Chi ha ucciso Marco Pantani, recensione del libro

Chi ha ucciso Marco Pantani scritto da Roberto Manzo

Chi ha ucciso Marco Pantani scritto da Roberto Manzo, avvocato del Pirata, ed edito da Mondadori   racconta la storia di questo campione sfortunato .

Chi ha ucciso Marco Pantani

Chi ha ucciso Marco Pantani

Chi ha ucciso Marco Pantani? Intendiamoci, questa domanda gira per la testa di quasi tutti gli appassionati di ciclismo. La vicenda che ha travolto il Pirata, a partire da quella maledetta mattina del 5 giugno del 1999 a Madonna di Campiglio fino alla sua morte il 14 febbraio del 2004.

Il rapporto tra Marco e Manzo è prima di tutto un rapporto di amicizia e poi di collaborazione professionale, l’idea del libro nasce “Subito dopo la sua morte..  ma sembrava di violare la sua intimità. E così ho aspettato mesi, anni” ha dichiarato l’autore.

Chi ha ucciso Marco Pantani ripercorre il calvario processuale e umano di un campione prima osannato e poi dato in pasto allo sciacallaggio mediatico che ne ha torturato la mente e l’anima.

Il libro dimostra il Pantani, era “semplicemente il ciclista più forte dei suoi anni, era talento, classe, amore per la bicicletta e per la fatica. Era il campione che tutti amavano che oggi tutti rimpiangono ma a cui molti hanno voltato le spalle nel momento del bisogno.

Il punto di vista dell’autore è quello del suo avvocato che dei documenti processuali di Pantani conosce riga per riga, frase per frase, deposizione per deposizione. Un punto di vista di chi ha vissuto giorni e notti sugli atti processuali arrivando quasi ad odiarli tanto facevano male a chi era presente nel momento dell’assoluzione per i fatti del Giro 1999 e nella terribile giornata dell’autopsia al corpo di Marco.

Il libro è un modo per cercare di rendere onore a un campione “usato” dal sistema ciclismo come trascinatore di folle e passione che, quando è diventato troppo “scomodo” al sistema è stato, dal sistema stesso, gettato come uno straccio sporco.

Marco è stato travolto da un vortice che lo ha spinto all’isolamento e all’annullamento del suo essere, colpito dalla macchia di essere considerato l’untore del candido mondo del ciclismo e travolto da un accanimento giudiziario senza precedenti per uno sportivo.

Il libro è dedicato non solo agli appassionati di ciclismo e ai fans del Pirata ma a tutti gli amanti di giustizia che vogliono scoprire dettagli rilevanti di una vicenda ancora oggi oscura.

Ma quindi Chi ha ucciso Marco Pantani? Probabilmente in tanti hanno contribuito con una parola, una omissione, una maledicenza ad affossare il più grande ciclista che l’Italia ha conosciuto dai tempi di Coppi e Bartali.

Riccardo Clementi autore di Un Pirata in Cielo

Riccardo Clementi intervista con l’autore dello splendido libro su Marco Pantani

Riccardo Clementi intervista all’autore di Un Pirata in Cielo uno splendido libro che ripercorre le vittorie di Marco Pantani

Riccardo Clementi

Riccardo Clementi

Riccardo Clementi, nato il 27 dicembre 1982 a Fiesole e vive a Pontassieve, è un giovane giornalista amate di ciclismo e di Marco Pantani. Di recente ha scritto uno splendido libro che ripercorre le vittorie del Pirata di cui vi abbiamo proposto la nostra recensione.

Ciao Riccardo, grazie per la questa intervista, ci racconti come è nata l’idea di un libro su Marco Pantani?

Ciao ragazzi, grazie a voi per lo spazio che mi concedete. Come è nata l’idea di un libro su Marco Pantani? Quando Pantani esordì nei professionisti, avevo 11 anni. Già dalle prime vittorie rimasi affascinato da quel ragazzo piccolo e agile che in sella alla bici volava leggiadro verso le vette, facendo il vuoto dietro di sé. Un amore che da tifoso mi ha accompagnato fino alla tragica morte di Marco e e che è rimasto intatto anche dopo. Crescendo, sono diventato giornalista e ho maturato l’idea che, attraverso gli strumenti della mia professione, fosse giusto rendere onore a un campione fuori dal normale, capace di regalare emozioni indescrivibili a milioni di sportivi. Qualche mese fa l’idea è diventata progetto e, grazie alla disponibilità e all’attenzione dell’editore Gianluca Iuorio di Urbone Publishing, ho potuto concretizzarla.

