Ruote maledette di Remo Gandolfi recensione

Ruote maledette di Remo Gandolfi

Ruote maledette di Remo Gandolfi racconta 14 storie di morte legate al ciclismo da Marco Pantani a Michele Scarponi e non solo

Ruote Maledette di Remo Gandolfi

Ruote Maledette di Remo Gandolfi

Ruote maledette, quelle raccontate da Remo Gandolfi con prefazione di Luca Gregorio nel libro edito da Urbone Publishing (156 pagine, 12 euro). Storie che con ogni probabilità Gandolfi non avrebbe mai voluto scrivere né noi leggere ma storie vere, tremendamente vere. Storie che hanno in qualche modo segnato la nostra esistenza.

Ognuno di noi ricorda perfettamente dove era e con chi era quando ha appreso la notizia della scomparsa del Pirata Marco Pantani, tanti di noi ricordano quel caldo giorno di luglio quando un giovane Fabio Casartelli perse la vita al Tour de France e così per tutte le altre storie raccolte in Ruote maledette.

Chi non ricorda la classe del “Chava” Jimenez? Classe presente nel suo DNA in egual misura con l’autodistruzione che l’ha portato a togliesi la vita. Chi non ha amato Frank Vandenbroucke segnato dal “male di vivere”. Quasi spaventose sono la serie di sfortune che hanno colpito il povero e indimenticato Luis Ocana.

E ancora tanti altri casi di vere e proprie maledizioni che hanno contribuito a rendere mitologico lo sport del ciclismo passando per Denis Zanette, Joaquim Agostinho fino al nostro Michele Scaponi.

14 storie che raccontano il lato nascosto del ciclismo, il lato che non vorremmo vedere o aver visto ma che purtroppo esiste. Storie di campioni amati che hanno però visto la buona stella offuscarsi troppo presto.

Ruote maledette di Remo Gandolfi è un libro che si legge velocemente e che gli amante del ciclismo mangeranno letteralmente tra una lacrima di ricordo per i risultati sportivi che questi grandi atleti ci hanno regalato e una di tristezza per quelli che non hanno potuto raggiungere.

 

 

La Rosiere: tappa e maglia a Thomas

La Rosiere dominio Sky a 360 gradi

La Rosiere, tappa nel segno del Team Sky che conquista tappa e maglia con Geraint Thomas e brilla con Chris Froome che tallona Dumoulin

La Rosiere, esulta Thomas

La Rosiere, esulta Thomas

La Rosiere parla il britannico, nella undicesima tappa del Tour de France, dopo le tappe soporifere di pianura in cui anche il Team Sky aveva sonnecchiato ecco deflagrare la potenza della squadra d’oltre manica.

A esulare è Geraint Thomas che taglia il traguardo a braccia alzate, conquistando la tappa e contemporaneamente la leadership in classifica generale. Alle spalle del vincitore ecco arrivare  Tom Dumoulin (Sunweb), che attacca da lontano, ma che chiude appaiato a Chris Froome (Sky) che gestisce la corsa da leader. Vincenzo Nibali arriva con un distacco di circa un minuto dal vincitore.

La tappa di oggi prevede in 108 km  oltre quattromila metri di dislivello per chiudere a 1855 metri d’altitudine. Prima del via commemorazione di due grandi del ciclismo: Gino Bartali e Fabio Casartelli.

Se i chilometri in programma sono pochi è palese che la tappa esplode in fretta, partono dunque in tanti tra cui Damiano Caruso e Tejay Van Garderen (BMC), Warren Barguil (Fortuneo-Samsic), Julian Alaphilippe (Quick Step Floors) e Serge Pauwels (Dimension Data) insieme a molti altri. Il gruppo lascia fare e i fuggitivi prendono un buon vantaggio.

La Rosiere: Team Sky padrone della corsa

La Sky detta un ritmo costante (ma non eccessivo) prima sulla Montée de Bisanne e poi sul Col du Pré. Entra in scena la Movistar che prova a mandare in avan scoperta due uomini, il ritmo si alza e perdono il contatto la maglia gialla Greg Van Avermaet (Bmc) e un deludente Rigoberto Uran (EF Drapac).

