Massimo Podenzana il gregario instancabile

Massimo Podenzana due volte campione d’Italia

Massimo Podenzana, gregario di lusso, due volte Campione d’Italia e fedele scudiero di Marco Pantani nella doppietta Giro-Tour del 1998

 

Massimo Podenzana

Massimo Podenzana

Massimo Podenzana nasce a La Spezia il 29 luglio 1961 fin da piccolo si avvicina al ciclismo e, dopo la trafila nelle categorie giovanili entra nei dilettanti. Tra il 1983 e il 1984 si mette in luce grazie alle vittorie al Trofeo Pigoni e Miele, al Circuito di Ceia, alla Coppa Martiri di Figline, al Giro del Veneto e al Gran Premio Industria del Cuoio e delle Pelli.

Massimo si dimostra corridore attento e atleta serio tanto da ottenere, nel 1985, la chiamata per i Campionati Mondiali di Giavena del Montello conquistando la medaglia di bronzo nella cronometro a squadre con i Claudio Vandelli, Poli e Bartalini.

L’anno seguente viene nuovamente convocato da Edoardo Gregori per la cronosquadre Mondiale a Colorado Springs. Quell’anno arriva uno strameritato argento assieme al solito Poli e ai due nuovi compagni Vanzella e Scirea.

Le sue performance gli valgono la chiamata tra i professionisti per il 1987 quando va a vestire i colori dell’Atala-Ofmega guidata dal d.s. milanese Franco Cribiori che lo fa subito esordire al Giro d’Italia di quell’anno.

Le sue doti di “passistone” e uomo di fatica non passano inosservate e, al Giro d’Italia 1988 grazie a una fuga conquista la tappa con arrivo a Rodi Garganico e riesce ad indossare la maglia rosa sino all’undicesima tappa Parma-Colle Don Bosco che resterà nella storia in quanto curiosamente neutralizzata ad un chilometro dal traguardo a causa di una manifestazione ambientalista che impedisce il passaggio degli atleti.

Dopo un 1989 privo di soddisfazione nel 1990 passa alla Italbonifica di Bruno Reverberi con cui prende parte al Giro (il team vince due tappe con Stefano Allocchio).

L’anno d’oro di Podenzana è il 1993 quando (con la maglia della Navigare) si impone al Gran Premio Città di Camaiore e al  Gran Premio Industria e Commercio di Prato che quell’anno è valido come prova che assegna il titolo di Campione Italiano. Il 1994 è l’anno della conferma del titolo di campione nazionale nella prova in linea grazie alla conquista del Trofeo Melinda, giunto alla terza edizione, che assegna, appunto, la maglia tricolore lungo il duro circuito di Cles, in Trentino. In una giornata afosissima Podenzana va in fuga dapprima con una manciata di colleghi poi stacca tutti, resta solo. Dall’ammiraglia Reverberi lo striglia, lo sprona, lo sostiene il un crescendo che lo porta a tagliare il traguardo in una vera e propria impresa.

Nel 1995 Massimo Podenzana si presenta ai nastri di partenza indossando i colori della Brescialat di Fabio Bordonali conquistando la vittoria al Giro d Toscana e prende parte per la prima volta al Tour de France chiudendo 26esimo in classifica generale.

L’anno seguente Massimo cambia nuovamente formazione approdando alla Carrera-Longoni Sport di Davide Boifava e Giuseppe Martinelli. E’ un anno positivo per Podenzana che al Tour de France lavora per il capitano Peter Luttenberger ma riesce a vincere la quindicesima tappa da
Brive a  Villeneuve-sur-Lot in Aquitania grazie alle sue doti di finisseur che gli consentono di bruciare sul tempo il gruppo quando mancano poco meno di quattro chilometri all’arrivo. Proprio nell’esperienza alla Carrera ottiene la fiducia di Marco Pantani che sta recuperando dalle vicissitudini fisiche.

Nel 1997, infatti, viene ingaggiato dalla MercatoneUno neonata formazione voluta da Romano Cenni e dal DS Luciano Pezzi e creata intorno al Pirata. Le doti di persona di fiducia, seria e collaborativa sono il valore aggiunto che lo fanno ammirare dall’intero gruppo (una sorta di “Nazionale romagnola”) ed in particolare da Marco. Al Giro la sfortuna si accanisce sul Pirata che cade lungo la discesa del valico di Chiunzi abbandonando la corsa al termine della tappa.  Il 2 giugno si classifica secondo nella tappa del Passo del Tonale superato da José Jaime González al termine di una lunga fuga

Al Tour de France 1997 chiude 24º dando, assieme a Roberto Conti, una importante mano per la conquista del terzo posto finale di Pantani.

