Generazione Peter Sagan di Giacomo Pellizzari, recensione

Generazione Peter Sagan di Giacomo Pellizzari

Generazione Peter Sagan di Giacomo Pellizzari non solo un libro sul ciclismo ma una analisi di come “Peto” abbia cambiato il ciclismo

Generazione Peter Sagan di Giacomo Pellizzari

Generazione Peter Sagan di Giacomo Pellizzari

Generazione Peter Sagan di Giacomo Pellizzari è un libro che ci è apparso subito speciale. E’ facile quando si scrive un libro intitolato ad uno sportivo “limitarsi” ad una biografia. L’opera di Pellizzari, invece, vuole essere una analisi su come il mondo del pedale sia cambiato nell’ultimo decennio, ovvero dall’avvento dell’era di Peto.

La bici insegna cos’è la fatica vero ma non solo, il ciclismo è prima di tutto passione e divertimento e Sagan incarna questa visione professionistica ma al contento scanzonata. La sua aria serena e rilassata anche in cima al un colle alpino, le sue impennate, il suo look hanno stravolto le regole di severità del ciclismo.

Peter è un professionista vero, un campione vero che ha saputo mantenere il suo stile “Rock and Roll” anche dopo aver raggiunto l’apice della popolarità. Sagan ha contribuito a far rialzare lo sport del pedale incupito da brutte vicende e personaggi “scolorti”.

Generazione Peter Sagan analizza come il ciclismo sia mutato tanto per i “pro” quanto per gli amatori con l’avvento dello slovacco che è entrato in gruppo e come un uragano ha stravolto le abitudini ingessate, le interviste preconfezionate e l’aria generale. Il ciclismo è cosa seria? Vero ma è gioia, è energia e Sagan quell’energia l’ha canalizzate e spinta verso il pubblico che ha trovato un modello in grado di suscitare la passione.

Andare alle Olimpiadi per la prova di mountain bike invece che per quella su strada (troppo noiosa) può sembrare dissacratorio ma forse, per un’intera generazione che ricorda la spensieratezza di quando si pedalava su una “Saltafoss”, proprio questo spirito fa amare Peter Sagan.

 

Se cercate un libro di statistiche e tecnica andate oltre ma se volete la passione profonda, la veracità che lo slovacco ha introdotto in gruppo non perdete lo spirito rock di Generazione Peter Sagan di Giacomo Pellizzari, edito da 66thand2nd casa editrice fondata a Roma nel 2008, una vera chicca ricca di particolari.

Gli italiani al Tour de France, recensione del libro

Gli italiani al Tour de France di Giacomo Pellizzari

Gli italiani al Tour de France scritto da Giacomo Pellizzari, un libro che ripercorre le gesta dei nostri atleti nella corsa più famosa al mondo

Gli italiani al Tour de France

Gli italiani al Tour de France

Gli italiani al Tour de France è un libro scritto dalle sapienti mani di Giacomo Pellizzari (che abbiamo avuto il piacere di intervistare lo scorso anno in occasione dell’uscita di Storia e geografia del Giro d’Italia) ed edito da UTET.

Storicamente la Grande Boucle è la corsa più ambita dai ciclisti di tutto il mondo, un evento che per popolarità è secondo solo ai Mondiali di Calcio e ai Giochi Olimpici. La dicotomia tra Tour e Giro è nota a tutti gli amanti del ciclismo. La corsa rosa è quasi una festa popolare (anche se negli ultimi anni l’organizzazione sta facendo passi da giganti) mentre, anche un po per lo sciovinismo francese, la corsa in giallo ha da sempre i crismi dell’evento pubblicizzato e pompato.

La rivalità che negli anni ha diviso italiani e francesi nel tifo per i propri atleti ha aiutato a generare il mito del Tour de France tra i ciclisti tricolori tanto da essere cantati “… e i francesi ancor si incazzano”.

Tante storie di corridori italiani si sono intrecciate nel corso degli anni con la Grande Boucle, dalle più belle alle più drammatiche. Dalla prima vittoria tricolore data 1924 con Ottavio Bottecchia all’ultima di Vincenzo Nibali, da Fausto Coppi a Gino Bartali è stato un susseguirsi di emozioni. Dalla rivalità tra Gianni Bugno e Claudio Chiappucci che forse favorì Miguel Indurain alla storica accoppiata Giro-Tour di Marco Pantani del 1998, il libro ripercorre come in fotogrammi attimi diventati storici.

