Roglic può tenere la rosa fino a Verona?

Roglic può fare come Gianni Bugno nel 1990?

Roglic dopo aver conquistato la maglia rosa nella crono inaugurale potrebbe conservare il segno del primato ancora a lungo

Roglic (fonte pagina twitter)

Roglic (fonte pagina twitter)

Roglic ha conquistato la maglia rosa sabato scorso sbaragliando la concorrenza degli avversari lungo la salita a San Luca, ora il percorso che il Giro proporrà potrebbe consentire allo sloveno di fare un numero che manca dal 1990 quando Gianni Bugno prese la maglia al primo giorno e la mantenne fino all’ultimo giorno di corsa.

È obiettivamente poco improbabile, ma il percorso del Giro 2019, con due prove a cronometro e nessuna grande montagna nelle prime due settimane di corsa potrebbe favorire un numero d’altri tempi.

“Vedremo, sarei felice di vestirla a Verona”, ha detto Roglic quando gli è stato chiesto per quanto avrebbe tenuto la maglia rosa. Dopo tre giorni di corsa la domanda degli addetti ai lavori è proprio legata a quanto la maglia resterà sulle spalle del fenomeno della Jumbo-Visma.

La vittoria di sabato ha impressionato tutti per l’autorevolezza dimostrata infliggendo margini a due cifre su tutti gli avversari e creando un primo solco non di poco conto. Certo i margini da qui a Verona potranno allungarsi e restringersi come un elastico in mano a un bambino ma il fatto che nessuno dei velocisti è vicino in classifica riduce le possibilità che il gioco degli abbuoni possa spingere uno sprinter a insidiare lo sloveno.

Il Giro 2019, con un tono “old school” non presenta grandi salite sino alla seconda settimana e ciò comporterà che gli altri candidati al podio staranno molto abbottonati. La prima tappa veramente impegnativa come difficoltà altimetriche arriverà nella 13esima frazione ma prima ci sarà un’altra prova a cronometro alla nona tappa che potrebbe ulteriormente premiare il buon Primoz.

Chiaramente l’obiettivo della Jumbo-Visma è quello di indossare la rosa a Verona, poco importa se Primoz Roglic dovesse togliersi la maglia a patto di non perderla a favore di avversari diretta per la vittoria finale.

Addy Engels, direttore sportivo di Jumbo-Visma ha spiegato:

“tenere la maglia per tutte le tappe non è un obiettivo, quello che vogliamo è averla a fine gara. Oltretutto non abbiamo il controllo completo della corsa perché l’importante è non perdere tempo nei confronti dei rivali”.

Se quello ti conservare la maglia non è un obiettivo né del team né del corridore c’è il percorso a giocare a favore di che questo accada.

A parte una caduta o qualche problema fisico, l’unico ostacolo da qui alla cronometro di San Marino potrebbe venire esclusivamente da una fuga. I rivali di Roglic dal canto loro sanno che ogni giorno in maglia rosa vuol dire energie fisiche e mentali spese e tutto sommato non disdegnano che lo sloveno debba difenderla (senza guadagnare secondi) per più tappe. A supporto del team Jumbo-Visma possono arrivare le formazioni dei velocisti che sono interessate a tenere la corsa unita per giocare le proprie carte in volata.

 

I grandi vincitori del tour come Chris Froome o Vincenzo Nibali sono abituati allo stress della leadership mentre Primoz non ha mai condotto una corsa come favorito designato per tre lunghe settimane.

Matt White direttore sportivo di Mitchelton-Scott non nasconde che questa situazione può pesare sullo sloveno: “non sarebbe male, la maglia rosa comporta un’ora di impegno extra ogni giorno tra podio, interviste e premiazioni varie. Però quello che conta è avere la rosa a Verona”.

Solo quattro atleti hanno vinto il Giro (l’ultimo a riuscirci fu Gianni Bugno nel 1990) tenendo la maglia rosa dall’inizio alla fine e con ogni probabilità il Giro 2019 non andrà nello stesso modo.

Franco Chioccioli chi è Coppino re del Giro 91

Franco Chioccioli e il suo Giro D’Italia 1991

Franco Chioccioli ciclista toscano soprannominato “coppino” per la somiglianza con Fausto Coppi, tra mille vicissitudini conquista il Giro d’Italia 1991

Franco Chioccioli

Franco Chioccioli

Franco Chioccioli nasce a Castelfranco di Sopra il  25 agosto 1959 e diventa professionista nel 1982 tra le fila della Selle Italia. Accreditato dagli addetti ai lavori come uno dei talenti emergenti del ciclismo italiano, Franco colpisce la fantasia degli appassionati anche per una incredibile somiglianza con Fausto Coppi, morto nel gennaio del 1962 ma mai uscito dal cuore degli italiani.

Nella sua stagione di debutto, Coppino conquista due splendidi secondi posti al Giro dell’Appennino e a quello dell’Etna. Dopo la stagione di apprendistato, Chioccioli comincia a cambiare team con una frequenza impressionante squadre (Vivi-Benotto, Murella-Rossin, Maggi Mobili-Fanini, Ecoflam-Jollyscarpe-BFB, Gis Gelati-Jollyscarpe) prima di approdare alla Del Tongo nel 1988 per restarci 4 stagioni.