Poco dopo parte l’attacco di Alejandro Valverde, che ritrova il compagno Soler e arriva a  guadagnare fino a due minuti su Froome & soci.  Imbatido, maglia gialla virtuale per diversi chilometri, vede però il suo margine calare nel tratto in discesa, dove ad allungare è Tom Dumoulin (Sunweb) spalleggiato dal giovane Soren Kragh Andersen.

All’attacco della La Rosiere,  in testa ci sono Caruso, Nieve, Barguil e Valgren con alle spalle i due Movistar e i due Sunweb. Sulle rampe sempre più dure il tanti nel gruppo dei big mollano il colpo (Mollena, Jungels, Yates, Zakarin e lo stesso Valverde).

Ai meno cinquemila metri dell’arrivo parte l’allungo di Thomas che in un sol boccone raggiunte prima Dumoulin e poi Nieve per andare a trionfare a braccia levate. Alle spalle del vincitore arrivano la Farfalla di Maastricht e il Kenyano Bianco. Il nostro Caruso chiude con una sontuosa quarta piazza davanti all’iberico Nieve.

Nibali, Quintana e Bardet perdono 59″ e di chilometri per recuperare ne hanno ma il sentore è che il Team Sky stia mettendo le mani anche sul Tour de France 2018

Da segnalare che vanno fuori tempo massimo Marcel Kittel già in polemica con il team e Mark Cavendish.

Gli italiani al Tour de France, recensione del libro

Gli italiani al Tour de France di Giacomo Pellizzari

Gli italiani al Tour de France scritto da Giacomo Pellizzari, un libro che ripercorre le gesta dei nostri atleti nella corsa più famosa al mondo

Gli italiani al Tour de France

Gli italiani al Tour de France

Gli italiani al Tour de France è un libro scritto dalle sapienti mani di Giacomo Pellizzari (che abbiamo avuto il piacere di intervistare lo scorso anno in occasione dell’uscita di Storia e geografia del Giro d’Italia) ed edito da UTET.

Storicamente la Grande Boucle è la corsa più ambita dai ciclisti di tutto il mondo, un evento che per popolarità è secondo solo ai Mondiali di Calcio e ai Giochi Olimpici. La dicotomia tra Tour e Giro è nota a tutti gli amanti del ciclismo. La corsa rosa è quasi una festa popolare (anche se negli ultimi anni l’organizzazione sta facendo passi da giganti) mentre, anche un po per lo sciovinismo francese, la corsa in giallo ha da sempre i crismi dell’evento pubblicizzato e pompato.

La rivalità che negli anni ha diviso italiani e francesi nel tifo per i propri atleti ha aiutato a generare il mito del Tour de France tra i ciclisti tricolori tanto da essere cantati “… e i francesi ancor si incazzano”.

Tante storie di corridori italiani si sono intrecciate nel corso degli anni con la Grande Boucle, dalle più belle alle più drammatiche. Dalla prima vittoria tricolore data 1924 con Ottavio Bottecchia all’ultima di Vincenzo Nibali, da Fausto Coppi a Gino Bartali è stato un susseguirsi di emozioni. Dalla rivalità tra Gianni Bugno e Claudio Chiappucci che forse favorì Miguel Indurain alla storica accoppiata Giro-Tour di Marco Pantani del 1998, il libro ripercorre come in fotogrammi attimi diventati storici.

Non può magare un ricordo dell’indimenticato e indimenticabile Fabio Casartelli tragicamente morto per una terribile caduta nella discesa dal Portet d’Aspet

Gli italiani al Tour de France  è il racconto di un grande viaggio (anzi di 104 grandi viaggi) alla caccia di un sogno tra polvere, fatica, lotte, delusioni amarezze e tante gioie che, dai periodi del ciclismo pionieristico ed epico ad oggi, da sempre affascina i ciclisti di tutto il mondo.

