade Bicycle Show).

Nel 2010 una sua bici venne esposta al Museo d’arte e design di New York entrando nella lista dei sei più grandi telaisti mondiali e conquistando World Paper (una delle più importanti riviste di architettura e design).

Dario Pegoretti: telai speciali

In pochi hanno avuto la fortuna di entrare in possesso di un suo telaio, erano necessari almeno due anni di “coda” per avere poi in mano uno dei mezzi più eccitanti al mondo con cui pedalare.

Il colore appariscente dei suoi telai colpisce la fantasia di molti, meno quella di Dario:

“dico la verità: me rompe un po’ i cojoni. Preferirei che prima di tutto fosse apprezzata la funzionalità di un telaio”.

Insomma l’aspetto estetico è considerato secondario da Dario, ma poi alla fine “se una cosa va fatta, è meglio che sia fatta bella” e quindi ecco modelli unici che qualcuno acquista solo per l’aspetto anche se in realtà ogni telaio è prodotto funzionalmente alle esigenze del cliente anche contro una logica di mercato che vuole l’estremizzazione della tecnologia senza badare al reale uso del mezzo meccanico.

Dario era particolarmente appassionato di musica, come si può riscontrare anche da alcuni nomi dei suoi modelli tra cui il mitico “Big Leg Emma” , ispirato da una canzone di Frank Zappa.

 

Dario Pegoretti: telai per vip e big del ciclismo

Come detto, in pochi al mondo possono dire di avere un telaio Pegoretti, tra questi fortunati ecco il compianto attore americano Robin Williams, vero fanatico di biciclette che si era accaparrato un paio di esemplari unici. Altro fortunato il cantante Ben Harper divenuto amico di Dario e che all’artista del telaio ha dedicato una canzone.

In pochi sanno che Pegoretti ha “servito” alcuni tra i più grandi ciclisti del mondo, tra cui Miguel Indurain, Stephen Roche, Claudio Chiappucci, e Mario Cipollini. Lo stesso Marco Pantani era solito farsi produrre “di nascosto” telai da Dario.

Ma Dario non amava essere un telaista d’elite, amava confrontarsi sui social con giovani appassionati di meccanica o di grafica, ragazzi che sono stati da lui a imparare l’arte dell’acciaio. Un Maestro insomma, generoso di consigli ma severo e pronto a bacchettare chi cercava scorciatoie per il successo.

Indimenticabili i suoi post su vari forum italiani ad argomento ciclistico con il nickname “Round” in dialetto in cui spiegava le sue idee e che erano un concentrato di conoscenza e umorismo.

Dario Pegoretti: l’acciaio contro il carbonio

“I costruttori scelgono il carbonio e alluminio perché sono  più veloci da lavorare oggi le biciclette si costruiscono principalmente nel Sud Est asiatico, dove non sono esperti nella lavorazione dell’acciaio ma il materiale in sé non conta, conta avere un’idea e poi usare al meglio il materiale”.

In questa frase è racchiusa la filosofia di Dario Pegoretti

Dario Pegoretti: l’addio

Nel 2007 gli viene diagnosticato un linfoma dal quale riesce a guarire e da cui gli venne l’idea della la grafica “Catch the Spider” – Ciapa el ragno come la traduceva lui.

La notizia della sua scomparsa è arrivata lo scorso mese di luglio, a porre fine alla vita di questo artista del telaio un attacco di cuore. Con lui non se ne va non solo un genio unico ma anche una persona vecchio stampo, schiva ma sincera e diretta, una mente vulcanica e ricca di idee.

Un maestro, un faro del settore sempre pronto a mettersi in discussione e a sorprendere tutti con scelte innovative e controcorrente.

Armand De Las Cuevas è morto, ciclismo in lutto

Armand De Las Cuevas è morto, si ipotizza il suicidio

Armand De Las Cuevas è morto, secondo quanto riportato dal quotidiano l’Equipe, ex corridore della Banesto si sarebbe tolto la vita

Armand de Las Cuevas in maglia Castorama

Armand de Las Cuevas in maglia Castorama

Armand De Las Cuevas è morto, a rendere pubblica la notizia è il quotidiano francese L’Equipe secondo il quale, l’ex professionista transalpino si sarebbe tolto la vita. La triste notizia scuote il mondo del ciclismo mondiale e lascia tutti di sasso visto le cause della morte.

