Ventolin per pedalare tra gli amatori

Ventolin: non solo Froome ma anche alcuni amatori lo usano

Ventolin e altri farmaci, un’inchiesta pubblicata da Il Giorno spiega come l’uso di prodotti vietati sia in calo tra i pro e in aumento tra amatori e giovanissimi

Ventolin e pastiglie

Ventolin e pastiglie

Ventolin e ciclismo, Ventolin e doping. Poco più di undici mesi fa scoppiava lo scandalo (poi rientrato con un nulla di fatto) della positività al farmaco di Chris Froome. Oggi, a distanza di quasi un anno, il farmaco incriminato torna agli onori della cronaca per vicende legate agli amatori.

Il doping è uno dei mali principali che il ciclismo ha cercato di estirpare nel corso degli ultimi venti anni con risultati alterni ma dimostrando, certamente, una minore propensione agli scandali. Solo la vicenda legata alla presunta positività di Froome alla Vuelta 2017 ha fatto tremare le vene ai polsi dei massimi dirigenti dell’UCI che hanno temuto un nuovo caso Lance Armstrong.

Secondo gli studi promossi da “Il movimento per un ciclismo pulito“, il movimento professionistico sta registrando un forte calo nell’assunzione di sostanze proibite trend assolutamente e tristemente opposto tra gli amatori.

In un recente articolo apparso sul quotidiano lombardo “Il Giorno”, in cui si cita una interessante inchiesta condotta da Giulio Mola lo scenario relativo agli amatori appare alquanto preoccupante.

Pare che su alcuni forum e in gruppi sui social media sia fin troppo facile entrare in contatto con “spacciatori” di sostanze proibite. Alcuni blitz della Guardia di Finanza hanno portato alla luce questa triste, ma reale, situazione.

In alcuni siti si trovano “ricette” di cocktail di farmaci e sostanze per poter “spingere di più” in corsa la domenica o sentire meno la fatica in allenamento.

L’inchiesta racconta di account fittizi con cui sportivi “della domenica” interagiscono alla ricerca di venditori senza badare minimamente ai rischi che farmaci proibiti possono comportare per la salute.

Giorgio Mola riporta alcuni stralci di discussione postati in alcuni forum:

 “I miei amici, soprattutto i più giovani, li vedevo sfrecciare mentre io arrancavo. Così ho cominciato a prendere il Ventolin, mi apriva i bronchi e mi dava più ossigeno. E pedalavo più in scioltezza”.

Il Ventolin non è un gioco né un prodotto con cui scherzare, ha una funzione legata agli attacchi d’asma. Il suo uso, come quello di ogni farmaco, senza controllo ne cognizione di causa può risultare potenzialmente dannoso per la salute (come del resto ogni farmaco assunto in modo scorretto).

Nel Deep Web il Ventolin e anche farmaci ben più pericolosi possono essere acquistati senza difficoltà anche da giovanissimi atleti e ciclisti consentendo la creazione di “cocktail” assolutamente pericolosi che possono generare anche malattie cardiache, impotenza e trombosi.

 

 

 

 

 

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Landis: “il ciclismo non è più pulito di prima”

Landis inaugura un suo Team Continental

Landis inaugura il Floyd’s of Leadville Pro Cycling Team e a Cycling Weekly parla di doping e di ciclismo attuale

Landis torna nel ciclismo

Landis torna nel ciclismo

Landis storico gregario prima e accusatore poi di Lance Armstrong sta per tornare nel mondo del ciclismo. E’ di questi giorni la notizia della squalifica a vita di Johan Bruyneel, ex direttore della squadra US Postal e scopritore del talento americano. Floyd condivide con Lance il fatto di essere stato cancellato dall’albo d’oro del Tour de France. La vicenda di Landis è legata a doppia mandata con quella del Texano ma, va detto, rispetto al corridore di Austin le luci della ribalta (e di conseguenza gli ingaggi) sono calati assolutamente prima.

