Armstrong twitta: “Thomas la coppa te la do io”!

 Armstrong twitta ironizzando sul furto della coppa

Armstrong twitta a Thomas: “se cerchi una coppa tela do io” intervento a gamba tesa dell’ex ciclista texano non nuovo ad affermazioni forti

Armstrong Twitta a Thomas

Armstrong Twitta a Thomas

Armstrong twitta un post non proprio politically correct verso Geraint Thomas vincitore del Tour de France 2018 in relazione allo spiacevole episodio di cui il britannico è stato l’incolpevole vittima.

Qualche giorno fa, a margine di un evento organizzato da Pinarello, il campione britannico è stato “alleggerito” del trofeo commemorativo della vittoria alla Grande Boucle 2018.

“Nessuno potrà portarmi via le emozioni e i ricordi di quest’estate” ha dichiarato Thomas palesemente allibito per lo spiacevole accadimento ed  è palese che perdere il simbolo di una vittroria così prestigiosa abbia un valore intrinseco superiore a quello materiale.

La notizia del furto ha chiaramente suscitato reazioni di sdegno da parte degli addetti ai lavori e degli appassionati di ciclismo. 

A intervenire sulla questione è stato colui il quale nell’albo d’oro non figura ma che in casa detiene sette trofei commemorativi della vittoria finale: Lance Armstrong.

“Che peccato, amico. Ne ho 7 di questi a casa, se vuoi te ne presto uno”. 

e’ il post pubblicato su Twitter dal ciclista texano. Resta da capire se il tono del messaggio fosse serio o vagamente ironico. Quello che è certo è che, dopo aver teso la mano all’ex “nemico” Jan Ullrich, ora il corridore di Austin pare aver preso a cuore la situazione del 32enne membro del Team Sky.

Lance Armstrong è stato squalificato a vita nel 2012 per doping.

 

David Zabriskie e quella promessa non mantenuta

David Zabriskie aveva giurato di non usare sostanze

David Zabriskie la storia dell’ex prodigio della US Postal di Lance Armstrong che ha violato la promessa fatta di non toccare sostanze

David Zabriskie

David Zabriskie

David Zabriskie e la sua storia sono una delle realtà forse più toccanti dello scandalo che ha travolto Lance Armstrong e la sua US Postal Service.

David Zabriskie è stato il primo ciclista americano a vincere una tappa in tutti e tre i grandi giri (Giro, Tour e Vuelta) dimostrando tutte le sue qualità e la sua voglia di vincere.

David sale in bicicletta giovanissimo, la sua famiglia vive un’esistenza segnata dalla tossicodipendenza del padre che morirà giovanissimo vittima proprio dei suoi demoni e della sua dipendenza.

Per il giovane Zabriskie la bicicletta è la valvola di sfogo dalle brutture del vivere quotidiano, è una fabbrica di endorfine che si alimenta di fatica e sudore. Allenamenti estenuanti, fra gli 80 e i 100 chilometri, sono il suo antidoto alle sostanze che il padre assume e che circolano in casa.

Zabriskie scopre il ciclismo guardando un film degli anni ’70 intitolato “All American Boys” e si compra la prima bicicletta con i risparmi accantonati. L’obiettivo del gracile David è quello di metter su un po’ di muscoli con la sua Mountain Bike e, come detto, dimenticare i problemi di casa.

A quindici anni Zabriskie conosce Steve Johnson (il futuro presidente dell’USA Cycling) in un incontro organizzato da un club ciclistico locale e tra i due scatta una bella amicizia.

Come detto, il padre di Zabriskie aveva una storia di abuso di sostanze e, considerando come la tossicodipendenza aveva segnato la sua esistenza, Dave giura a se stesso di non assumere per nessuna ragione delle droghe e, anzi, vede nel ciclismo un hobby sano e salutare che lo può tenere lontano dalle cattive frequentazioni.

Nel 1998, a 19 anni mentre è ancora un dilettante, viene invitato ad una corsa con Lance Armstrong e Kevin Livingston, proprio in quell’occasione lo staff del texano fa conoscenza con David che nel 2000 entra nel team Postal e per restarvi sino alla fine della stagione 2004.