Il 14, numero ricorrente nella vita del Pirata, quale delle 14 vittorie che hai raccontato ti resta più nel cuore?

Il libro ruota tutto in intorno al numero 14. 14 come il numero di tappa della prima vittoria al Giro ‘94, 14 come i successi di tappa in solitario prima del 5 giugno 1999, 14 come il giorno di San Valentino in cui Pantani se n’è andato per sempre, 14 come gli anni che in questo 2018 sono trascorsi da quel triste giorno del 2004. Potremmo dire anche 14 come le tappe di una sorta di via Crucis umana e laica alla ricerca di un infinito che l’anima sensibile e combattuta di Pantani ha cercato ed annusato in terra, lassù sulle sue montagne, ma che forse non è riuscito a trovare. In questo viaggio più unico che raro, sportivo ma anche umano, ognuna delle 14 vittorie di tappa è nel mio cuore di tifoso e oggi, per altri aspetti, anche di giornalista. Certo, se pensiamo a Plan di Montecampione, che gli consegnò il Giro ‘98, o alle Deux Alpes, dove nello stesso anno conquistò la storica maglia gialla che portò fino a Parigi, ma anche all’incredibile rimonta di Oropa nel ‘99, proviamo brividi forse più acuti. Ma, lo ripeto, ogni vittoria di tappa, dalle prime di Merano e Aprica passando per Guzet-Neige, l’Alpe d’Huez e Morzine fino a Madonna di Campiglio, rivela qualcosa di nuovo e di diverso su Pantani ed è bello rivederle una alla volta, assaporarle, rivisitarle per scoprire l’uomo e il campione.

 

 La storia di Marco è un esempio di come i media abbiano “usato” e poi gettato il Pirata e in generale le star dello sport?

Credo che la realtà sia più complessa, nel senso che quando avvengono queste cose non c’è mai un solo soggetto ad innescare un meccanismo. Ciò che è accaduto a Pantani è molto strano è ancora oggi per certi aspetti misterioso, da queste vicende sono nati processi mediatici ma non solo. Qualcosa si è rotto nella testa di Marco, perché lui si sentiva “fregato” e non riusciva a dimostrarlo. Non solo nel mainstream mediatico ma anche nel suo mondo e tra la gente. E anche se in tanti continuavano ancora ad amarlo, lui non era capace di superare questa umiliazione da cui si sentiva schiacciato. Credo sia andata più o meno così, ma la vicenda umana è così delicata e degna di rispetto che non mi pronuncio oltre. Nel libro, infatti, ho cercato proprio di attenermi ai fatti sportivi, ovviamente commentandoli, senza però avventurarmi lungo i pendii dei giudizi.

C’è quella sua famosa frase in cui Marco Pantani disse: “Vado così forte in salita per abbreviare la mia agonia. Che idea ti sei fatto di questa affermazione

Un’idea meravigliosa, un concetto che fa capire che nell’andare in bicicletta di Marco Pantani c’è del filosofico. Una battaglia interiore. Un dialogo profondo tra l’uomo e il creato. Era questo, oltre alle sue ineguagliabili doti atletiche, che rendeva Pantani così speciale e diverso dagli altri.

Marco è stato un fenomeno mediatico del ciclismo, pensi che in futuro ci possa essere un altro ciclista in grado di appassionare a tal modo il pubblico?

Nello sport può accadere di tutto e quando meno ci si aspetta. In questa epoca credo però che sia difficile rivedere uno come Marco Pantani.

Che rapporto hai con lo sport e come è nata la tua passione per il ciclismo?