Dotato di ottime doti di scalatore, “Coppino” Chioccioli vince nel 1984 la Coppa Agostoni e il Giro del Trentino, l’anno successivo trionfa al Giro del Friuli mentre nel 1986 vince una tappa al Tour de Suisse.

Il rapporto tra Coppino e il Giro è per anni controverso nel 1985 chiude al nono posto in generale vincendo una tappa, nel 1986 scala tre posti e chiude al sesto posto conquistando anche questa volta una tappa.

 

Franco Chioccioli e la tappa del Gavia

Il 4 giugno 1988 Franco “Coppino” Chioccioli indossa la maglia rosa segno del primato in attesa, il giorno seguente, di scalare il Gavia. Il giorno seguente è quello della “Tappa del Gavia”, giornata da tregenda con corridori dispersi, ghiacciati.

Alla partenza da Chiesa in Valmalenco, Chioccioli è in maglia rosa (conquistata nella tappa di Selvino) con un vantaggio di 33 secondi di su Zimmerman e 55 su Visentini

Coppino è il capitano della Del Tongo, leader della corsa e a tutti i costi vuole mantenere la maglia ma il team non ha fatto i conti con il meteo. Franco parte con l’equipaggiamento estivo del resto siamo a giugno. Il meteo lo tradisce e il Gavia si trasforma in un inferno di ghiaccio.

Chioccioli, come tanti colleghi, è vittima del freddo, sviene all’arrivo, si rimette a fatica in piedi e comprende di aver perso il treno della vita. Ha tagliato il traguardo con oltre 5 minuti di ritardo da Breukink (Visentini, arrivato dopo 30’54”,  Saronni, a 31’30”) e deve cedere la rosa.

“Mi hanno rubato il Giro. Ho chiesto cinque volte un cappello ma ho dovuto fare tutta la discesa con una mano sulla fronte, per proteggermi dalla neve. Mi si è ghiacciata la mano destra. La corsa andava fermata al Gavia. Tutto quello che è avvenuto dopo è stato frutto dell’incoscienza dei ciclisti, non definiamola una corsa!” urla la sua rabbia Coppino.

Franco Chioccioli il Giro 1991

Il 1990 è l’anno del dominio di Gianni Bugno e Franco chiude sesto in generale. E’ il 1991 l’anno d’oro di Chioccioli, alle soglie dei 32 anni riesce finalmente a vincere il Giro battendo il favorito della vigilia Claudio Chiappucci. Per avere la meglio su “El Diablo”, Coppino attacca, scatta, spende energie enormi anche quando indossa saldamente la maglia rosa. Le immagini della Rai ci consegnano Franco Chioccioli curvo sulla bicicletta, andare a tutto con quel naso, quello sguardo e quei lineamenti che ricordano tremendamente Fausto Coppi e ne consacrano il soprannome di Coppino.

Franco ha trentun anni e le spalle larghe che portano il peso della terribile giornata del Gavia dell’88 quando il destino gli ha sottratto la maglia rosa. Ha visto trionfare e gioire Fignon e Bugno e ora si prende la sua gloria vincendo anche tre tappe e portando la maglia rosa per diciannove tappe su ventuno, lasciando, da vero campione, la vittoria a Marino Lajarreta nella salita verso Scanno.

L’anno successivo arriva terzo nella Corsa Rosa alle spalle di Miguelon Induráin e Claudio Chiappucci, conquistando un’altra vittoria di tappa.

Conclude la carriera alla fine nel 1994 indossando la maglia della Mercatone Uno. Chioccioli ha corso 13 stagioni da professionista prendendo parte ad altrettanti Giri d’Italia vincendo sette tappe e indossando la maglia rosa per 22 giorni.

 

Gli italiani al Tour de France, recensione del libro

Gli italiani al Tour de France di Giacomo Pellizzari

Gli italiani al Tour de France scritto da Giacomo Pellizzari, un libro che ripercorre le gesta dei nostri atleti nella corsa più famosa al mondo

Gli italiani al Tour de France

Gli italiani al Tour de France

Gli italiani al Tour de France è un libro scritto dalle sapienti mani di Giacomo Pellizzari (che abbiamo avuto il piacere di intervistare lo scorso anno in occasione dell’uscita di Storia e geografia del Giro d’Italia) ed edito da UTET.

Storicamente la Grande Boucle è la corsa più ambita dai ciclisti di tutto il mondo, un evento che per popolarità è secondo solo ai Mondiali di Calcio e ai Giochi Olimpici. La dicotomia tra Tour e Giro è nota a tutti gli amanti del ciclismo. La corsa rosa è quasi una festa popolare (anche se negli ultimi anni l’organizzazione sta facendo passi da giganti) mentre, anche un po per lo sciovinismo francese, la corsa in giallo ha da sempre i crismi dell’evento pubblicizzato e pompato.

