Michael Aisner, il Coors Classic e il ciclismo USA

Michael Aisner e il Coors Classic a trent’anni dall’ultima edizione

Michael Aisner a trent’anni dall’ultima edizioned del Coors Classic è ancora un personaggio unico del ciclismo a stelle e strisce.

Michael Aisner

Michael Aisner

Michael Aisner con l’idea del “Coors Classic“  ha fatto conoscere il ciclismo professionistico al pubblico statunitense contribuendo a “formare” le prime icone del ciclismo d’oltre oceano come Greg LeMond e Andy Hampsten e ha fatto apparire gli Stati Uniti sulla mappa ciclistica internazionale negli anni ’80.

Michael Aisner è stato coinvolto in una vasta gamma di progetti sportivi e di intrattenimento nel corso della sua vita; fin da adolescente si è interessato all’entertainment arrivando ad intervistare Muhammad Ali e Louis Armstrong.

Aisner si è avventurato fino al Circolo Polare Artico per filmare l’uccisione disumana di foche per il National Geographic e ha partecipato a ponti aerei per salvare gli orsi polari nel Canada settentrionale.

Lungo la sua strada professionale Aisner, ora quasi sessantanne, ha creato una delle gare ciclistiche di maggior successo mai svolte negli Stati Uniti. Qualcuno ricorderà Bernard Hinault vincere la sua ultima gara a tappe al North Boulder Park davanti a 50.000 fan urlanti spinti dalle idee di marketing che resero la corsa un vero fenomeno dell’intrattenimento sportivo made in USA.

La gara venne lanciata nel 1975 dall’imprenditore di Mo Siegel con il nome di Red Zinger Classic. L’anno successivo ecco Aisner e l’ascesa della manifestazione a cui si affiancò una gara femminile, contribuendo a costruire un pubblico più ampio e ad aumentare la copertura dalla TV.

“La prima cosa che ho fatto è stata quella di trovare una società di produzione cinematografica per creare un breve docu-film sulla gara da distribuire nei cinema mainstream. Se volevamo far crescere la gara  e attirare nuovi fan dovevamo utilizzare i media al di fuori della tradizionale circuito  del ciclismo” ricorda oggi Aisner.

“Nel 1979 Siegel suggerì di portare la corsa in Colorado e cercare di convincere il gigante  Coors Brewing Company a sponsorizzare la gara in futuro. Pensai che fosse impazzito ma la trattativa andò in porto e nel 1980 nacque la Coors International Bicycle Classic”

La gestione tecnica, operativa e finanziaria divenne rapidamente più complessa e lo stesso Aisner dovette aumentare le sue competenze:

“Non sapevo nulla su come trattare con la polizia, chiudere le strade, impostare le aree di partenza, arrivo e di riposo. Avevo bisogno di imparare le cose velocemente e chiesi aiuto a Dave Chauner e a Phil Liggettche stava promuovendo la British Milk Race

Aisner provò a “mainstreamare” il Coors Classic collegando The Rolling Stone all’evento sottolineando come il ciclismo fosse uno sport “rock n ‘roll”.

“Il ciclismo era uno sport giovane, veloce, colorato, pericoloso ed internazionale. Rolling Stone possedeva il mercato giovanile e l’accordo consentì di ospitare nella rivista un inserto per tre edizioni. A quel punto avevamo una rete piuttosto eclettica di sponsor: da Rolling Stone a BMW, da NBC Sports a 7-Eleven fino, appunto a Coors”.

Aisner decise di espandere l’evento fuori dal Colorado aumentando il numero di tappe e toccando centri di interesse per gli sportivi come Vail, Aspen e San Francisco fino ad una tappa alle Hawaii.

Il passo successivo fu convincere l’UCI ad estendere la corsa ai professionisti europei. La gara divenne il luogo in cui molti futuri campioni sono entrati in scena: ecco arrivare talenti come il colombiano Lucho Herrera, il canadese Steve Bauer e il messicano Raul Alcala.

La spinta viene data anche alla prova femminile aprendo alle campionesse europee chiamate a sfidare l’americana Connie Carpenter portando il Coors Classic a diventare la più grande corsa al mondo per donne.

 “È stato uno sforzo costante cercare di esporre mediaticamente la gara, oltre ai normali tifosi e appassionati di ciclismo. Arrivammo ad avere tre  stazioni TV oltre a ESPN a coprire la manifestazione. Durante la settimana di gare, l’affiliata della Denver NBC ha persino ritardato” The Tonight Show di cinque minuti per seguire la nostra corsa!”