Ho un bel rapporto con lo sport, perché lo sport è vita, passione, gioia. Spesso noi umani proviamo a rovinarlo, ma lui, lo sport, continua ad essere elemento di unità, di dialogo e di incontro tra bambini e popoli. Ho praticato calcio fin da piccolo, sono tifoso della Juventus anche se risiedo in terra fiorentina e su questa storia ho scritto pure un libro nel tentativo di sdrammatizzare una rivalità che dovrebbe essere solo sportiva. Ma, oltre al calcio, ho sempre amato il ciclismo, il basket, il tennis, l’atletica, un po’ tutto insomma. Quando vidi Pantani fare quei numeri in bici, chiesi a mio babbo di regalarmi una bicicletta da corsa e lui esaudì il mio desiderio. Da lì sono sempre andato in bici per passione con i miei amici per i nostri colli della Valdisieve, in provincia di Firenze, dove vivo. Nell’estate 2004 con il mio amico Daniele abbiamo pedalato fino alla tomba di Pantani, poi fino a Santiago De Compostela e l’anno dopo siamo arrivati a Colonia per la Giornata Mondiale della Gioventù. Sono state bellissime esperienze di vita, che hanno segnato la mia giovinezza e la mia crescita e su cui ho scritto anche due piccoli libri “Quando una pedalata ti cambia la vita – Due pontassievesi in sella verso Santiago” e “Noi. Pellegrini del nuovo millennio – Due pontassievesi in sella verso Colonia”.

 

C’è un altro ciclista a cui Riccardo Clementi dedicherebbe una sua nuova opera?

Da piccolo ho tifato anche Gianni Bugno e Claudio Chiappucci, oggi provo grande ammirazione per Vincenzo  Nibali, campione vero. Ma no, non riuscirei a fare opere per nessun altro. Solo per Pantani sono stato in grado di trascorrere notti a studiare e a scrivere.

Marco Pantani il nostro ricordo del Pirata

Marco Pantani il ragazzo venuto dal mare che scalava le montagne

Marco Pantani da Cesenatico: dal mare alla montagna dal trionfo all’infamia ci ha lasciati il 14 febbraio 2004

Marco Pantani

Marco Pantani

Marco Pantani da Cesenatico, lo scalatore più forte di sempre, il timido ragazzo che veniva dal mare che conquistò la montagna. “Il mio sogno di felicità? Nonno Sotero che mi sveglia e mi accompagna a pescare”, questa era la via della serenità di Marco il Pirata. La folla esultante, il bacio della miss, la maglia rosa o gialla, i giornalisti che ti idolatrano… bello ma la felicità è altro e Marco lo sapeva. La felicità sta nelle cose semplici, Marco Pantani lo sapeva.

Marco se n’è andato il 14 febbraio del 2004, per una generazione intera è stato non solamente un campione ma un simbolo. Il simbolo del riscatto dalla sfortuna, il simbolo della reazione alla difficoltà. Quante volte è andato in terra e quante volte si è rialzato fino alla gloria, fino a salire sull’Olimpo del ciclismo tanto da diventarne il simbolo.

Marco Pantani sta al ciclismo di fine anni novanta come Alberto Tomba stava allo sci di fine anni 80. Alberto inchiodava alla tv le persone per una discesa, Marco per una salita. Il destino per i due è stato diverso ma entrambi hanno fatto da ricettacolo per passioni sopite per sport di nicchia, lontani dai clamori e dai soldi del calcio.

“prendo la bici rossa, che mi aveva regalato nonno Sotero, e mi metto a scalare una salita che sembra non finire mai. Arrivo in vetta dopo avere pedalato sul dolore e dall’altra parte non c’è niente. Mi butto perché ho voglia di volare….” così dopo salite a perdifiato ecco discese spasmodiche, nella posizione che solo Marco sapeva tenere, col cuore in gola lui sulla strada noi davanti alla tv. Perché sei così forte in salita gli chiese Gianni Minà al Tour del 1998? “Per abbreviare la mia agonia” rispose il Pirata.

Già, l’agonia… l’agonia nella salita che prelude alla gloria e poi… E poi l’agonia, quella vera quella che brucia di più che le gambe dopo una lunga salita, quella che ti mangia l’anima e ti toglie il respiro.

L’agonia di Marco Pantani è iniziata a Madonna di Campiglio il 5 giugno 1999: “”Sono caduto tante volte e mi sono sempre rialzato, ma questa volta non mi rialzerò più…”. Il Pirata muore quel giorno, avrà qualche colpo di coda sportivo, ma la sua anima muore li, fra le montagne. L’agonia porterà il suo corpo a morire al mare.

Il 4 giugno 1999 Marco Pantani arriva solitario e non alza nemmeno le braccia al cielo, il Giro è già suo, lo sanno tutti: lo sanno i tifosi, lo sanno i giornalisti, lo sanno anche i malavitosi…. Sembra una storia già scritta, un grande e prevedibile finale ma non sarà così.

