Pantani non era solo nella stanza

Pantani non era solo? Crescono i dubbi sulla morte del Pirata

Pantani non era solo nella stanza il 14 febbraio? Questo e altri dubbi vengono sollevati dalle parole di Umberto Rapetto a La Gazzetta dello Sport

Pantani al Giro

Pantani al Giro

Pantani non era solo nella stanza in cui è stato trovato morto, a dirlo non è un tifoso ma Umberto Rapetto, Generale di Brigata della Guardia di Finanza. A rilanciare l’argomento spinoso della scomparsa di Marco Pantani è un articolo apparso su La Gazzetta dello Sport di oggi. Il Generale ha sottolineato come le tracce ematiche lasciate dal corpo dello sfortunato campione lasciano intendere che il suo corpo sia stato forse trascinato inoltro Rapetto sottolinea come la tesi che Pantani non fosse mai uscito dal Residence Le Rose è ormai capovolta.

Rapetto ha portato all’attenzione della Commissione parlamentare antimafia un memoriale che riapre la discussione circa la reale fine di Marco Pantani:

“Non mi sorprenderebbe se sulla morte di Marco Pantani ci fossero attività investigative in corso magari di una Direzione distrettuale antimafia”.

Secondo il Generale stanno emergendo dei nuovi fatti ed alcune testimonianze contrarie alla ricostruzione dei fatti sinora evidenziati dalle inchieste della magistratura. Rapetto ha avuto modo di confrontarsi con Antonio de Rensis avvocato della famiglia Pantani e il suo collega Filippo Cocco.

La Procura di Rimini aveva stabilito, come causa del decesso del Pirata, un’overdose di cocaina e psicofarmaci ma:

“nel caso Pantani ci sono una serie d’incongruenze e di non spiegazioni” dichiara il generale alla rosa ritornando sulla tesi di intrecci con la criminalità organizzata “

“Pantani era stato estromesso nel 1999 dal Giro per un valore del sangue non in regola. C’era allora un flusso vorticoso di scommesse clandestine con la camorra a fare da banco che aveva tutto l’interesse a non far vincere il romagnolo. .Ecco perché abbiamo portato il memoriale in Commissione” ha spiegato Rapetto.

Il Generale si è poi soffermato sui tanti, troppi punti non chiari delle precedenti inchieste e su come questi portino a valutare l’ipotesi del delitto. Troppi sono i segni dubbi nella stanza della morte dalle tracce di sangue alle ferite sul volto dell’ex campione

“Marco era pieno di tagli profondi e lividi che sono stati derubricati come contusioni da caduta nel momento del malore” se così non fosse potrebbe tornare in auge l’idea che qualcuno era nella stanza assieme al Pirata: “. Non va dimenticato che Marco chiese aiuto più volte alla reception dell’albergo, parlò di persone che gli stavano dando fastidio” spiega il Generale.

Poi c’è il mistero della “pallina bianca” accanto al corpo di Marco, le immagini della Polizia mostrano, appunto, una pallina intonsa pur essendo immersa in una pozza di sangue, una cosa sicuramente strana in un contesto ricco di dubbi e omissioni.

Un percorso sempre in salita verso la verità, quella salita che piaceva a Marco e che piace a Rapetto:

“Torneremo presto all’Antimafia, non ci fermiamo fino a quando non arriveremo al traguardo” conclude sulle colonne della Gazzetta.

 

 

 

 

Pantani all’asta i cimeli del pirata?

Pantani all’asta i cimeli storici

Pantani all’asta i cimeli del pirata: Mercatone Uno in amministrazione controllata, in vendita oltre 40 oggetti appartenuti a Marco?

Pantani al Giro

Pantani al Giro

Pantani all’asta i cimeli del pirata? Si avete letto bene una quarantina di oggetti da collezione, appartenuti a Marco Pantani potrebbero essere messi all’asta. La Mercatone Uno, storico sponsor del campione romagnolo, è stata messa in amministrazione controllata e questo ha bloccato i lasciti donati al presidente Pezzi e all’omonima fondazione creata dal figlio di Luciano e prestati al noto marchio di arredamento.

Stiamo parlando di due biciclette Bianchi appartenute a Marco, una ventina di coppe, magli autografate e tutto il materiale del Team Mercatone Uno che la Fondazione Luciano Pezzi aveva dato in comodato d’uso gratuito, all’allora colosso dell’arredamento nel 2002. L’obiettivo era quello di creare una sorta di museo presso la sede dello sponsor del team di Marco ma, vista la condizione in cui versa l’azienda, il materiale è in mano ai commissari straordinari.