Michael Aisner, The Coors Classic e l’URSS

Greg LeMond prese parte al Coors Classic come un neo-pro nel 1981 da poco Jimmy Carter aveva ritirato la spedizione statunitense dalle Olimpiadi di Mosca 1980 e questo diede un’idea ad Aisner: portare i russi alla corsa.

“Ho lanciato il guanto di sfida a Pete Coors repubblicano convinto e amico di Ronald Regan che restò perplesso ma i russi accettarono e così fece la Germania dell’Est. Gli inviti li facemmo via Telex dal birrificio Coors.  Qualche settimana prima della corsa ecco arrivare l’FBI: erano convinti che i sovietici tentassero di boicottare la gare e ci istruirono sulle procedure per affrontare l’evenienza. La corse apparve come scontro tra est e ovest, il giovane americano Greg LeMond contro i titani dell’Unione Sovietica: avevamo richieste di accredito da ogni parte del mondo” racconta oggi il manager.

L’edizione 1981 fu un punto di svolta per il The Coors Classic, e la prossima grande sfida di Aisner fu di cercare di sviluppare una copertura televisiva nazionale più ampia.

“I ragazzi della CBS mi hanno detto che non c’era modo di coprire lo sport assecondando le esigenze del pubblico americano. Mi recai allora a Praga per i Mondiali di Ciclismo 1981 e li vidi che i cameramen in motocicletta avevano montato un dispositivo girevole sul retro delle loro per riprendere i volti dei ciclisti. A New York nessuno aveva mai visto una cosa simili, convinsi allora la BMW a mettere a disposizione due motociclette con i sedili girevoli e la cosa funzionò e la CBS coprì la corsa!”

Il successivo sviluppo previsto da Michael fu quello del merchandising

“Abbiamo generato numeri mostruosi per quei giorni, abbiamo ampliato la gamma dei gadget arrivando a un milione e mezzo di dollari di cui 100.000 nel solo Giappone. Tutto era griffato dalle maglie, ai cappellini ai prodotti alimentari. La corsa divenne uno dei grandi eventi di intrattenimento in America

Il Coors Classic alla fine perse il sostegno dell’azienda dopo l’edizione del 1988, quando un arrivò in azienda un nuovo. Aisner ricevette la notizia da un giornalista mentre era in aeroporto ed iniziò subito la ricerca di un nuovo partner commerciale. Arrivò vicino alla firma con Nuprin ma tutto saltò all’ultimo secondo, Michael concluse un accordo con la Dodge Motors, ma pochi giorni prima della firma, Lee Iacocca, CEO di Chrysler, annunciò decine di migliaia di licenziamenti e l’accordo venne annullato. Fu quello il colpo da KO per la corsa, era finito il tempo per il Coors Classic ma quella corsa aveva segnato l’apice delle corse su strada americane raggiunto forse solo dall’Amgen Tour of California.

“Non si può davvero dire che stessimo pensando fuori dagli schemi perché all’epoca gli schemi nemmeno c’erano. So che non perdemmo mai un centesimo perché era tutto equilibrato, nessuno guadagnava o spendeva più del giusto. Temo che alcuni promotor oggi scelgano di fare ciò che è più facile, piuttosto che trovare un modo per fare ciò che è giusto”

sottolinea Aisner che nel 2005, è stato inserito nella US Cycling Hall of Fame.

 

 

Donald Trump lo starter di Lance Armstrong

Donald Trump fu uno dei motivi per cui Lance divenne un pro!

Donald Trump e Lance Armstrong, ecco come la storia del presidente degli Stati Uniti e quella del Texano si intrecciarono nel 1989 al Tour de Trump

Donald Trump e Lance Armstrong

Donald Trump e Lance Armstrong

Donald Trump e Lance Armstrong due personaggi assolutamente controversi e molto, molto americani nei modi e nei fatti, hanno intrecciato le loro esistenze nel 1989.

Il Tour de Trump viene corso per la prima volta nel 1989. Parte da Albany, nello stato di New York, termina ad Atlantic City proprio sotto il casinò di proprietà di The Donald. La corsa presenta 10 tappe, un arrivo in salito e una cronometro finale. Che la nascente corsa americana non sarà una gara come tutte le altre lo si capisce fin da subito. Trump, da sempre istrionico ed egocentrico, impone un montepremi da capogiro di poco inferiore a quello offerto dal Tour de France: 250mila dollari in totale di cui 50 destinati al vincitore finale.