L’anno successivo vince il Gran Premio Industria e Artigianato di Larciano ed è, a 37 anni suonati, uno dei fari della Mercatone che conquista con Pantani la storica doppietta Giro-Tour (al Giro choiude 11esimo in generale).

Negli anni seguenti continua il suo compito di fedele gregario con la Mercatone seguendone le traversie legate alle vicende del Pirata per poi entrare direttamente nello staff tecnico del team.

Nel 2003 e 2004 passa Nippo e poi, dal 2005 al 2010, alla neonata Ceramica Flaminia per poi approdare al Team Novo Nordisk squadra voluta da Vassili Davidenko (ex compagno del Pode ai tempi della Navigare) con base ad Altanta, caratterizzata dalla valenza sociale di impegnare solamente atleti con problemi legati al diabete.

 

Le Iene: Com’è morto Marco Pantani?

Le Iene non mollano la battaglia per la verità

Le Iene non mollano la battaglia per la verità sullo morte di Marco Pantani e diffondono un nuovo servizio televisivo

Le iene speciale Pantani

Le iene speciale Pantani

Le Iene hanno dedicato un lungo speciale sulla vicenda della morte di Marco Pantani, non è il primo e, anzi, la trasmissione di Italia 1 ha preso a cuore la battaglia di mamma Tonina per scoprire la verità sulla tragica scomparsa del figlio.

Il messaggio chiaro della trasmissione è: Pantani non sarebbe morto per overdose ma sarebbe stato ucciso tanto da lanciare un accorato appello. “Qualcuno è in grado di segnalarci nuovi elementi o di chiarire alcuni dei troppi dubbi che ancora persistono?”.

La trasmissione ha diffuso le immagini (forti) del video integrale della polizia scientifica registrate all’interno della camera di Pantani al Residence Le Rose il 14 febbraio del 2004. Il corpo del Pirata è disteso, volto a terra, senza maglietta, in una pozza di sangue. La piccola stanza dove alloggiava Marco è messa sotto sopra, secondo gli inquirenti a causa di un “delirio” dovuto alla sostanza. Proprio una “pallina” di sostanza è li presente sulla scena ma molte delle persone che sono poi intervenute sulla scena negano di averla vista nell’immediatezza dei soccorsi.

Alessandro De Giuseppe, una delle Iene, ha cercato di carpire da Sandro De Luigi (il proprietario del residence Le Rose) perché non abbia contattato le autorità a seguito delle richieste del Pirata: “Non so cosa dirle” la risposta.
Le Iene hanno ripercorso i successi del Pirata, i momenti felici del 1998 ma anche il 1999 e quel 5 giugno quando “Marco è stato ucciso” secondo gli ex compagni di squadra. Tante le voci che circondano il test “fatale”: “Domani Pantani non parte” qualcuno disse la sera prima.

L’autocontrollo fatto da Marco la sera prima segnala l’ematocrito nella norma cosa dissero i risultati il giorno seguente è cosa nota. L’assedio mediatico, le voci, le tante indagini aperte sono stati i chiodi sulla vicenda.

Il servizio ha cercato di modificare la visione di un Pantani triste e depresso negli ultimi giorni di vita, certo non un Marco solare ma nemmeno pronto a togliersi la vita:

“Pantani che si divertiva con le donne, e che non pensava neanche lontanamente a suicidarsi” hanno dichiarato pusher e prostitute.

“Sono 20 anni che lotto e quello che voglio da te è una mano” dice Mamma Tonina (nel finale del servizio) al pusher. “mi sto autoaccusando ma le sto dicendo che occorre seguire i soldi” risponde parlando di circa 22 mila euro prelavati dal Pirata pochi giorni prima che erano destinati proprio a lui ma che mai sarebbero arrivati.

 

Nelson Rodriguez Serna, per tutti Cacaito

Nelson Rodriguez scalatore colombiano, Cacaito!

Nelson Rodriguez Serna noto con il soprannome di Cacaito uno degli scalatori colombiani più simpatici ed entusiasmanti degli anni ‘90

Nelson Rodriguez Serna detto "Cacaito"

Nelson Rodriguez Serna detto “Cacaito”

Nelson Rodriguez Serna per tutti “Cacaíto” nasce a Manizales in Colombia il 16 novembre 1965 fin da piccolo nasce il suo amore per la bicicletta che lo spinge verso le prime corse giovanili. Il suo innato talento si esprime al meglio appena la strada si inerpica.