Fausto Pezzi, presidente della Fondazione intitolata al padre Luciano ha spiegato la situazione a Il Sole 24 ore’:

“Ho chiesto ai commissari che restituiscano il materiale della Fondazione, mi è stato risposto di inserirmi nel passivo con gli altri creditori, perché gli accordi non avevano valore legale. Inutili sono state le testimonianze dei ciclisti che hanno spiegato di aver regalato i cimeli a mio padre e neppure l’appello ci ha dato ragione“.

 

La Fondazione ha cercato un modo per far uscire i cimeli dal passivo della procedura: pare sia stato proposto ai commissari di effettuare una donazione al Comune di Dozza o a Tonina Pantani per creare un museo alla memoria del Pirata ma queste opzioni non sono state accolte.
insomma, è triste dirlo, ma nemmeno
a 15 anni dalla sua scomparsa  Marco Pantani riesce ad avere pace

Ruote maledette di Remo Gandolfi recensione

Ruote maledette di Remo Gandolfi

Ruote maledette di Remo Gandolfi racconta 14 storie di morte legate al ciclismo da Marco Pantani a Michele Scarponi e non solo

Ruote Maledette di Remo Gandolfi

Ruote Maledette di Remo Gandolfi

Ruote maledette, quelle raccontate da Remo Gandolfi con prefazione di Luca Gregorio nel libro edito da Urbone Publishing (156 pagine, 12 euro). Storie che con ogni probabilità Gandolfi non avrebbe mai voluto scrivere né noi leggere ma storie vere, tremendamente vere. Storie che hanno in qualche modo segnato la nostra esistenza.

Ognuno di noi ricorda perfettamente dove era e con chi era quando ha appreso la notizia della scomparsa del Pirata Marco Pantani, tanti di noi ricordano quel caldo giorno di luglio quando un giovane Fabio Casartelli perse la vita al Tour de France e così per tutte le altre storie raccolte in Ruote maledette.

Chi non ricorda la classe del “Chava” Jimenez? Classe presente nel suo DNA in egual misura con l’autodistruzione che l’ha portato a togliesi la vita. Chi non ha amato Frank Vandenbroucke segnato dal “male di vivere”. Quasi spaventose sono la serie di sfortune che hanno colpito il povero e indimenticato Luis Ocana.

E ancora tanti altri casi di vere e proprie maledizioni che hanno contribuito a rendere mitologico lo sport del ciclismo passando per Denis Zanette, Joaquim Agostinho fino al nostro Michele Scaponi.

14 storie che raccontano il lato nascosto del ciclismo, il lato che non vorremmo vedere o aver visto ma che purtroppo esiste. Storie di campioni amati che hanno però visto la buona stella offuscarsi troppo presto.

Ruote maledette di Remo Gandolfi è un libro che si legge velocemente e che gli amante del ciclismo mangeranno letteralmente tra una lacrima di ricordo per i risultati sportivi che questi grandi atleti ci hanno regalato e una di tristezza per quelli che non hanno potuto raggiungere.

 

 

Il calendario di Vincenzo Nibali per il 2019

Il calendario di Vincenzo Nibali: obiettivo classiche e Tour

Il calendario di Vincenzo Nibali per il 2019: ecco tutti gli obiettivi del capitano della Bahrain Merida dalle Strade Bianche al Tour de France passando per la Sanremo

Il calendario di Vincenzo Nibali

Il calendario di Vincenzo Nibali

Il calendario di Vincenzo Nibali per il 2019 è praticamente definito in ogni dettaglio e il siciliano assieme al suo staff ha predisposto un dettagliato programma di avvicinamento agli appuntamenti della stagione ormai alle porte.

Lo Squalo dello Stretto tornerà alle corse all’UAE Tour in programma negli Emirati Arabi Uniti dal 24 febbraio al 2 marzo. La nuova competizione World  Tour prevede ben sette tappe e sarà il primo banco di prova per valutare i risultati della preparazione a Cambrils (Spagna) dal 10 al 22 gennaio e poi in altura sul Teide.

Nel 2019, Enzo punterà anzitutto su tre corse tricolori ovvero le Strade Bianche (9 marzo) per poi dedicarsi alla Tirreno-Adriatico e poi dritto alla Milano-Sanremo in cui cercare uno storico bis dopo l’incredibile successo dell’edizione 2018.