 

Wouter Weylandt ciclista morto al Giro 2011

Wouter Weylandt ciclista morto durante il Giro d’Italia 2011

Wouter Weylandt perse la vita durante il Giro d’Italia 2011 per una caduta sul Passo del Bocco, nessuno si dimenticherà mai di questo giovane campione belga della Quick Step e della Leopard-Trek

Wouter Weylandt

Wouter Weylandt

Wouter Weylandt giovane talento del ciclismo belga passò professionista nel 2005 vestendo i colori della Quick-Step, dopo alcune difficoltà dovute ad una mononucleosi che costrinse a posticipare il suo debutto tra i pro, riuscì a rimettersi in condizione per la seconda parte della stagione tanto da conquistare il Grand Prix Briek Schotte, il 13 settembre 2005.

Il 2006 fu la sua prima stagione completa da professionista, fin da subito escono tutte le sue caratteristiche di sprinter e, pur non riuscendo ad imporsi in nessuna corsa, quell’anno conquistò la maglia a punti al Giro di Polonia.

L’anno successivo riesce ad ottenere una vittoria all’Eneco Tour (ora chiamato BinckBank) e una al Giro del Belgio, nel 2008 faecesua una frazione della Vuelta a Espana e nel 2010 conquistò (10 maggio 2010) l’ultima tappa olandese del Giro d’Italia con arrivo a Middelburg.

Il 2011 vide il passaggio_ di WW alla neonata formazione lussemburghese Leopard-Trek (l’attuale Trek-Segafredo) che si basava s un blocco di corridori in uscita dalla Saxo Bank. Il team è fortemente voluto dai fratelli Schleck che, terminato il loro contratto con la formazione diretta da Bjarne Riis, decidono di istituire la formazione sotto la guida di Brian Nygaard e Kim Andersen, fa parte della squadra anche Fabian Cancellara.

Wouter Weylandt: 9 Maggio 2011

E’ il 9 maggio 2011, il Giro è partito da Reggio Emilia per arrivare a Rapallo,  il gruppo sta affrontando la discesa del Passo del Bocco, mancano 25 chilometri all’arrivo, il ritmo è altro.

Sono circa le 16.20 e c”è una caduta. Un corridore resta a terra, le ammiraglie scorrono, si fermano i sanitari per prestare aiuto, la strada non è ampia. Le immagini TV fanno entrare nelle case degli appassionati l’immagine di un ragazzo a terra. Ha il body aperto, ci sono tracce di sangue sull’asfalto. Si capisce che è il corridore della Leopard-Trek Wouter Weylandt. L’equipe coordinata dal professor Tredici lavora per rianimare il ciclista, le immagini sono terribili. A radio Rai, Emauele Dotto racconta l’accaduto e ne rappresenta la drammaticità. Il ragazzo è inanimato sull’asfalto, gli viene sfilato il casco per cercare di prestare le cure indispensabili.

Sul posto arriva ambulanza e elicottero del 118 per trasportare il ragazzo nell’ospedale ma la morfologia non consenti di prelevare il ragazzo quindi si procede con l’ambulanza ma Wouter ci ha lasciati fin dal tremendo impatto contro il muretto a lato della strada e poi sull’asfalto.

“Siamo immediatamente giunti sul punto ma il corridore era già in stato di incoscienza con una frattura cranica molto estesa. Abbiamo fatto tutto quello che si doveva fare ma dopo 40 minuti abbiamo dovuto sospendere” ha dichiarato quel giorno il professor Tredici.

Fatale per il ciclista belga Wouter Weylandt è stato l’impatto contro il muro che ha sbalzato violentemente il corpo sull’asfalto, provocando un trauma cranio-facciale mortale, con lesioni alla base cranica, profonde lesioni viscerali oltre alla frattura di una gamba e lesioni al bacino.

“Il ciclismo belga è piombato in un lutto profondo – ha dichirato Tom Van Damme (presidente della Federazione ciclistica belga) – e il mio pensiero in questo momento va alla famiglia che deve avere molto coraggio”. Il Giro vive dunque un tragedia che gli amanti del ciclismo tricolore (purtroppo) ben conoscono avendola vissuta con il povero Fabio Casartelli.