Quella sera Marco si controlla l’ematocrito, pratica routinaria in quegli anni,  risulta intorno ai 47/48. Quell’alba nera sarà a 52, praticamente impossibile.

Escluso dalla corsa e sospeso per 15 giorni, Marco non accetta quel verdetto e parla di complotto.

La Mercatone Uno decide non ripartire, Savoldelli si rifiuta di indossare la rosa, il pubblico sulle strade è inviperito, il Giro viene vinto da Ivan Gotti. La vita di Marco devia fuori strada. Marco torna nella sua Cesenatico e si chiude a riccio travolto dai cattivi pensieri.

Lo immaginiamo in casa dilaniato dai pensieri, solo, triste, con i giornali e le TV che grazie alle sue imprese hanno venduto copie e ottenuto indici di ascolto alle stelle che sputano nel piatto ove hanno lautamente pasteggiato.

Riesce ancora ad essere Pantani nella seconda parte del Giro 2000 quando è fondamentale per la conquista della maglia rosa di  Stefano Garzelli. Il tormento non passa, l’anima si ingarbuglia anche l’amore lo tradisce.

E poi… sul ciclismo mondiale incombe la favola del “superman” che batte il cancro e vince le montagne e Marco Pantani viene emarginato dal sistema quale unico colpevole mentre le nubi si addensano e chi dovrebbe vigilare o pasteggia con il malandrino o guarda da un’altra parte.

Il texano lo soprannomina “L’elefantino”, lo irride lasciandogli la vittoria al Mont Ventoux e sottolineando di averlo lasciato vincere “per una pura questione umana”. Si, proprio umano questo americano!

L’ idiosincrasia di Marco per il corridore texano non è segreta: “Io non credo che un Armstrong sia mai andato sulla luna, figuriamoci se credo a Robocop”.

Si, Robocop, come lo soprannominò Marco, sarà l’imbroglio più grande della storia dello sport ma il circo del pedale è felice di avere un leader planetario (dal fatturato galattico) e schiaccia l’elefantino comprendo i misfatti del texano.

Una parte della stampa tricolore si accanisce e lo spinge in basso, in Francia non sarebbe accaduto, Richard Virenque colpevole e reo-confesso non viene lapidato come il Pirata. Mario Cipollini dirà che se Marco avesse avuto un team come l’attuale di Chris Froome la storia si sarebbe scritta diversamente, chissà.

Marco può aver sbagliato ma paga troppo caro e soprattutto paga per tutti: si trova porte chiuse e presunti amici pronti ad accoltellarlo, precipita negli abissi e per risalire si affida al sostegno, effimero e devastante della polvere bianca.

Marco Pantani ci lascia da soli il 14 febbraio 2004 dopo che il mondo del ciclismo l’ha lasciato solo ad affrontare i demoni che rendono buia la sua l’esistenza e quella del padre e di mamma Tonina. Solo, nel buio più disperato, tra il senso di colpa e la paura, nel buio dello sconforto e della certezza del tradimento. Tradito dalla bicicletta a cui tanto aveva dato, tradito da amici che amici non erano.

Ci lascia tra mille dubbi ancora irrisolti, da l’addio a questo pianeta al Residence Le Rose, sul suo mare, il mare d’inverno. Ci lascia il suo corpo ma resta la sua immensa gloria, i suoi epici scatti in piedi sui pedali, le sue discese ardite, il suo sorriso melanconico e la magia che colorò le strade del ciclismo come in pochi altri riusciranno in futuro.

Qualcuno, ricordando il male che ha fatto a Marco Pantani, sentirà il freddo e il buio che quella sera di San Valentino noi abbiamo sentito salire lungo la schiena e restare in fondo all’anima apprendendo in TV quella tremenda notizia.

Vola Marco Vola. Ovunque tu sia, pedala come sai fare tu, solo tu!

Lance Armstrong contro Pantani sul Mont Ventoux

Lance Armstrong contro Pantani sul Mont Ventoux nel 2000

Lance Armstrong contro Pantani sul Mont Ventoux nel 2000: lo sgarbo del texano ad un Pirata in difficoltà ma vincente

Lance Armstrong contro Pantani

Lance Armstrong contro Pantani

Lance Armstrong contro Pantani sul Mont Ventoux, chi può dimenticare quel 13 luglio 2000 quando sui 20 chilometri di ascesa al monte calvo il texano piantò una coltellata al Pirata?
Diciamo la verità quando nel 1999 tornò sulle scene l’ex iridato di Oslo, stoicamente sopravvissuto ad un cancro potenzialmente letale in molti non si aspettavano molto da lui anche se alla Vuelta dell’anno precedente aveva fatto intravvedere quella metamorfosi (poi rivelatasi un bluff) che lo portò a dominare la corsa in giallo come pochi altri (salvo poi perdere i suoi titoli).