Nel 1987 si mette in mostra conquistando la classifica generale al Tour de la Martinique e l’anno seguente riesce a conquistare la quarta tappa della Vuelta a Colombia.

Il carattere eccentrico del corridore “manizalese” attira i tifosi e il suo talento gli vale la chiamata della formazione nazionale colombiana per i Giochi Olimpiadi di Seul 1988 dove nella prova in linea chiude al 48esimo posto.

Nel 1989 ottiene la chiamata della formazione iberica Kelme in cui, su idea del ds Carrasco, vengono ingaggiati molti corridori colombiani emergenti tra cui, appunto, anche Nelson Rodriguez.

Alto 160 centimetri per 52 chili Nelson attrae naturalmente la simpatia dei fans del ciclismo e i suoi lineamenti e la pelle scura lo fanno sembrare un chicco di cacao in sella a una bicicletta. Questo, assieme alla professione del padre che lavora in una cioccolateria, fa nascere il simpatico soprannome di “Cacaito”.

Nei primi anni di professionismo Nelson lavora sodo per il team e nel 1991 passa alla Pony Malta per restare una sola stagione.

Cacaíto nel 1992 passa alla  ZG-Mobili sotto gli ordini del grande scopritori di talenti sudamericani Gianni Savio. Nel team di Savio continua la progressione di Nelson che conquista la quinta tappa alla Vuelta al Tachira bissata nel 1993.

 

Nelson Rodriguez al Giro 1994

Sotto la guida di Savio, Cacaito si presenta al Giro ’94 con l’obiettivo di dar battaglia sulle salite Alpine. E’ un Giro ricco di sorprese, su tutti brilla il russo Berzin che, a sorpresa fa sua la tappa di Campitello Matese prendendo la maglia rosa oltre alla cronometro di Follonica e alla cronoscalata del Passo del Bocco.

E’ il Giro di Eugeni Berzin ma anche di Marco Pantani che esplode nella sua veemenza in salita scalzando Chiappucci nelle gerarchie della Carrera grazie alle vittorie a Merano e all’Aprica. Ed è il Giro Nelson Cacaito Rodriguez che da battaglia in salita conquistando il quarto posto nella classifica della montagna e chiudendo al sesto posto della classifica generale.

Purtroppo Nelson non riesce a conquistare un successo di tappa battuto prima da Vladimir Poulnikov a Les Deux Alpes  e poi dal Pirata all’Aprica.

Proprio nella tappa dell’Aprica Pantani e Cacaito fanno il diavolo a quattro mettendo in croce Eugeni Berzin e, soprattutto, Miguelon Indurain. “Mi scusi per non darle una mano” grida Nelson al mito spagnolo che sbuffa come una vecchia locomotiva a vapore.

In quel Giro Nelson riesce anche ad entrare nel cuore dei fans italiani che ne apprezzano la genuinità e simpatia anche nelle interviste televisive.

Nelson Rodriguez la vittoria al Tour 1994

Il momento di grazia di Nelson Rodriguez prosegue anche al Tour de France 1994 quando, il 20 luglio (giorno della festa nazionale colombiana), nella diciassettesima frazione da Bourg-d’Oisans a Val Thorens inscena un duello con il Lettone Piotr Ugrumov. Le schermaglie tra i due regalano spettacolo per il pubblico che impazzisce ai bordi della strada. Alla fine è Cacaito a conquistare la vittoria di tappa.

Nelson chiude il Tour 1994 al sedicesimo posto in generale ma regala, come di consueto, emozioni forti agli amanti delle azioni da scalatore puro.

Al Mondiale di Agrigento difende i colori della nazionale senza brillare (si ritira).

Il 1995 è un anno senza squilli per Nelson che chiude sedicesimo al Giro e si ritira alla settima tappa del Tour. Anche nel 1996 il colombiano non brilla e chiude la sua carriera professionistica.