L’ex corridore non ha mai dimenticato l’amore per le due ruote e ha di recente acquisito una piccola squadra americana che navigava in cattive acque diventandone non solo direttore sportivo ma anche sponsor con la sua azienda che produce derivati della Cannabis.

Dalle pagine di Cycling Weekly, Landis ha voluto raccontare il suo progetto e dare la sua visione del ciclismo attuale sottolineando come l’immagine di pulizia che circola attorno allo sport del pedale sia probabilmente di sola facciata.

Landis è entrato tardi nel mondo del ciclismo professionale ottenendo in breve tempo le simpatie del “Boss” Lance Armstrong.I rapporti tra i de si sono poi deteriorati tanto che Floyd passò alla Phonak con la cui maglia vinse, in modo rocambolesco, il Tour de France 2006 salvo poi risultare positivo ad un controllo antidoping che gli costò il titolo (positività al testosterone).

Terminata la squalifica il corridore americano cercò di rientrare nel mondo dei “pro” chiedendo aiuto proprio all’ex capitano che nel frattempo era tornato alle corse in maglia Astana, ricevendo un secco no, Landis decise di vendicarsi aprendo il vaso di Pandora del doping targato Armstrong-US Postal.

L’ex campione texano ha dovuto indennizzare Floyd con 750.000 dollari, e forse proprio con quei soldi oggi Landis ha rilevato un piccolo team Continental canadese che prenderà il nome di Floyd’s of Leadville Pro Cycling Team.

Landis ha ripreso a parlare del fenomeno doping che secondo lui è ancora nettamente presente nel ciclismo:

“Il ciclismo è più pulito di una volta? Assolutamente no e nulla cambierà finché esisterà la WADA. Al suo posto ci vorrebbe una organizzazione che sia indipendente dal Comitato Olimpico. Questo è il cuore del problema”.

Johan Bruyneel squalificato a vita!

Johan Bruyneel non potrà più lavorare nel ciclismo?

Johan Bruyneel ex DS della US Postal di Lance Armstrong ha ricevuto una squalifica a vita dall’attività ciclistica

Johan Bruyneel e Armstrong

Johan Bruyneel e Armstrong

Johan Bruyneel, ex direttore della squadra US Postal, ha dichiarato che gli è stato imposto un divieto di svolgimento di attività legate al ciclismo da parte del Tribunale Arbitrale per lo Sport per via del suo coinvolgimento nelle vicende legato all’uso di sostanze vietate da parte di Lance Armstrong.

Mercoledì scorso Bruyneel ha pubblicato una lettera aperta, dichiarando di aver ricevuto un’e-mail dal CAS in cui si dichiarava che il precedente divieto di 10 anni era stato esteso a vita.

“Voglio sottolineare che riconosco e riconosco pienamente che molti errori sono stati fatti in passato. Ci sono molte cose che vorrei avere potuto fare diversamente, e ci sono alcune azioni che ora mi dispiace profondamente aver compiuto. Il periodo in cui ho vissuto, sia come ciclista che come direttore di squadra, era molto diverso dall’attuale”

Bruyneel, 54 anni, è stato il manager durante tutte e sette le vittorie al Tour di Armstrong dal 1999 al 2005, e ha seguito il texano dal 2009 e 2010 nella sua “seconda carriera”. Nel 2012 l’USADA ha accusato Bruyneel durante le indagini su Armstrong e Michele Ferrari, per una serie di violazioni relative al possesso e il traffico di sostanze dopanti.

Nel 2014 Johan Bruyneel è stato condannato per queste accuse dall’American Arbitration Association (AAA) con una squalifica di 10 anni, ora estesa a vita.

All’inizio del 2018 Bruyneel è stato condannato a pagare $ 1,2 milioni al governo degli Stati Uniti per il suo ruolo nel programma di doping dell’US Postal di Armstrong.