David Zabriskie si presenta motivatissimo all’appuntamento con i professionisti, mette a segno delle entusiasmanti prove a cronometro e, forte di una perfetta condizione fisica, si tiene lontano dal doping. David è un tipo sveglio, non dorme e ha gli occhi aperti, negli alberghi in cui soggiorna col team vede siringhe e i medici praticare delle iniezioni ai compagni di squadra e di stanza ma se ne tiene alla larga temendo si trattasse di sostanze dopanti.

Nel 2002 David, dopo aver attraversato un periodo di crisi, accetta di sottoporsi alle “iniezioni di recupero” come le chiamano i suoi colleghi alla US Postal. David odia aghi e punture, sente salire il ricordi d’infanzia e del padre tossico ma il meccanismo è di quelli “dentro o fuori” e il ragazzo impara ad accettare e a maneggiare siringhe, aghi e quelle confezioni che tra gli ingredienti riportano “vitamine”.

Nel 2003 Zabriskie dimostra tutte le sue doti, è un vero astro nascente del ciclismo e una vecchia volpe come Johan Bruyneel capisce che bisogna andare avanti. Assieme a García del Moral (medico del team) invita David e il compagno Michael Barry in un caffè di Girona consegnando agli consegna ai due giovani delle confezioni di liquidi iniettabili: iniezioni «di recupero» ed EPO

David è scioccato, non si aspettava di ricevere un tale segnale dal team, cerca di informarsi sugli effetti collaterali dell’assunzione di prodotti dopanti. Il primo timore del ragazzo è legato agli aspetti sanitari: Gli avrebbe impedito di avere figli? E’ sicura? Avrebbe provocato dei cambiamenti fisici? Non è tanto una questione di “frode sportiva”, tutti lo fanno (?) quanto di incolumità fisica.

“Lo fanno tutti” cerca di confortarlo Bruyneel, aggiungendo che se l’EPO fosse pericolosa nessuno dei ciclisti professionisti avrebbe figli.

Zabriskie capitola alla pressione del manager che, sempre assieme a del Moral, consegna una scatola di cerotti al testosterone da dividere fra i due ciclisti per aumentare l’effetto di recupero.

David sa che quando accetti compromessi poi tornare indietro è dura, lo sa perché ha visto il padre scomparire imprigionato dalle sostanze, David chiama la madre e piange al telefono. Vive un momento segnato da infortuni e dubbi, timori e delusioni tanto da pensare al ritiro del ciclismo.

Sul finire del 2004 firma un contratto biennale con la CSC, diventando un gregario di primo piano di Ivan Basso, uno dei principali avversari di Lance nel Tour 2005.

David era salito in bici per scappare dalla tossicodipendenza del padre ma si era ritrovato dipendente al meccanismo delle iniezioni del sistema US Postal.

Il ciclismo parla inglese grazie alle vittorie nei grandi giri

Il ciclismo ha smesso di parlate italiano e francese?

Il ciclismo sta cambiando e la dimostrazione è il dominio britannico nelle corse a tappe da Froome a Thomas fino a Simon Yates

Il ciclismo inglese domina

Il ciclismo inglese domina

Il ciclismo ha smesso di parlare italiano e francese e ormai parla inglese. Il ciclismo pioneristico nasce oltralpe e il francese ne diventa la lingua ufficiale i successi tricolori portano alla ribalda la nostra lingua ma ora tutto pare cambiato.

A cavallo degli anni 80 lo statunitense Greg Lomond aveva portato una ventata a stelle e strisce in un mondo fino ad allora solo Europeo.

Negli anni 2000 il dominio da parte del “grande bluff” rappresentato da Lance Armstrong ha, ad ogni modo, contribuito a “sprovincializzare” lo sport del pedale portando una grande crescita del prodotto ciclismo negli Stati Uniti e facendo diventare l’inglese come una delle lingue del ciclismo.

Ora l’evoluzione degli ultimi anni ha segnato il dominio del mondo britannico nel ciclismo mondiale.