Il ricco bottino e la vetrina americana attirano un parterre de roy: ci sono Greg LeMond, che a luglio aveva vinto la sua seconda Grande Boucle, Andrew Hampsten, che l’anno prima aveva fatto suo il Giro, Steve Bauer, secondo alla Parigi-Roubaix ad aprile, Davis Phinney, Olaf Ludwig, Viatcheslav Ekimov, capitano della nazionale dell’Unione Sovietica, Eric Vanderaerden, vincitore del Fiandre del 1985 e della Roubaix del 1987 e 137 gare in carriera. In tanti evitano di prendere il via alla Vuelta Espana per essere ai nastri di partenza del Tour de Trump.

A imporsi nella prima edizione è Dag-Otto Lauritzen, norvegese, energumeno in forza alla 7-Eleven, la squadra di casa.

“Gli ho messo il mio nome perché credo che abbia un grande futuro e credo che mi basteranno pochi anni per farlo diventare più importante del Tour de France”, dirà il tycoon americano ed in effetti la prima edizione è un vero e proprio successone. Trump investe 800 mila dollari per promuovere l’evento e riesce a fare  notevoli margine tra diritti tv e sponsorizzazioni.

Donald Trump e Lance Armstrong

E’ il 1989 e tra i grattacieli, le spiagge e i casinò di Atlantic City c’è anche un giovanissimo Lance Armstrong che è presente alla prima corsa americana grazie a un viaggio vinto in una gara di triathlon che ha conquistato qualche mese prima. Ed è in quella occasione che il texano decide che un giorno sul palco del vincitore ci sarebbe stato lui. Lui da sempre sicuro di se lo capisce quel giorno che i lustrini e i baci delle miss, i soldi e la popolarità sono cibo per il suo ego. Ha solo 18 anni Lance ma ha già una autostima smisurata, una rabbia (come si evince dalle pagine del libro The Fall) e una voglia di emergere che lo porteranno a fare il “patto col diavolo” del doping appena pochi anni dopo quel giorno.

La bicicletta negli anni Ottanta in America è soprattutto offroad ma nel 1986 era stato  Greg LeMond a far conoscere “l’asfalto” agli amanti delle due ruote a stelle e strisce conquistando il Tour de France. Due anni dopo Andrew Hampsten aveva fatto lo stesso al Giro d’Italia e Donald Trup aveva fiutato l’affare.

La corse ha una seconda trionfale edizione nel 1990 ed è ancora spettacolare e piena di successo. Quella seconda edizione però è l’ultima con il marchio di Donald Trump infatti nel 1991 l’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America è sull’orlo del fallimento per una serie di investimenti errati tra cui quella del casinò Taj Mahal con sede sempre ad Atlantic City finanziato a suon di bond spazzatura.

L’addio della sponsorizzazioni di The Donald rischia di far chiudere i battenti alla corsa ma l’ingresso nella batteria di sponsor del colosso DuPont riesce a salvare la manifestazione. Quella del 1996 è l’ultimo anno in cui si disputa la corsa americana e, come per il 1995, a vincere è il Campione del Mondo di Oslo, Lance Armstrong. Un giovane talento texano adatto alle corse di un giorno. Come è andata il resto della carriera di Lance lo sappiamo tutti piuttosto bene (purtroppo) ma possiamo dire che proprio l’incontro tra Trump fu lo starter per la sua carriera da rollercoaster.

“Capii di voler diventare il numero uno nel ciclismo al Tour de Trump del 1989, per questo le vittorie del 1995 e del 1996 del Tour DuPont non furono due vittorie come le altre”, disse il corridore nel 2002 al Newsweek. Proprio al termine del Tour DuPont 1996 la prima parte della vita sportiva di Lance termino. Gli venne diagnosticato il tumore ai testicoli, rischiò di morire e torno per vincere i sette famosi (tristemente famosi) Tour de France.