 

Pantani, Tafi, Squinzi la Mapei e il Processo alla Tappa

Pantani, Tafi, Squinzi la Mapei e il Processo alla Tappa

Pantani, Tafi, Squinzi la Mapei e il Processo alla Tappa ecco cosa accadde il 21 maggio 1999 a pochi giorni da Madonna di Campiglio

Il caso Pantani

Il caso Pantani

Pantani nel 1998 dopo la doppietta Giro-Tour è il ciclista più famoso e “desideerato” al mondo. Il suo team, la Mercatone Uno, lo ha “scortato” alla vittoria di questo storico “doublete” ma, a dispetto dei grandi team, è di poco peso “politico” ed economico. Telekom e Mapei sono delle corazzate da roster e bugdet assolutamente inarrivabile e proprio la Mapei di Giorgio Squinzi butta gli occhi (e non solo) sul Pirata di Cesenatico.

Il Team Mapei, nelle ultime annate, ha vinto tutto quello che c’era da vincere per ciò che concerne le corse da un giorno mentre nelle gare a tappe non ha ottenuto allori ed è reduce dal secondo posto di Pavel Tonkov al Giro ’98.

Nell’agosto del 98 Marco sta dando le ultime pedalate per portare la maglia gialla a Parigi e al patron Squinzi viene l’idea di proporre un contratto al Pirata. Secondo quanto indicato anche da RomagnaOggi l’offerta è da capogiro: 15 miliardi di vecchie lire per tre stagioni.

Marco decide di restare alla Mercatone Uno di Giuseppe Martinelli, allora DS del Team Emiliano Romagnolo come confermato, a distanza di anni, dal giornalista Philippe Brunel:

“il signor Squinzi… fece di tutto per riuscire ad avere Pantani nella sua squadra”.

Lo stesso Martinelli, come riportato dal quotidiano Romagnolo, confermerò negli anni questa voce:

“la Mapei lo voleva e ci fu un colloquio in agosto. Marco aveva il contratto in scadenza, con noi non aveva ancora rinnovato l’accordo. Declinò l’offerta di Squinzi e decise di restare con il suo gruppo”.

Il rifiuto non piace al patron di Mapei e tra il gruppo sportivo e il Pirata inizia una sorta di “guerra fredda” che, nove mesi dopo, esplose a latere di una frazione del Giro 1999.

Il  21 maggio 1999 si svolgono i controlli antidoping del Coni per la campagna “Io non rischio la salute”, sono verifiche su base volontaria, non i “classici” controlli legati alla corsa (e quindi non obbligatori ne validi per eventuali esclusioni).

Il gruppo, già iper-controllato, si oppone a questo ennesimo controllo e in molti pressano Pantani perché si faccia portavoce del pensiero diffuso. Marco prende posizione difendendo la posizione del gruppo che, però, non riesce a restare unito: tre formazioni decidono di aderire ai controlli tra cui proprio la Mapei in cui corre Andrea Tafi.

Dopo l’arrivo a Lanciano, durante l’immancabile Processo alla Tappa ecco che nello studio della trasmissione di “mamma Rai” c’è il confronto tra Tafi e Pantani.

“La Mapei è favorevole ai controlli, possiamo discutere sulla modalità, ma non sulla sostanza” dice Tafi a cui Marco ribatte: “Oggi dicevi una cosa diversa. Non parli con la tua testa, ma esprimi la linea della società”.

Il 22 maggio del 1999 la tappa affronta il  Gran Sasso e prima della partenza Pantani affronta Tafi e gli fa capire che la posizione presa può spaccare in due il gruppo.

Tafi, portacolori della Mapei che si era dissociato dalla protesta contro gli ulteriori test anti doping, durante la corsa viene insultato da alcuni esponenti del gruppo (Pantani non assolutamente è tra questi). Tafi si lascia sfilare in fondo al plotone e lamentando gli insulti anche nei confronti della moglie, scoppia in un pianto e minaccia di ritirarsi dalla corsa.

«Mi ritiro, mi ritiro» ripete mentre l’ammiraglia Mapei si avvicina e lo sostiene e gli fa cambiare idea. Il vincitore della Roubaix all’arrivo non dice i nomi dei “protagonisti” ma il portavoce del team definisce l‘iniziativa come “mafiosa”.

La polemica non si placa, Pantani dice che i suoi attacchi li fa in corsa mentre pare che Squinzi abbia dichiarato che Pantani ha alzato la bandiera di sindacalista perché teme di essere “beccato”.