Negli ultimi anni Armand De Las Cuevas era letteralmente sparito dai radar, l’iberico si era infatti trasferito a Reunion sull’Ociano Indiano dove aveva deciso di cambiare totalmente stile di vita. Armand si è tolto la vita a soli 50 anni e il mondo del ciclismo piange questo ragazzo schivo che ha saputo conquistare non pochi successi durante la sua carriera.

Armand De Las Cuevas: chi era?

De Las Cuevas ha avuto una decennale carriera tra i professionisti del ciclismo in cui spicca la vittoria nella cronometro di Bologna di apertura al Giro d’Italia 1994  in cui ha preceduto per 2” Eugenio Berzin (che poi conquisterà la corsa) e 5” Miguel Indurain conquistando la maglia rosa. In carriera il francese vanta un titolo di Cmpione di Francia (1991), Classica San Sebastian (1994) e un Giro del Delfinato (1998).

Ragazzo schivo e leale era stato uno dei fidati scudieri di Indurain alla Banesto prima di trasferirsi alla Castorama. Personaggio poco “social” non ha mai frequentato i “salotti buoni” del ciclismo tanto da ritirarsi molto giovane (ad appena 30 anni) per cercare quella tranquillità che il mondo dello sport professionistico non era in grado di garantire.

Armand De Las Cuevas: la morte

Carattere introverso e solitario, Armand ha forse avuto una carriera inferiore al suo talento, personalità sensibile e complessa ha sempre preferito il silenzio alla luce della ribalta e forse questo aspetto non gli ha permesso di emergere soprattutto nell’esperienza come capitano alla Castorama. Ora la notizia che nessuno avrebbe voluto leggere e che intristisce tutti gli amanti del ciclismo. Dal tranquillo ritiro della Reunion arriva l’eco della sua morte, lui amante della traquillità ci lascia una notizia che ci costringe ad un assordante silenzio che ci scuote nel profondo dell’anima.

 

 

 

 

Gli italiani al Tour de France, recensione del libro

Gli italiani al Tour de France di Giacomo Pellizzari

Gli italiani al Tour de France scritto da Giacomo Pellizzari, un libro che ripercorre le gesta dei nostri atleti nella corsa più famosa al mondo

Gli italiani al Tour de France

Gli italiani al Tour de France

Gli italiani al Tour de France è un libro scritto dalle sapienti mani di Giacomo Pellizzari (che abbiamo avuto il piacere di intervistare lo scorso anno in occasione dell’uscita di Storia e geografia del Giro d’Italia) ed edito da UTET.

Storicamente la Grande Boucle è la corsa più ambita dai ciclisti di tutto il mondo, un evento che per popolarità è secondo solo ai Mondiali di Calcio e ai Giochi Olimpici. La dicotomia tra Tour e Giro è nota a tutti gli amanti del ciclismo. La corsa rosa è quasi una festa popolare (anche se negli ultimi anni l’organizzazione sta facendo passi da giganti) mentre, anche un po per lo sciovinismo francese, la corsa in giallo ha da sempre i crismi dell’evento pubblicizzato e pompato.

La rivalità che negli anni ha diviso italiani e francesi nel tifo per i propri atleti ha aiutato a generare il mito del Tour de France tra i ciclisti tricolori tanto da essere cantati “… e i francesi ancor si incazzano”.

Tante storie di corridori italiani si sono intrecciate nel corso degli anni con la Grande Boucle, dalle più belle alle più drammatiche. Dalla prima vittoria tricolore data 1924 con Ottavio Bottecchia all’ultima di Vincenzo Nibali, da Fausto Coppi a Gino Bartali è stato un susseguirsi di emozioni. Dalla rivalità tra Gianni Bugno e Claudio Chiappucci che forse favorì Miguel Indurain alla storica accoppiata Giro-Tour di Marco Pantani del 1998, il libro ripercorre come in fotogrammi attimi diventati storici.

Non può magare un ricordo dell’indimenticato e indimenticabile Fabio Casartelli tragicamente morto per una terribile caduta nella discesa dal Portet d’Aspet

Gli italiani al Tour de France  è il racconto di un grande viaggio (anzi di 104 grandi viaggi) alla caccia di un sogno tra polvere, fatica, lotte, delusioni amarezze e tante gioie che, dai periodi del ciclismo pionieristico ed epico ad oggi, da sempre affascina i ciclisti di tutto il mondo.