Non può magare un ricordo dell’indimenticato e indimenticabile Fabio Casartelli tragicamente morto per una terribile caduta nella discesa dal Portet d’Aspet

Gli italiani al Tour de France  è il racconto di un grande viaggio (anzi di 104 grandi viaggi) alla caccia di un sogno tra polvere, fatica, lotte, delusioni amarezze e tante gioie che, dai periodi del ciclismo pionieristico ed epico ad oggi, da sempre affascina i ciclisti di tutto il mondo.

 

Intervista a Giacomo Pellizzari

E’ un grande piacere ospitare Giacomo Pellizzari autore di “Storia e geografia del Giro d’Italia” edito da UTET. Giacomo è stato direttore editoriale di Bike Channel, il canale di Sky dedicato al mondo a due ruote, riuscendo a trasformare la sua grande passione in un lavoro. Oggi è consulente di comunicazione ed è socio di Upcycle, il primo bike cafè restaurant d’Italia.

Ciao Giacomo, il tuo curriculum lo dice chiaramente, sei un grande amante del ciclismo, come è nata questa tua passione, immagino fin da piccolissimo?

Giacomo Pellizzari autore di “Storia e geografia del Giro d’Italia”

 

In modo abbastanza semplice e lineare, direi: un giorno mia moglie mi porta da Decathlon e mi dice, guardando una bicicletta da corsa “Secondo me sarebbe uno di quegli sport che a te vengono bene”. Non sapeva a cosa andava incontro.

Aneddoti a parte, seguo il ciclismo, quello professionistico. fin da quando ero bambino. Durante il Giro la TV di casa era sempre accesa: ho visto Moser, Saronni, Hinault, Bugno, Chiappucci, Pantani, Contador, Nibali, Aru. La cosa più bella del Giro è il periodo in cui si svolge, credo: maggio. Il mese in cui l’Italia rifiorisce, siamo nel pieno della primavera. La natura esplode, i colori sono accesi come non mai, e non esiste periodo – e modo migliori – per scoprire l’Italia, il paese più bello del mondo. Basta anche solo accendere la tv ogni pomeriggio e sintonizzarsi sulla diretta: va in onda uno straordinario documentario geografico sul Bel Paese. Il più bello di sempre. Lo farei vedere nelle scuole.

 

Sei da sempre vicino al mondo delle due ruote, come si è modificato il ciclismo negli ultimi anni? Sia da un punto di vista tecnico che emozionale.

È diventato meno spettacolare forse. La lotta al doping ha di fatto prodotto dei risultati, anche a scapito dello spettacolo, ma questo credo sia un bene e comunque anche da questo punto di vista c’è ancora moltissimo, credo, da fare. Il livello dei ciclisti è diventato più “umano”. Meno VAM impossibili, meno prestazioni da lasciare sulla poltrona basiti. Ma anche, quindi, meno azioni emozionanti, meno campioni che scardinano d’improvviso la corsa. Più strategia, più attenzione, a volte, c’è da ammetterlo (Vedi il Tour de France del 2016), anche più noia.

 

La copertina di “Storia e geografia del Giro d’Italia”

Nel tuo libro Storia e geografia del Giro d’Italia percorri, in un ipotetico Giro d’Italia, vent’un storie legate alla corsa rosa, chi è stato o chi sono stati i ciclisti che più ami o hai amato?

Marco Pantani

Amato credo solo Marco Pantani. Mi ci identificavo: pesavo esattamente come lui ed ero alto esattamente come lui. La sua mi sembrava anche la mia rivincita sui compagni di scuola grandi e grossi. Vince quello piccolo, per una volta. Quello mingherlino. Gli altri stanno a guardare. Una bellezza. E poi il modo con cui vinceva. Scatti che non abbiamo mai più – ma io aggiungo nemmeno prima – visto. Aveva ragione Gianni Mura: Pantani era un fossile appartenente un’era lontana conservatosi fino a giorni nostri. Io credo il più grande scalatore di tutti i tempi. Però ormai Marco è mito, con tutti la retorica che ne consegue, a volte persino stucchevole. Dopo e prima di lui ci sono stati altri campioni che mi hanno colpito ed emozionato. Da bambino tifavo per Beppe Saronni (anche se ho molto amato anche Moser), anche se non era esattamente un corridore da “Giro”. Ma aveva uno scatto improvviso in volata che, anche in questo caso, non ho mai più visto a nessuno, almeno in Italia. Si pensi alla tremenda “fucilata di Goodwood”. Poi ho amato moltissimo Gianni Bugno, soprattutto per quel suo carattere, per quel suo modo di sminuirsi e di sfuggire sempre. Quasi fosse sempre altrove o volesse andarci al più presto. Ma pensate che corridore: ha vinto un Giro d’Italia indossando la maglia rosa dalla prima all’ultima tappa! Qualcosa di irripetibile. E quando vinse la Milano – Sanremo, con una fuga partita da lontano, tenendo la media oraria tutt’ora più alta di sempre nella storia della Classicissima, gli chiesero: Gianni, come diavolo hai fatto? “C’era vento a favore” ha risposto lui. Come non amarlo alla follia uno cosi? Oggi mi piace Vincenzo Nibali. È l’unico che ha ancora la capacità e la voglia di stupire, di “regalare qualcosa”. Quando pensi che sia finito, anzi proprio in quel momento, lui risorge. Ci ha regalato un Giro d’Italia 2016, da questo punto di vista, bellissimo e umanamente emozionante come pochi. Speriamo si ripeta.