 

” mantengo fermamente la mia posizione che l’USADA non ha – e non ha mai avuto alcuna autorità legale su di me e meno ancora alcun potere di emanarmi una simile squalifica. A 54 anni, un divieto di 10 anni o un divieto di vita è praticamente la stessa cosa. Non voglio entrare nei dettagli ma eravamo tutti figli di quel periodo storico. Certo non sempre abbiamo fatto scelte corrette ma in quel momento la cultura era quella. Ora voglio voltare pagina, chiudere questo capitolo della mia vita, godermi la mia buona salute e i miei due bellissimi figli”.

Bradley Wiggins: Armstrong mi ha cambiato la vita

Bradley Wiggins ha parlato a TalkSport Radio

Bradley Wiggins ai microfoni di TalkSport  ha parlato di Lance Armstrong e di come il texano ha cambiato la sua vita

Bradley Wiggins

Bradley Wiggins

Bradley Wiggins riesce sempre a stupire il pubblico con il suo modo di fare assolutamente non banale. Il britannico è stato recentemente ospite del programma “TalkSport” in cui ha parlato, naturalmente, di ciclismo.

La discussione ad un tratto si è spostata su uno dei personaggi più controversi del ciclismo di tutti i tempi: Lance Armstrong.  Proprio su questo tema il vincitore del Tour de France 2012 ha dimostrato ancora una volta di saper andare contro corrente. Se molti ciclisti attuali e passati hanno preso le distanze dal texano dopo la famosissima confessione delle pratiche dopanti, Bradley Wiggins ha mostrato un atteggiamento assolutamente opposto.

 

Bradley Wiggins: Lance è un personaggio iconico

Ai microfoni di “TalkSport”, Sig. Wiggins ha sottolineato come il controverso atleta americano abbia, di fatto, spinto il britannico a praticare il ciclismo.

Il detentore del record dell’ora ha espresso forte e chiaro il fatto che le vittorie annullate ad Armstrong perla questione doping non hanno minato le emozioni provate in quegli anni da un giovane Wiggo.

Tra Bradley e Lance i rapporti sono buoni tanto che i due si sentono spesso e il britannico ha apertamente raccontato come l’americano sia stato un suo idolo:

“Quando ho iniziato ad andare in bicicletta facevo finta di essere Lance Armstrong e nonostante gli accadimenti successivi non mi sento di modificare la mia visione su di lui ne rinnegare come mi ha fatto sentire quando avevo 13 anni”

Wiggins ha negato che lui e Armstrong fossero “grandi amici”, ma ha riconosciuto un “rispetto reciproco in termini di ciò che abbiamo vissuto, correndo l’uno contro l’altro”.

Wiggins ha scritto un libro, intitolato “Icone”, e uno dei capitoli è dedicato proprio a Armstrong

“Non posso affermare che Lance sia un’icona del ciclismo ma è certo che sia in qualche modo iconico, nel bene e nel male”

Quando nel 2009 Armstrong tornò a gareggiare i due si trovarono a competere al Giro d’Italia e al Tour de France quando i due battagliarono per salire sul podio di Parigi (ebbe la meglio Armstrong ma il risultato del texano fu cancellato a favore proprio di Wiggins).

“Lance ha pagato per quello che ha fatto, certo il ciclismo ha sofferto per quella vicenda ma al mondo accadono tante cose belle ma anche tante cose molto brutte. Vedo persone in televisione che vogliono solo compiacere e placare le persone che fanno loro le domande ma io ora ho cambiato posizione, posso dire esattamente quello che penso senza dovermi giustificare. Ho un’opinione e non a tutti piacerà, ma le colpe di ciò che è accaduto al ciclismo sono di molti”.