La rivalità che negli anni ha diviso italiani e francesi nel tifo per i propri atleti ha aiutato a generare il mito del Tour de France tra i ciclisti tricolori tanto da essere cantati “… e i francesi ancor si incazzano”.

Tante storie di corridori italiani si sono intrecciate nel corso degli anni con la Grande Boucle, dalle più belle alle più drammatiche. Dalla prima vittoria tricolore data 1924 con Ottavio Bottecchia all’ultima di Vincenzo Nibali, da Fausto Coppi a Gino Bartali è stato un susseguirsi di emozioni. Dalla rivalità tra Gianni Bugno e Claudio Chiappucci che forse favorì Miguel Indurain alla storica accoppiata Giro-Tour di Marco Pantani del 1998, il libro ripercorre come in fotogrammi attimi diventati storici.

Non può magare un ricordo dell’indimenticato e indimenticabile Fabio Casartelli tragicamente morto per una terribile caduta nella discesa dal Portet d’Aspet

Gli italiani al Tour de France  è il racconto di un grande viaggio (anzi di 104 grandi viaggi) alla caccia di un sogno tra polvere, fatica, lotte, delusioni amarezze e tante gioie che, dai periodi del ciclismo pionieristico ed epico ad oggi, da sempre affascina i ciclisti di tutto il mondo.

 

Mangiare, Bere e Pedalare di Beppe Conti: recensione

Mangiare, Bere e Pedalare la nostra recensione del libro

Mangiare, Bere e Pedalare un libro in cui si intrecciano storie di ciclismo, amicizia e buon cibo. Un Giro d’Italia enogastronomico scritto dal grandissimo Beppe Conti

Mangiare, Bere e Pedalare

Mangiare, Bere e Pedalare

Mangiare, Bere e Pedalare non è solamente un libro sul cibo o sul ciclismo, è un intreccio di momenti, di ricordi scritto da Beppe Conti ed edito da Graphot con prefazione di Angelo Striuli Spesso chi segue una corsa ciclistica sa bene che il pranzo è un momento da consumare velocemente, senza quasi godersi il cibo per poi ripartire in auto o in moto a seguire i corridori ma è altrettanto vero che il ciclismo e la buona tavola spesso vanno di pari passo in nottate epiche a raccontare aneddoti e storie di campioni passati e presenti accompagnati da buon cibo e buon vino.

Il libro, invece, parla di buona cucina. Buona cucina fatta all’interno di locali che intrecciano la loro esistenza con quella di grandi campioni del ciclismo. Locali in cui sono accaduti fatti degni di nota, locali dove si sono fermati a pranzare campioni degni di essere ricordati o dove lo spesso “oste” è un ex ciclista.

Mangiare, Bere e Pedalare parte nel suo racconto dalla città del Campionissimo, Castellania, esplorando le zone care a Fausto Coppi, l’Alessandrino e il Piemonte. Nel libro si unisce la buona tavola a ricordi di campioni da Hinault a Merckx da Bugno a Chiappucci, da Moser a Saronni dagli indimenticabili Marco Pantani e Michele Scarponi a Fabio Aru e Vincenzo Nibali.

Un libro da non perdere per gli amanti delle curiosità legate al ciclismo e per chi ama provare le emozioni della tavola in posti sparpagliati qua e la per lo stivale con il comune denominatore dell’amore per il ciclismo.

 

  • Editore: Graphot
  • Anno edizione: 2018
  • In commercio dal: 24/04/2018
  • Pagine: 176 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788899781262

 

Giro delle Fiandre le vittorie tricolori

Giro delle Fiandre: 101 edizioni e dieci vittorie azzurre

Giro delle Fiandre una delle corse più spettacolari del panorama mondiale in 101 edizioni ha visto 10 trionfi italiani: ripercorriamoli da Magni a Ballan

Giro delle Fiandre: Fiorenzo Magni

Giro delle Fiandre: Fiorenzo Magni

Giro delle Fiandre è giunto alla sua edizione 101 incrementando di annata in annata il suo fascino fatto di sofferenza e polvere. Corsa storicamente ostica per i nostri colori, solo circa il 10% delle volte si è realizzato un trionfo italiano.

Il primo alloro italiano è data 1949 dopo ben 36 anni dalla prima edizione del Giro delle Fiandre, a vincere fu il mitico Fiorenzo Magni. Magni  si impose poi per le tre edizioni consecutive, un’impresa assolutamente incredibile, che nessuno è riuscito mai più a replicare.  La serie incredibile di trionfi valse a Fiorenzo l’appellativo di Leone delle Fiandre.

Dopo 16 anni (1967) arrivò Dino Zandegu a riportare il Giro delle Fiandre in Italia, conquistando così la vittoria più importante della sua carriera.

Nel 1990 fu la volta di Moreno Argentin che nello zenith della sua carriera professionale dopo aver dominato nelle Classiche delle Ardenne, riuscì ad imporsi anche sul pavé, battendo in una volata a due il belga Rudy Dhaenens.

Nel 1994 fu la volta del due volte Campione del Mondo Gianni Bugno a trionfare. Due anni dopo ecco che ad alzare le braccia fu Michele Bartoli, davanti al compagno di squadra Fabio Baldato.

