Armstrong: “io come Marco Pantani”

Armstrong si paragona al Pirata!

Armstrong, protagonista di un documentario in onda sulla ESPN parla di doping e di ciclismo paragonando la sua discesa a quella di Marco Pantani

Lance Armstrong

Lance Armstrong

Armstrong in questi giorni sta vivendo un momento di popolarità ritrovata grazie al documentario in onda su ESPN dal titolo “Lance” in cui “Ho deciso di raccontare tutta la mia verità” dichiara il texano.

Figura controversa quella del ciclista di Austin, in molti lo hanno amato quando era in sella in tantissimi lo hanno odiato fin quando ha pedalato e lo detestano con maggior forza dopo lo scandalo Doping che gli ha fatto perdere i sette Tour de France vinti barando.

Ora dal documentario andato  andata in onda su ESPN negli Usa la scorsa notte (la seconda puntata sarà on air lunedì prossimo) arrivano gli echi di alcune affermazioni forti tra doping, amicizia con Ullrich e un paragone azzardato con Marco Pantani. Il docu-film realizzato da Marina Zenovich arriverà in Europa a fine giugno ma le dichiarazione del cowboy texano fanno già molto discutere.

Lance spiega di aver imparato a “mentire guardando la gente negli occhi tanto ero abituato a farlo” e racconta che “tutti facevano uso di EPO, che ti faceva andare fortissimo senza rischi per la salute non come gli ormoni che ti facevano crescere le cose  cattive, come appunto il tumore”.

Armstrong si getta poi in una digressione sul rapporto tra ciclismo ed Italia, Il texano ha passato molto tempo nel nostro paese, prima sulle rive del Lago di Como, poi frequentando il noto medico ferrarese Michele Ferrari (ricordiamo la assurda vicenda dell’inseguimento a Filippo Simeoni reo di aver segnalato la cosa). Le parole che escono dalla bocca dell’ex ciclista a stelle e strisce sono bordate graffianti che potrebbero ferire la sensibilità di molti.

Dopo un chiaro attacco ad Ivan Basso “l’Italia lo glorifica, gli da un poso di lavoro e lo invita in tv” ecco il paragone azzardatissimo con il Pirata con cui in strada non c’è mai stata simpatia:

“Gli italiani amavano ciclisti pieni di Epo, ma poi hanno distrutto e ucciso Marco Pantani. Lui è morto, fottutamente morto. La Germania disprezza Ullrich e gli americani mi odiano. Per tre come noi non ci sarà redenzione”.

 

 

Credo che c’è qualcosa, sicuramente, di strano di Dario Corsi, la recensione

“…Credo che c’è qualcosa, sicuramente, di strano…”

Credo che c’è qualcosa, sicuramente, di strano, di Dario Corsi è la ricostruzione  degli accadimenti dopo i fatti di Madonna di Campiglio

“Credo che c’è qualcosa, sicuramente, di strano...” è il titolo del libro di Dario Corsi

“Credo che c’è qualcosa, sicuramente, di strano…” è il titolo del libro di Dario Corsi

Credo che c’è qualcosa, sicuramente, di strano…” è il titolo del libro di Dario Corsi che corrispondono alle parole dette da Marco Pantani quando, scortato dai carabinieri, uscì dall’hotel di Madonna di Campiglio per salire sull’auto che l’avrebbe riportato nella sua Cesenatico. Marco quel giorno prosegui con “sono ripartito dopo dei grossi incidenti ma moralmente credo che questa volta… abbiamo toccato il fondo”, mai parole furono più profetiche: Pantani iniziò una rapida discesa verso gli inferi.

Dario Corsi, laureato in scienze biologiche e ricercatore presso l’Università di Urbino, appassionato di ciclismo che ha, nel corso della sua vita, incrociato per motivi professionali Marco Pantani, ha deciso di scrivere questo libro, forte della sua esperienza nello studio dei globuli rossi del sangue, per dare una chiave di lettura dei fatti che hanno portato alle note drammatiche vicende.

Il libro, edito da Europa Edizioni per la collana “Fare Mondi” si basa su una attenta e scrupolosa raccolta di dati e segue sistematicamente l’evolversi degli eventi dal lontano 5 giugno 1999 ai venti anni successivi.

Dario Corsi compie, nelle pagine del libro, e nella laboriosa ricerca di dati un’autentica corsa a tappe al termine della quale non è vi una miss e una maglia da ritirare ma la verità sperata.