 

 

 

 

Ciclismo Frasi famose sul ciclismo da ricordare

Ciclismo frasi famose che ogni ciclista dovrebbe conoscere

Ciclismo frasi famose di grandi campioni del passato che parlano di ciclismo ideali per un post su Instagram o un nuovo Tatoo

Ciclismo frasi famose: Fausto Coppi

Ciclismo frasi famose: Fausto Coppi

Ciclismo Frasi famose  che ogni amante della bicicletta dovrebbe conoscere. Avete in mente di farvi un tatuaggio? volete fare un post su Twitter o su Instagram o creare un vostro meme? Ecco alcune interessanti citazioni da utilizzare inerenti al ciclismo.

Partiamo da una domanda: cos’è la bicicletta? La bicicletta è uno strumento, un mezzo di trasporto, una macchina per la velocità, un terapista, un giocattolo e una fuga dallo stress. Che tu abbia provato solo alcuni di questi aspetti o tutti, l’esperienza divertente ed esaltante di andare in bicicletta è universale per chiunque si  sia mai appollaiato su due ruote. Dai un’occhiata a queste citazioni memorabili dei ciclisti di tutto il mondo.

Vi abbiamo già presentato i 50 migliori aforismi sul ciclismo. Ecco alcune frasi famose e motivanti sulle due ruote.

Prendi una bicicletta. Non te ne pentirai. –Mark Twain

Questa è l’osservazione conclusiva nel saggio di Twain “Domare la bicicletta”. Nei primi anni 1880, Mark Twain decise che avrebbe dovuto imparare a portare una delle vecchie biciclette a ruota alta tipiche di quel periodo

Abbraccia il tuo sudore. È la tua essenza e la tua emancipazione. –Kristin Armstrong

Kristin Armstrong è la ciclista femminile più decorata d’America, avendo vinto medaglie d’oro nella cronometro in ciascuna delle ultime tre Olimpiadi estive. È l’unica ciclista (maschio o femmina) a ottenere tre ori consecutivi nella stessa disciplina. La 44enne ciclista è fonte di ispirazione per ogni ciclista del mondo ma anche per persone “normali”.

Vai in bicicletta, vai in bicicletta, vai in bicicletta. – Fausto Coppi

Non c’è naturalmente bisogno di spiegare a nessuno chi è il campionissimo Fausto Coppi, un emblema delle due ruote che anche oggi è fonte di ispirazione per ogni amante del ciclismo

Pedale tanto, poco, veloce o lento, come ti senti. Ma pedala. – Eddy Merckx

Inutile spendere parole sul Cannibale, sappiamo tutto di lui, il più grande di sempre. Il mito. L’immortale. Un mito irraggiungibile per tutti

Non è mai facile ma tu vai veloce. – Greg LeMonde

LeMond è stato il primo americano a vincere il Tour de France, e lo ha fatto più di una volta – tre volte, in realtà – uno dei quali  vinto per soli otto secondi, il più piccolo vantaggio della storia per conquistare  il Tour. Oggi è un sostenitore della purezza del ciclismo.

Puoi. Dovresti. E se sei abbastanza coraggioso da iniziare, lo farai. –Stephen King

Il romanziere ha scritto una breve storia dell’orrore su un uomo in sella a una cyclette in uno scantinato.

 

 

 

 

Fred Mengoni, addio a una leggenda del ciclismo USA

Fred Mengoni, una leggenda del ciclismo negli Stati Uniti

Fred Mengoni è morto a 94 anni a New York, autentica leggenda del ciclismo americano e fondatore della US Pro Cycling e dell’omonimo Gran Premio

Fred Mengoni

Fred Mengoni

Fred Mengoni è stato un personaggio incredibile nella storia del ciclismo americano, nato ad Osimo in provincia di Ancona nel 1923 in gioventù ha sempre avito il sogno di diventare un ciclista professionista. Il suo sogno non decollerà ma, negli anni, diventerà un simbolo del ciclismo a stelle e striscie.
Iniziò a lavorare come accordatore di fisarmoniche per poi immigrare a New York con cinquanta dollari in tasca e tanti sogni per diventare un abile imprenditore nel campo mobiliare e poter finanziare la sua grande passione per le due ruote.

Fred Mengoni, infatti, nel 1980 fonda  la GS Mengoni a New York, una sorta di vivaio del pedale (tra i grossi nomi che sono transitati dalla sua squadra eccoSteve Bauer, George Hincapie e Mike McCarthy). Amico storico di Greg Lemond, il primo americano a conquistare il Tour de France, ha sempre fatto parte dei gruppo ristretto di consiglieri del campione americano. Fred è stato lo scopritore dell’ex “postino” George Hincapie.

