Fausto Coppi, l’Uomo e il Campione la recensione

Fausto Coppi, l’Uomo e il Campione di Davide Pascutti

Fausto Coppi, l’Uomo e il Campione la recensione del fumetto di Davide Pascutti edito da BeccoGiallo

Fausto Coppi, l'Uomo e il Campione

Fausto Coppi, l’Uomo e il Campione

Fausto Coppi, l’Uomo e il Campione frutto del lavoro e della passione di Davide Pascutti e pubblicato dall’editore specializzato BeccoGiallo è un vero gioiello di grafica e di contenuti.

Qualche anno fa Gaetano Curreri e i suoi Stadio cantavano “chiedi chi erano i Beatles”, questo libro risponde alla domanda “chiedi chi era Fausto Coppi”. Per la nostra generazione, cresciuta senza internet e senza tablet, alla domanda “chi era Coppi” la risposta arrivava dai racconti dei nonni, ora peri più giovani può arrivare tramite un mezzo di comunicazione efficace come un fumetto.

Davide Pascutti riesce esprime con il suo modo di disegnare i tratti essenziali del Campionissimo e dei personaggi chiave della sua storia sportiva (e non solo). La storia che l’autore propone non è la classica biografia del personaggio ma è un reale spaccato dell’Uomo Coppi. Il fumetto evidenzia i tratti umani di Fausto, la sua essenza, dalle rivalità accesa all’amicizia con Gino Bartali (Beccogiallo ha prodotto un fumetto anche su Ginettaccio).

Il libro salta il “capitolo Dama Bianca” per lasciare spazio alla figura della moglie Bruna. Ampio spazio è dato al Tour de France del 1949 che è paradigmatico della carriera del campione di Castellania.

Particolare la parte finale del fumetto in cui Pascutti affianca il lettore nella genesi del libro stesso per meglio comprendere il tratto grafico e la scelta artistica degli spazi di storia raccontati. Il fumetto sul Campionissimo è stato anche tradotto e pubblicato in francese.

Questo fumetto può essere uno splendido modo per approcciare una storia spesso narrata ma a volte poco “digeribile” per il pubblico più giovane che potrebbe preferire al bianco e nero dei documentari su Fausto Coppi il tratto del disegno di Pascutti.

Gino Bartali a fumetti, recensione del libro

Gino Bartali a fumetti edito da Becco Giallo Editore

 Gino Bartali a fumetti di Andrea Laprovitera e Iacopo Vecchio edito da Becco Giallo ecco la nostra recensione del libro

Gino Bartali a fumetti

Gino Bartali a fumetti

Gino Bartali a fumetti non lo avevamo davvero mai visto e questa “novità” ci ha assolutamente entusiasmato. Le lotte epiche tra Ginettaccio e Fausto Coppi hanno infiammato i cuori dei nostri nonni che ci hanno narrato le gesta di questi due campioni. I due ciclisti più iconici di sempre sono stati raccontati su giornali, libri, serie televisive che ne hanno reso eterna la memoria.

L’uscita in libreria di questo fumetto dedicato a Gino Bartali cambia il modo di raccontare la storia di un campione mai troppo celebrato. Ci siamo immaginati giovani generazioni di studenti, intenti a prendere il treno o l’autobus per andare a scuola che, grazie all’opera di Andrea Laprovitera e Iacopo Vecchio possono imbattersi in una epopea ciclistica mondiale.

Il libro è piacevole, presenta fantastiche illustrazioni e riserva una carrellata assolutamente esaustiva e ben assemblata della vita del campione toscano. Ci siamo riscoperti adolescenti nel godere di un fumetto con la consapevolezza di un adulto che ama le due ruoto nel godere del racconto dell’incredibile vita di “Ginettaccio” Bartali.

Davvero complimenti ai due autori e alla Becco Giallo Editori che propone interessanti riletture in chiave “comics” della vita di Gino Bartali ma anche di tantissimi personaggi illustri.

 

Andrea Laprovitera
Nato a Orvieto nel 1971, scrittore e sceneggiatore di fumetti, ha pubblicato con Rizzoli Lizard (Il Treno, 2010), Tunué (Il Maestro nel 2008, Quartieri nel 2010, L’uomo che sfidò le stelle nel 2011), con la casa editrice francese Clair de Lune (Sonny & Sambo, 2009), Kappa Edizioni (Che notte quella notte, una vita swing, una biografia di Fred Buscaglione, nel 2012), Nicola Pesce (Il vecchio e il mare, 2016), Kleiner Flug (La linea d’ombra, 2017), Shockdom (Flop & Morgana, 2018).