Wouter lascia la moglie Anne Sophie che a settembre darà alla luce un bimbo, il medico legale Armando Mannucci al termine dell’esame sul corpo annuncia che “il ciclista è morto sul colpo, non ha sofferto”

 

Ciclismo le tragedie che hanno segnato lo sport

Ciclismo le tragedie che hanno coinvolto atleti professionisti

Ciclismo le tragedie che hanno coinvolto atleti professionisti sono molteplici da Cepeda a Casartelli, da Weylandt a Goolaerts

Ciclismo le tragedie: Goolaerts

Ciclismo le tragedie: Goolaerts

Ciclismo le tragedie sono purtroppo abbastanza frequenti, non tutti ritengono il nostro uno sport pericoloso ma in realtà lo è sempre stato. Negli ultimi anni le autorità hanno introdotto una serie di accorgimenti per ridurre la rischiosità in corsa ma questo non è sinonimo di annullamento dei rischi di infortuni o tragedie.

Già l’inserimento obbligatorio del casco che inizialmente raccolse perplessità da parte di una fetta del plotone, aveva incrementato non di poco la sicurezza ora si spera che altre introduzioni possano ulteriormente ridurre la percentuale di rischiosità ma sicuramente senza la possibilità di annullarla.

L’ultima tragedia ha colpito Michael Goolaerts della Veranda’s Willems-Crelan, spirato a soli 23 anni dopo un terribile attacco cardo-respiratorio mentre stava affrontando il settore numero 28 di pavé la Parigi-Roubaix.

Il giovane atleta è stato soccorso con defibrillatore,  trasportato all’Ospedale di Lille in gravissime condizioni ma si è spento nella tarda serata di domenica 8 aprile.

La sua scomparsa si aggiunge al lungo e triste elenco di lutti che hanno colpito il mondo del ciclismo. Da Serse Coppi  a Fabio Casartelli, da Andrei Kivilev a Wouter Weylandt sono troppi i corridori che hanno perso la vita in sella alla propria bicicletta.

  • 1935: Armando Cepeda, spagnolo, muore cadendo in un burrone durante una tappa del Tour de France.
  • 1951: Serse Coppi, fratello del campionissimo Fausto, cade nell’ultimo chilometro del Giro del Piemonte, per lui l’impatto sarà fatale lasciando un vuoto nell’anima del fratello.
  • 1967: un arresto cardiaco (dettato da un cocktail letale) stronca l’inglese Tony Simpson durante la salita al Mont Ventoux al Tour de France
  • 1984: Joachim Agostinho, icona del ciclismo portoghese, cade durante una tappa al Tour d’Algarve causata da un cane, muore una decima di giorni.
  • 1987: a Benidorm in occasione del Trophée Luis-Puig un’autovettura investe e uccide Vicente Mata.
  • 1987: durante il Tour di Haut Var, cade in discesa e muore Michel Goffin
  • 1995: Il campione olimpico di Barcellona 1992 Fabio Casartelli, compagno di squadra di Lance Armstrong alla Motorola, muore per una caduta durante la discesa del Portet-d’Aspet nella15^ tappa del Tour de France
  • 1999: al Giro di Catalogna lo spagnolo Manuel Sanroma muore dopo una brutta caduta
  • 2003: il Corridore della Cofidis Andrei Kivilev cade nel finale della seconda tappa della Parigi-Nizza riportando una terribile frattura dell’osso frontale con danni cerebrali. Muore la mattina seguente.
  • 2005: Subita al Naranco l’italiano Alessio Galletti viene colpito da un arresto cardiaco
  • 2006: lo spagnolo Isaac Galvez colpisce una balaustra durante la sei giorni di Gand dopo un contatto con il belga Dimitri De Fauw. Vano il trasporto in ospedale
  • 2010: Giro del Friuli, Thomas Casarotto finisce contro un’automobile, l’impatto è devastante, morirà qualche giorno dopo.
  • 2011: il belga Wouter Weylandt della Leopard-Trek muore durante la terza tappa al Giro d’Italia. Per lui è fatale l’impatto contro un muro durante la discesa del Passo del Bloccoù2016: Gent-Wevelgem, Antoine Demoitié, del team Wanty-Groupe Robert, viene colpito da una moto durante la classica, trasportato d’urgenza in ospedale morirà poche ore dopo.
  • 2016: Criterium International, durante la prima tappa il corridore belga Daan Myngheer viene colpito da un infarto, trasportato all’Ospedale di Ajaccio morirà dopo qualche giorno.
  • 2017: Michele Scarponi perde la vita durante un allenamento, investito da un furgone a un incrocio vicino a casa sua.