Il 21enne americano, vincitore a sorpresa del titolo di Campione del Mondo sotto la pioggia norvegese aveva conquistato la simpatia del pubblico tricolore quattro anni prima.

Il 18 luglio 1995 il compagno di team Fabio Casartelli era tragicamente morto cadendo sulla discesa del Portet-D’Aspet. Il giorno seguente la tappa fu una lenta processione che vide tagliate il traguardo alla Motorola compatta davanti al gruppo (il risultato della gara venne annullato). Il 21 luglio fu lo stesso Lance Armstrong ad andare in fuga, conquistare la tappa e alzare le dita al cielo per onorare l’amico scomparso. Questo accadimento, diciamolo, rese il texano simpatico agli occhi degli appassionati italiani, un gesto nobile che lo mise sotto una buona luce.

Dopo la battaglia contro la malattia quello che si presentò al via del Tour ’99 era un Lance diverso nel fisico e probabilmente nella mente. Pronto a vincere e stupire a qualsiasi costo, conquistò la Grande Boucle conquistando la cronometro vinta a Metz l’11 luglio bissata due giorni dopo al Sestriere. Fu il primo passo di una serie di passi forse fin troppo grossi che, uniti a una insana spinta alla vittoria, a un carattere tutt’altro che mansueto e alla facilità nel scendere a compromessi lo portarono ad inciampare.

Lance venne accolto come il nuovo che avanza, come una nuova visione del ciclismo (segnato dallo scandalo Festina del 98 e dall’Affaire Pantani al Giro ’99). Un salvatore della patria giunto dal Texas per garantire la redenzione del ciclismo. Come sono andati i fatti lo sappiamo tutti e non vogliamo nemmeno ritornarci.

Lance Armstrong contro Pantani al Monte Calvo

Quello di cui vogliamo parlare è dello scontro Armstrong Vs Pantani sul Monte Calvo nel 2000.

Il Pirata era stato il salvatore del Tour 1998 nonché l’astro ormai consolidato del ciclismo degli anni 90: secondo al Giro e terzo al Tour del 94. Le imprese di Marco Pantani sono memorabili a partire dalle vittorie sull’Ape d’Huez 1995 e 1997, di Guzet Neige 1995 e di Morzine 1997. Il Giro 98 è la sua consacrazione, il Tour dello stesso anno la sua apoteosi, l’ascesa nel paradiso del gotha del ciclismo.

Il 1999 doveva essere l’anno del bis al Giro (e forse al Tour) del Pirata ma i fatti del 5 giugno a Madonna di Campiglio consegnarono la rosa a Ivan Gotti e fecero mancare al texano il rivale più arduo verso la conquista del Tour de France.

Mentre Lance ne luglio del 1999 vive il primo passo della sua favola (o farsa) il nostro Marco inizia la lenta discesa agli inferi della depressione e degli eccessi. Insomma un percorso di selezione (innaturale?) che spianò la strada al texano dagli occhi di ghiaccio.

Il romanticismo di Marco Pantani e del ciclismo in generale stava per essere spazzato via dal freddo calcolatore, dal campione scientifico, dal team stellare e dominante Made in USA. Il colpo micidiale venne però sferrato, appunto, al Mont Ventoux nel 2000.

Il 13 luglio di quell’anno, lungo i 20 chilometri della ascesa al Mont Ventoux si sfidarono il capitano della US Postal e un già tormentato Marco Pantani. Il Pirata, perseguitato dagli incubi, si era rimesso in sella disposto a mostrare al mondo il suo valore e quel dì, lungo i sentieri della Provenza messi in poesia da Francesco Petrarca, voleva dimostrare di essere ancora lo scalatore numero uno, a pane e acqua sempre il miglior grimpeur del mondo.

Marco attacca, attacca da Pirata. La strada sale e Marco è li e Lance non lo molla. Marco attacca, Armstrong risponde. La coppia arriva al tragurdo. Vince Marco, si nota che Lance lascia il passo al romagnolo che alza le mani, campione stanco in un triste trionfo.