Iacopo Vecchio
Nato a Pavia nel 1981, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Brera diplomandosi in Nuove Tecnologie per l’Arte, e successivamente la Scuola
del Fumetto di Milano. Illustratore e fumettista, ha pubblicato per Comma 22, Tunué, Round Robin e Hop Edizioni.

 

 

Maglia a Pois simbolo del Tour de France

Maglia a Pois uno degli emblemi della Grande Boucle

Maglia a Pois è uno dei simboli del Tour de France che identifica il miglior scalatore della corsa francese, ecco la storia di questo emblema

Maglia a Pois

Maglia a Pois

Maglia a Pois, uno dei grandi classici del Tour de France. Sicuramente la maglia più ambita e simbolica dopo il “Sacro Graal” della maglia gialla di leader della generale. I colori nel ciclismo hanno una funzione fondamentale, in quasi nessun altro sport il leader di una gara o il campione di una nazione (o del mondo) acquisiscono il diritto di competere con una maglia diversa. Questo, invece, avviene nel mondo del ciclismo da sempre.

Se per i leader della generale si tende a scegliere una maglia monocromatica, la gialla al Tour, la rosa al Giro e la rossa (prima color amarillo) alla Vuelta, per identificare il miglior scalatore la corsa più famosa al mondo, il Giro di Francia appunto, ha deciso di creare una maglia assolutamente originale.

Maglia a Pois nasce solo nel 1975!

Se la classifica della montagna fu inserita per la prima volta nel 1933, per vedere una maglia dedicata al leader della specialità bisogna arrivare al 1975. L’idea di premiare il miglior “grimpeur” della corsa francese nacque dalla indiscutibile capacità di Vicente Trueba, ciclista spagnolo, di affrontate le salite (la stessa abilità non era però presente nelle discese). Ad ogni modo l’allora direttore della corsa francese, Henri Desgrange, decise che il corridore in grado di transitare per primo sulle vette della corsa venisse premiato con un riconoscimento.

Inizialmente al primo a transitare sul GPM veniva attribuito un bonus in termini di tempo da far valere sulla classifica generale. Dopo qualche anno venne tolto il bonus ma l’organizzazione continuò a stilare una speciale classifica per i più abili scalatori della corsa.

Maglia a Pois tra Chocolat Poulain e montagne

Solo nel 1975, l’organizzazione decise di introdurre un segno distintivo per il leader della classifica della montagna. L’idea di griffare la divisa con dei pois rossi fu dell’allora sponsor di maglia la ditta produttrice di cioccolato Chocolat Poulain che voleva aumentare la visibilità del proprio marchio. Fino ad allora, il leader doveva accontentarsi di un punto rosso sulla sua divisa, poi i punti aumentarono creando una istrionica maglia ora simbolo nel mondo.

“Ci fu un dibattito sul colore”, ricorda Albert Bouvet, allora direttore della corsa “Ho immaginato una maglia che mostrava le alte vette del Tour de France come il Galibier dove era il monumento Henri-Desgrange (fondatore della gara) “.

Dopo essere arrivata sulla strada nel 1975, la maglia a pois divenne presto popolare, così che la Poulain, le cui scatole inizialmente avevano un cerchio blu su uno sfondo arancione, decise di modificare il packaging dei propri prodotti.

La maglia fu indossata per la prima volta dall’olandese Joop Zoetemelk il 27 giugno 1975, quasi inconsapevolmente. In cima alla modesta salita del Bomerée, all’uscita della città belga di Charleroi, Joop anticipò Eddy Merckx conquistando il diritto a vestire questa nuova e particolare divisa. Sul traguardo di Parigi fu il belga Lucien Van Impe a transitare con questa maglia che sarebbe diventata storica.

Maglia a Pois: Virenque e gli altri

La bellezza e il fascino della maglia “Maglia a Pois Rouge” divenne subito assoluto per gli scalatori, uno dei ciclisti francesi più amati della storia, Richard Virenque , è quasi identificato con questa maglia. Virenque, con sette successi, è infatti il corridore che ha vinto più volte l’ambita classifica seguito da Bahamontes e Van Impe (6 vittorie).