Il ciclismo in UK

I corridori di sua maestà hanno conquistato gli ultimi 5 grandi Giri consecutivamente: tre li ha conquistati Chris Froome, (Tour e Vuelta nel 2017, Giro d’Italia nel 2108). Geraint Thomas, ha trionfato all’ultimo Tour de France e domenica è stata la volta del 26enne Simon Yates che ha vestito la maglia rossa di vincitore della Vuelta sul podio di Madrid.

L’exploit degli uomini della Regina Elisabetta non è e non può essere considerato frutto del caso, la Gran Bretagna da sempre nazione legata al mondo del ciclismo su pista ha creato e sviluppato una scuola di ciclismo che, appunto, dalla pista è partita per conquistare la strada.

Simon Yates non è una rivelazione della Vuelta, al Giro aveva indossato la rosa per 13 giorni e conquistato tre tappe, non tutti lo davano favorito alla partenza della corsa iberica, probabilmente sbagliando. Simon ha dimostrato un livello elevatissimo lungo le strade italiane salvo poi saltare quando in compagno di nazionale Chris Froome ha fatto il diavolo a quattro sul Colle delle Finestre.

Yates è partito con calma per poi esplodere nell’ultima settimana della Vuelta Espana 2018. Simon, a differenza di tanti suoi connazionali non appartiene alla Grande Armata di Sky (come invece Wiggins, Froome, Thomas) ma alla Michelton-Scott formazione australiana ma anche lui viene dalla scuola della pista britannica.

Il ciclismo di Simon Yates

Simon è l’ultimo prodotto della scuola anglosassone, fratello di Adam compagno di squadra, nato a Greater Manchester, il 7 agosto 1992. E’ stato campione del mondo juniores nell’americana ed élite, appena ventenne, nella corsa a punti. Insomma un altro amante del parquet, dei profili alti, delle ruote lenticolari che passa senza troppi problemi a dominare la strada.

Simon Yates è però diverso dai suoi predecessori, non ha la spiccata attitudine di Wiggins alla cronometro (anche se ha dominato i rivali diretti anche in questa specialità) e, a differenza di Froome e Thomas ha una pedalata più ordinata e fluida, bella da vedere da “grimpeur” (usando un termine tipicamente francese e ciclistico).

Simon non piega la testa sul manubrio, pedala a mento alto, rilancia l’azione sui pedali, è un ciclista quasi “non britannico”

Il capitano della Mitchelton-Scott, va detto, non disponeva di un super team come la Sky che hanno scortato Wiggins, Froome e Thomas in ogni situazione, Simon ha saputo cavarsela con le proprie gambe

Insomma Simon Yates parla una lingua del ciclismo un po’ diversa da quella dei suoi connazionali che lo hanno preceduto ma porta il ciclismo a parlare comunque inglese.

 

 

 

 

 

 

Mister D recensione del libro di Sebastiano Alicata

Mister D di Sebastiano Alicata, la nostra recensione

Mister D Il doping e la manipolazione dello sport professionistico ovvero come gli atleti e in alcuni casi i controlli verrebbero spesso manipolati. Tra le storie il caso Pantani, Alex Schwazer

Mister D di Sebastiano Alicata

Mister D di Sebastiano Alicata

Mister D, uno coach assolutamente oltre il limite del lecito quello chiamato “doping”. Ci siamo avvicinati a questo libro di Sebastiano Alicata edito da Villaggio Maori Edizioni in un caldo pomeriggio di agosto in cui la voglia di leggere non era delle più alte ma, subito dopo poche righe, ci ha colpiti talmente tanto da leggerlo tutto d’un fiato.

Mister D non tratta solo di ciclismo e non solo di doping e nemmeno di doping e ciclismo, il libro di Alicata è un excursus su alcuni episodi legati al mondo dello sport e alle manipolazioni (mentali e dei risultati) che questo subisce. Si parte dal calcio, in particolare dalla “Grande Inter” di Angelo Moratti e alle rivelazioni di Ferruccio Mazzola passando per le tante, troppe, storie di calciatori morti giovani. Proprio sulle vicende di doping e calcio il libro tratta del calciatore Carlo Pietrini, simbolo di chi non ha voluto tacere le magagne di un certo calcio.