 

Lo “zio d’america” è stato uno dei fondatori della US Pro Cycling, il primo organismo di governo del ciclismo professionistico statunitense che si è fuso poi con l’USCF, adesso sotto il nome di Usa Cycling. Membro della United States Bycling Hall of Fame è noto per aver sempre finanziato, a diversi livelli, il ciclismo americano e newyorkese ma anche quello italiano. Il GP Fred Mengoni si è disputato 2002 al 2006 nelle sue Marche e nell’albo d’oro ci sono i nomi prestigiosi di Danilo Di Luca e Damiano Cunego.

Negli ultimi anni di vita una serie di debiti accumulati dalle sue due aziende immobiliari hanno tormentato la vita di Fred Mengoni che si è visto costretto a vendere una serie di proprietà sul territorio italiano.

Fred Mengoni: il Gran Premio

Il Gran Premio Fred Mengoni, corsa rieservata alla categoria Under 23 ed agli Elite senza contratto si è svolta dal 20022 al 2006 nel mese di agosto. La prima edizione venne conquistata da Danilo Di Luca e nel 2004 vi fu la vittoria di Damiano Cunego.

Grazie a Fred Mengoni si debbono le principali manifestazioni ciclistiche di Osimo e di Castelfidardo degli ultimi trent’anni, dagli arrivi del Giro d’Italia a quelli della Tirrenoè’Adriatico. In diverse occasioni Fred Mengoni, portò a Campocavallo (dove sponsorizzava la squadra locale) grandissimi campioni come Eddy Merckx, Gino Bartali, Greg Lemond, Francesco Moser, Giuseppe Saronni ed i commentatore televisivo Adriano De Zan che spesso lo ospitava durante le telecronache sulla Rai.

Lappartient su Froome posizione dura!

Lappartient su Froome: “Così Sky fa male a tutto il movimento”

Lappartient su Froome, il presidente della UCI: non possiamo costringere la Sky a fermarlo

Lappartient su Froome

Lappartient su Froome

Lappartient su Froome  questa volta ci va giù abbastanza diretto, il presidente dell’UCI, giustamente, deve tutelare la massima espressione della Federazione che presiede, mantenendo un tono garantista ma fermo sulla posizione non tanto del corridore quanto del Team.

Proseguono dunque le schermaglie tra l’UCI ed il Team Sky sul caso di positività di Chris Froome al salbutamolo che fanno seguito alle dure prese di posizione di ex alteti come Greg Lemond e corridori attualmente in attività.

Lo dichiarazioni rilasciate da David Lappartient, presente in Australia al Tour Down Under sono stare assolutamente dirette:

“Non possiamo costringere Sky a fermare Froome, con le regole attuali lui ha il diritto di gareggiare. Sta a loro decidere ma, se vincesse alcune gare, potrebbe essere peggio se poi venisse sanzionato. Ecco perchèsarebbe meglio per loro ridurre la pressione non facendolo correre. Froome ha il diritto di difendersi, ma il comportamento della squadra fa male al ciclismo. Gli organizzatori, per l’immagine della loro corsa, potrebbero rifiutare l’iscrizione. Ma la cosa potrebbe finire al Tas“, la sottolineatura del dirigente francese riportata su La Gazzetta dello Sport.

Bardet contro Froome: “siamo al ridicolo”

Bardet contro Froome: “Se non verrà squalificato il ciclismo rischia di morire”

Bardet contro Froome parla all’Equipe e attacca il ciclista del Team Sky per la positività al salbutamolo

Bardet contro Froome

Bardet contro Froome

Bardet contro Froome: il #Froomegate continua a tenere banco nel mondo del ciclismo dopo che il britannico è risultato non  negativo al salbutamolo durante la Vuelta Espana 2017. In tanti hanno detto la loro sulla vicenda: da Greg Lemond che non ha risparmiato le critiche al vincitore del Tour de France 2017 a due “esperti” di doping come Michele Ferrari e il suo “assistito” Lance Armstrong. Tony Martin a pochi giorni dalla notizia aveva preso posizione dura sulla vicenda cosi come Richie Porte, ex compagno del kenyano bianco, non le ha di certo mandate a dire.

In tanti, dunque, si stanno esprimendo sulla questione in attesa del verdetto da parte della UCI su un’eventuale squalifica.