Nel tuo libro scrivi: “Sembra paradossale, ma i veri protagonisti del Giro d’Italia non sono i corridori. Si scende in strada a vedere il Giro che passa, ma ciò che interessa davvero non sono i concorrenti, di cui magari ignoriamo anche il nome. Quello che affascina è piuttosto il fatto che lei, la corsa, pass proprio di li”. Credo che ognuno di noi che sia anche solo andato una volta a vedere una corsa ciclistica abbia quella sensazione di “esserci” di partecipare ad un rito di “comunione”, hai una tappa del giro a cui sei più legato, non per il risultato finale ma per il contesto in cui l’hai vissuta?

C’è sì una tappa che più mi ha emozionato, anche se non ero lì a vederla ma davanti alla tv. Avevo 21 anni. Si tratta della famosa Merano – Aprica del 5 giugno 1994 vinta da Pantani, la tappa che lo lanciò. Quello che mi colpì, al di là dell’impresa del Pirata, fu, guardandola poi negli anni, il modo con cui quel ciclista cambiò le sorti di quel luogo, il Mortirolo, e di quella salita. Prima di quel giorno non era che una mulattiera impervia, poi come per magia, grazie al suo passaggio e alla sua incredibile impresa, è diventata leggenda. È uno dei luoghi del mio libro.

 

Lo sport in generale si presta molto alla “poesia” il passato il ciclista era visto come un personaggio “romantico” un modello da seguire, gli anni novanta ci hanno lasciato uno sport con un’immagine rovinata, spesso i ciclisti sono stati additati come esempi negativi. Ora come credi che venga visto il ciclista nell’immaginario collettivo?

Oggi il ciclista nell’immaginario collettivo temo venga vista troppo spesso negativamente, come un “dopato” o comunque come un personaggio ambiguo. Spesso è stata colpa dei ciclisti stessi, innegabile ( si prenda Lance Armstrong su tutti), ma troppo spesso è anche diventato un luogo comune questo. Il ciclista fa sforzi e si sottopone ad allenamenti massacranti che in altri sport difficilmente si vedono. Credo meriti più rispetto.

E’ passato cosi poco che non possiamo parlare del grande Michele Scarponi. La sua scoparsa è stata un pugno nello stomaco per tutti, uno di quei cazzotti da knockout ma credo che Michele sarebbe il primo a dirci di sorridere anche di questa tragedia. Hai un ricordo dello Scarponi uomo che gradisci condividere con noi?

Michele Scarponi

Non ho avuto la fortuna di conoscere Michele Scarponi di persona, ma ho tanti ricordi associati a lui. Uno però in particolare: l’abbraccio fraterno con Vincenzo Nibali dopo il Giro conquistato soltanto un anno fa. Michele fu fondamentale in quella vittoria, di una generosità e di abnegazione quasi commoventi. Tutti se ne accorsero, e in quella splendida vittoria dello Squalo dello stretto, c’è un posto fondamentale per lui. In quell’abbraccio tra i due compagni c’era tutta l’essenza del ciclismo: sofferenza, capacità di mandare giù le critiche, voglia di rivincita e infine la gioia per averla ottenuta. Davvero magnifico. Michele oggi credo che rimarrà nell’immaginario di tutti come un eroe positivo. Ecco il prototipo del ciclista che merita rispetto e riconoscenza anche da chi non conosce (e forse non ama) questo sport.