Mister D: il caso Pantani

Alicata tratta la vicenda, non certo priva di spine, di Marco Pantani narrando non solo le vicende, purtroppo note a tutti, ma scavando in profondità sulle ombre che la vicenda del Pirata ha lasciato. Sebastiano si addentra anche nelle teorie complottistiche, dalle più note come le rivelazioni di Renato Vallanzasca al “peso” che l’US Postal Service di Lance Armstrong ha avuto sul ciclismo degli anni ’90 e sulla storia personale di Marco Pantani.

Mister D: da Donati a Schwarzer

Il libro si chiude con due capitoli decisamente complessi e interessanti che ripercorrono le carriere di Sandro Donati e Alex Schwarzer, il primo paladino dello sport (in particolare l’atletica) pulito, il secondo campione forse troppo debole per resistere alle tentazioni delle sostanze dopanti. Il percorso dei due si incrocia dopo la squalifica del marciatore.

 

 

 

 

Javier Otxoa morto dopo una lunga malattia

Javier Otxoa morto a 43 anni dopo una lunga malattia

Javier Otxoa morto a 43 anni dopo una lunga malattia ed un incidente che lo aveva costretto a competere nel paraciclismo conquistando ori olimpici ad Atene e Pechino

Javier Otxoa

Javier Otxoa

Javier Otxoa, ex ciclista professionista iberico in maglia Kelme, è morto all’età di 43 anni dopo aver lungamente lottato per sconfiggere una brutta malattia.

Otxoa era nato a Baracaldo il 30 ottobre 1974 ed aveva esordito nei professionisti nel 1997 indossando la maglia della mitica Kelme. Il suo anno migliore fu il 2000 quando fece “i numeri” al Tour de France. Il giorno di gloria fu in occasione della decima tappa della Grande Boucle da Dax a Lourdes-Hautacam. Quel giorno Javier Otxoa fu il protagonista di una fuga lunghissima, con condizioni meteo davvero al limite. Inizialmente Javier si accompagnò a Nico Mattan ma poi prosegui da solo completando una fuga di ben 150 km e resistendo al ritorno di Lance Armstorng.

Javier Otxoa, quel giorno (il 10 luglio 2000) aveva 25 anni, e colse la sua prima vittoria dopo quattro anni di professionismo con 42″ di vantaggio sullo statunitense dopo aver avuto un margine di 17 minuti.  A fine Tour, Javier Otxoa chiuse al tredicesimo posto, e fu quello il suo miglior risultato alla Grande Boucle.

Javier Otxoa l’incidente del 2001

Javier Otxoa Palacios aveva un gemello, Ricardo, i due erano letteralmente inseparabili soprattutto durante gli allenamenti. Il 15 febbraio 2001, come d’abitudine i due, entrambi portacolori della Kelme,  stavano pedalando  sulle strade di Malaga. Attorno alle quattro del pomeriggio un’automobile travolse letteralmente i due giovani ciclismo, il conducente del veicolo di grossa cilindrata era  il direttore del Dipartimento sportivo dell’università di Malaga che fu vittima di un malore o di un colpo di sonno.

Javier riportò la frattura esposta di tibia e perone della gamba sinistra, degli omeri e di cinque vertebre ed entrò in coma profondo per via di un  terribile trauma cranico. Il fratello non fu così “fortunato” in quanto nell’impatto perse la vita. Fu la fidanzata di Javier a riconoscere il corpo del povero Ricardo Otxoa.

Javier Otxoa rimase a lungo sospeso tra la vita e la morte con una polmonite che rese ancora più dura la situazione clinica. Dopo 64 giorni di coma e dopo una lunghissima degenza in ospadale per la riabilitazione uno dei prospetti più interessanti del ciclismo iberico prova a risalire in sella, lo fa per soli 20 metri ma per lui è un successo inaspettato.