Dopo questo “trittico” il calendario di Vincenzo Nibali prevede un periodo di scarico e richiamo atletico per arrivare pronto al Tour of the Alps che servirà da trampolino per uno degli obiettivi tanto sognato (e solo sfiorato non senza polemiche nel 2012): la Liegi-Bastogne-Liegi.

Per Vincenzo a quel punto inizierà il punto caldo della stagione con, in successione, il Giro d’Italia e il Tour de France alla ricerca di quella storica doppietta non riuscita a Froome lo scorso anno e che manca dal 1998 quando a conquistarla fu il mitico Marco Pantani.

Paolo Slongo ha tenuto a precisare che quello della doppietta è un obiettivo reale e non teorico per Nibali che vuole assolutamente fare classifica in entrambe i grandi giri.

 

Il calendario di Vincenzo Nibali da Gennaio a fine Luglio

24 febbraio-2 marzo UAE Tour
9 marzo Strade Bianche
13-19 marzo Tirreno-Adriatico
23 marzo Milano-Sanremo
22-26 aprile Tour of the Alps
28 aprile Liegi-Bastogne-Liegi
11 maggio-2 giugno Giro d’Italia
29 giugno Campionati Italiani
6-28 luglio Tour de France

Il caso Pantani film in uscita nel 2019

Il caso Pantani pellicola sugli ultimi giorni del Pirata

Il caso Pantani, film prodotto da Mr. Arkadin Film e distribuito da Little Studio Films di Los Angeles, racconterà gli ultimi anni della vita di Marco

Il caso Pantani

Il caso Pantani

Il caso Pantani, film sull’indimenticato e indimenticabile ciclista romagnolo, è atteso nelle sale per il 2019 e raccoglierà le memorie degli ultimi anni della vita del Pirata.

Sono passati quattordici anni da quel maledetto 14 febbraio, tanti atleti, tanti campioni e anche tanti ciclisti sono saliti agli onori della ribalta ma, possiamo dirlo, nessuno è entrato nel cuore degli italiani come Marco Pantani.

In questi ultimi anni si sono scritti libri e si è parlato molto della vicenda della morte di Marco, vicenda che lascia molti, moltissimi, punti oscuri che ora verranno narrati anche nel film “Il caso Pantani”.

La storia di Marco è stata un percorso da “montagne russe” tra incidenti, cadute, trionfi e polveroni legati alla nota vicenda di Madonna di Campiglio. La storia di Pantani è quella di un campione fragile a cui in tanti (troppi) hanno voltato le spalle quando era più corretto tendere una mano per salvare mentre le “mani” l’hanno schiacciato e travolto in un gioco al massacro micidiale.

Il regista Domenico Ciolfi ha spiegato che

“il film non sarà una sola indagine, un inchiesta sul mistero legato  a Pantani ma vuole essere un’indagine sulle emozioni e la personalità di Marco  per restituire verità, dignità e giustizia a un uomo al quale è stata tolta due volte la vita”.

Il Caso Pantani ripercorre gli ultimi cinque anni di vita del “Pirata” anni in cui il suono dei trionfi si sono spenti e i titoli dei giornali non incensavano più ma infangavano l’immagine di Marco.

Il film si basa su un accurato lavoro di ricerca attraverso testimonianze di colleghi, avversari, amici e parenti del Pirata nonché gli atti processuali e le decine di racconti ascoltati durante i sopralluoghi in Trentino (dove la discesa agli inferi ebbe inizio) e la Romagna.

Novak Djokovic deluso dal doping nel ciclismo

Novak Djokovic: “ho perso fiducia nel ciclismo”

Novak Djokovic fenomeno del tennis mondiale spiega le sue perplessità sul mondo del ciclismo per i troppi casi di doping

Novak Djokovic

Novak Djokovic

Novak Djokovic tennista serbo vera leggenda vivente del suo sport dopo aver passato qualcosa come oltre 220 settimana in testa al ranking mondiale e vinto 14 tornei del Grande Slam, ha da sempre la passione per il ciclismo ma gli accadimenti legati al doping hanno, pare, spento la sua passione.

In una recente intervista a World Tennis Usa il serbo ha espresso le sue perplessità sul fatto che tutto funzioni correttamente sul sistema anti-doping del ciclismo.

“Guardavo spesso il ciclismo ma ora ho perso molta fiducia in questo sport. Troppi campioni hanno avuto problemi con sostanze dopanti da Marco Pantani a Lance Armstrong. 