Lance Armstrong contro Pantani sul Mont Ventoux

Lance Armstrong contro Pantani sul Mont Ventoux nel 2000

Lance Armstrong contro Pantani sul Mont Ventoux nel 2000: lo sgarbo del texano ad un Pirata in difficoltà ma vincente

Lance Armstrong contro Pantani

Lance Armstrong contro Pantani

Lance Armstrong contro Pantani sul Mont Ventoux, chi può dimenticare quel 13 luglio 2000 quando sui 20 chilometri di ascesa al monte calvo il texano piantò una coltellata al Pirata?
Diciamo la verità quando nel 1999 tornò sulle scene l’ex iridato di Oslo, stoicamente sopravvissuto ad un cancro potenzialmente letale in molti non si aspettavano molto da lui anche se alla Vuelta dell’anno precedente aveva fatto intravvedere quella metamorfosi (poi rivelatasi un bluff) che lo portò a dominare la corsa in giallo come pochi altri (salvo poi perdere i suoi titoli).

Il 21enne americano, vincitore a sorpresa del titolo di Campione del Mondo sotto la pioggia norvegese aveva conquistato la simpatia del pubblico tricolore quattro anni prima.

Il 18 luglio 1995 il compagno di team Fabio Casartelli era tragicamente morto cadendo sulla discesa del Portet-D’Aspet. Il giorno seguente la tappa fu una lenta processione che vide tagliate il traguardo alla Motorola compatta davanti al gruppo (il risultato della gara venne annullato). Il 21 luglio fu lo stesso Lance Armstrong ad andare in fuga, conquistare la tappa e alzare le dita al cielo per onorare l’amico scomparso. Questo accadimento, diciamolo, rese il texano simpatico agli occhi degli appassionati italiani, un gesto nobile che lo mise sotto una buona luce.

Dopo la battaglia contro la malattia quello che si presentò al via del Tour ’99 era un Lance diverso nel fisico e probabilmente nella mente. Pronto a vincere e stupire a qualsiasi costo, conquistò la Grande Boucle conquistando la cronometro vinta a Metz l’11 luglio bissata due giorni dopo al Sestriere. Fu il primo passo di una serie di passi forse fin troppo grossi che, uniti a una insana spinta alla vittoria, a un carattere tutt’altro che mansueto e alla facilità nel scendere a compromessi lo portarono ad inciampare.

Lance venne accolto come il nuovo che avanza, come una nuova visione del ciclismo (segnato dallo scandalo Festina del 98 e dall’Affaire Pantani al Giro ’99). Un salvatore della patria giunto dal Texas per garantire la redenzione del ciclismo. Come sono andati i fatti lo sappiamo tutti e non vogliamo nemmeno ritornarci.

Lance Armstrong contro Pantani al Monte Calvo

Quello di cui vogliamo parlare è dello scontro Armstrong Vs Pantani sul Monte Calvo nel 2000.

Il Pirata era stato il salvatore del Tour 1998 nonché l’astro ormai consolidato del ciclismo degli anni 90: secondo al Giro e terzo al Tour del 94. Le imprese di Marco Pantani sono memorabili a partire dalle vittorie sull’Ape d’Huez 1995 e 1997, di Guzet Neige 1995 e di Morzine 1997. Il Giro 98 è la sua consacrazione, il Tour dello stesso anno la sua apoteosi, l’ascesa nel paradiso del gotha del ciclismo.

Il 1999 doveva essere l’anno del bis al Giro (e forse al Tour) del Pirata ma i fatti del 5 giugno a Madonna di Campiglio consegnarono la rosa a Ivan Gotti e fecero mancare al texano il rivale più arduo verso la conquista del Tour de France.

Mentre Lance ne luglio del 1999 vive il primo passo della sua favola (o farsa) il nostro Marco inizia la lenta discesa agli inferi della depressione e degli eccessi. Insomma un percorso di selezione (innaturale?) che spianò la strada al texano dagli occhi di ghiaccio.