Novak Djokovic deluso dal doping nel ciclismo

Novak Djokovic: “ho perso fiducia nel ciclismo”

Novak Djokovic fenomeno del tennis mondiale spiega le sue perplessità sul mondo del ciclismo per i troppi casi di doping

Novak Djokovic

Novak Djokovic

Novak Djokovic tennista serbo vera leggenda vivente del suo sport dopo aver passato qualcosa come oltre 220 settimana in testa al ranking mondiale e vinto 14 tornei del Grande Slam, ha da sempre la passione per il ciclismo ma gli accadimenti legati al doping hanno, pare, spento la sua passione.

In una recente intervista a World Tennis Usa il serbo ha espresso le sue perplessità sul fatto che tutto funzioni correttamente sul sistema anti-doping del ciclismo.

“Guardavo spesso il ciclismo ma ora ho perso molta fiducia in questo sport. Troppi campioni hanno avuto problemi con sostanze dopanti da Marco Pantani a Lance Armstrong. 

Sono sicuro che ci sono molti ciclisti al mondo che si stanno allenando molto duramente e stanno cercando di non usare alcun tipo di potenziamento per la loro competizione ma ci sono state troppe polemiche su questo sport.

Penso che non sia fisicamente accettabile che abbiano tante gare in un breve periodo di tempo. Penso che praticamente ogni giorno, giorno e mezzo, devono percorrere 200 miglia. Salire, in discesa al Giro d’Italia, al Tour de France, è uno sforzo inumano”.

Un’accusa neanche tanto velata al sistema ciclismo che sicuramente non mancherà di suscitare polemiche.

Novak Djokovic aveva già portato un forte attacco al ciclismo quando scoppiò lo scandalo dell’US Postal

“Credo che sia una disgrazia per lo sport avere un atleta come lui (Lance Armstrong ndr), Ha tradito lo sport, ha ingannato molte persone in tutto il mondo con la sua carriera e la sua storia di vita, giusto che abbia confessato perché sarebbe stato ridicolo negare le accuse visto le tante prove raccolte.

Armstrong twitta: “Thomas la coppa te la do io”!

 Armstrong twitta ironizzando sul furto della coppa

Armstrong twitta a Thomas: “se cerchi una coppa tela do io” intervento a gamba tesa dell’ex ciclista texano non nuovo ad affermazioni forti

Armstrong Twitta a Thomas

Armstrong Twitta a Thomas

Armstrong twitta un post non proprio politically correct verso Geraint Thomas vincitore del Tour de France 2018 in relazione allo spiacevole episodio di cui il britannico è stato l’incolpevole vittima.

Qualche giorno fa, a margine di un evento organizzato da Pinarello, il campione britannico è stato “alleggerito” del trofeo commemorativo della vittoria alla Grande Boucle 2018.

“Nessuno potrà portarmi via le emozioni e i ricordi di quest’estate” ha dichiarato Thomas palesemente allibito per lo spiacevole accadimento ed  è palese che perdere il simbolo di una vittroria così prestigiosa abbia un valore intrinseco superiore a quello materiale.

La notizia del furto ha chiaramente suscitato reazioni di sdegno da parte degli addetti ai lavori e degli appassionati di ciclismo. 

A intervenire sulla questione è stato colui il quale nell’albo d’oro non figura ma che in casa detiene sette trofei commemorativi della vittoria finale: Lance Armstrong.

“Che peccato, amico. Ne ho 7 di questi a casa, se vuoi te ne presto uno”. 

e’ il post pubblicato su Twitter dal ciclista texano. Resta da capire se il tono del messaggio fosse serio o vagamente ironico. Quello che è certo è che, dopo aver teso la mano all’ex “nemico” Jan Ullrich, ora il corridore di Austin pare aver preso a cuore la situazione del 32enne membro del Team Sky.

Lance Armstrong è stato squalificato a vita nel 2012 per doping.