Sono sicuro che ci sono molti ciclisti al mondo che si stanno allenando molto duramente e stanno cercando di non usare alcun tipo di potenziamento per la loro competizione ma ci sono state troppe polemiche su questo sport.

Penso che non sia fisicamente accettabile che abbiano tante gare in un breve periodo di tempo. Penso che praticamente ogni giorno, giorno e mezzo, devono percorrere 200 miglia. Salire, in discesa al Giro d’Italia, al Tour de France, è uno sforzo inumano”.

Un’accusa neanche tanto velata al sistema ciclismo che sicuramente non mancherà di suscitare polemiche.

Novak Djokovic aveva già portato un forte attacco al ciclismo quando scoppiò lo scandalo dell’US Postal

“Credo che sia una disgrazia per lo sport avere un atleta come lui (Lance Armstrong ndr), Ha tradito lo sport, ha ingannato molte persone in tutto il mondo con la sua carriera e la sua storia di vita, giusto che abbia confessato perché sarebbe stato ridicolo negare le accuse visto le tante prove raccolte.

Dario Pegoretti telaista innovativo e genio modernista

Dario Pegoretti telaista, genio e amante dell’acciaio

Dario Pegoretti telaista moderno ed innovativo amante dell’acciaio scomparso nell’agosto del 2018, conosciamo la sua storia

Dario Pegoretti

Dario Pegoretti

Dario Pegoretti è stato uno dei più grandi, e non a tutti noto, telaisti italiani, nato nel 1956, amante del ciclismo ha gareggiato sino alla categoria juniores per poi capire che la sua passione per la bicicletta si sarebbe espressa meglio nella creazione di telai che spingendo sui pedali.

Dopo aver conseguito la maturità, decide di seguire la sua passione e si trasferisce a Verona dove inizia a lavorare come aiutante telaista presso la bottega artigianale di Luigino Milani che in quegli anni lavora in qualità di terzista per i più noti marchi di biciclette italiane.

Pegoretti osserva i tubi saldobrasati con congiunzioni, resta affascinato da quei telai che al posto della classica congiunzione presentano un cordone diverso dal normale. All’epoca non c’era Google per scoprire le tecnologie, lo studio è faticoso ma premiante tanto da , convincere il Milani a comprare una macchina per questa saldatura (la saldatura a Tig).

Pegoretti matura grande esperienza e professionalità nella produzione di telai e, quando nel 1990  viene a mancare il Milani (che nel frattempo era diventato suo suocero), decide di mettersi in proprio continuando la collaborazione con due marchi di grande prestigio come Pinarello e Bianchi.

L’attività di terzista va un stretta a Dario Pegoretti che nel 1996 decide di iniziare a produrre telai su misura con il proprio nome spostando la produzione a Caldonazzo, in provincia di Trento, e successivamente a Marter di Roncegno: nascono i Telai Pegoretti.

Dario nato con l’acciaio vede entrare sul mercato nuovi materiali ma resta vincolato al “suo” materiale rendendolo più moderno del moderno, dando uno stile unico e di design.

“L’acciaio parla, è sincero, ha un odore inconfondibile ed è un materiale vivo. D’inverno ha un odore diverso che d’estate. È un materiale sincero e devi rispettarlo”

Era solito ripetere Pegoretti.

Dario Pegoretti: Lo stile

Messosi in proprio e lanciato il proprio marchio personale grazie a buoni contatti oltreoceano, Dario riesce a proporre i propri telai sul mercato americano che si dimostra molto sensibile alla creatività del telaista. La fantasia di Pegoretti è inarrestabile, diventa un artista, anzi l’Artista del telaio tanto da essere paragonato al mitico Basquiatt. Dario è semplicemente il numero uno dei telaisti mondiali, il suo amico Richard Sachs (noto telaista americano) ha dichiarato:

“He has forgotten more than any of us here will ever know”, ha dimenticato più cose lui di quante ne potremo imparare noi.

Nel 2004, proprioo assieme all’amico Richard Sachs, disegnò la serie di tubi PegoRichie, prodotta da Columbus a partire dall’anno successivo e che fecero letteralmente furore.

Gli Americani adorano a tal punto i suoi telai che nel 2008 viene premiato come miglior telaista al NAHBS (North American Handmade Bicycle Show).

Nel 2010 una sua bici venne esposta al Museo d’arte e design di New York entrando nella lista dei sei più grandi telaisti mondiali e conquistando World Paper (una delle più importanti riviste di architettura e design).