Fra gli italiani, troviamo con due successi Fausto Coppi e  GinoBartali (che vinsero nello stesso anno la generale e la classifica della montagna) Massignan e Chiappucci, mentre con una vittoria Nencini, Bellini e Battaglin, ultimo azzurro ad aver conquistato la classifica dei GPM nel 1979.

Maglia a Pois: gli sponsor

Dal 1975 ad oggi l’appeal della maglia à pois rouge è via via aumentato non solo nei confronti dei corridori che la vedono come un simbolo di cui fregiarsi ma anche per gli sponsor che la vedono come una importante promozione per il proprio brand.

  • 1975-1978: Chocolat Poulain
  • 1979-1981: Campagnolo
  • 1982-1984: Chocolat Poulain
  • 1985-1989: Café de Colombia
  • 1990: pitture Ripolin
  • 1991-1992: Coca-Cola Light
  • 1993-2008: supermercati Champion
  • 2009-: supermercati Carrefour

Maglia a Pois: Tour de France e non solo

L’idea di far indossare una maglia a pois al leader della classifica della montagna, partita dal Tour de France ha fatto “moda” tanto da essere utilizzata da molte altre competizioni in giro per il mondo. In particolare, premiano il miglior gripeur con una maglia a punti le seguenti manifestazioni:

Vuelta Espana (dal 2010)
Critérium du Dauphiné
Critérium international
Paris-Nice (dal 2002)
Quatre Jours de Dunkerque
Giro di germania
Tour de l’Avenir
Giro dei Paesi Baschi
Tour of Bejin (dal 2011)
Tour de Martinique

Gli italiani al Tour de France, recensione del libro

Gli italiani al Tour de France di Giacomo Pellizzari

Gli italiani al Tour de France scritto da Giacomo Pellizzari, un libro che ripercorre le gesta dei nostri atleti nella corsa più famosa al mondo

Gli italiani al Tour de France

Gli italiani al Tour de France

Gli italiani al Tour de France è un libro scritto dalle sapienti mani di Giacomo Pellizzari (che abbiamo avuto il piacere di intervistare lo scorso anno in occasione dell’uscita di Storia e geografia del Giro d’Italia) ed edito da UTET.

Storicamente la Grande Boucle è la corsa più ambita dai ciclisti di tutto il mondo, un evento che per popolarità è secondo solo ai Mondiali di Calcio e ai Giochi Olimpici. La dicotomia tra Tour e Giro è nota a tutti gli amanti del ciclismo. La corsa rosa è quasi una festa popolare (anche se negli ultimi anni l’organizzazione sta facendo passi da giganti) mentre, anche un po per lo sciovinismo francese, la corsa in giallo ha da sempre i crismi dell’evento pubblicizzato e pompato.

La rivalità che negli anni ha diviso italiani e francesi nel tifo per i propri atleti ha aiutato a generare il mito del Tour de France tra i ciclisti tricolori tanto da essere cantati “… e i francesi ancor si incazzano”.

Tante storie di corridori italiani si sono intrecciate nel corso degli anni con la Grande Boucle, dalle più belle alle più drammatiche. Dalla prima vittoria tricolore data 1924 con Ottavio Bottecchia all’ultima di Vincenzo Nibali, da Fausto Coppi a Gino Bartali è stato un susseguirsi di emozioni. Dalla rivalità tra Gianni Bugno e Claudio Chiappucci che forse favorì Miguel Indurain alla storica accoppiata Giro-Tour di Marco Pantani del 1998, il libro ripercorre come in fotogrammi attimi diventati storici.

Non può magare un ricordo dell’indimenticato e indimenticabile Fabio Casartelli tragicamente morto per una terribile caduta nella discesa dal Portet d’Aspet

Gli italiani al Tour de France  è il racconto di un grande viaggio (anzi di 104 grandi viaggi) alla caccia di un sogno tra polvere, fatica, lotte, delusioni amarezze e tante gioie che, dai periodi del ciclismo pionieristico ed epico ad oggi, da sempre affascina i ciclisti di tutto il mondo.