 

David Zabriskie e quella promessa non mantenuta

David Zabriskie aveva giurato di non usare sostanze

David Zabriskie la storia dell’ex prodigio della US Postal di Lance Armstrong che ha violato la promessa fatta di non toccare sostanze

David Zabriskie

David Zabriskie

David Zabriskie e la sua storia sono una delle realtà forse più toccanti dello scandalo che ha travolto Lance Armstrong e la sua US Postal Service.

David Zabriskie è stato il primo ciclista americano a vincere una tappa in tutti e tre i grandi giri (Giro, Tour e Vuelta) dimostrando tutte le sue qualità e la sua voglia di vincere.

David sale in bicicletta giovanissimo, la sua famiglia vive un’esistenza segnata dalla tossicodipendenza del padre che morirà giovanissimo vittima proprio dei suoi demoni e della sua dipendenza.

Per il giovane Zabriskie la bicicletta è la valvola di sfogo dalle brutture del vivere quotidiano, è una fabbrica di endorfine che si alimenta di fatica e sudore. Allenamenti estenuanti, fra gli 80 e i 100 chilometri, sono il suo antidoto alle sostanze che il padre assume e che circolano in casa.

Zabriskie scopre il ciclismo guardando un film degli anni ’70 intitolato “All American Boys” e si compra la prima bicicletta con i risparmi accantonati. L’obiettivo del gracile David è quello di metter su un po’ di muscoli con la sua Mountain Bike e, come detto, dimenticare i problemi di casa.

A quindici anni Zabriskie conosce Steve Johnson (il futuro presidente dell’USA Cycling) in un incontro organizzato da un club ciclistico locale e tra i due scatta una bella amicizia.

Come detto, il padre di Zabriskie aveva una storia di abuso di sostanze e, considerando come la tossicodipendenza aveva segnato la sua esistenza, Dave giura a se stesso di non assumere per nessuna ragione delle droghe e, anzi, vede nel ciclismo un hobby sano e salutare che lo può tenere lontano dalle cattive frequentazioni.

Nel 1998, a 19 anni mentre è ancora un dilettante, viene invitato ad una corsa con Lance Armstrong e Kevin Livingston, proprio in quell’occasione lo staff del texano fa conoscenza con David che nel 2000 entra nel team Postal e per restarvi sino alla fine della stagione 2004.

David Zabriskie si presenta motivatissimo all’appuntamento con i professionisti, mette a segno delle entusiasmanti prove a cronometro e, forte di una perfetta condizione fisica, si tiene lontano dal doping. David è un tipo sveglio, non dorme e ha gli occhi aperti, negli alberghi in cui soggiorna col team vede siringhe e i medici praticare delle iniezioni ai compagni di squadra e di stanza ma se ne tiene alla larga temendo si trattasse di sostanze dopanti.

Nel 2002 David, dopo aver attraversato un periodo di crisi, accetta di sottoporsi alle “iniezioni di recupero” come le chiamano i suoi colleghi alla US Postal. David odia aghi e punture, sente salire il ricordi d’infanzia e del padre tossico ma il meccanismo è di quelli “dentro o fuori” e il ragazzo impara ad accettare e a maneggiare siringhe, aghi e quelle confezioni che tra gli ingredienti riportano “vitamine”.

Nel 2003 Zabriskie dimostra tutte le sue doti, è un vero astro nascente del ciclismo e una vecchia volpe come Johan Bruyneel capisce che bisogna andare avanti. Assieme a García del Moral (medico del team) invita David e il compagno Michael Barry in un caffè di Girona consegnando agli consegna ai due giovani delle confezioni di liquidi iniettabili: iniezioni «di recupero» ed EPO

David è scioccato, non si aspettava di ricevere un tale segnale dal team, cerca di informarsi sugli effetti collaterali dell’assunzione di prodotti dopanti. Il primo timore del ragazzo è legato agli aspetti sanitari: Gli avrebbe impedito di avere figli? E’ sicura? Avrebbe provocato dei cambiamenti fisici? Non è tanto una questione di “frode sportiva”, tutti lo fanno (?) quanto di incolumità fisica.