Dario Pegoretti: telai speciali

In pochi hanno avuto la fortuna di entrare in possesso di un suo telaio, erano necessari almeno due anni di “coda” per avere poi in mano uno dei mezzi più eccitanti al mondo con cui pedalare.

Il colore appariscente dei suoi telai colpisce la fantasia di molti, meno quella di Dario:

“dico la verità: me rompe un po’ i cojoni. Preferirei che prima di tutto fosse apprezzata la funzionalità di un telaio”.

Insomma l’aspetto estetico è considerato secondario da Dario, ma poi alla fine “se una cosa va fatta, è meglio che sia fatta bella” e quindi ecco modelli unici che qualcuno acquista solo per l’aspetto anche se in realtà ogni telaio è prodotto funzionalmente alle esigenze del cliente anche contro una logica di mercato che vuole l’estremizzazione della tecnologia senza badare al reale uso del mezzo meccanico.

Dario era particolarmente appassionato di musica, come si può riscontrare anche da alcuni nomi dei suoi modelli tra cui il mitico “Big Leg Emma” , ispirato da una canzone di Frank Zappa.

 

Dario Pegoretti: telai per vip e big del ciclismo

Come detto, in pochi al mondo possono dire di avere un telaio Pegoretti, tra questi fortunati ecco il compianto attore americano Robin Williams, vero fanatico di biciclette che si era accaparrato un paio di esemplari unici. Altro fortunato il cantante Ben Harper divenuto amico di Dario e che all’artista del telaio ha dedicato una canzone.

In pochi sanno che Pegoretti ha “servito” alcuni tra i più grandi ciclisti del mondo, tra cui Miguel Indurain, Stephen Roche, Claudio Chiappucci, e Mario Cipollini. Lo stesso Marco Pantani era solito farsi produrre “di nascosto” telai da Dario.

Ma Dario non amava essere un telaista d’elite, amava confrontarsi sui social con giovani appassionati di meccanica o di grafica, ragazzi che sono stati da lui a imparare l’arte dell’acciaio. Un Maestro insomma, generoso di consigli ma severo e pronto a bacchettare chi cercava scorciatoie per il successo.

Indimenticabili i suoi post su vari forum italiani ad argomento ciclistico con il nickname “Round” in dialetto in cui spiegava le sue idee e che erano un concentrato di conoscenza e umorismo.

Dario Pegoretti: l’acciaio contro il carbonio

“I costruttori scelgono il carbonio e alluminio perché sono  più veloci da lavorare oggi le biciclette si costruiscono principalmente nel Sud Est asiatico, dove non sono esperti nella lavorazione dell’acciaio ma il materiale in sé non conta, conta avere un’idea e poi usare al meglio il materiale”.

In questa frase è racchiusa la filosofia di Dario Pegoretti

Dario Pegoretti: l’addio

Nel 2007 gli viene diagnosticato un linfoma dal quale riesce a guarire e da cui gli venne l’idea della la grafica “Catch the Spider” – Ciapa el ragno come la traduceva lui.

La notizia della sua scomparsa è arrivata lo scorso mese di luglio, a porre fine alla vita di questo artista del telaio un attacco di cuore. Con lui non se ne va non solo un genio unico ma anche una persona vecchio stampo, schiva ma sincera e diretta, una mente vulcanica e ricca di idee.

Un maestro, un faro del settore sempre pronto a mettersi in discussione e a sorprendere tutti con scelte innovative e controcorrente.

Adesso pedala la canzone di Marco Pantani

Adesso pedala sigla del Giro d’Italia 1996

Adesso pedala la canzone di Marco Pantani che fu la sigla ufficiale del Giro d’Italia 21996 trasmesso da Italia 1

Adesso Pedala di Marco Pantani

Adesso Pedala di Marco Pantani

Adesso pedala quante volte abbiamo sentito l’antico adagio, “hai voluto la bicicletta e adesso pedala”? Tante ma forse un ricordo più simpatico è legato alla sigla del Giro d’Italia 1996 trasmesso sulle reti Mediaset.

Adesso pedala venne cantata dall’indimenticabile Marco Pantani che l’anno precedente era stato vittima dell’ennesimo brutto incidente stradale ma che era già da tempo diventato un’icona del ciclismo tricolore.

Adesso pedala venne registrata durante il periodo di riabilitazione dal terribile incidente alla Milano-Torino che mise a repentaglio la carriera del Pirata per essere impiegata come sigla della diretta pomeridiana della tappa e della trasmissione Girosera.

Alla canzone venne accompagnato un video in cui Marco è impegnato a pedalare su pendii virtuali con addosso la maglia rosa.