 

Il Caso Fiorenzo Magni recensione del libro

Il Caso Fiorenzo Magni, la recensione di Ciclonews

Il Caso Fiorenzo Magni, scritto da Walter Bernardi ed edito da Ediciclo ripercorre la storia del “Terzo Uomo” del ciclismo italiano a cavallo della Seconda Guerra Mondiale.

Il caso Fiorenzo Magni

Il caso Fiorenzo Magni

Il Caso Fiorenzo Magni,è la storia del cosiddetto “terzo uomo” che sfidava Fausto Coppi e Gino Bartali. Un lottatore nato tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Leone delle Fiandre”. Magni ha vinto moltissimo nonostante due rivali di tale livello e nonostante la guerra abbia segnato la sua vita.

Il libro racconta un fatto che esula dallo sport, Il Caso Fiorenzo Magni che parte dalla “Strage di Valibona” in cui alcuni fascisti circondano un gruppo di partigiani e tre antifascisti vengono uccisi tra cui Lanciotto Ballerini, un mito della Resistenza toscana

Nel mese di gennaio del 1947, si svolge il processo e tra gli accusati c’è un giovane ciclista di nome Magni originario di Vaiano ma risulta essere latitante.

L’avvocato di Magni chiama Bartali a testimoniare ma Gino non si presenta mentre Alfredo Martini va in aula. Fiorenzo viene assolto ma questa vicenda, soprattutto nella sua terra di origine genererà odio nei suoi confronti. Per molto Magni sarà “il fascita”.

L’autore del libro, Walter Bernardi, ripercorre questa vicenda di sport e politica grazie ad una attenta analisi documentale degli atti processuali e alle testimonianze di alcuni vecchi partigiani.

Una vicenda, quella de “Il Caso Fiorenzo Magni”, che racconta perfettamente come il nostro paese sia uscito dagli anni della guerra non solo ferito nell’animo e nel corpo ma anche profondamente diviso da un sentimento di rancore intestino che ancora oggi fatica a placarsi.

La prefazione del libro è curata dallo storico britannico John Foot esperto di storia italiana che in passato ha accuratamente studiato questa complicata storia di ciclismo, guerra e divisione tra popolazione civile.

“Una ricostruzione coraggiosa che ha come obiettivo di fornire finalmente un’onesta ridefinizione della vita dell’uomo Magni e, al contempo, di contribuire a mettere fine, nei luoghi in cui il campione Magni è nato e cresciuto, a quel processo di rimozione collettiva che ne ha caratterizzato la damnatio memoriae sportiva”

Ciclismo Frasi famose sul ciclismo da ricordare

Ciclismo frasi famose che ogni ciclista dovrebbe conoscere

Ciclismo frasi famose di grandi campioni del passato che parlano di ciclismo ideali per un post su Instagram o un nuovo Tatoo

Ciclismo frasi famose: Fausto Coppi

Ciclismo frasi famose: Fausto Coppi

Ciclismo Frasi famose  che ogni amante della bicicletta dovrebbe conoscere. Avete in mente di farvi un tatuaggio? volete fare un post su Twitter o su Instagram o creare un vostro meme? Ecco alcune interessanti citazioni da utilizzare inerenti al ciclismo.

Partiamo da una domanda: cos’è la bicicletta? La bicicletta è uno strumento, un mezzo di trasporto, una macchina per la velocità, un terapista, un giocattolo e una fuga dallo stress. Che tu abbia provato solo alcuni di questi aspetti o tutti, l’esperienza divertente ed esaltante di andare in bicicletta è universale per chiunque si  sia mai appollaiato su due ruote. Dai un’occhiata a queste citazioni memorabili dei ciclisti di tutto il mondo.

Vi abbiamo già presentato i 50 migliori aforismi sul ciclismo. Ecco alcune frasi famose e motivanti sulle due ruote.

Prendi una bicicletta. Non te ne pentirai. –Mark Twain

Questa è l’osservazione conclusiva nel saggio di Twain “Domare la bicicletta”. Nei primi anni 1880, Mark Twain decise che avrebbe dovuto imparare a portare una delle vecchie biciclette a ruota alta tipiche di quel periodo

Abbraccia il tuo sudore. È la tua essenza e la tua emancipazione. –Kristin Armstrong

Kristin Armstrong è la ciclista femminile più decorata d’America, avendo vinto medaglie d’oro nella cronometro in ciascuna delle ultime tre Olimpiadi estive. È l’unica ciclista (maschio o femmina) a ottenere tre ori consecutivi nella stessa disciplina. La 44enne ciclista è fonte di ispirazione per ogni ciclista del mondo ma anche per persone “normali”.