Nel 2001 ecco il trionfo di Gianluca Bortolami, che regolò allo sprint un gruppetto di otto corridori trovando un inaspettato successo al fotofinish per davvero pochissimi di millimetri.

L’anno seguente ecco che ad importi fu Andrea Tafi che, grazie ad una azione solitaria partita ai meno 4 chilometri dall’arrivo, riuscì a raggiungere l’arrivo tutto solo.

L’ultimno successo italiano arriva 2007 per merito del futuro campione del Mondo di Varese 2008, Alessandro Ballan. L’atleta della Lampre si involò su mitico Muro di Grammont con un grande scatto, seguito a ruota dal belga Leif Hoste. I due si andarono a giocare così la vittoria allo sprint, ad avere la meglio fu il nostro atleta in un avvincente fotofinish.

 

Riccardo Clementi autore di Un Pirata in Cielo

Riccardo Clementi intervista con l’autore dello splendido libro su Marco Pantani

Riccardo Clementi intervista all’autore di Un Pirata in Cielo uno splendido libro che ripercorre le vittorie di Marco Pantani

Riccardo Clementi

Riccardo Clementi

Riccardo Clementi, nato il 27 dicembre 1982 a Fiesole e vive a Pontassieve, è un giovane giornalista amate di ciclismo e di Marco Pantani. Di recente ha scritto uno splendido libro che ripercorre le vittorie del Pirata di cui vi abbiamo proposto la nostra recensione.

Ciao Riccardo, grazie per la questa intervista, ci racconti come è nata l’idea di un libro su Marco Pantani?

Ciao ragazzi, grazie a voi per lo spazio che mi concedete. Come è nata l’idea di un libro su Marco Pantani? Quando Pantani esordì nei professionisti, avevo 11 anni. Già dalle prime vittorie rimasi affascinato da quel ragazzo piccolo e agile che in sella alla bici volava leggiadro verso le vette, facendo il vuoto dietro di sé. Un amore che da tifoso mi ha accompagnato fino alla tragica morte di Marco e e che è rimasto intatto anche dopo. Crescendo, sono diventato giornalista e ho maturato l’idea che, attraverso gli strumenti della mia professione, fosse giusto rendere onore a un campione fuori dal normale, capace di regalare emozioni indescrivibili a milioni di sportivi. Qualche mese fa l’idea è diventata progetto e, grazie alla disponibilità e all’attenzione dell’editore Gianluca Iuorio di Urbone Publishing, ho potuto concretizzarla.

Il 14, numero ricorrente nella vita del Pirata, quale delle 14 vittorie che hai raccontato ti resta più nel cuore?

Il libro ruota tutto in intorno al numero 14. 14 come il numero di tappa della prima vittoria al Giro ‘94, 14 come i successi di tappa in solitario prima del 5 giugno 1999, 14 come il giorno di San Valentino in cui Pantani se n’è andato per sempre, 14 come gli anni che in questo 2018 sono trascorsi da quel triste giorno del 2004. Potremmo dire anche 14 come le tappe di una sorta di via Crucis umana e laica alla ricerca di un infinito che l’anima sensibile e combattuta di Pantani ha cercato ed annusato in terra, lassù sulle sue montagne, ma che forse non è riuscito a trovare. In questo viaggio più unico che raro, sportivo ma anche umano, ognuna delle 14 vittorie di tappa è nel mio cuore di tifoso e oggi, per altri aspetti, anche di giornalista. Certo, se pensiamo a Plan di Montecampione, che gli consegnò il Giro ‘98, o alle Deux Alpes, dove nello stesso anno conquistò la storica maglia gialla che portò fino a Parigi, ma anche all’incredibile rimonta di Oropa nel ‘99, proviamo brividi forse più acuti. Ma, lo ripeto, ogni vittoria di tappa, dalle prime di Merano e Aprica passando per Guzet-Neige, l’Alpe d’Huez e Morzine fino a Madonna di Campiglio, rivela qualcosa di nuovo e di diverso su Pantani ed è bello rivederle una alla volta, assaporarle, rivisitarle per scoprire l’uomo e il campione.

 

 La storia di Marco è un esempio di come i media abbiano “usato” e poi gettato il Pirata e in generale le star dello sport?

Credo che la realtà sia più complessa, nel senso che quando avvengono queste cose non c’è mai un solo soggetto ad innescare un meccanismo. Ciò che è accaduto a Pantani è molto strano è ancora oggi per certi aspetti misterioso, da queste vicende sono nati processi mediatici ma non solo. Qualcosa si è rotto nella testa di Marco, perché lui si sentiva “fregato” e non riusciva a dimostrarlo. Non solo nel mainstream mediatico ma anche nel suo mondo e tra la gente. E anche se in tanti continuavano ancora ad amarlo, lui non era capace di superare questa umiliazione da cui si sentiva schiacciato. Credo sia andata più o meno così, ma la vicenda umana è così delicata e degna di rispetto che non mi pronuncio oltre. Nel libro, infatti, ho cercato proprio di attenermi ai fatti sportivi, ovviamente commentandoli, senza però avventurarmi lungo i pendii dei giudizi.