Il testo della canzone venne scritto da Elisabetta Mondini e calza perfettamente sull’attitudine combattente di Pantani. Ritmo rappeggiante in stile allegro e “Jovanottiano” nella prima parte e ritornello orecchiabile la canzone ha successo complice le immagini di sfondo assolutamente divertenti.

Vorrei restar sempre così in maglia rosa” canta il Pirata, forse proprio il pensiero che abitava nel cuore di Marco, quella maglia rosa che gli venne ingiustamente strappata di dosso quella maledetta mattina a Madonna di Campiglio.

Dalla maglia rosa al gregario, la canzone racconta la storia di ogni ciclista ed è proposta come sigla in un format naturalmente accorciato ma esiste, chiaramente, anche l’edizione completa e inserita in una compilation della RTI Music (casa discografica di Mediaset) intitolata “19 Successi dell’Estate 1996”.

Adesso Pedala in questa curiosa compilation si trova in compagnia di qualche pezzo davvero “Kitsch“ come “El menhadito” di Umberto Smaila o “Aspettavo te” di Ambra Angiolini

Adesso Pedala: testo completo

Milano/Sanremo a rotta di collo
Liegi/Bastogne andata e ritorno
Stare davanti senza mai mollare
Nessuno oramai mi riesce a cambiare
Son nato nel mare ma scalo montagne
Cerco illusioni invece trovo emozioni
Ho il fiato del tempo sempre sul collo

Nessuno ti giuro mi cambierà, tappe intermedie mai
E ti porterò con me lassù, la bici, io e tu, in maglia rosa sempre più

E adesso pedala, sulla mia sella da cowboy per inseguire il cielo e poi
Pedala pedala, perduto nella dolce scia a tutta birra e così sia

Apro gli occhi e sono su
Il gruppo è lontano non lo vedo già più
Pedalo pedalo e arrivo alla cima
Al Tour e alla Vuelta penserò domattina
La rabbia mi spinge e mi porta distante
In salita e in discesa mi mangio i tornanti
Dietro e davanti mi applaudono in tanti

Vorrei restar sempre così in maglia rosa e poi
il vento e le moto sorpassano, la fatica tocca solo a me ma ho voluto la bici e adesso

E adesso pedala, sulla mia sella da cowboy per inseguire il cielo e poi
Pedala pedala, perduto nella dolce scia a tutta birra e così sia

E adesso pedala, la tappa è dura, piove, ma il cuore certo basterà
Pedala pedala, la bici l’ho voluta io e tiro la volata ormai

E adesso pedala, sulla mia sella da cowboy per inseguire il cielo e poi
Pedala pedala, perduto nella dolce scia a tutta birra e così sia

E adesso pedala…
Pedala pedala…

 

 

Sebastiano Alicata intervista all’autore di Mister D

Sebastiano Alicata intervista esclusiva per Ciclonews

Sebastiano Alicata, autore dell’interessantissimo libro Mister D in cui si parla di sport e doping intervistato in esclusiva per Ciclonews.biz

Sebastiano Alicata

Sebastiano Alicata

Sebastiano Alicata è l’autore di un interessante e introspettivo libro che trappa lo spigoloso argomento de rapporto tra sport e doping e tra sport e manipolazioni dei risultati. Ci siamo imbattuti nel suo libro (Mister D. Il doping e la manipolazione dello sport professionisticoche ci ha colpiti per il modo innovativo di trattare una materia a volte inflazionata e troppo spesso “usata” per far notizia. L’opera di Sebastiano, edita da    , ci è apparsa subito equilibrata e originale.
Abbiamo incontrato Sebastiano Alicata in un caldo pomeriggio di settembre e ci ha raccontato del suo rapporto con lo sport e con il ciclismo in particolare.

Ciao Sebastiano, anzitutto grazie per aver accettato la nostra intervista.

Grazie a Voi ragazzi per lo spazio che mi state dando e che avete dato al mio libro

Ci racconti come è nata l’idea del libro Mister D?

Scrivo un po’ da sempre ed in passato ho pubblicato poesie e racconti. L’idea di Mister D. è nata sia come sfida sia come atto d’amore nei confronti della scrittura e delle storie che hanno a che fare con la fragilità umana ma anche nei confronti della dimensione più pura dello sport. Per dimensione più pura intendo il coinvolgimento interiore di chi si rivolge all’attività sportiva e alla ricerca di se stessi nell’espressione e nell’esecuzione del gesto atletico. Con questo libro il tema doping, oltre a prestarsi per fare il punto sulla situazione attuale intorno al problema e ad indagare sulle possibili manipolazioni che ci sono state nel corso degli anni, è diventato anche funzionale al racconto di alcune drammatiche vicende umane e sportive.