Javier Otxoa e il paraciclismo

 

Javier quel giorno di dicembre, quando provò a risalire in sella comprese che il suo calvario sarebbe stato ancora lungo ma l’idea di risalire in sella non venne accantonata. I primi km Otxoa li percorse sui rulli, piano piano arrivando a pedalare per 20 minuti al giorno, senza uscire per strada perché il shock era stato veramente forte e la paura veramente molta.
L’obiettivo di Javier diventa il paraciclismo e con dedizione si prepara per i campionati spagnoli riservati ai disabili psichici del 2002 in cui chiude in seconda posizione alle spalle del ciclista valenciano Maurice Sckuard, campione d’Europa e del Mondo.

Il timore di pericoli in strada non  molla Javier che però prova a testarsi anche in strada dove viene accompagnato dal padre Ricardo che lo segue in automobile con le luci di emergenza accese per dare sicurezza al figlio. Ecco che lentamente, lottando con i denti contro i dolori terribili causati dall’incidente, Javier riesce a stare in sella dalle due alle tre ore per uscita coprendo dai settanta agli ottanta chilometri.

Il suo nome entra nel taccuino del commissario tecnico della Nazionale per le Paralimpiadi conquistando la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atene 2004 e Pechino 2008 nella cronometro mentre ottenne l’argento nell’inseguimento in Grecia e nella corsa in linea in Cina.

 

 

Lance Armstrong: “voglio aiutare Ullrich”

Lance Armstrong: “Farò tutto per aiutare Ullrich”

Lance Armstrong parla dell’ex rivale Jan Ullrich, vuole aiutarlo e su Pantani: “Non merita di essere infangato”

Lance Armstrong e Ullrich

Lance Armstrong e Ullrich

Lance Armstrong conosce bene cosa vuol dire l’oblio. Indipendentemente dal pensiero che si può avere sul texano è palese che abbia conosciuto non pochi fantasmi nella sua vita. Ora, ad una settimana circa dalla notizia shock che ha colpito l’ex capitano della Telekom Jan Ullrich, l’ex corridore della US Postal Service ha voluto dire la sua.

Ullrich, lo ricordiamo, è stato arrestato a Francoforte con accuse di lesioni gravi e pericolose. L’ex atleta teutonico reduce da una denuncia in Spagna si è poi ricoverato in un Ospedale psichiatrico per via della dipendenza da sostanze.

Secondo quanto dichiarato dallo stesso Ullrich questa situazione è conseguenza della separazione dalla moglie. Sulla vicenda ha detto la sua Lance Armstrong, storico antagonista del tedesco:

 

Farò di tutto per aiutare Jan, è stato uno degli avversari più degni che ho trovato sulla mia strada non merita di essere infangato come sta avvenendo”.

Le vicende del campione tedesco ricordano, per certi versi, quelle che hanno colpito Marco Pantani e lo stesso Armstrong ha speso una parola per questo fatto ed in particolare per come in Germania il pubblico indichi Erik Zabel come esempio opposto a Ullrich:

“Anche Pantani è stato infangato, in Italia si loda Ivan Basso  e si è infangato il Pirata”

sono state le parole del texano, intervistato dacyclingtips.

 

La scorsa settimana il quotidiano tedesco Bild ha citato l’avvocato di Ullrich Wolfgang Hoppe dicendo che Armstrong era pronto a volare in Europa per aiutare l’ex rivale.

“Lance Armstrong è molto interessato al destino di Jan,  e dice che la comunità ciclistica deve restare unita”, ha detto Hoppe. “Ma la cosa più importante è che Jan voglia essere aiutato. Allora Armstrong è pronto per salire su un aereo con un medico e venire in Europa “

Lance Armstrong cade e finisce in ospedale

Lance Armstrong cade in allenamento e finisce in ospedale

Lance Armstrong cade durante una pedalata lungo il Tom Blake Bike Trail, in Colorado riportando una brutta botta alla testa e diversi tagli al viso

Lance Armstrong cade in allenamento

Lance Armstrong cade in allenamento

Lance Armstrong cade in allenamento lungo il Tom Blake Bike Train, una famosa pista ciclabile in Colorado nel pressi di  Snowmass Village. Nonostante la squalifica per doping ancora vigente, Lance non ha mai smesso di salire in sella e, pur essendo impossibilitato a vita a competere in manifestazioni ciclistiche, il suo amore per le due ruote è rimasto invariato.