Credo che c’è qualcosa, sicuramente, di strano” disse Pantani a Madonna di Campiglio e Dario Corsi grazie a spiegazioni scientifiche, frutto della sua competenza in materia, ma piacevolmente leggibili anche ad un amante del ciclismo riesce a far comprendere come di stranezze e di misteri ce ne siano in abbondanza nella triste vicenda del Pirata di Cesenatico.

Dalla partenza del 5 giugno 1999 al triste epilogo del 14 febbraio 2004, Marco ha corso la gara più dura e terribile della sua vita, nel libro l’autore arriva al traguardo potendo “affermare, senza timore di esser smentito, che quel 5 giugno 1999 gli esami effettuati furono errati”.

“Aspetto con tanta verità. Sono stato umiliato per nulla e per quattro anni sono in tutti i tribunali” ha dichiarato Marco e ora Corsi prova in modo scientifico e inconfutabile a fare da cassa di risonanza per segnalare che il protocollo antidoping seguito e i relativi risultati, non furono veritieri.

 

 

 

 

Sfregiato il monumento a Pantani

Sfregiato il monumento dedicato a Pantani

Un vile e meschino atto di vandalismo nella serata di ieri ha portato allo sfregio del monumento a Marco Pantani sulla salita di Montevecchio

Lo sfregio al monumento a Pantani

Lo sfregio al monumento a Pantani

Imbecilli, animali, maleducati. Educazione questa sconosciuta, assieme all’assenza di rispetto ecco cosa hanno portato al vile sfregio che ha subito, a distanza di soli tre giorni dalla ricorrenza dell’anniversario della sua nascita, il monumento dedicato alla memoria di Marco Pantani posto sulla salita di Montevecchio, nei pressi di Borello, nel Cesenate.

Vandali? Ragazzi annoiati? Non lo sappiamo ma fatto sta che è stata asportata la fotografia di Marco in maglia rosa ed è apparsa una scritta ingiuriosa scritta con vernice spray.

Il 13 gennaio Marco avrebbe compiuto 50 anni il che rende, se possibile, l’atto ancora più vergognoso in quanto offende doppiamente la memoria del ciclista tragicamente scomparso la sera di San Valentino del 2004.

E’ stato Club Marco Pantani Borello, nato nel lontano 1992, a volere quel cippo per celebrare il pirata. Negli anni il luogo è diventato meta di pellegrinaggi di cicloamatori, cicloturisti e amanti del Pirata. La voce commossa di Massimo Giuliani, socio del gruppo, rassicura “Al più presto ci attiveremo per ripristinare l’opera”.

La ferita rimane ed è una ferita all’anima e alla mente di chi non può tollerare un simile comportamento, “abbiamo deciso di costruire il monumento dopo la morte di Marco, nel 2005. Il pirata amava queste salite, erano le sue zone” racconta Giuliani.

Qualcuno dice che di queste storie non bisognerebbe darne notizia per non giocare al gioco dei vandali ma a noi questa teoria non piace, la raccontiamo perché chi è stato possa leggerla e vergognarsi della propria viscida meschinità.

 

Viviamo in un mondo un cui il brutto ormai è la normalità ma noi a questo schifo non vogliamo inchinarci e lo diciamo non solo perché a essere vilipesa è la memoria di uno dei ciclisti e degli sportivi più amati del nostro paese. No, non lo diciamo solo per Marco ma lo diciamo per noi, per la nostra nazione in cui non si ha più rispetto di nulla, non si ha più rispetto per la memoria. E allora diteci pure che siamo disfattisti ma un paese che non ha rispetto per la memoria non ha nemmeno un futuro.

 

 

Omicidio Pantani, il pusher lo conferma!

Omicidio Pantani, Il pusher: pantani è stato ucciso!

Omicidio Pantani? La tesi sostenuta da mamma Tonina viene supportata dalle parole di Fabio Miradossa: Marco sarebbe stato ucciso

Le iene speciale Pantani

Le iene speciale Pantani

Omicidio Pantani? La vicenda della morte del campione romagnolo non perde di suscitare tumulti nell’anima di chi ha amato il Pirata e di tutti gli amanti del ciclismo. Sono in tanti a sostenere che sul caso non vi sia mai stata chiarezza. Dai servizi televisivi de Le Iene, alle parole di Mamma Tonina sono tante le posizioni che mettono dubbi sulla dinamica della morte per overdose.