C’è quella sua famosa frase in cui Marco Pantani disse: “Vado così forte in salita per abbreviare la mia agonia. Che idea ti sei fatto di questa affermazione

Un’idea meravigliosa, un concetto che fa capire che nell’andare in bicicletta di Marco Pantani c’è del filosofico. Una battaglia interiore. Un dialogo profondo tra l’uomo e il creato. Era questo, oltre alle sue ineguagliabili doti atletiche, che rendeva Pantani così speciale e diverso dagli altri.

Marco è stato un fenomeno mediatico del ciclismo, pensi che in futuro ci possa essere un altro ciclista in grado di appassionare a tal modo il pubblico?

Nello sport può accadere di tutto e quando meno ci si aspetta. In questa epoca credo però che sia difficile rivedere uno come Marco Pantani.

Che rapporto hai con lo sport e come è nata la tua passione per il ciclismo?

Ho un bel rapporto con lo sport, perché lo sport è vita, passione, gioia. Spesso noi umani proviamo a rovinarlo, ma lui, lo sport, continua ad essere elemento di unità, di dialogo e di incontro tra bambini e popoli. Ho praticato calcio fin da piccolo, sono tifoso della Juventus anche se risiedo in terra fiorentina e su questa storia ho scritto pure un libro nel tentativo di sdrammatizzare una rivalità che dovrebbe essere solo sportiva. Ma, oltre al calcio, ho sempre amato il ciclismo, il basket, il tennis, l’atletica, un po’ tutto insomma. Quando vidi Pantani fare quei numeri in bici, chiesi a mio babbo di regalarmi una bicicletta da corsa e lui esaudì il mio desiderio. Da lì sono sempre andato in bici per passione con i miei amici per i nostri colli della Valdisieve, in provincia di Firenze, dove vivo. Nell’estate 2004 con il mio amico Daniele abbiamo pedalato fino alla tomba di Pantani, poi fino a Santiago De Compostela e l’anno dopo siamo arrivati a Colonia per la Giornata Mondiale della Gioventù. Sono state bellissime esperienze di vita, che hanno segnato la mia giovinezza e la mia crescita e su cui ho scritto anche due piccoli libri “Quando una pedalata ti cambia la vita – Due pontassievesi in sella verso Santiago” e “Noi. Pellegrini del nuovo millennio – Due pontassievesi in sella verso Colonia”.

 

C’è un altro ciclista a cui Riccardo Clementi dedicherebbe una sua nuova opera?

Da piccolo ho tifato anche Gianni Bugno e Claudio Chiappucci, oggi provo grande ammirazione per Vincenzo  Nibali, campione vero. Ma no, non riuscirei a fare opere per nessun altro. Solo per Pantani sono stato in grado di trascorrere notti a studiare e a scrivere.

Colnago biciclette simbolo del ciclismo mondiale

Colnago da bottega a marchio planetario

Colnago una storia nata nel 1952 su impulso dell’ex ciclista Ernesto, che abbraccia campioni eterni come Eddy Merckx, Giuseppe Saronni

Colnago

Colnago

Colnago biciclette da sempre di qualità nasce dall’idea di Ernesto Colnago, uomo attento, classe 1932. Il piccolo Ernesto nel 1944 inizia a lavorare nell’officina di Dante Fumagalli, dove iniziò ad usare il cannello da saldatore. Due anni dopo Colnago si avvicinò al mondo del ciclismo ottenendo 13 vittorie in carriera.

Nel 1952, Ernesto Colnago dà vita ad una piccola bottega artigiana specializzata nella produzione di biciclette con sede a Cambiago (in provincia di Milano). In quel periodo Ernesto si divideva tra le corse e la produzione con interessanti successi in entrambe i campi.

Il 1956 fu l’anno del matrimonio con Vincenzina Ronchi (recentemente scomparsa) e l’anno successivo dalla produzione di Cambiago uscì la bicicletta che portò Gastone Nencini alla vittoria del Giro d’Italia. In quell’anno Colnago inventò anche la piegatura dei foderi delle forcelle a freddo.

Ernesto forte della sua competenza si impegnò a lungo come meccanico a supporto della nazionale italiana.

Ai Giochi Olimpici di Roma del 1960 , Luigi Arienti vinse la medaglia d’oro dell’inseguimento a squadre con una bici Colnago.

Nel 1969 l’azienda introdusse le congiunzioni in microfusione, molto più resistenti di quelle fino ad allora esistenti

Colnago: il Logo

Colnago: il Logo

cambiando radicalmente il modo di produrre telai.

Il 1970 è un anno importante per l’azienda che assume l’asso di fiori come logo che ormai è mondialmente riconosciuto come eccellenza nella produzione ciclistica.

La volontà di crescita del know how aziendale porta alla creazione della bicicletta per il record dell’ora di Eddy Merckx, è il 1972 e con un immane lavoro di ricerca sui materiali prende vita un modello che, grazie a tubazioni speciali, componenti estremamente alleggeriti e al genio di Ernesto Colnago, arriva a pesare solamente 5.500 grammi.