Il Pirata risponde per le rime:

“Il signor Squinzi non può parlar da lontano e attraverso i comunicati all’Ansa. Il signor Squinzi mi voleva a tutti i costi in Mapei e non mi ha avuto. Ho solo detto che non devono sovrapporsi tanti test di tanti organismi diversi, che, operando sulla nostra pelle, sembrano avere lo scopo di mettersi in dubbio l’uno con l’altro. I suoi sono tutti puliti? Spero che i ragazzi della Mapei, tra i quali ho molti amici, non debbano mai avere problemi con l’antidoping, perchè sarebbe loro difficile raccogliere la solidarietà del gruppo. Il documento che hanno sottoscritto: capisco che talvolta la voce del padrone sia più forte della loro. Anche Tafi dà pareri sovrapposti: concorda con la nostra protesta, ma si dice disponibile a ogni tipo e numero di controlli. Forse non parla completamente libero dalle opinioni della società”

Pantani segnala che in caso di ulteriori controlli i ciclisti sono pronti ad abbandonare la corsa rosa, quindici giorni più tardi, il 5 giugno a Madonna di Campiglio i controlli UCI gestiti da Federciclismo rilevano un tasso di ematocrito fuori soglia e quel giorno inizia la discesa agli inferi del Pirata.

Ad Aprica il Giro arriva senza maglia rosa, Savoldelli secondo il classifica si rifiuta di indossarla per rispetto del Pirata mentre il Patron Squinzi all’arrivo indossa la maglia “io tifo Tafi”.

Opportuno o non opportuno quel 5 giugno del ’99 segna uno squarcio nel mondo del ciclismo e un solco nella vita di Marco Pantani, nulla sarà più come prima

Tonina Pantani: “Ho sempre detto che Marco è stato ucciso”

Tonina Pantani: “Marco è stato ucciso”

Tonina Pantani dalle pagine del Tuttosport: “l’ho detto sin  dal primo giorno che Marco è stato ucciso”

Pantani al Giro

Pantani al Giro

Tonina Pantani ha rilasciato una intervista al quotidiano Tuttosport in cui ha parlato della tragica morte del figlio. Nell’intervista al quotidiano torinese ma madre del Pirata è tornata sui tragici fatti di quindici anni fa chiedendo giustizia per il figlio.

Una vicenda con tanti lati oscuri:

“Vorrei che la commissione parlamentare antimafia si spingesse oltre a dove si è fermata la giustizia ordinaria. Dicono che non ci sono prove ma io non ci sto, basta leggere gli atti di indagine e le documentazioni che abbiamo portato in questi anni per rendersi conto di quanti siano ancora adesso gli aspetti da chiarire“.

Sulla vicenda, nella serata di ieri è andato in una un servizio de “Le Iene” la mamma del pirata non si è voluta esprimere:

“Me l’hanno anche fatto incontrare ma,onestamente, io non so cosa dire di questa persona. Non ha mai parlato negli ultimi quindici anni e ora dice quello che io sostengo da sempre”.

Tonina Pantani si è interrogata su cosa ne sarebbe oggi di Marco vedendolo come un cinquantenne padre di famiglia “perché è sempre stato innamorato dei bambini e avrebbe costruito una famiglia”.

Lo spacciatore intervistato dalle Iene si è espresso sulla vicenda:

“Marco non è morto per la cocaina ma è stato ucciso, magari senza volerlo ma è stato ucciso. Non capisco perchè non si sia voluto andare a fondo della vicenda, sono convinto che Marco fosse lucido quando è stato ucciso”.

 

 

5 giugno 1999- 5 giugno 2019: vent’anni dall’inizio della fine

5 giugno 1999: l’inizio della discesa

5 giugno 1999, gli appassionati di ciclismo non potranno mai dimenticare cosa accadde quel giorno a Madonna di Campiglio al povero Marco Pantani

5 giugno 1999: l'inizio della fine

5 giugno 1999: l’inizio della fine

5 giugno 1999 una data che per chi ama il ciclismo difficilmente può passare inosservata. E meno inosservata passa oggi che da quel maledetto giorno sono passati (già) vent’anni.

Come è cambiata la vita di ognuno di noi in questi 20 anni, forse eravamo ragazzi sognanti e ora siamo uomini adulti, forse eravamo bambini e ora siamo 30enni. Non importa chi eravate quel giorno, se amavate e amate il ciclismo, il 5 giugno 1999 è la data in cui è iniziato il calvario di Marco Pantani.

Non è mai stata semplice la vita sportiva del Pirata, non ricorderemo qui tutti gli infortuni e episodi al limite del surreale che tra gatti neri e fuoristrada “impazziti” hanno segnato la sua vita sui pedali.