In molti sostengono che, in realtà, Marco Pantani è stato ucciso. Da chi? Difficile trovare risposta ma sicuramente i dubbi, ormai, superano le certezze.

Accanto al suo corpo del Pirata, disteso sul pavimento del residence “Le Rose” di Rimini sarebbe trovata una palla di cocaina che lo avrebbe ucciso cosa che in molti sono pronti a smentire.

Se la “storia” della pallina di cocaina sarebbe l’emblema del suicidio volontario del Pirata che avrebbe assunto dosi “da cavallo” della maledetta polvere bianca, le parole di alcuni testimoni oculari smentiscono totalmente questa versione dei fatti.

Sull’ipotesi che Marco sia stato ucciso arrivano le affermazioni di Fabio Miradossa, il pusher napoletano di Marco, che secondo quanto riportato da La Gazzetta dello Sport, davanti alla Commissione parlamentare antimafia a Roma avrebbe ribadito questa versione.

 “Marco Pantani non è morto per droga, aveva la droga da cinque giorni, non avrebbe atteso tanto tempo, l’avrebbe finita nel giro di poche ore. So che mancano 20 mila euro che Marco mi doveva,  ci sono dei prelievi fatti, io quei soldi però non li ho avuti e non sono stati trovati in camera. L’ho sempre detto al Pm, ‘cercate i soldi’, ma non sono mai stato creduto. Marco non sniffava, fumava crack ma chi ha creato la scena del crimine questo non lo sapeva Io sono stato costretto al patteggiamento dalla procura di Rimini: la verità non la volevano” ha detto il Miradossa.

Secondo quanto riportato da SportFair sulla vicenda è intervenuto, ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta”, Antonio De Renzis, legale della famiglia di Marco Pantani che ha dichiarato: “

In un Paese normale mi aspetto che la Procura lo chiami e gli chieda spiegazioni ma questo non accade ed è un problema per i Pantani e per tutti noi. Le Iene stanno lavorando con grande tenacia a questo caso per trovare qualche elemento dirompente. La stragrande maggioranza dei cittadini italiani sono convinti che la vicenda Pantani non sia andata come dicono. Ci vuole un’indagine perché un ragazzo di 34 anni è stato picchiato, ammazzato e la scena è stata alterata. Sono convinto che Miradossa sappia perfettamente che Pantani è stato ucciso. A Rimini tutti dicono che Pantani è stato ammazzato, lo dicono perché Rimini è un ambiente molto piccolo e si sanno le debolezze e le virtù di tutti”

 

 

Bernal pronto per correre Giro e Tour?

Bernal non sente la pressione d

Bernal accenna alla possibilità di essere al via al Giro d’Italia e al Tour de France e non teme di potersi sentire sotto pressione

Bernal (fonte twitter)

Bernal (fonte twitter)

Bernal sta preparando la stagione 2020, la stagione della conferma? Egan è un ragazzo serio e giustamente ambizione e non lascerà di certo nulla di intentato nel prossimo anno. Dopo aver regalato la prima maglia gialla alla sua Colombia correndo (non completamente) senza pressione ora dovrà affrontare la stagione entrante con i riflettori puntati più di quanto non sia già accaduto quest’anno.

Vincere il Tour ti proietta dell’olimpo dei migliori, farlo a 22 anni ti inserisce di diritto nel gotha del ciclismo mondiale. Ora il compito diventa più duro soprattutto se nella testa comincia a ronzare l’idea di impegnarsi per tentare l’ardua doppietta Giro-Tour.

Il 22enne campione colombiano ha esternato il suo pensiero al quotidiano spagnolo AS:

“Mi piacerebbe correre al Giro e poi dopo il Tour. L’idea di essere al Giro mi entusiasma, certo prendere il via a tutte e due le corse a tappe è una cosa complicata ma se la decisione viene ponderata è possibile farlo e farlo bene”.

La doppietta Giro-Tour manca dall’esaltante 1998 in cui a riuscirci fu l’indimenticato e indimenticabile Marco Pantani, da quel momento nessuno è riuscito nell’impresa, nemmeno quella “macchina umana” di Chris Froome. Se il Team Sky/Ineos è riuscito a portare a casa tutte e tre le grandi corse a tappa, la doppietta rosa-gialla è ancora argomento tabu oltremanica.

Chris Froome nel 2018 ha ottenuto la vittoria in terra italiaca ma si è dovuto “accontentare” del terzo posto alla Grande Boucle.