 Bardet contro Froome sulle pagine de l’Equipe

Il francese Romain Bardet è stato l’ultimo solo in ordine di tempo a dire la sua, sulle pagine de L’Equipe e, come riportato da OASport, le sue parole non sono state leggere:

Siamo al ridicolo, quello che è successo mi dispiace molto. È un fatto molto brutto per tutto il nostro sport e conferisce al ciclismo un’immagine negativa all’esterno. Rimette lo spettro del doping nel nostro sport“, ha dichiarato il francese.

Bardet contro Froome non ha usato molti giri di parole: “Bisogna essere esemplari sull’equità, sul modo di trattare i problemi: il ciclismo manca di trasparenza e rischia di morire se non verranno adottate delle misure idonee. Sono preoccupato dal potere del Team Sky”.

Bardet contro Froome: le soluzioni

Non possiamo essere permissivi, sarebbe catastrofico per tutto il movimento – ha aggiunto il francese – Non posso pensare che un corridore che abbia assunto una dose così elevata possa essere assolto. Perché mettere un limite allora? Spero ci sia un’indagine indipendente e che Froome dia spiegazioni. I corridori presi sono stati squalificati”.

Il corridore della AG2R si rammarica della mancata trasparenza: “Froome viene testato a settembre e noi lo apprendiamo casualmente a dicembre”, con un chiaro riferimento  all’inchiesta fatta dal Guardian e da Le Monde che ha svelato i risultati del controllo antidoping, che sarebbero rimasti ancora nascosti al pubblico. “Sono stupito che senza una fuga di notizie, questo controllo sarebbe stato ignorato e sono sollevato dal fatto che non abbiamo lavato i panni sporchi in famiglia. C’è una mancanza di trasparenza. Il ciclismo potrebbe morire se non vengono presi provvedimenti”, ha dichiarato ancora il francese, secondo al Tour 2016 e terzo in quello 2017.

Froome di correre in attesa di ulteriori riscontri: “Spero che Froome possa chiarire e che ci sia un verdetto indipendente. Non capisco perché i regolamenti non prevedano una sospensione temporanea in attesa dei risultati”. Ma una ragione, forse, l’ha trovata lo stesso ciclista francese: “Posso credere alla sua buona fede, ma ha superato i limiti. La Federazione è cauta perché, in caso di assoluzione, rischia di dover pagare un risarcimento. La pressione finanziaria è molto forte. E questo fa pensare”, ha concluso Bardet.

Van der Poel: Froome va sospeso!

Van der Poel parla della positività di Chris Froome

Van der Poel inflessibile sulla positività di Chris Froome al Salbutamolo: “va sospeso”

Van der Poel

Van der Poel

Van der Poel fenomeno del ciclocross mondiale prende posizione sulla positività del capitano della Sky al salbutamolo per aver assunto il farmaco in un quantitativo superiore alla dose tollerata dalle normative antidoping. Il capitano del Team Sky rischia seriamente che gli venga revocata la vittoria alla scorsa Vuelta Espana (la sua positività risale, appunto, alla corsa iberica).

Sulla vicenda si sono succeduti i pareri di tanti campioni ed ex campioni del ciclismo: di qualche giorno fa le parole di Lance Armstrong (uno che di doping se ne intende) e di uno degli “antagonisti” del texano, Greg Lemond. Sulla faccenda salbutamolo si sono espressi anche l’ex compagno di Froome, Richi Porte, Vincenzo Nibali e tanti altri corridori.

Il direttore del Team Sky, Dave Brailsford ha dichiarato che “ci sono complesse questioni mediche e fisiologiche che influenzano il metabolismo e l’escrezione di salbutamolo” e che non è detto che la positività sia dovuta ad un uso illegale di farmaci tanto da dichiarare  “la massima fiducia che Chris abbia seguito la guida medica nella gestione dei suoi sintomi di asma, rimanendo entro la dose ammissibile per il salbutamolo”.

Sulla questione ha detto la sua anche Mathieu van der Poel durante una intervista allo show televisivo olandese AvroTros (OneToday) che ha dichiarato “È molto stupido, non posso fare a meno di dirlo, forse sono un po’ troppo brusco nei modi ma la penso così. Il ciclismo è uno sport per persone sane, forse i pazienti asmatici capiranno meglio le mie parole”.