 

Indurain nella Hall of Fame del Giro d’Italia

Indurain entra nella Hall of Fame del Giro d’Italia

Indurain, campionissimo spagnolo che ha scritto pagine importanti del ciclismo mondiale, è stato inserito nella Hall of Fame del Giro d’Italia

Indurain nella Hall of Fame

Indurain nella Hall of Fame

Indurain, campione navarro, è stato inserito, durante una cerimonia tenutasi al Teatro Gerolamo nel cuore di Milano, nella  Hall of Fame del Giro d’Italia. Il meritato riconoscimento è stato assegnato a Miguel Indurain in vistù delle epiche pagine che il navarro ha scritto nel corse della sua carriera lungo le strade della corsa corsa.

Miguelón ha fatto la storia della Corsa Rosa diventando il primo corridore spagnolo a vincerla nel 1992 facendo il bis l’anno successivo, ultimo ciclista a riuscirci. Indurain è stato anche terzo al Giro d’Italia nel 1994 vinto a  Evgenij Berzin  (secondo posto per il Pirata Marco Pantani).

Nel suo palmarès rientrano anche cinque Tour de France vinti consecutivamente e, appunto, i due Giri d’Italia che il navarro ha conquistato in accoppiata al Grande Boucle.

Nell’edizione 1992 della Corsa Rosa lo spagnolo ha conquistato anche la 22ª tappa (Vigevano > Milano) mentre l’anno successivo i successi di tappa furono due: la cronometro individuale di Senigallia e la 19ª tappa, sempre contro il tempo, da Pinerolo a Sestriere. Nel 1993 l’iberico, complice una condizione non ottimale, non riuscì a conquistare nessuna tappa chiudendo al terzo posto, battuto dal giovane Berzin (che si impose nelle due cronometro della corsa rosa).

«Sono molto onorato di entrare a far parte di questa esclusiva famiglia del Giro d’Italia. Dopo 25 anni dalla mia ultima vittoria, nel 1993, mi fa molto piacere che gli organizzatori si siano ricordati di me. Questa corsa vive di passione ogni giorno, su ogni strada. È una grande festa del ciclismo» ha dichiarato Indurain.

Ad applaudirlo assieme al direttore generale di RCS Sport Paolo Bellino, il direttore del Giro Mauro Vegni, il direttore della Gazzetta Andrea Monti ed il suo vice Pier Bergonzi, c’erano anche Claudio Chiappucci e Maurizio Fondriest.

Tutti i numeri del Tour de France 2017

Froome cerca il poker al Tour de France

Chris Froome al Tour de France

Chris Froome al Tour de France

Manca veramente poco alla partenza del Tour de France che scatterà da Düsseldorf in Germania. Il favorito d’obbligo è il Keniano Chris Froome, capace di vincere 3 volte la Grande Boucle nelle ultime 4 edizioni, in caso di vittoria per lui sarebbe il quarto successo che lo porterebbe a meno uno dai campioni immortali del ciclismo Anquetil, Merckx, Hinault e Indurain (Lance Armstrong si è visto annullare le sue sette vittorie per le note vicende di doping).

Lo stesso desiderio di vittoria lo incarna Nairo Quintana che, dopo aver fallito l’operazione Giro d’Italia, cerca il riscatto alla Grand Boucle per entrare nel club dei ciclisti vincitore dei tre grandi giri a tappe.

Se Eddy Merckx resta il primatista assoluto nelle vittorie di tappa, Richard Virenque detiene il primato per la classifica scalatori, Zabel per classifica a punti, anche ma il tedesco è tallonato da un Peter Sagan affamato di successi.

Nel club dei cinque giri, come detto, figurano; Jacques Anquetil che vinse 5 edizioni tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60. Fu poi la volta di  Eddy Merckx, che vinse 5 Tour de France tra il 1969 e il 1974. Miguel Indurain  negli anni ’90 riuscì a vincere 5 edizioni consecutive al Tour de France (nel ’92 e nel ’93 fece doppietta con il Giro).

Nelle 103 edizioni precedenti, sono 10 i successi italiani alla Grande Boucle: Ottavo Bottecchia nel 1924 e 1925, Gino Bartali nel 1938 e 1948, Fausto Coppi nel 1949 e 1952, Gastone Nencini nel 1960, Felice Gimondi nel 1965, Marco Pantani nel 1998 e Vincenzo Nibali nel 2014. Le speranze italiane per le posizioni alte di classifica sono affidate a Fabio Aru fresco campione italiano che punterà a un posto nei primi 5 e alla vittoria di qualche tappa.