Bernal doveva prendere parte parte al Giro di quest’anno , ma è caduto in allenamento una settimana prima del via ed è invece andato al Tour dove dove ha scritto una pagina di storia.

Ora in casa Ineos è approdato proprio il vincitore del Giro 2019 Richard Carapaz andando ad incrementare la concorrenza interna (altissima) con Froome e Geraint già capitani storici del team.
Quale sarà dunque il programma 2020 per Egan Bernal e come si incastrerà con le ambizioni dei compagni di team? “Dobbiamo prendere decisioni interne al team ma troveremo programmi con cui tutti possono convivere.

“Ovviamente,  Nel futuro proverò a rivincere il Tour o a vincere la Vuelta il Giro magari non ci riuscirò ma indipendentemente da quello nessuno mi potrà togliere la vittoria alla Grande Boucle, ho fatto qualcosa di speciale e solo per questo motivo non dovrei sentire alcuna pressione” ha concluso Bernal.

Massimo Podenzana il gregario instancabile

Massimo Podenzana due volte campione d’Italia

Massimo Podenzana, gregario di lusso, due volte Campione d’Italia e fedele scudiero di Marco Pantani nella doppietta Giro-Tour del 1998

 

Massimo Podenzana

Massimo Podenzana

Massimo Podenzana nasce a La Spezia il 29 luglio 1961 fin da piccolo si avvicina al ciclismo e, dopo la trafila nelle categorie giovanili entra nei dilettanti. Tra il 1983 e il 1984 si mette in luce grazie alle vittorie al Trofeo Pigoni e Miele, al Circuito di Ceia, alla Coppa Martiri di Figline, al Giro del Veneto e al Gran Premio Industria del Cuoio e delle Pelli.

Massimo si dimostra corridore attento e atleta serio tanto da ottenere, nel 1985, la chiamata per i Campionati Mondiali di Giavena del Montello conquistando la medaglia di bronzo nella cronometro a squadre con i Claudio Vandelli, Poli e Bartalini.

L’anno seguente viene nuovamente convocato da Edoardo Gregori per la cronosquadre Mondiale a Colorado Springs. Quell’anno arriva uno strameritato argento assieme al solito Poli e ai due nuovi compagni Vanzella e Scirea.

Le sue performance gli valgono la chiamata tra i professionisti per il 1987 quando va a vestire i colori dell’Atala-Ofmega guidata dal d.s. milanese Franco Cribiori che lo fa subito esordire al Giro d’Italia di quell’anno.

Le sue doti di “passistone” e uomo di fatica non passano inosservate e, al Giro d’Italia 1988 grazie a una fuga conquista la tappa con arrivo a Rodi Garganico e riesce ad indossare la maglia rosa sino all’undicesima tappa Parma-Colle Don Bosco che resterà nella storia in quanto curiosamente neutralizzata ad un chilometro dal traguardo a causa di una manifestazione ambientalista che impedisce il passaggio degli atleti.

Dopo un 1989 privo di soddisfazione nel 1990 passa alla Italbonifica di Bruno Reverberi con cui prende parte al Giro (il team vince due tappe con Stefano Allocchio).

L’anno d’oro di Podenzana è il 1993 quando (con la maglia della Navigare) si impone al Gran Premio Città di Camaiore e al  Gran Premio Industria e Commercio di Prato che quell’anno è valido come prova che assegna il titolo di Campione Italiano. Il 1994 è l’anno della conferma del titolo di campione nazionale nella prova in linea grazie alla conquista del Trofeo Melinda, giunto alla terza edizione, che assegna, appunto, la maglia tricolore lungo il duro circuito di Cles, in Trentino. In una giornata afosissima Podenzana va in fuga dapprima con una manciata di colleghi poi stacca tutti, resta solo. Dall’ammiraglia Reverberi lo striglia, lo sprona, lo sostiene il un crescendo che lo porta a tagliare il traguardo in una vera e propria impresa.

Nel 1995 Massimo Podenzana si presenta ai nastri di partenza indossando i colori della Brescialat di Fabio Bordonali conquistando la vittoria al Giro d Toscana e prende parte per la prima volta al Tour de France chiudendo 26esimo in classifica generale.