Alla domanda su come Froome dovrebbe essere punito, Van der Poel è stato di nuovo diretto: “è necessaria una sospensione, questo è quello che penso. Per me è un test positivo.Se il limite è 1.000 e lui ha fino a 2.000 non penso ci sia molto da discutere. La positività deve portare a una sospensione”.

Le proprietà di Salbutamol come broncodilatatore lo portano ad essere  presente nell’elenco delle sostanze non autorizzato della World Anti-Doping Agency (WADA), ma è consentita per motivi terapeutici. Un atleta deve affrontare una potenziale sanzione antidoping se un campione di urina contiene un livello di salbutamolo superiore a 1.000 ng / ml. Sopra certi livelli si ritiene che salbutamolo abbia un effetto anabolico e aumenti le prestazioni.

Van der Poel ha suggerito che i limiti di alcune droghe non sono corrette: “UCI a volte consente qualche abuso nell’uso dei farmaci e penso che superare le soglie sia incredibile: se dichiari che sia possibile usare un farmaco è chiaro che qualcuno si spingerà fino al limite e magari lo supererà”.

Van der Poel è stato intervistato mentre guidava verso casa dopo la prova di Coppa del Mondo di ciclocross di Namur. Ha detto di non avere problemi a parlare del problema dello sport con il doping, anche se spesso è un argomento tabù: “Non ho molti problemi, anzi, purtroppo in molti non credono più nel ciclismo e questo è un vero schifo. E’ un peccato se la gente pensa che un ciclista menta e credo che sia giusto parlarne per far capire che non tutto il ciclismo è sporco”.

 

 

Porte contro Froome: “una vergogna”

Porte contro Froome sulla vicenda salbutamolo

Porte contro Froome, il tazmaniano attacca il britannico del Team Sky per la positività al doping per l’uso di salbutamolo

Porte contro Froome

Porte contro Froome

Porte contro Froome è solo l’ennesima presa di posizione di atleti in attività e protagonisti del mondo del ciclismo. E’ di ieri la dichiarazione dell’ex campione americano Greg Lemond, qualche tempo fa anche Lance Armstrong ha voluto parlare della vicenda della positività all’antidoping del capitano del Team Sky.

Richie Porte, dopo un 2017 che non gli ha riservato grandi soddisfazioni a causa di un brutto infortunio al Tour de France, ora è pronto a battagliare per vincere le principali corse WolrdTour.

Il capitano della BMC farà il suo esordio in questa stagione al Tour Down Under dal 16 al 21 gennaio in Australia e fin da subito punta a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella stagione 2018.

Porte, va ricordato, è stato compagno di Chris Froome sal 2012 al 2015 e, possiamo dirlo, conosce bene i pregi e difetti del capitano della Sky che lo scorso mese di settembre è stato trovato positivo al doping per, pare, un uso scorretto del Ventoli (la positività è stata sera nota solo lo scorso 13 dicembre scatenando non poche polemiche).

Come riportato da CyclingnewsRichie Porte è rimasto shockato dalla notizia della positività dell’ex compagno di team e, in attesa del verdetto  dell’UCI e dalla Wada si è cosi espresso: “non c’è sinceramente molto da dire su questa vicenda, è una vergogna. Quando ho sentito la notizia sono rimasto assolutamente shockato. Non possiamo che attendere che la cosa faccia il suo corso ma sono assolutamente colpito da questa vicenda come lo sono tutti nel mondo del ciclismo”.

“Ho rispetto per lui – ha detto Porte di Froome – è  un buon amico e siamo stati compagni di squadra per molto tempo. Ho la massima fiducia che Chris abbia seguito la guida medica nella sua gestione sintomi di asma, rimanendo entro la dose ammissibile di salbutamolo. “

Greg Lemond contro Froome sul Times

Greg Lemond contro Froome: ” Le sue scuse sono ridicole”

Greg Lemond contro Froome, non è un cartellone che pubblicizza una kermesse ma è il titolo del giorno sulla vicenda del corridore britannico risultato positivo al salbutamolo.

Greg Lemond contro Froome

Greg Lemond contro Froome

Greg Lemond contro Froome: l’ex corridore statunitense, vincitore di tre Tour de France e due mondiali in linea era già stato in prima linea contro le sospette vittorie di Lance Armstrong nella sua corsa alle sette maglie gialle. Ora il campione a stelle e strisce è intervenuto sulla vicenda Froome in moto abbastanza duro.