Vai in bicicletta, vai in bicicletta, vai in bicicletta. – Fausto Coppi

Non c’è naturalmente bisogno di spiegare a nessuno chi è il campionissimo Fausto Coppi, un emblema delle due ruote che anche oggi è fonte di ispirazione per ogni amante del ciclismo

Pedale tanto, poco, veloce o lento, come ti senti. Ma pedala. – Eddy Merckx

Inutile spendere parole sul Cannibale, sappiamo tutto di lui, il più grande di sempre. Il mito. L’immortale. Un mito irraggiungibile per tutti

Non è mai facile ma tu vai veloce. – Greg LeMonde

LeMond è stato il primo americano a vincere il Tour de France, e lo ha fatto più di una volta – tre volte, in realtà – uno dei quali  vinto per soli otto secondi, il più piccolo vantaggio della storia per conquistare  il Tour. Oggi è un sostenitore della purezza del ciclismo.

Puoi. Dovresti. E se sei abbastanza coraggioso da iniziare, lo farai. –Stephen King

Il romanziere ha scritto una breve storia dell’orrore su un uomo in sella a una cyclette in uno scantinato.

 

 

 

 

Calcio e ciclismo, sport diversi. Passione uguale

Calcio e ciclismo: tifosi illustri sui pedali

Calcio e ciclismo due sport di passione, tanti calciatori amano il ciclismo e tanti ciclisti amano il calcio. Scopriamolo!

Calcio e Ciclismo: Coppi e Bartali

Calcio e Ciclismo: Coppi e Bartali

Calcio e ciclismo due sport popolari fatti di passione, tante differenze (stipendi, tifosi, ecc.) ma anche tante similitudini. Vi immaginate Vincenzo Nibali in curva a tifare il Milan? Beh non pensiamo che vi accadrà di trovarlo tra gli ultras del calcio ma a San Siro ogni tanto fa capolino (ed è stato anche ospite a Milanello): “Tifoso è una parola grossa – confessa il siciliano – perché non sempre riesco a seguire le partite ma ho la passione per i rossoneri, mia sorella invece è sfegatata”.

Milanista è anche Filippo Pozzato che anche sui social non manca mai di sottolineare il suo amore per i colori rossoneri. Milanista era anche il grande Marco Pantani che spesso fu ospite della squadra negli anni ’90. Fabio Aru ha giocato al pallone nel Villacidro Calcio per poi dedicarsi al ciclismo è un appassionato rossonero.

Sull’altra sponda di Milano si colloca Moreno Moser. “Ho l’Inter nel cuore da bambino – rivela – e mi dispiace non poterla vedere sempre giocare”. Interista era il povero Michele Scarponi

La rivalità Milan-Inter “divideva” anche gli immortali Fausto Coppi e Gino Bartali che il 14 gennaio del 1952 saltarono giù dalla bici per aiutare il Polesine alluvionato con una partita di calcio benefica che si disputò a Milano all’Arena civica: vinse la squadra del Campionissimo 6-0 e l’ultima rete la segnò proprio Coppi. L’arbitro del match era Peppino Meazza, guardalinee Costante Girardengo.

Cadel Evans, ex ciclista australiano Campione del Mondo a Mendrisio,  grazie alla sua amicizia con Squinzi è simpatizzante del Sassuolo.

Vincenzo Albanese è simpatizzante del Napoli Calcio tanto che qualche tempo fa fu lo stesso allenatore del Napoli a manifestare la simpatia per il corridore inviandogli una maglia della squadra autografata e ricevendo la divisa di Vincenzo

Calcio e ciclismo: allenatori su due ruote

Francesco Guidolin, uno dei migliori allenatori di calcio italiani, è un grandissimo appassionato di ciclismo, segue sempre il Giro d’Italia il Tour de France, le classiche ed è solito cimentarsi nelle scalate in bicicletta.