“Lo fanno tutti” cerca di confortarlo Bruyneel, aggiungendo che se l’EPO fosse pericolosa nessuno dei ciclisti professionisti avrebbe figli.

Zabriskie capitola alla pressione del manager che, sempre assieme a del Moral, consegna una scatola di cerotti al testosterone da dividere fra i due ciclisti per aumentare l’effetto di recupero.

David sa che quando accetti compromessi poi tornare indietro è dura, lo sa perché ha visto il padre scomparire imprigionato dalle sostanze, David chiama la madre e piange al telefono. Vive un momento segnato da infortuni e dubbi, timori e delusioni tanto da pensare al ritiro del ciclismo.

Sul finire del 2004 firma un contratto biennale con la CSC, diventando un gregario di primo piano di Ivan Basso, uno dei principali avversari di Lance nel Tour 2005.

David era salito in bici per scappare dalla tossicodipendenza del padre ma si era ritrovato dipendente al meccanismo delle iniezioni del sistema US Postal.

Il ciclismo parla inglese grazie alle vittorie nei grandi giri

Il ciclismo ha smesso di parlate italiano e francese?

Il ciclismo sta cambiando e la dimostrazione è il dominio britannico nelle corse a tappe da Froome a Thomas fino a Simon Yates

Il ciclismo inglese domina

Il ciclismo inglese domina

Il ciclismo ha smesso di parlare italiano e francese e ormai parla inglese. Il ciclismo pioneristico nasce oltralpe e il francese ne diventa la lingua ufficiale i successi tricolori portano alla ribalda la nostra lingua ma ora tutto pare cambiato.

A cavallo degli anni 80 lo statunitense Greg Lomond aveva portato una ventata a stelle e strisce in un mondo fino ad allora solo Europeo.

Negli anni 2000 il dominio da parte del “grande bluff” rappresentato da Lance Armstrong ha, ad ogni modo, contribuito a “sprovincializzare” lo sport del pedale portando una grande crescita del prodotto ciclismo negli Stati Uniti e facendo diventare l’inglese come una delle lingue del ciclismo.

Ora l’evoluzione degli ultimi anni ha segnato il dominio del mondo britannico nel ciclismo mondiale.

Il ciclismo in UK

I corridori di sua maestà hanno conquistato gli ultimi 5 grandi Giri consecutivamente: tre li ha conquistati Chris Froome, (Tour e Vuelta nel 2017, Giro d’Italia nel 2108). Geraint Thomas, ha trionfato all’ultimo Tour de France e domenica è stata la volta del 26enne Simon Yates che ha vestito la maglia rossa di vincitore della Vuelta sul podio di Madrid.

L’exploit degli uomini della Regina Elisabetta non è e non può essere considerato frutto del caso, la Gran Bretagna da sempre nazione legata al mondo del ciclismo su pista ha creato e sviluppato una scuola di ciclismo che, appunto, dalla pista è partita per conquistare la strada.

Simon Yates non è una rivelazione della Vuelta, al Giro aveva indossato la rosa per 13 giorni e conquistato tre tappe, non tutti lo davano favorito alla partenza della corsa iberica, probabilmente sbagliando. Simon ha dimostrato un livello elevatissimo lungo le strade italiane salvo poi saltare quando in compagno di nazionale Chris Froome ha fatto il diavolo a quattro sul Colle delle Finestre.

Yates è partito con calma per poi esplodere nell’ultima settimana della Vuelta Espana 2018. Simon, a differenza di tanti suoi connazionali non appartiene alla Grande Armata di Sky (come invece Wiggins, Froome, Thomas) ma alla Michelton-Scott formazione australiana ma anche lui viene dalla scuola della pista britannica.