La volontà innovativa ed evolutiva del patron, porta il nome Colnago ad essere associato come sponsor di una squadra professionistica ed in particolare a quello di Giuseppe Saronni. Il legame tra Beppe ed Ernesto diventerà talmente solido da perdurare ancora oggi con la fornitura delle biciclette al team UAE Abu Dhabi.
Nel 1979, Ernesto Colnago produce una bicicletta speciale, laminata in oro, che nell’agosto di quell’anno verrà consegnata direttamente nelle mani del Santo Padre Woityla

Gli anni 80 sono un periodo di grandi investimenti aziendali in ricerca e sviluppo su materiali e progetti, nel 1986 inizia la parte una fruttuosa collaborazione con Ferrari che nel 1987 consente di dare la luce al la bicicletta Concept, con tubi in fibra di carbonio, ruote composite a tre raggi e cambio inglobato nella corona. Proprio l’introduzione del carbonio sarà uno dei plus della produzione del marchio milanese.

Nel 1995 ecco che le prime bici in carbonio di Colnago debuttano alla Parigi-Roubaix, l’inferno del Nord tra fango e pavè. Il patron Giorgio Squinzi è preoccupato che i modelli non reggano allo stress della corsa, lo stesso Ernesto iniziò a temere ma quando Franco Ballerini uscì da una nuvola di polvere per entrare nel velodromo più famoso al mondo la gioia fu totale.

Ernesto Colnago è stato nella sua carriera anche promotore di importanti eventi ciclistici: nel 2002 la cronometro decisiva per l’assegnazione del Giro d’Italia prese il via proprio a Cambiago dallo stabilimento della casa produttrice.

Oggi Colnago produce più di 15 mila gioielli all’anno che girano il mondo e sono uno dei biglietti da visita del «made in Italy»

Con le sue biciclette hanno corso, vinto e a scritto pagine memorabili di storia del ciclismo, campioni del calibro di Fiorenzo Magni, Gastone Nencini, Eddy Merckx, Giuseppe Saronni, Gianni Motta, Gibì Baronchelli, Michele Dancelli, Gianni Bugno, Oscar Freire, Johan Museeuw, Tony Rominger, Pavel Tonkov, Yaroslaw Popovych, Erik Zabel e Alessandro Petacchi.

Gianluigi Stanga: ciclismo malato non da buttare

Gianluigi Stanga: questo ciclismo è malato ma non tutto è da cancellare

Gianluigi Stanga, ex manager dello sport, ora lavora per GLS Enterprise ma non si dimentica del ciclismo: sport malato ma non tutto è da buttare

Gianluigi Stanga

Gianluigi Stanga

Gianluigi Stanga, dopo trent’anni da manager nel ciclismo, attualmente collabora come responsabile per l’Italia delle sponsorizzazioni del gruppo internazionale GLS Enterprise, corriere espresso che fa capo a Royal Mail, le poste inglesi, e ha 150 sedi in Italia.

Il suo impegno nelle sponsorship a tema sportivo è a 360 gradi: “lavoro nel calcio con Atalanta, Bologna, Fiorentina, Torino e Lazio, e abbiamo fatto un accordo con la Lega di serie B per l’ospitalità in tutti gli stadi. Poi ci sono Basket, Vollwy e Golf, ho portato il marchio anche nel ciclismo alla Milano-Sanremo, Lombardia e da ormai tre anni il via della  Milano-Torino è dalla sede GLS. Dallo scorso anno collaboriamo con il Giro d’Italia Under 23.

“Il calcio si vende più facilmente, ha un orario certo e tanto appeal per gli sponsor” ha dichiarato Gianluigi Stanga ai colleghi di tuttobiciweb che mantiene nel DNA tutta la sua passione per il ciclismo: “i problemi sono davvero molti, assurda è la vicenda dei motorino o quello che è accaduto a Lucca, siamo lontani da risolvere i mali di questo sport”.

Gianluigi Stanga, persona attenta e oculata fa un quadro completo del movimento: “Un problema sono i genitori che hanno un problema culturale evidente, lo sport è un modo per crescere non per arrivare, la vicenda di Lucca è sconvolgente”. Ma ad alto livello quale è stato il punto di rottura? ” Quando è stato concepito il Pro Tour l’obiettivo era selezionare le corse migliori, i team migliori e i corridori migliori ottenendo compensi per i diritti Tv. Quando Patrice Clerc, che era il presidente dell’ASO, quando capì che avrebbe dovuto rinunciare a qualcosa in favore delle squadre si mise di traverso e tutto è saltato. L’attuale globalizzazione del ciclismo costringe i team ad avere 25-30 atleti in roster oltre che a personale e mezzi. La storia non si crea in un giorno se la Roubaix ci ha messo 100 anni per diventare stoica, non possiamo pensare che le nuove corse prendano subito l’interesse del pubblico”.