Davide Nicola ex allenatore del Crotone lo scorso 7 aprile aveva promesso di fare un Giro d’Italia in bicicletta in caso di salvezza della sua squadra e così è stato: da Crotone ha percorso 1300 km complessivi arrivando a Torino. Eusebio Di Francesco ex calciatore e oggi allenatore dell’ A.S. Roma prima del pallone si innamorò del ciclismo grazie a Vito Taccone. Luis Enrique già allenatore della Roma e del F.C. Barcelona si è da poco dedicato alle competizioni amatoriali di Mountain Bike.

Bruno Pizzul voce storica della nazionale italiana di calcio ha da sempre una passione per le due ruote: “ciclismo e calcio sono più simili di quanto sembra, il ciclismo può sembrare uno sport individuale ma è lavoro di team”. Claudio Pasqualin, avvocato vicentino, procuratore sportivo, opinionista di Rai, Mediaset e Sky e uomo storico del pallone è un grande amante del ciclismo e promotore dei Mondiali Veneto 2020.

Fausto Coppi morto il 2 gennaio 1960, un ricordo dei fatti

Fausto Coppi morto per un errore clinico

Fausto Coppi muore per una diagnosi errata della sua Malaria dopo una battuta di caccia in Africa assieme al collega ad amico Raphael Geminiani

Fausto Coppi

Fausto Coppi: La Gazzetta dello Sport

Fausto Coppi ci ha lasciati il 2 gennaio del 1960, la morte del Campionissimo ha sconvolto l’Italia in quell’inizio anno. Un leone sulle due ruote stroncato da una “banale” che banale non fu Malaria. Forse una lettura di un vetrino al microscopio, errore commesso probabilmente da persona inesperta, in servizio nei periodi festivi. Fatto sta che l’uomo solo al comando ci lasciò prematuramente.

Fausto Coppi e la battuta di caccia

Raphael Geminiani e Fausto Coppi erano molto amici, ad unirli, oltre al ciclismo, c’era la passione per la caccia. Quella passione li portò a partire il 10 dicembre del 1959, assieme ad altri corridori, alla volta dell’Africa (Alto Volta – attuale Burkina Faso) per una battuta, alloggiando nella medesima camera d’albergo.

Qualche settimana prima Fausto Coppi aveva firmato un contratto con la San Pellegrino Sport dell’amico e rivale Gino Bartali che aveva come obiettivo quello di ridar vigore alla carriera del campionissimo.

Fausto Coppi: in ritorno in Italia e la malattia

Tornati a casa, durante le festività natalizie, entrambe i corridori cominciarono ad avvertire importanti stati febbrili. I due si sentirono telefonicamente il 20 dicembre  e concordarono sull’attribuire la comune malattia al viaggio in Africa.

Il 27 dicembre Fausto Coppi è a letto con nausea, febbre alta e brividi. Viene contattato il 29 il Dott. Allegri si Serravalle Scrivia che consultatosi con il primario dell’Ospedale di Tortona (il professor Astaldi) non riesce a formulare una diagnosi precisa

A Coppi, che aveva oltre 40 di febbre, venne diagnosticata una “influenza asiatica” mentre a Géminiani che entrò in coma e fu ricoverato in ospedale, gli venne diagnosticata la malaria (il francese resta in coma otto giorni, ma viene curato con il chinino e salvato: si risveglierà il 5 gennaio.)

La moglie di Géminiani e il fratello Angelo chiamarono in Italia avvertendo delle condizioni di Raphaël e di come gli fosse stata diagnosticata la malaria (raccontarono i congiunti di Géminiani che i medici italiani avevano loro risposto di pensare al proprio paziente, ché loro avrebbero provveduto a Coppi).

Il 1º gennaio le condizioni del campione si aggravano ulteriormente; a Tortona giunge per un consulto anche il professor Fieschi, dell’Università di Genova. Coppi viene ricoverato d’urgenza prima a Novi Ligure per poi essere trasportato all’Ospedale di Tortona: alle 22 del 1º gennaio perde conoscenza, alle 23 è in “pericolo di vita”, all’una di notte riprende conoscenza e parla con Ettore Milano.

A Tortona venne comunque eseguita la ricerca del plasmodio della malaria. In quel periodo festivo, però, il professor Astaldi era in ferie. Da chi furono letti i vetrini e chi dette il responso di negatività non si seppe mai.

Il Campionissimo morì il 2 gennaio 1960 per un banale errore di lettura di un vetrino al microscopio, errore commesso probabilmente da persona inesperta, in servizio nei periodi festivi.