Il ciclismo di Simon Yates

Simon è l’ultimo prodotto della scuola anglosassone, fratello di Adam compagno di squadra, nato a Greater Manchester, il 7 agosto 1992. E’ stato campione del mondo juniores nell’americana ed élite, appena ventenne, nella corsa a punti. Insomma un altro amante del parquet, dei profili alti, delle ruote lenticolari che passa senza troppi problemi a dominare la strada.

Simon Yates è però diverso dai suoi predecessori, non ha la spiccata attitudine di Wiggins alla cronometro (anche se ha dominato i rivali diretti anche in questa specialità) e, a differenza di Froome e Thomas ha una pedalata più ordinata e fluida, bella da vedere da “grimpeur” (usando un termine tipicamente francese e ciclistico).

Simon non piega la testa sul manubrio, pedala a mento alto, rilancia l’azione sui pedali, è un ciclista quasi “non britannico”

Il capitano della Mitchelton-Scott, va detto, non disponeva di un super team come la Sky che hanno scortato Wiggins, Froome e Thomas in ogni situazione, Simon ha saputo cavarsela con le proprie gambe

Insomma Simon Yates parla una lingua del ciclismo un po’ diversa da quella dei suoi connazionali che lo hanno preceduto ma porta il ciclismo a parlare comunque inglese.

 

 

 

 

 

 

Mister D recensione del libro di Sebastiano Alicata

Mister D di Sebastiano Alicata, la nostra recensione

Mister D Il doping e la manipolazione dello sport professionistico ovvero come gli atleti e in alcuni casi i controlli verrebbero spesso manipolati. Tra le storie il caso Pantani, Alex Schwazer

Mister D di Sebastiano Alicata

Mister D di Sebastiano Alicata

Mister D, uno coach assolutamente oltre il limite del lecito quello chiamato “doping”. Ci siamo avvicinati a questo libro di Sebastiano Alicata edito da Villaggio Maori Edizioni in un caldo pomeriggio di agosto in cui la voglia di leggere non era delle più alte ma, subito dopo poche righe, ci ha colpiti talmente tanto da leggerlo tutto d’un fiato.

Mister D non tratta solo di ciclismo e non solo di doping e nemmeno di doping e ciclismo, il libro di Alicata è un excursus su alcuni episodi legati al mondo dello sport e alle manipolazioni (mentali e dei risultati) che questo subisce. Si parte dal calcio, in particolare dalla “Grande Inter” di Angelo Moratti e alle rivelazioni di Ferruccio Mazzola passando per le tante, troppe, storie di calciatori morti giovani. Proprio sulle vicende di doping e calcio il libro tratta del calciatore Carlo Pietrini, simbolo di chi non ha voluto tacere le magagne di un certo calcio.

Mister D: il caso Pantani

Alicata tratta la vicenda, non certo priva di spine, di Marco Pantani narrando non solo le vicende, purtroppo note a tutti, ma scavando in profondità sulle ombre che la vicenda del Pirata ha lasciato. Sebastiano si addentra anche nelle teorie complottistiche, dalle più note come le rivelazioni di Renato Vallanzasca al “peso” che l’US Postal Service di Lance Armstrong ha avuto sul ciclismo degli anni ’90 e sulla storia personale di Marco Pantani.

Mister D: da Donati a Schwarzer

Il libro si chiude con due capitoli decisamente complessi e interessanti che ripercorrono le carriere di Sandro Donati e Alex Schwarzer, il primo paladino dello sport (in particolare l’atletica) pulito, il secondo campione forse troppo debole per resistere alle tentazioni delle sostanze dopanti. Il percorso dei due si incrocia dopo la squalifica del marciatore.

 

 

 

 

Javier Otxoa morto dopo una lunga malattia

Javier Otxoa morto a 43 anni dopo una lunga malattia

Javier Otxoa morto a 43 anni dopo una lunga malattia ed un incidente che lo aveva costretto a competere nel paraciclismo conquistando ori olimpici ad Atene e Pechino

Javier Otxoa

Javier Otxoa

Javier Otxoa, ex ciclista professionista iberico in maglia Kelme, è morto all’età di 43 anni dopo aver lungamente lottato per sconfiggere una brutta malattia.