Non è mai stata in discesa la strada di Marco (anche se in discesa lui andava come un treno) anzi è sempre stata in salita. Ma lui la salita l’amava e lungo una strada in salita è andata a prendersi la gloria dopo la polvere.

Prima al Giro d’Italia 1998 e poi al Tour dello stesso anno quando a trionfare è stato il Pirata, quel Pirata che sapeva appassionare gli italiani come pochi altri fenomeni dello sport.

E la salita lo ha portato, col vessillo del primato (da dominatore) a Madonna di Campiglio vincendo la frazione del venerdì in attesa di ripartire, la mattina successiva, per scalare il Mortirolo che gli avrebbe certamente consegnato un bis in rosa.

Invece, invece quello era la storia si al 4 di quel giugno. Il 5 giugno 1999 la storia è diversa, maledettamente diversa, fottutamente diversa.

Il 5 giugno 1999 è un pugno nello stomaco per ogni tifoso del ciclismo e un macigno sulla serenità di Marco. Si perché, lo sappiamo tutti, quella mattina a Madonna di Campiglio Marco viene espulso dalla corsa per un controllo con valori fuori norma (?).

All’alba bussano alla porta per il controllo anti-doping di routine e il risultato (non entriamo nei dettagli delle nubi che aleggiano attorno a quel fatto) evidenzia una concentrazione di globuli rossi del 52%,contro il 50% di soglia massima tollerata.

Il 5 giugno 1999 faceva caldo, e caldo faceva al villaggio quando quel sabato mattina comincia a serpeggiare la voce della positività di un atleta, ma non di un atleta qualunque, di Marco!

 “Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile” sussurra il Pirata fuori dall’hotel scortato dai pubblici ufficiali. Un’immagine tremenda, forse a causa di un grande imbroglio.

Quello è stato l’ultimo giorno del Pirata ciclista, il Tour 2000 è lo scontro tra il “colpevole” Marco e il “salvatore del ciclismo” Lance Armstrong… sappiamo tutti la menzogna del texano ma quello era ciò che chiedeva lo show. Marco è morto a Madonna di Campiglio, non fisicamente, è chiaro, ma moralmente. A Madonna di Campiglio si è aperta una voragine che ha risucchiato un campione genuino verso il fondo ed oltre il fondo, sino alla morte (oscura e carica di dubbi).

Quel 5 giugno  non so voi cosa stavate facendo, noi ci ricordiamo bene cosa stavamo facendo quando abbiamo sentito la notizia. E ci ricordiamo altrettanto bene (purtroppo) cosa stavamo facendo quel 14 febbraio quando abbiamo saputo della scomparsa del Pirata. Nel mezzo quante parole, quanti tradimenti, quanta gente che ha sputato sul piatto (di Marco) dove ha mangiato.

Non è questa la sede dei processi ma è la sede del ricordo e noi quel 5 giugno non lo scorderemo mai. Marco è morto due volte: nel fisico dopo e nell’anima prima e nessuno ci toglie l’idea che le cose sarebbero potute andare diversamente, molto diversamente!

Pantani non era solo nella stanza

Pantani non era solo? Crescono i dubbi sulla morte del Pirata

Pantani non era solo nella stanza il 14 febbraio? Questo e altri dubbi vengono sollevati dalle parole di Umberto Rapetto a La Gazzetta dello Sport

Pantani al Giro

Pantani al Giro

Pantani non era solo nella stanza in cui è stato trovato morto, a dirlo non è un tifoso ma Umberto Rapetto, Generale di Brigata della Guardia di Finanza. A rilanciare l’argomento spinoso della scomparsa di Marco Pantani è un articolo apparso su La Gazzetta dello Sport di oggi. Il Generale ha sottolineato come le tracce ematiche lasciate dal corpo dello sfortunato campione lasciano intendere che il suo corpo sia stato forse trascinato inoltro Rapetto sottolinea come la tesi che Pantani non fosse mai uscito dal Residence Le Rose è ormai capovolta.

Rapetto ha portato all’attenzione della Commissione parlamentare antimafia un memoriale che riapre la discussione circa la reale fine di Marco Pantani:

“Non mi sorprenderebbe se sulla morte di Marco Pantani ci fossero attività investigative in corso magari di una Direzione distrettuale antimafia”.