L’anno seguente Massimo cambia nuovamente formazione approdando alla Carrera-Longoni Sport di Davide Boifava e Giuseppe Martinelli. E’ un anno positivo per Podenzana che al Tour de France lavora per il capitano Peter Luttenberger ma riesce a vincere la quindicesima tappa da
Brive a  Villeneuve-sur-Lot in Aquitania grazie alle sue doti di finisseur che gli consentono di bruciare sul tempo il gruppo quando mancano poco meno di quattro chilometri all’arrivo. Proprio nell’esperienza alla Carrera ottiene la fiducia di Marco Pantani che sta recuperando dalle vicissitudini fisiche.

Nel 1997, infatti, viene ingaggiato dalla MercatoneUno neonata formazione voluta da Romano Cenni e dal DS Luciano Pezzi e creata intorno al Pirata. Le doti di persona di fiducia, seria e collaborativa sono il valore aggiunto che lo fanno ammirare dall’intero gruppo (una sorta di “Nazionale romagnola”) ed in particolare da Marco. Al Giro la sfortuna si accanisce sul Pirata che cade lungo la discesa del valico di Chiunzi abbandonando la corsa al termine della tappa.  Il 2 giugno si classifica secondo nella tappa del Passo del Tonale superato da José Jaime González al termine di una lunga fuga

Al Tour de France 1997 chiude 24º dando, assieme a Roberto Conti, una importante mano per la conquista del terzo posto finale di Pantani.

L’anno successivo vince il Gran Premio Industria e Artigianato di Larciano ed è, a 37 anni suonati, uno dei fari della Mercatone che conquista con Pantani la storica doppietta Giro-Tour (al Giro choiude 11esimo in generale).

Negli anni seguenti continua il suo compito di fedele gregario con la Mercatone seguendone le traversie legate alle vicende del Pirata per poi entrare direttamente nello staff tecnico del team.

Nel 2003 e 2004 passa Nippo e poi, dal 2005 al 2010, alla neonata Ceramica Flaminia per poi approdare al Team Novo Nordisk squadra voluta da Vassili Davidenko (ex compagno del Pode ai tempi della Navigare) con base ad Altanta, caratterizzata dalla valenza sociale di impegnare solamente atleti con problemi legati al diabete.

 

Le Iene: Com’è morto Marco Pantani?

Le Iene non mollano la battaglia per la verità

Le Iene non mollano la battaglia per la verità sullo morte di Marco Pantani e diffondono un nuovo servizio televisivo

Le iene speciale Pantani

Le iene speciale Pantani

Le Iene hanno dedicato un lungo speciale sulla vicenda della morte di Marco Pantani, non è il primo e, anzi, la trasmissione di Italia 1 ha preso a cuore la battaglia di mamma Tonina per scoprire la verità sulla tragica scomparsa del figlio.

Il messaggio chiaro della trasmissione è: Pantani non sarebbe morto per overdose ma sarebbe stato ucciso tanto da lanciare un accorato appello. “Qualcuno è in grado di segnalarci nuovi elementi o di chiarire alcuni dei troppi dubbi che ancora persistono?”.

La trasmissione ha diffuso le immagini (forti) del video integrale della polizia scientifica registrate all’interno della camera di Pantani al Residence Le Rose il 14 febbraio del 2004. Il corpo del Pirata è disteso, volto a terra, senza maglietta, in una pozza di sangue. La piccola stanza dove alloggiava Marco è messa sotto sopra, secondo gli inquirenti a causa di un “delirio” dovuto alla sostanza. Proprio una “pallina” di sostanza è li presente sulla scena ma molte delle persone che sono poi intervenute sulla scena negano di averla vista nell’immediatezza dei soccorsi.

Alessandro De Giuseppe, una delle Iene, ha cercato di carpire da Sandro De Luigi (il proprietario del residence Le Rose) perché non abbia contattato le autorità a seguito delle richieste del Pirata: “Non so cosa dirle” la risposta.
Le Iene hanno ripercorso i successi del Pirata, i momenti felici del 1998 ma anche il 1999 e quel 5 giugno quando “Marco è stato ucciso” secondo gli ex compagni di squadra. Tante le voci che circondano il test “fatale”: “Domani Pantani non parte” qualcuno disse la sera prima.

L’autocontrollo fatto da Marco la sera prima segnala l’ematocrito nella norma cosa dissero i risultati il giorno seguente è cosa nota. L’assedio mediatico, le voci, le tante indagini aperte sono stati i chiodi sulla vicenda.