Due giorni fa. però, c’è mancato poco perché una ordinaria uscita in bicicletta si trasformasse in una tragedia: il 46enne texano, infatti, ha riportato numerosi tagli al volto e una fortissima botta alla testa. E’ stata tanta la paura per l’ex capitano dell’US Postal che ha poi deciso di condividere la foto dei danni riportati su di un noto social network

Lance Armstrong cade e posta su Instagram

“Qualche volta sei il martello e qualche volta il chiodo, oggi il  Tom Blake Bike Trial ha cercato di mettermi KO:  ho preso un colpo di testa e se in passato non mi sarei mai fatto controllare, ora invece sì”

E’ stato il breve commento che il ciclista americano ha postato dopo essersi fatto visitare presso l’Aspen Valley Hospital. Armstrong ha chiuso il messaggio ringraziando tale @ajaxrider, ovvero Charlie, il medico del pronto soccorso che ha prestato al corridore il Austin le cure del caso. La cosa “piacevole” è che il dottore aveva scattato a Lance una foto mentre faceva un giro con amici proprio nei pressi di Aspen.

 

Rolling Stone intervista Riccardo Riccò

Rolling Stones intervista il Cobra

Rolling Stone intervista il Cobra Riccardo Riccò che racconta a ruota libera della sua vita, del Doping e del recente Tour de France

Rolling Stone intervista Riccardo Riccò

Rolling Stone intervista Riccardo Riccò

Rolling Stone noto periodico di musica e cultura moderna ha incontrato Riccardo Riccò per una intervista a tutto tondo tra doping, ciclismo moderno e la sua seconda vita. “Solo olo col doping non vinci. Senza doping nemmeno” è una legge non scritta, secondo il corridore Modenese, che spiega approfonditamente nel suo ultimo libro “cuore di Cobra” (edito da Piemme edizioni e scritto con Dario Ricci).

Riccò, squalificato dal Tribunale Nazionale Antidoping per 12 anni potrebbe tornare a gareggiare solo nel 2024.

Il Cobra ha parlato, dalle colonne di Rolling Stone, della controversa figura del capitano della Sky Chris Froome che non è riuscito nella storica doppietta Giro-Tour:

“Non mi piace come corridore, c’è chi lo paragona a Lance Armstrong, ma l’americano è sempre andato forte. Lui è saltato fuori dal nulla a 30 anni o giù di lì, e io non ci credo a queste storie”.

Il cobra sa ancora mordere e, come ha sempre fatto, non disdegna mai di tirar fuori i denti nemmeno quando si parla dei recenti accadimenti del Tour tra sputi, insulti, ciclisti fatti cadere (lo stesso Froome è stato vittima di un gendarme che lo ha scambiato per un amatore):

“ci sono stati parecchi casini. Ma mi pare che in tutto il mondo succedono cose strane ultimamente. Sarà colpa del caldo”.

E caldi sono stati gli anni che ha vissuto come professionista Riccardo Riccò, una candela che ha brillato molto ma che è bruciata in fretta vittima, per sua stessa ammissione, del suo carattere o fatto a pezzi da un mondo che fa spesso distinzioni.

Riccardo ha ancora una volta rimarcato come il fenomeno del doping sia congenito nel ciclismo, nello sport ma in generale nella vita (leggasi la droga) sottolineando come a tratti possa essere una battaglia persa:

“C’è sempre una nuova sostanza, sempre più difficile da rilevare. Quando dicono che il doping è sempre un passo avanti rispetto all’antidoping, dicono una grande verità”.

Ma come è cambiato il ciclismo nel porsi nei confronti del doping, insomma se è vero, come sostiene Riccò, che senza doping non puoi competere, le vicende giudiziarie che hanno travolto il ciclismo sul finire degli anni 90 e nei primi 2000 non sono servite a nulla?