Secondo il Generale stanno emergendo dei nuovi fatti ed alcune testimonianze contrarie alla ricostruzione dei fatti sinora evidenziati dalle inchieste della magistratura. Rapetto ha avuto modo di confrontarsi con Antonio de Rensis avvocato della famiglia Pantani e il suo collega Filippo Cocco.

La Procura di Rimini aveva stabilito, come causa del decesso del Pirata, un’overdose di cocaina e psicofarmaci ma:

“nel caso Pantani ci sono una serie d’incongruenze e di non spiegazioni” dichiara il generale alla rosa ritornando sulla tesi di intrecci con la criminalità organizzata “

“Pantani era stato estromesso nel 1999 dal Giro per un valore del sangue non in regola. C’era allora un flusso vorticoso di scommesse clandestine con la camorra a fare da banco che aveva tutto l’interesse a non far vincere il romagnolo. .Ecco perché abbiamo portato il memoriale in Commissione” ha spiegato Rapetto.

Il Generale si è poi soffermato sui tanti, troppi punti non chiari delle precedenti inchieste e su come questi portino a valutare l’ipotesi del delitto. Troppi sono i segni dubbi nella stanza della morte dalle tracce di sangue alle ferite sul volto dell’ex campione

“Marco era pieno di tagli profondi e lividi che sono stati derubricati come contusioni da caduta nel momento del malore” se così non fosse potrebbe tornare in auge l’idea che qualcuno era nella stanza assieme al Pirata: “. Non va dimenticato che Marco chiese aiuto più volte alla reception dell’albergo, parlò di persone che gli stavano dando fastidio” spiega il Generale.

Poi c’è il mistero della “pallina bianca” accanto al corpo di Marco, le immagini della Polizia mostrano, appunto, una pallina intonsa pur essendo immersa in una pozza di sangue, una cosa sicuramente strana in un contesto ricco di dubbi e omissioni.

Un percorso sempre in salita verso la verità, quella salita che piaceva a Marco e che piace a Rapetto:

“Torneremo presto all’Antimafia, non ci fermiamo fino a quando non arriveremo al traguardo” conclude sulle colonne della Gazzetta.

 

 

 

 

Pantani all’asta i cimeli del pirata?

Pantani all’asta i cimeli storici

Pantani all’asta i cimeli del pirata: Mercatone Uno in amministrazione controllata, in vendita oltre 40 oggetti appartenuti a Marco?

Pantani al Giro

Pantani al Giro

Pantani all’asta i cimeli del pirata? Si avete letto bene una quarantina di oggetti da collezione, appartenuti a Marco Pantani potrebbero essere messi all’asta. La Mercatone Uno, storico sponsor del campione romagnolo, è stata messa in amministrazione controllata e questo ha bloccato i lasciti donati al presidente Pezzi e all’omonima fondazione creata dal figlio di Luciano e prestati al noto marchio di arredamento.

Stiamo parlando di due biciclette Bianchi appartenute a Marco, una ventina di coppe, magli autografate e tutto il materiale del Team Mercatone Uno che la Fondazione Luciano Pezzi aveva dato in comodato d’uso gratuito, all’allora colosso dell’arredamento nel 2002. L’obiettivo era quello di creare una sorta di museo presso la sede dello sponsor del team di Marco ma, vista la condizione in cui versa l’azienda, il materiale è in mano ai commissari straordinari.

Fausto Pezzi, presidente della Fondazione intitolata al padre Luciano ha spiegato la situazione a Il Sole 24 ore’:

“Ho chiesto ai commissari che restituiscano il materiale della Fondazione, mi è stato risposto di inserirmi nel passivo con gli altri creditori, perché gli accordi non avevano valore legale. Inutili sono state le testimonianze dei ciclisti che hanno spiegato di aver regalato i cimeli a mio padre e neppure l’appello ci ha dato ragione“.

 

La Fondazione ha cercato un modo per far uscire i cimeli dal passivo della procedura: pare sia stato proposto ai commissari di effettuare una donazione al Comune di Dozza o a Tonina Pantani per creare un museo alla memoria del Pirata ma queste opzioni non sono state accolte.
insomma, è triste dirlo, ma nemmeno
a 15 anni dalla sua scomparsa  Marco Pantani riesce ad avere pace

Ruote maledette di Remo Gandolfi recensione

Ruote maledette di Remo Gandolfi

Ruote maledette di Remo Gandolfi racconta 14 storie di morte legate al ciclismo da Marco Pantani a Michele Scarponi e non solo

Ruote Maledette di Remo Gandolfi

Ruote Maledette di Remo Gandolfi

Ruote maledette, quelle raccontate da Remo Gandolfi con prefazione di Luca Gregorio nel libro edito da Urbone Publishing (156 pagine, 12 euro). Storie che con ogni probabilità Gandolfi non avrebbe mai voluto scrivere né noi leggere ma storie vere, tremendamente vere. Storie che hanno in qualche modo segnato la nostra esistenza.