Non importa se la vittoria è “concessa” dal re texano, quella è una la legge non scritta del ciclismo, se hai la maglia della tappa “te ne freghi”. Ma la legge non scritta prevede anche il silenzio ma l’ego del texano, lo si scoprirà lentamente, è planetario e deve uscire anche in quel frangente.

Marco a cui il destino non ha risparmiato nessuna delusione, non vuole ringraziare nessuno, questione di carattere. Armstrong, cui piace essere riverito come un sovrano, si offende e pugnala il rivale spiegando quello che non c’è bisogno di spiegare: afferma ai microfoni di averlo lasciato vincere, trasformando così una forma di cavalleria in dardo avvelenato per una persona già in difficoltà.

Marco Pantani: il caso è chiuso?

Marco Pantani: la Cassazione chiude il caso!

Marco Pantani

Marco Pantani

Marco Pantani non fu ucciso, questo il verdetto della Corte di Cassazione. Caso chiuso e chiuso per sempre. Marco, contrariamente da quanto sostenuto dalla famiglia non venne ucciso. La riapertura del caso nel 2014, a seguito di nuove rivelazioni, aveva fatto sperare che finalmente nella vicenda venisse fatta chiarezza. Il fascicolo sui fatti di Rimini venne prima riaperto e poi archiviato nel 2016 su richiesta del Gip di Rimini poiché “le questioni sollevate più che a indicare indagini suppletive utili a scoprire elementi di un delitto non indagato, tendevano essenzialmente a far dubitare della correttezza e adeguatezza delle indagini del 2004 e a far ritenere falsi i suoi risultati, verosimilmente, per cercare di cancellare l’immagine del campione depresso vittima della tossicodipendenza e dell’utilizzo di psicofarmaci, e accreditare l’immagine di una persona vittima incolpevole di violenze e complotti”.

L’avvocato della  famiglia Pantani, Antonio De Rensis, non aveva accettato questa motivazione, e da qui la decisione di impugnare il caso e portarlo davanti alla Suprema Corte, che tuttavia ieri ha respinto il ricorso, mettendo la parola fine almeno dal punto di vista legale a questa oscura vicenda.

Resta la tristezza per come Marco ci ha lasciati, solo, in una stanza di hotel, senza sapere di avere alle spalle l’appoggio dei propri tifosi, quelli che tutt’ora non smettono di ricordarlo e rendergli omaggio in qualsiasi occasione, perché la leggenda del Pirata non può e non deve fermarsi al 14 febbraio 2004.
Marco forse l’ultimo romantico del ciclismo, lui che aveva fatto saltare gli schemi del gioco, che aveva risvegliato la passione italiana per le due ruote. Mai più il ciclismo è stato cosi mediatico come negli anni del Pirata, mai più uno scatto ci ha fatto schizzare a mille i battiti cardiaci come quelli di Marco.

Marco campione imbattibile e uomo sfortunato e fragile, Marco che ha saputo rialzarsi da una miriade di incidenti e sfortune non è riuscito a mantenere il proprio controllo dopo le nebulose vicende di Madonna di Campiglio. Nel cuore e negli occhi di noi amanti del ciclismo resteranno le battaglie con Tonkov e Ullrich, la lotta con Lance Armstrong (su cui non ci esprimiamo).

Oggi è un giorno non bello, secondo chi scrive, un giorno in cui viene messa la parola fine su una vicenda che forse non sarà mai realmente chiarita. Come sono andati i fatti quella notte lo sa probabilmente solo Marco o forse non solo lui ma questo verdetto non ci permetterà, forse, mai più di sapere se la storia nasconde altre verità. Nella stanza del residence ‘Le Rose’ di Rimini, dove il corpo del ciclista fu trovato la sera di San Valentino del 2004, nessun complotto, nessun intervento estraneo, dunque, almeno secondo la Cassazione.

Noi non ci pronunciamo sul verdetto, sicuramente scontenterà molti, noi speriamo che Marco possa oggi godere di quella pace e di quella serenità che in questo mondo spietato non è riuscito a trovare. Quella pace e quella serenità che le tante voci, anche di giornali e tifosi, hanno fatto perdere al nostro campione fragile. Marco, ovunque tu sia, riposa in pace!