Secondo il Cobra la situazione sarebbe ancora peggio rispetto ai tempi delle scandalo Festina o di ciò che accadeva quando era lui stesso parte del gruppo:

“Ai miei tempi ne succedevano di tutti i colori, peggio che ai tempi di Pantani  con il limite di 50 di ematocrito per tutti. Allora tutti usavano l’Epo, e in qualche modo erano alla pari. Ora c’è un ventaglio larghissimo di sostanze: chi usa la genetica va inevitabilmente molto più forte di uno che utilizza doping meno sofisticati. Non c’è paragone. Oggi chi ha più soldi e conoscenze migliori è troppo avvantaggiato, e questo crea squilibrio”.

Insomma parrebbe che la situazione del ciclismo sia in peggioramento almeno stante alle parole rilasciate a Rolling Stones da Riccardo che sottolinea come, paradossalmente, l’apparente maggior controllo stia spingendo verso soluzioni più estreme di farmaci non ancora testati che spopolano sopratutto tra gli amatori e, in alcuni casi anche nelle categorie giovanili.

Le parole del Cobra faranno sicuramente discutere nei prossimi giorni. L’intervista completa è pubblicata sul sito della rivista.

 

Chris Froome cade per colpa di un gendarme 

Chris Froome cade dopo la corsa per colpa di un gendarme

Chris Froome cade dopo la corsa per colpa di un gendarme, Thomas rischia per colpa di un tifoso, questo Tour perde i colpi

Chris Froome Cade

Chris Froome Cade

Chris Froome cade dopo la corsa per colpa di un gendarme mentre si dirige al bus della squadra. Questo Tour de France iniziato nel peggiore dei modi per il kenyano bianco sta procedendo forse peggio. Dopo le polemiche sulla sua partecipazione, un avvio stentato e il “nemico in casa” rappresentato da Geraint Thomas ecco che ora anche l’organizzazione della Grande Boucle crea problemi al (ex?) capitano del Team Sky.

Le interperanze dei tifosi hanno accompagnato Froome fin dalla presentazione della squadra. Sputi, fischi e insulti sono stati la colonna sonora delle pedalate del kenyano bianco in terra di Francia. Mai ben visto dai transalpini (come per certi versi accade a Lance Armstrong) Froome è stato, anche nella scorsa edizione oggetto di ripetute offese (e lancio persino di urina) da parte del pubblico.

Tuttavia, le cose sono andate, se possibile, ancora peggio per il quattro volte vincitore del Tour de France mentre tentava di tornare ai bus della squadra dopo la salita dell’altro giorno al Col du Portet.

Scambiato per un cicloamatore che cercava di seguire il percorso della tappa (cosa naturalmente proibita), un Gendarme ha fatto cadere Chris Froome dalla sua bicicletta, lasciando il britannico assolutamente infastidito dall’accadimento.

Tra Froome e il gendarme vi è stato uno scambio abbastanza acceso (documentato dalle immagini raccolte con uno smartphone di un appassionato). Il poliziotto si è rifiutato di porre le sue scuse cosa che ha mandato su tutte le furie Chris che si è lasciato sfuggire un bel “vaffa…” rivolto al pubblico ufficiale.

Solo dopo le proteste di Froome, del suo bodyguard e di un gruppetto di appassionati che hanno visto il fatto il gendarme ha compreso di averla fatta assolutamente grossa. Per fortuna, nel cadere atterra il kenyano bianco non ha riportato alcun danno, viceversa non sappiamo come Prudhomme avrebbe gestito la rabbia di un Froome già molto amareggiato per la situazione di classifica.

Insomma, se il “poco gradito” britannico della Sky è stato prima estromesso e poi reinserito nella corsa ottenendo manifestazioni di forte dissenso da parte dei supporter transalpini, ora è stato pure “vittima” di un fastidioso qui pro quo con l’organizzazione.

Sulle intolleranze dei tifosi si è parlato e scritto molto, ne ha fatto le spese (lo sappiamo bene) il nostro Vincenzo Nibali che tra fumogeni, aliti di alcool e spinte è finito a terra rimettendoci corsa e forse (ci auguriamo di no!) partecipazione al Mondiale di Innsbruck.