Greg Lemond contro Froome: l’intervista del “The Times”

In una intervista al periodico “The Times” è arrivato l’attacco di Greg Lemond contro Froome: “È responsabilità dell’atleta seguire le regole. Anche nel caso del salbutamolo, dipende da Froome la gestione di quanto va introdotto nel proprio corpo. Solo lui è il responsabile. Il gruppo vuole una applicazione equa delle regole, se queste non vengono seguite si danneggia lo sport”.

Insomma la tutela del ciclismo, secondo Lemond non può prescindere dalla responsabilità che le figure di spicco del ciclismo devono prendersi anche nei confronti di eventuali farmaci assunti senza una reale necessità o ingeriti in quantitativi eccedenti il tollerato.

Greg Lemond contro Froome: il salbutamolo è doping!

Lemond ha poi parlato di come il salbutamolo spesso venga visto non come una sostanza dopante ma come qualcosa di veniale: “non migliora le prestazioni solo se lo si usa come prescritto: assunto per via orale o per iniezione agisce come uno steroide anabolizzante, simile al clenbuterolo, il farmaco per cui Alberto Contador era risultato positivo”.

Froome si è difeso dichiarando che ha assunto tre “boccate” del suo inalatore poco prima di fornire il suo campione all’antidoping dopo la tappa 18 della Vuelta: “Questa scusa è ridicola, se questo è ciò che afferma, allora è semplice, ha infranto le regole e dovrebbe essere punito di conseguenza”.

Il tre volte vincitore del Tour de France (1986, 1989, 1990) ha poi parlato dell’atteggiamento del Team Sky e del suo direttore: “Non credo in Dave Brailsford, evita tutte le domande e da quello che ho letto e sentito, il team non è così scientifico né informato come dicono”.

LeMond già lo scorso mese si luglio aveva parlato delle affermazioni dell’ex cavaliere Sky Michael Barry riguardo l’uso passato della squadra del tramadol: “Penso solo che ci sia stata una mancanza di trasparenza e di volontà di aprire file e dati. Sono uno scettico sulla gestione del Team, il farmaco in questione è un oppiaceo”.

Perchè Brandon McNulty correrà negli USA?

Brandon McNulty

Brandon McNulty

La vittoria ai Mondiali Junior in Quatar lo scorso settembre è valso l’interessamento di molti team Europei per  Brandon McNulty ma il giovanissimo corridore, classe 1998 originario di Phoenix in Arizona, ha deciso di restare negli Stati Uniti.

McNulty sapeva che le chiamate da team Americani ma anche europei non sarebbero tardati a venire, secondo gli esperti sembrerebbe uno degli atleti americani potenzialmente più forti di sempre,  suoi numeri di potenza puntano verso talenti come Greg Lemond, Taylor Phinney o Tejay van Garderen.  Dopo una attenta valutazione Brandon e il suo Staff hanno deciso di restare negli USA firmando con la Rally Pro Cycling, un team Continental.

La scelta pare essere stata dettata dalle vicende di molti talenti americani che, partiti per l’Europa con grandi speranze, non hanno poi preso parte a corse World Tour perdendosi per strada: “Non è stata una decisione semplice, correre in Europa sarà una cosa che prima o poi farò ma al momento ho preferito cosi”, le parole di Brendon.

Brandon McNulty

Brandon McNulty in maglia USA

“Apparentemente Brandon può sembrare un ragazzo molto timido ma non lo è, quando è in corsa è perfettamente a suo agio, quando sarà pronto andrà in Europa” queste le parole del padre R.J. McNulty. Dello stesso avviso  Jonas Carney (direttore sportivo della Rally Pro Cycling) “non vi è alcun dubbio sul fatto che Brandon andrà a competere in squadre World Tour ma in questo momento dobbiamo evitare errori che possano rovinare la carriera del ragazzo, il talento è molto ma è anche molto facile perdersi per strada, quando sarà pronto farà il grande salto”.

E’ chiaro che la carriera di Bandon sboccerà se approderà in Europa e per tanti suoi connazionali i tempi sono maturari presto: Greg LeMond ha firmato con la  Renault all’età di 19 anni, la Motorola ha firmato Lance Armstrong da giovanissimo ma forse l’attesa renderà più affascinante il suo futuro europeo.