Il servizio ha cercato di modificare la visione di un Pantani triste e depresso negli ultimi giorni di vita, certo non un Marco solare ma nemmeno pronto a togliersi la vita:

“Pantani che si divertiva con le donne, e che non pensava neanche lontanamente a suicidarsi” hanno dichiarato pusher e prostitute.

“Sono 20 anni che lotto e quello che voglio da te è una mano” dice Mamma Tonina (nel finale del servizio) al pusher. “mi sto autoaccusando ma le sto dicendo che occorre seguire i soldi” risponde parlando di circa 22 mila euro prelavati dal Pirata pochi giorni prima che erano destinati proprio a lui ma che mai sarebbero arrivati.

 

Nelson Rodriguez Serna, per tutti Cacaito

Nelson Rodriguez scalatore colombiano, Cacaito!

Nelson Rodriguez Serna noto con il soprannome di Cacaito uno degli scalatori colombiani più simpatici ed entusiasmanti degli anni ‘90

Nelson Rodriguez Serna detto "Cacaito"

Nelson Rodriguez Serna detto “Cacaito”

Nelson Rodriguez Serna per tutti “Cacaíto” nasce a Manizales in Colombia il 16 novembre 1965 fin da piccolo nasce il suo amore per la bicicletta che lo spinge verso le prime corse giovanili. Il suo innato talento si esprime al meglio appena la strada si inerpica.

Nel 1987 si mette in mostra conquistando la classifica generale al Tour de la Martinique e l’anno seguente riesce a conquistare la quarta tappa della Vuelta a Colombia.

Il carattere eccentrico del corridore “manizalese” attira i tifosi e il suo talento gli vale la chiamata della formazione nazionale colombiana per i Giochi Olimpiadi di Seul 1988 dove nella prova in linea chiude al 48esimo posto.

Nel 1989 ottiene la chiamata della formazione iberica Kelme in cui, su idea del ds Carrasco, vengono ingaggiati molti corridori colombiani emergenti tra cui, appunto, anche Nelson Rodriguez.

Alto 160 centimetri per 52 chili Nelson attrae naturalmente la simpatia dei fans del ciclismo e i suoi lineamenti e la pelle scura lo fanno sembrare un chicco di cacao in sella a una bicicletta. Questo, assieme alla professione del padre che lavora in una cioccolateria, fa nascere il simpatico soprannome di “Cacaito”.

Nei primi anni di professionismo Nelson lavora sodo per il team e nel 1991 passa alla Pony Malta per restare una sola stagione.

Cacaíto nel 1992 passa alla  ZG-Mobili sotto gli ordini del grande scopritori di talenti sudamericani Gianni Savio. Nel team di Savio continua la progressione di Nelson che conquista la quinta tappa alla Vuelta al Tachira bissata nel 1993.

 

Nelson Rodriguez al Giro 1994

Sotto la guida di Savio, Cacaito si presenta al Giro ’94 con l’obiettivo di dar battaglia sulle salite Alpine. E’ un Giro ricco di sorprese, su tutti brilla il russo Berzin che, a sorpresa fa sua la tappa di Campitello Matese prendendo la maglia rosa oltre alla cronometro di Follonica e alla cronoscalata del Passo del Bocco.

E’ il Giro di Eugeni Berzin ma anche di Marco Pantani che esplode nella sua veemenza in salita scalzando Chiappucci nelle gerarchie della Carrera grazie alle vittorie a Merano e all’Aprica. Ed è il Giro Nelson Cacaito Rodriguez che da battaglia in salita conquistando il quarto posto nella classifica della montagna e chiudendo al sesto posto della classifica generale.

Purtroppo Nelson non riesce a conquistare un successo di tappa battuto prima da Vladimir Poulnikov a Les Deux Alpes  e poi dal Pirata all’Aprica.

Proprio nella tappa dell’Aprica Pantani e Cacaito fanno il diavolo a quattro mettendo in croce Eugeni Berzin e, soprattutto, Miguelon Indurain. “Mi scusi per non darle una mano” grida Nelson al mito spagnolo che sbuffa come una vecchia locomotiva a vapore.

In quel Giro Nelson riesce anche ad entrare nel cuore dei fans italiani che ne apprezzano la genuinità e simpatia anche nelle interviste televisive.