Tra le vittime dell’inciviltà del pubblco è finito pure la maglia gialla Geraint Thomas che se l’è vista brutta per causa di un “tifoso” in maglia AG2R che sbucando dalle transenne toccando il corridore britannico. Per fortuna l’accadimento non ha avuto conseguenze che avrebbero potuto essere assolutamente pesanti.

 

 

 

 

 

 

Doping le cinque scuse più strane

Doping le cinque scuse più strane contro un’accusa

Doping Le cinque scuse più strane utilizzate contro un’accusa di aver usato sostanze da Tiernan-Locke a Contador, da Armstrong a Santambrogio

Doping, le cinque scuse più strane (Lance Armstrong)

Doping, le cinque scuse più strane (Lance Armstrong)

Doping, le cinque scuse più strane mai sentite per una positività all’antidoping nel mondo del ciclismo. Diciamo che molte di queste scuse sono state permutate in o da qualche altro sport. Ogni ciclista con una licenza di gara deve rispettare il codice WADA che consente all’organizzazione antidoping di eseguire test antidroga a sorpresa sugli atleti.

Alcuni atleti vengono trovati con sostanze vietate nel loro corpo o con un livello del sangue che suggerisce comportamenti scorretti. Alcuni ciclisti (ma la cosa vale per tutti gli sportivi) accettano di essere stati sorpresi con le mani nella marmellata mentre alti cercano scuse abbastanza improponibili.

Doping le 5 scuse più assurde

“Colpa del mio gemello scomparso” – Tyler Hamilton

Tyler Hamilton, ciclista americano compagno di Lance Armstrong, accusato di doping dopo che un prelievo ha rivelato nel suo sangue tracce del sangue di un’altra persona, ha dato la colpa al suo gemello scomparso. Insomma si sarebbe trattato delle tracce ematiche del gemello morto in utero che prima di morire avrebbe passato al feto di Hamilton alcune cellule rimaste attive del suo organismo

“Mi sono ubriacato mentre celebravo il mio nuovo contratto Sky” – Jonathan Tiernan-Locke

Chi non ha celebrato una promozione in campo lavorativo senza una bella bevuta? È così che Jonathan Tiernan-Locke ha celebrato il suo nuovo contratto biennale con il Team Sky.

Il giorno successivo ha avuto un sospetto test antidoping e ha accusato per  i suoi livelli ormonali anormali i postumi della sbornia. Considerando che stava correndo nei Campionati del Mondo pochi giorni dopo risulta difficile pensare che quella sia stata le reale causa delle positività: due anni di sospensione

“Ho mangiato carne contaminata” – Alberto Contador

Alberto Contador è stato spogliato del titolo di vincitore del Tour de France 2010 dopo un test positivo al  clenbuterolo, che è stato progettato per facilitare la respirazione. El Pisterolo accusò un piatto di carne contaminata mangiata nel secondo giorno di riposo della corsa francese. Per inciso, l’uomo che ha consegnato la carne “contaminata” è ora il presidente del ciclismo spagnolo.

“Colpa della crema per la sella” – Lance Armstrong

Durante la prima “vittoria” del Tour de France, Armstrong sosteneva che un test positivo per gli steroidi era dovuto a una crema usata per curare una piaga da sella. La scusa ha retto per anni fino alla confessione nello studio di Oprah dove ha ammesso che un dottore aveva  retrodatato una prescrizione per una marca specifica di crema per la sella che conteneva uno steroide anabolizzante.

“Colpa di una disfunzione erettile” – Mauro Santambrogio

L’italiano stava già scontando un divieto per l’assunzione di EPO durante il Giro d’Italia 2013 quando è risultato positivo al testosterone.

Il corridore della Fantini ha dichiarato: “Sono stato sospeso, non sapevo se avrei corso di nuovo, quindi ho deciso di affrontare un delicato problema fisico. Sono andato da un urologo il 7 luglio. Per il mio problema di erezione, mi ha  prescritto l’Andriol, 40 mg per tre mesi, più Aprosten per 60 giorni. Inoltre, ho avuto problemi di fertilità”