Un altro argomento scottante nel mondo del ciclismo è il caso FroomeGianluigi Stanga non si sottrae ad un commento: “Questa vicenda l’ho vissuta con Petacchi, le stesse cose che abbiamo detto noi dieci anni fa, adesso stanno cercando di provarle gli esperti di Froome, esattamente le stesse. Credo che dopo questa vicenda la Wada dovrà rivedere il protocollo, ma nello stesso tempo non credo che Froome possa cavarsela senza danni”.

Gianluigi Stanga ha avuto sotto la sua ala protettrice grandi campioni come Gianni Bugno, Laurant Fignon, Francesco Moser e Richard Virenque ma l’idea di tornare nel circus delle due ruote non lo stuzzica più di tanto: “ormai girano cifre esagerate e non è facile trovare i budget per fare squadre competitive. Non so se sia possibile tornare indietro ma si potrebbe pensarci ma scelte come la diminuzione dei corridori al via nei grandi giri non risolvono i problemi. Detto questo piangersi addosso non serve a nulla, bisogna impegnarsi e le cose possono migliorare”.

Un ultimo pensiero Gianluigi Stanga lo rivolge ai nostri giovani atleti: “ci sono giovani davvero bravi, Villella è uno da cui mi aspetto molto, vedo bene Consonni, è un bel passista veloce. Poi c’è Gianni Moscon, ecco uno come lui in un mio team lo prenderei al volo, ha il carattere giusto per eccellere”.

 

Ciclismo le 50 migliori citazioni e aforismi

 

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Ciclismo le 50 migliori citazioni, aforismi e frasi celebri in una raccolta che va da Marco Pantani ad Eddy Merckx passando per Adriano De Zan

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Ciclismo le 50 migliori citazioni e aforismi? Ecco una raccolta di parole, pensieri, dichiarazioni che sono diventati un pezzo di storia delle due ruote e non solo.

Molti amanti delle due ruote o della cultura sono soliti riportare importanti citazioni in articoli, lettere o scritti. Ecco quelle che la nostra redazione ha selezionato.

Ciclismo le 50 migliori citazioni e aforismi di sempre – Da Pantani a De Zan

1 – La vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l’equilibrio devi muoverti. (Albert Einstein)
2 – Il socialismo può solo arrivare in bicicletta. (José Antonio Viera Gallo)
3 – Una bicicletta può ben valere una biblioteca. (Alfredo Oriani)
4 – La bicicletta siamo noi, che vinciamo lo spazio e il tempo: soli, senza nemmeno il contatto con la terra che le nostre ruote sfiorano appena. (Alfredo Oriani)
5 – La bicicletta somiglia, più che ad ogni altra macchina, all’aeroplano: essa riduce al minimo il contatto con la terra, e soltanto la sua umiltà le impedisce di volare. (Mauro Parrini)
6 – Il paradiso in terra non esiste, ma chi va in bicicletta ci arriverà comunque. (Mauro Parrini)
7 – Due amanti in bicicletta non attraversano la città, la trapassano come una nuvola, su pedali di vento. (Didier Tronchet)
8 – La simpatia che ispira la bicicletta deriva anche dal fatto che nessuna invasione è stata fatta in bicicletta. (Didier Tronchet)
9 – Praticare la cyclette, è come fare surf in una Jacuzzi. (Didier Tronchet)
10 – L’idea di una città in cui prevale la bicicletta non è pura fantasia (Marc Augé)
11 – Ogni volta che vedo un adulto in bicicletta penso che per la razza umana ci sia ancora speranza. (Herbert George Wells)
12 – La bicicletta è la più nobile invenzione dell’umanità. (William Saroyan)
13 – Niente è paragonabile al semplice piacere di un giro in bicicletta. (John Fitzgerald Kennedy)
14 – Quelli che vogliono controllare le proprie vite ed andare oltre un’esistenza come semplici clienti e consumatori, sono persone che vanno in bicicletta. (Wolfgang Sachs)
15 – Un giro in bicicletta è una fuga dalla tristezza. (James E. Starrs)
16 – Le biciclette sono catalizzatori sociali che attraggono una categoria di gente superiore. (Chip Brown)
17 – Camminare a me non va, in bicicletta vo’ meglio. È un mezzo meno faticoso. Fino a poco tempo fa pedalavo spesso, ricavandone equilibrio, voglia di fare e volontà. (Margherita Hack)
18 – Non si smette di pedalare quando si invecchia, si invecchia quando si smette di pedalare. (anonimo)
19 – La bicicletta è la trascrizione della energia in equilibrio, l’esaltazione dello slancio, l’immagine visibile del vento. Tendenzialmente vola; rade ma non tocca la terra. (Cesare Angelini)
20 – Un computer è come una bicicletta per le nostre menti. (Steve Jobs)
21 – Quando uno stacca tutti dalla ruota è uno spettacolo, è questo l’aspetto più bello del ciclismo. (Marco Pantani)
22 –  Saranno poco romantiche le gambe, ma nel ciclismo contano. (Gianni Mura)
23 – Il ciclismo da noi è uno degli sport più controllati e credibili in assoluto, questo va detto chiaramente.” (Gianni Bugno)
24 – Il ciclismo, per lungo tempo, è stato un dolce racconto mediatico che ha fatto leva sulla fantasia del narratore e di chi ne ha fruito (Adriano De Zan)
25 – Prima ancora di vincere o perdere, il ciclismo è rispondere “Presente!”. Io ci sono. (Francesco Moser)
26 – Merckx era talmente forte che quando tirava, per stargli a ruota dovevamo darci i cambi. (Francesco Moser)
27 – La maglia rosa, la maglia rosa, è quella cosa che mai non riposa. (Totò)
28 – Se puoi vincere, devi farlo! (Marco Pantani)
29 – Il ciclismo deve essere racconto, romanzo, ma non dell’orrore. (Gianni Bugno).
30 – Poche chiacchiere e menare (Felice Gimondi)
31 – Quando la strada sale non ti puoi nascondere (Eddy Merckx)
32 – La Montagna è solo per pochi (Marco Pantani)
33 – Dio c’è… ed è pelato (Uno striscione sul Mortirolo)
34 – Boxe e ciclismo, sport di poveri per poveri (Mario Fossati)
35 – La bicicletta non è un viluppo di metallo, un insieme inerte di leve e ruote. E’ arpa birmana. Sinfonia. Un dono della vita. Trasforma in musica storie di uomini. Anche tragedie (Claudio Gregori)
36 – Non si smette di pedalare quando si invecchia, si invecchia quando si smette di pedalare (Anonimo)
37 – La vita è come una bicicletta con dieci velocità. La maggior parte di noi ha marce che non userà mai (Charles Schulz)
38 – Ogni volta che vedo un adulto in bicicletta penso che per la razza umana ci sia ancora speranza (Herbert George Wells)
39 – La scoperta del mondo parte per me dalla bicicletta (Maurice de Vlamickx)
40 – In bicicletta si torna giovani e si diventa poeti (Renato Serra)
41 – La vita è come andare in bicicletta: se vuoi stare in equilibrio devi muoverti (Albert Einstein)
42 – Se avessi una figlia la metterei in sella perché impari ad affrontare la vita (Emile Zola)
43 – La bicicletta ha un’anima. Se si riesce ad amarla, vi darà emozioni che non dimenticherete mai. (Mario Cipollini)
44 – Il ciclismo è la fatica più sporca addosso alla gente più pulita (Giampaolo Ormezzano)
45 – Il Giro è una meravigliosa corsa umana. Il suo traguardo è la felicità. (Alfonso Gatto)
46 – Girardengo non lo si vedeva mai arrivare. Appariva di colpo. Come per un incanto era lì. (Mario Soldati)
47 – Sono uno dei pochi atleti che non si allena nemmeno con il frequenzimetro, un artigiano in mezzo a delle multinazionali. (Marco Pantani)
48 – Forato? Noi non si fora mai. (Gino Bartali)
49 – Se finirò al cimitero vi condurrò qualcuno alla mia ruota. (Jacques Anquetil)
50 – La fatica in montagna per me è poesia (Marco Pantani)