Nel libro tratti approfonditamente la vicenda di Marco Pantani, hai un ricordo di qualche impresa del Pirata?

Beh, senza dubbio la storica doppietta compiuta da Marco Pantani nell’estate del 1998 quando riuscì a vincere Giro d’Italia e Tour de France. In particolare la 15ª tappa, quando sul Col du Galibier, in una terribile giornata di vento e pioggia, il Pirata infligge al rivale tedesco del momento Jan Ullrich quasi 9 minuti di distacco, strappandogli la maglia gialla e mettendo le mani, di fatto, sul Tour de France. All’epoca avevo 23 anni e fui testimone come tanti di un evento sportivo che divenne storia, forse l’ultimo atto di un ciclismo che non c’è più e che già allora non esisteva più, ma che per rivisse per un attimo, un’ultima esplosione intensa e brillante. Era il ciclismo epico ed eroico di Marco Pantani, quello che sapeva di antico e di imprese, quello che per due mesi regalò al nostro paese forse l’impresa più incredibile di quegli anni: la doppietta Giro-Tour, trasformando Pantani in leggenda. Bisogna anche ricordare che allora il ciclismo era molto meno pulito e controllato di oggi e che non si è mai escluso che anche Pantani possa aver fatto uso di EPO come molti ciclisti negli anni ‘90. Ha compiuto comunque qualcosa di incredibile perché vincere due grandi corse a tappe in due mesi è qualcosa capitata solo ai migliori: a Fausto Coppi, a Jacques Anquetil, a Eddy Merckx, a Bernard Hinault, a Stephen Roche, a Miguel Indurain e proprio a Marco Pantani.

Come è nata la passione di Sebastiano Alicata per il ciclismo?

 Mi sono appassionato al ciclismo cominciando a fare triathlon, quindi nuotando, pedalando e correndo, oltretutto senza provenire dal punto di vista atletico da nessuna delle tre discipline. Pratico triathlon in modo amatoriale ma comunque agonistico dal 2012 e quindi sono dovuto inevitabilmente salire sulla bici da corsa, ho dovuto imparare a portarla in un certo modo e cominciare a macinare salite e chilometri. Ciò che prima vedevo come estremamente faticoso, ed in effetti lo è, è diventato pian piano affascinante ed avvincente. Andare in bici e fare determinati allenamenti è spesso pesante, nell’immaginario collettivo la fatica qualcosa da evitare, come sappiamo la fatica fisica è sempre stata pure meno corrisposta economicamente di quella intellettuale, fare fatica gratis solo per guardarti dentro perché altrimenti non lo faresti, credo che sia oltremodo poetico. Sarà un luogo comune ma la bicicletta, oltre ad essere divertente, è davvero una metafora della vita.

C’è un ciclista in attività per cui fai il tifo? Se sì, perché?

Non sono un tifoso di nessuno in particolare ma c’è un ciclista che mi piace più di tutti e che seguo molto per il suo modo di prendersi sempre molto poco sul serio e di essere agli antipodi delle convenzioni ciclistiche. Sto parlando di Peter Sagan, uno si muove nel mondo del ciclismo come un attore ed una specie di rockstar, uno che detta lo stile e che sta cambiando un po’ pure il modo di andare in bici ed il ciclismo moderno. Il suo modo di guidare la bicicletta secondo me è unico, è avanguardia, è ispirazione, è potenza usata in modo naturale e disarmante, è arte fatta di impennate, numeri da funambolo e discese al limite della fisica. Sagan è un anticonformista comunque fortissimo, a 28 anni vanta oltre cento vittorie in carriera e tre mondiali vinti consecutivamente dal 2015 al 2017.  Non si può paragonare a nessun altro corridore in circolazione, e nemmeno a qualche campione del passato, perché ha caratteristiche che nessun altro ciclista ha avuto concentrate tutte assieme. Sagan vince, quest’anno ha vinto per la prima volta la grande classica Parigi-Roubaix, ma appare quasi sempre scanzonato e sereno, anche quando perde, sottolineando spesso in modo beffardo e irriverente che: “In fondo stiamo parlando solo di una corsa in bicicletta” Sagan è il ragazzo più divertente, esuberante e criticato dal ciclismo internazionale e per questo non può che piacermi molto più di chiunque altro.