Nelson Rodriguez la vittoria al Tour 1994

Il momento di grazia di Nelson Rodriguez prosegue anche al Tour de France 1994 quando, il 20 luglio (giorno della festa nazionale colombiana), nella diciassettesima frazione da Bourg-d’Oisans a Val Thorens inscena un duello con il Lettone Piotr Ugrumov. Le schermaglie tra i due regalano spettacolo per il pubblico che impazzisce ai bordi della strada. Alla fine è Cacaito a conquistare la vittoria di tappa.

Nelson chiude il Tour 1994 al sedicesimo posto in generale ma regala, come di consueto, emozioni forti agli amanti delle azioni da scalatore puro.

Al Mondiale di Agrigento difende i colori della nazionale senza brillare (si ritira).

Il 1995 è un anno senza squilli per Nelson che chiude sedicesimo al Giro e si ritira alla settima tappa del Tour. Anche nel 1996 il colombiano non brilla e chiude la sua carriera professionistica.

 

Pantani, Tafi, Squinzi la Mapei e il Processo alla Tappa

Pantani, Tafi, Squinzi la Mapei e il Processo alla Tappa

Pantani, Tafi, Squinzi la Mapei e il Processo alla Tappa ecco cosa accadde il 21 maggio 1999 a pochi giorni da Madonna di Campiglio

Il caso Pantani

Il caso Pantani

Pantani nel 1998 dopo la doppietta Giro-Tour è il ciclista più famoso e “desideerato” al mondo. Il suo team, la Mercatone Uno, lo ha “scortato” alla vittoria di questo storico “doublete” ma, a dispetto dei grandi team, è di poco peso “politico” ed economico. Telekom e Mapei sono delle corazzate da roster e bugdet assolutamente inarrivabile e proprio la Mapei di Giorgio Squinzi butta gli occhi (e non solo) sul Pirata di Cesenatico.

Il Team Mapei, nelle ultime annate, ha vinto tutto quello che c’era da vincere per ciò che concerne le corse da un giorno mentre nelle gare a tappe non ha ottenuto allori ed è reduce dal secondo posto di Pavel Tonkov al Giro ’98.

Nell’agosto del 98 Marco sta dando le ultime pedalate per portare la maglia gialla a Parigi e al patron Squinzi viene l’idea di proporre un contratto al Pirata. Secondo quanto indicato anche da RomagnaOggi l’offerta è da capogiro: 15 miliardi di vecchie lire per tre stagioni.

Marco decide di restare alla Mercatone Uno di Giuseppe Martinelli, allora DS del Team Emiliano Romagnolo come confermato, a distanza di anni, dal giornalista Philippe Brunel:

“il signor Squinzi… fece di tutto per riuscire ad avere Pantani nella sua squadra”.

Lo stesso Martinelli, come riportato dal quotidiano Romagnolo, confermerò negli anni questa voce:

“la Mapei lo voleva e ci fu un colloquio in agosto. Marco aveva il contratto in scadenza, con noi non aveva ancora rinnovato l’accordo. Declinò l’offerta di Squinzi e decise di restare con il suo gruppo”.

Il rifiuto non piace al patron di Mapei e tra il gruppo sportivo e il Pirata inizia una sorta di “guerra fredda” che, nove mesi dopo, esplose a latere di una frazione del Giro 1999.

Il  21 maggio 1999 si svolgono i controlli antidoping del Coni per la campagna “Io non rischio la salute”, sono verifiche su base volontaria, non i “classici” controlli legati alla corsa (e quindi non obbligatori ne validi per eventuali esclusioni).

Il gruppo, già iper-controllato, si oppone a questo ennesimo controllo e in molti pressano Pantani perché si faccia portavoce del pensiero diffuso. Marco prende posizione difendendo la posizione del gruppo che, però, non riesce a restare unito: tre formazioni decidono di aderire ai controlli tra cui proprio la Mapei in cui corre Andrea Tafi.

Dopo l’arrivo a Lanciano, durante l’immancabile Processo alla Tappa ecco che nello studio della trasmissione di “mamma Rai” c’è il confronto tra Tafi e Pantani.

“La Mapei è favorevole ai controlli, possiamo discutere sulla modalità, ma non sulla sostanza” dice Tafi a cui Marco ribatte: “Oggi dicevi una cosa diversa. Non parli con la tua testa, ma esprimi la linea della società”.

Il 22 maggio del 1999 la tappa affronta il  Gran Sasso e prima della partenza Pantani affronta Tafi e gli fa capire che la posizione presa può spaccare in due il gruppo.