Gianni Bugno pretende chiarezza sul caso Froome

Gianni Bugno: “decisione rapide”!

Gianni Bugno, presidente del sindacato mondiale corridori, parla del caro Froome pretendendo chiarezza e rapidità di decisione ma a patto di non demonizzare il corridore

Gianni Bugno

Gianni Bugno

Gianni Bugno, presidente del sindacato mondiale corridori (Cpa), interviene sull’argomento del momento: la positività al doping di Chris Froome all’ultima edizione della Vuelta di Spagna.

La notizia, si sa, ha destabilizzato il mondo del ciclismo. Il corridore del Team Sky ha assunto il Salbutamolo, un composto che serve per ridurre il broncospasmo e gli attacchi di asma malattia, va detto, di cui soffre il britannico. La colpa di Froome sarebbe stata quella di eccedere nei quantitativi assunti.

Se la positività di Froome venisse tramutata in una squalifica, con molta probabilità sarebbe Vincenzo Nibali a vincerebbe la Vuelta di Spagna riscrivendo totalmente il podio con Ilunr Zakarin della Katusha Aplecin in seconda posizione e terzo Wilco Kelderman della Sunweb.

Gianni Bugno, in forza del suo ruoto vuole capire cosa sia effettivamente accaduto e pretende che i tempi di indagine siano molto brevi come raccontato a La Gazzetta dello Sport in una intervista a tutto tondo sulla vicenda che rischia di generare nuovo scetticismo sulla pulizia nel mondo delle due ruote.

Gianni Bugno: le parole alla Gazzetta

“Per la decisione sul caso Froome i tempi devono essere brevi. Non bisogna che si ripeta la vicenda Contador, che corse il Giro 2011, lo vinse e poi fu detronizzato. Ho sostenuto il nuovo presidente Uci, David Lappartient: credo in lui e ho fiducia che non ci saranno lungaggini eccessive. Io ammiro Froome, è un grande campione, fino a prova contraria credo nella sua buona fede. Non ha bisogno del Ventolin per vincere. Certo, se ha sbagliato verrà sanzionato, io non lo so, ma non va demonizzato in ogni caso”.