Ognuno di noi ricorda perfettamente dove era e con chi era quando ha appreso la notizia della scomparsa del Pirata Marco Pantani, tanti di noi ricordano quel caldo giorno di luglio quando un giovane Fabio Casartelli perse la vita al Tour de France e così per tutte le altre storie raccolte in Ruote maledette.

Chi non ricorda la classe del “Chava” Jimenez? Classe presente nel suo DNA in egual misura con l’autodistruzione che l’ha portato a togliesi la vita. Chi non ha amato Frank Vandenbroucke segnato dal “male di vivere”. Quasi spaventose sono la serie di sfortune che hanno colpito il povero e indimenticato Luis Ocana.

E ancora tanti altri casi di vere e proprie maledizioni che hanno contribuito a rendere mitologico lo sport del ciclismo passando per Denis Zanette, Joaquim Agostinho fino al nostro Michele Scaponi.

14 storie che raccontano il lato nascosto del ciclismo, il lato che non vorremmo vedere o aver visto ma che purtroppo esiste. Storie di campioni amati che hanno però visto la buona stella offuscarsi troppo presto.

Ruote maledette di Remo Gandolfi è un libro che si legge velocemente e che gli amante del ciclismo mangeranno letteralmente tra una lacrima di ricordo per i risultati sportivi che questi grandi atleti ci hanno regalato e una di tristezza per quelli che non hanno potuto raggiungere.

 

 

Il calendario di Vincenzo Nibali per il 2019

Il calendario di Vincenzo Nibali: obiettivo classiche e Tour

Il calendario di Vincenzo Nibali per il 2019: ecco tutti gli obiettivi del capitano della Bahrain Merida dalle Strade Bianche al Tour de France passando per la Sanremo

Il calendario di Vincenzo Nibali

Il calendario di Vincenzo Nibali

Il calendario di Vincenzo Nibali per il 2019 è praticamente definito in ogni dettaglio e il siciliano assieme al suo staff ha predisposto un dettagliato programma di avvicinamento agli appuntamenti della stagione ormai alle porte.

Lo Squalo dello Stretto tornerà alle corse all’UAE Tour in programma negli Emirati Arabi Uniti dal 24 febbraio al 2 marzo. La nuova competizione World  Tour prevede ben sette tappe e sarà il primo banco di prova per valutare i risultati della preparazione a Cambrils (Spagna) dal 10 al 22 gennaio e poi in altura sul Teide.

Nel 2019, Enzo punterà anzitutto su tre corse tricolori ovvero le Strade Bianche (9 marzo) per poi dedicarsi alla Tirreno-Adriatico e poi dritto alla Milano-Sanremo in cui cercare uno storico bis dopo l’incredibile successo dell’edizione 2018.

Dopo questo “trittico” il calendario di Vincenzo Nibali prevede un periodo di scarico e richiamo atletico per arrivare pronto al Tour of the Alps che servirà da trampolino per uno degli obiettivi tanto sognato (e solo sfiorato non senza polemiche nel 2012): la Liegi-Bastogne-Liegi.

Per Vincenzo a quel punto inizierà il punto caldo della stagione con, in successione, il Giro d’Italia e il Tour de France alla ricerca di quella storica doppietta non riuscita a Froome lo scorso anno e che manca dal 1998 quando a conquistarla fu il mitico Marco Pantani.

Paolo Slongo ha tenuto a precisare che quello della doppietta è un obiettivo reale e non teorico per Nibali che vuole assolutamente fare classifica in entrambe i grandi giri.

 

Il calendario di Vincenzo Nibali da Gennaio a fine Luglio

24 febbraio-2 marzo UAE Tour
9 marzo Strade Bianche
13-19 marzo Tirreno-Adriatico
23 marzo Milano-Sanremo
22-26 aprile Tour of the Alps
28 aprile Liegi-Bastogne-Liegi
11 maggio-2 giugno Giro d’Italia
29 giugno Campionati Italiani
6-28 luglio Tour de France