Otxoa era nato a Baracaldo il 30 ottobre 1974 ed aveva esordito nei professionisti nel 1997 indossando la maglia della mitica Kelme. Il suo anno migliore fu il 2000 quando fece “i numeri” al Tour de France. Il giorno di gloria fu in occasione della decima tappa della Grande Boucle da Dax a Lourdes-Hautacam. Quel giorno Javier Otxoa fu il protagonista di una fuga lunghissima, con condizioni meteo davvero al limite. Inizialmente Javier si accompagnò a Nico Mattan ma poi prosegui da solo completando una fuga di ben 150 km e resistendo al ritorno di Lance Armstorng.

Javier Otxoa, quel giorno (il 10 luglio 2000) aveva 25 anni, e colse la sua prima vittoria dopo quattro anni di professionismo con 42″ di vantaggio sullo statunitense dopo aver avuto un margine di 17 minuti.  A fine Tour, Javier Otxoa chiuse al tredicesimo posto, e fu quello il suo miglior risultato alla Grande Boucle.

Javier Otxoa l’incidente del 2001

Javier Otxoa Palacios aveva un gemello, Ricardo, i due erano letteralmente inseparabili soprattutto durante gli allenamenti. Il 15 febbraio 2001, come d’abitudine i due, entrambi portacolori della Kelme,  stavano pedalando  sulle strade di Malaga. Attorno alle quattro del pomeriggio un’automobile travolse letteralmente i due giovani ciclismo, il conducente del veicolo di grossa cilindrata era  il direttore del Dipartimento sportivo dell’università di Malaga che fu vittima di un malore o di un colpo di sonno.

Javier riportò la frattura esposta di tibia e perone della gamba sinistra, degli omeri e di cinque vertebre ed entrò in coma profondo per via di un  terribile trauma cranico. Il fratello non fu così “fortunato” in quanto nell’impatto perse la vita. Fu la fidanzata di Javier a riconoscere il corpo del povero Ricardo Otxoa.

Javier Otxoa rimase a lungo sospeso tra la vita e la morte con una polmonite che rese ancora più dura la situazione clinica. Dopo 64 giorni di coma e dopo una lunghissima degenza in ospadale per la riabilitazione uno dei prospetti più interessanti del ciclismo iberico prova a risalire in sella, lo fa per soli 20 metri ma per lui è un successo inaspettato.

Javier Otxoa e il paraciclismo

 

Javier quel giorno di dicembre, quando provò a risalire in sella comprese che il suo calvario sarebbe stato ancora lungo ma l’idea di risalire in sella non venne accantonata. I primi km Otxoa li percorse sui rulli, piano piano arrivando a pedalare per 20 minuti al giorno, senza uscire per strada perché il shock era stato veramente forte e la paura veramente molta.
L’obiettivo di Javier diventa il paraciclismo e con dedizione si prepara per i campionati spagnoli riservati ai disabili psichici del 2002 in cui chiude in seconda posizione alle spalle del ciclista valenciano Maurice Sckuard, campione d’Europa e del Mondo.

Il timore di pericoli in strada non  molla Javier che però prova a testarsi anche in strada dove viene accompagnato dal padre Ricardo che lo segue in automobile con le luci di emergenza accese per dare sicurezza al figlio. Ecco che lentamente, lottando con i denti contro i dolori terribili causati dall’incidente, Javier riesce a stare in sella dalle due alle tre ore per uscita coprendo dai settanta agli ottanta chilometri.

Il suo nome entra nel taccuino del commissario tecnico della Nazionale per le Paralimpiadi conquistando la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atene 2004 e Pechino 2008 nella cronometro mentre ottenne l’argento nell’inseguimento in Grecia e nella corsa in linea in Cina.