Tafi, portacolori della Mapei che si era dissociato dalla protesta contro gli ulteriori test anti doping, durante la corsa viene insultato da alcuni esponenti del gruppo (Pantani non assolutamente è tra questi). Tafi si lascia sfilare in fondo al plotone e lamentando gli insulti anche nei confronti della moglie, scoppia in un pianto e minaccia di ritirarsi dalla corsa.

«Mi ritiro, mi ritiro» ripete mentre l’ammiraglia Mapei si avvicina e lo sostiene e gli fa cambiare idea. Il vincitore della Roubaix all’arrivo non dice i nomi dei “protagonisti” ma il portavoce del team definisce l‘iniziativa come “mafiosa”.

La polemica non si placa, Pantani dice che i suoi attacchi li fa in corsa mentre pare che Squinzi abbia dichiarato che Pantani ha alzato la bandiera di sindacalista perché teme di essere “beccato”.

Il Pirata risponde per le rime:

“Il signor Squinzi non può parlar da lontano e attraverso i comunicati all’Ansa. Il signor Squinzi mi voleva a tutti i costi in Mapei e non mi ha avuto. Ho solo detto che non devono sovrapporsi tanti test di tanti organismi diversi, che, operando sulla nostra pelle, sembrano avere lo scopo di mettersi in dubbio l’uno con l’altro. I suoi sono tutti puliti? Spero che i ragazzi della Mapei, tra i quali ho molti amici, non debbano mai avere problemi con l’antidoping, perchè sarebbe loro difficile raccogliere la solidarietà del gruppo. Il documento che hanno sottoscritto: capisco che talvolta la voce del padrone sia più forte della loro. Anche Tafi dà pareri sovrapposti: concorda con la nostra protesta, ma si dice disponibile a ogni tipo e numero di controlli. Forse non parla completamente libero dalle opinioni della società”

Pantani segnala che in caso di ulteriori controlli i ciclisti sono pronti ad abbandonare la corsa rosa, quindici giorni più tardi, il 5 giugno a Madonna di Campiglio i controlli UCI gestiti da Federciclismo rilevano un tasso di ematocrito fuori soglia e quel giorno inizia la discesa agli inferi del Pirata.

Ad Aprica il Giro arriva senza maglia rosa, Savoldelli secondo il classifica si rifiuta di indossarla per rispetto del Pirata mentre il Patron Squinzi all’arrivo indossa la maglia “io tifo Tafi”.

Opportuno o non opportuno quel 5 giugno del ’99 segna uno squarcio nel mondo del ciclismo e un solco nella vita di Marco Pantani, nulla sarà più come prima

Tonina Pantani: “Ho sempre detto che Marco è stato ucciso”

Tonina Pantani: “Marco è stato ucciso”

Tonina Pantani dalle pagine del Tuttosport: “l’ho detto sin  dal primo giorno che Marco è stato ucciso”

Pantani al Giro

Pantani al Giro

Tonina Pantani ha rilasciato una intervista al quotidiano Tuttosport in cui ha parlato della tragica morte del figlio. Nell’intervista al quotidiano torinese ma madre del Pirata è tornata sui tragici fatti di quindici anni fa chiedendo giustizia per il figlio.

Una vicenda con tanti lati oscuri:

“Vorrei che la commissione parlamentare antimafia si spingesse oltre a dove si è fermata la giustizia ordinaria. Dicono che non ci sono prove ma io non ci sto, basta leggere gli atti di indagine e le documentazioni che abbiamo portato in questi anni per rendersi conto di quanti siano ancora adesso gli aspetti da chiarire“.

Sulla vicenda, nella serata di ieri è andato in una un servizio de “Le Iene” la mamma del pirata non si è voluta esprimere:

“Me l’hanno anche fatto incontrare ma,onestamente, io non so cosa dire di questa persona. Non ha mai parlato negli ultimi quindici anni e ora dice quello che io sostengo da sempre”.

Tonina Pantani si è interrogata su cosa ne sarebbe oggi di Marco vedendolo come un cinquantenne padre di famiglia “perché è sempre stato innamorato dei bambini e avrebbe costruito una famiglia”.

Lo spacciatore intervistato dalle Iene si è espresso sulla vicenda:

“Marco non è morto per la cocaina ma è stato ucciso, magari senza volerlo ma è stato ucciso. Non capisco perchè non si sia voluto andare a fondo della vicenda, sono convinto che Marco fosse lucido quando è stato ucciso”.