Quale potrebbe essere per Sebastiano Alicata una soluzione al problema doping?

 Sono dell’idea che fin quando non si analizzano i problemi alla radice non si riuscirà mai nemmeno a comprenderli fino in fondo. Nel libro sottolineo quanto sia per esempio importante il contesto sociale, culturale e familiare in cui l’atleta fin da giovanissimo si ritrova. E’ importante e determinante l’attitudine che nei confronti del doping hanno quelli che Sandro Donati, ex allenatore della nazionale italiana di atletica leggera e maestro dello sport, chiama “adulti significativi”, quindi genitori, familiari, allenatori, medici e dirigenti che, a seconda delle occasioni, potrebbero avere un ruolo positivo o negativo. Bisogna chiedersi quale sia la propensione degli adulti significativi verso il doping piuttosto che verso un’attività pulita per cui è fondamentale la creazione dell’ambiente giusto intorno al ragazzo o alla ragazza che si avvicina alla pratica sportiva. Un possibile approccio al problema potrebbe essere la creazione da parte delle federazioni sportive di uno staff di adulti significativi decisi a cambiare l’attuale sistema sportivo e l’impegno a far firmare una carta d’impegno etico non solo agli atleti, ma anche ai dirigenti sportivi e agli allenatori. Una soluzione definitiva probabilmente non si otterrà mai.

Secondo Sebastiano Alicata, si può ancora credere nello sport pulito?

E’ molto difficile perché il doping è stato “normalizzato” e spesso è stato organizzato dalle stesse istituzioni sportive. Per uno sport pulito è necessario smascherare chi lavora a quella catena di montaggio di atleti destinati a primeggiare e utili solo in funzione di determinati risultati. Data la componente competitiva dello sport professionistico e non solo, purtroppo sarà molto difficile avere un sport pulito in tutti i sensi, perché se il doping ha un giro di affari di 500 milioni di euro all’anno solo in Italia, è la vittoria a tutti i costi che consolida un sistema di potere politico in cui istituzioni sportive, doping, antidoping, interessi delle grosse case farmaceutiche e business giganteschi si inseguono e si intrecciano senza soluzione di continuità.

 

 

Mister D recensione del libro di Sebastiano Alicata

Mister D di Sebastiano Alicata, la nostra recensione

Mister D Il doping e la manipolazione dello sport professionistico ovvero come gli atleti e in alcuni casi i controlli verrebbero spesso manipolati. Tra le storie il caso Pantani, Alex Schwazer

Mister D di Sebastiano Alicata

Mister D di Sebastiano Alicata

Mister D, uno coach assolutamente oltre il limite del lecito quello chiamato “doping”. Ci siamo avvicinati a questo libro di Sebastiano Alicata edito da Villaggio Maori Edizioni in un caldo pomeriggio di agosto in cui la voglia di leggere non era delle più alte ma, subito dopo poche righe, ci ha colpiti talmente tanto da leggerlo tutto d’un fiato.

Mister D non tratta solo di ciclismo e non solo di doping e nemmeno di doping e ciclismo, il libro di Alicata è un excursus su alcuni episodi legati al mondo dello sport e alle manipolazioni (mentali e dei risultati) che questo subisce. Si parte dal calcio, in particolare dalla “Grande Inter” di Angelo Moratti e alle rivelazioni di Ferruccio Mazzola passando per le tante, troppe, storie di calciatori morti giovani. Proprio sulle vicende di doping e calcio il libro tratta del calciatore Carlo Pietrini, simbolo di chi non ha voluto tacere le magagne di un certo calcio.

Mister D: il caso Pantani

Alicata tratta la vicenda, non certo priva di spine, di Marco Pantani narrando non solo le vicende, purtroppo note a tutti, ma scavando in profondità sulle ombre che la vicenda del Pirata ha lasciato. Sebastiano si addentra anche nelle teorie complottistiche, dalle più note come le rivelazioni di Renato Vallanzasca al “peso” che l’US Postal Service di Lance Armstrong ha avuto sul ciclismo degli anni ’90 e sulla storia personale di Marco Pantani.

Mister D: da Donati a Schwarzer

Il libro si chiude con due capitoli decisamente complessi e interessanti che ripercorrono le carriere di Sandro Donati e Alex Schwarzer, il primo paladino dello sport (in particolare l’atletica) pulito, il secondo campione forse troppo debole per resistere alle tentazioni delle sostanze dopanti. Il percorso dei due si incrocia dopo la squalifica del marciatore.