Il romanticismo di Marco Pantani e del ciclismo in generale stava per essere spazzato via dal freddo calcolatore, dal campione scientifico, dal team stellare e dominante Made in USA. Il colpo micidiale venne però sferrato, appunto, al Mont Ventoux nel 2000.

Il 13 luglio di quell’anno, lungo i 20 chilometri della ascesa al Mont Ventoux si sfidarono il capitano della US Postal e un già tormentato Marco Pantani. Il Pirata, perseguitato dagli incubi, si era rimesso in sella disposto a mostrare al mondo il suo valore e quel dì, lungo i sentieri della Provenza messi in poesia da Francesco Petrarca, voleva dimostrare di essere ancora lo scalatore numero uno, a pane e acqua sempre il miglior grimpeur del mondo.

Marco attacca, attacca da Pirata. La strada sale e Marco è li e Lance non lo molla. Marco attacca, Armstrong risponde. La coppia arriva al tragurdo. Vince Marco, si nota che Lance lascia il passo al romagnolo che alza le mani, campione stanco in un triste trionfo.

Non importa se la vittoria è “concessa” dal re texano, quella è una la legge non scritta del ciclismo, se hai la maglia della tappa “te ne freghi”. Ma la legge non scritta prevede anche il silenzio ma l’ego del texano, lo si scoprirà lentamente, è planetario e deve uscire anche in quel frangente.

Marco a cui il destino non ha risparmiato nessuna delusione, non vuole ringraziare nessuno, questione di carattere. Armstrong, cui piace essere riverito come un sovrano, si offende e pugnala il rivale spiegando quello che non c’è bisogno di spiegare: afferma ai microfoni di averlo lasciato vincere, trasformando così una forma di cavalleria in dardo avvelenato per una persona già in difficoltà.

Fabio Casartelli ricordo di un campione

Fabio Casartelli ricordo di un campione

Fabio Casartelli ricordo

Fabio Casartelli a Barcellona 1992

Fabio Casartelli ricordo indelebile nella mente di ogni amante delle due ruote. Fabio Casartelli è Barcellona ’92. Fabio conquista la medaglia d’oro in quell’olimpiade,  fu il  primo italiano a riuscirci dal 1968, sembra avviato ad una grande carriera. Invece il destino lo aspetta alla quindicesima tappa del Tour, tre anni dopo.

Un rettilineo leggermente in salita, solo tre ciclisti all’arrivo, una maglia celeste chiaro davanti, le braccia alzate al cielo, al cielo bollente del primo pomeriggio della Catalogna. Fa caldissimo in Italia, ancor di più a Barcellona ma la gioia è grande. Fabio esulta sul podio, l’Italia esulta davanti alla tv, in spiaggia o in casa rintanati dalla canicola di quel 2 agosto poco importa. Fabio ha vinto  con una volata possente, indiscutibile. L’hanno vinta anche i due compagni di squadra di Fabio Casartelli, Mirco Gualdi e Davide Rebellin. Loro erano dati favoriti, loro erano quelli marcati da tedeschi e francesi ma Fabio è stato lesto per prendersi la gloria dell’alloro olimpico.

Il prezzo da pagare per quella gioia infinita arriva tre anni dopo, il 18 luglio 1995.

Fa caldissimo anche oggi, una tappa impegnativa tante salite e tante discese. Il gruppo scollina dal Col de Portet d’Aspet, si lancia nella discesa verso Ger-de-Boutx. In quegli anni i caschi sono leggeri e nemmeno obbligatori ma si va giù, come sempre, come oggi a velocità folli. 60 km/h spingi! 70 km/h dai che facciamo il buco, 80 km/h ti sembra di volare.

C’è una curva, il gruppo sbanda. Dante Rezze finisce diritto giù nella scarpata, il nostro Perini, Museeuw e Breukink  cadono, si rialzano, tutto ok. Baldinger resta a terra, forse si è rotto qualcosa. Passano le ammiraglie. Passa la moto della tv.

Un momento, c’è una maglia della Motorola. Fabio picchia la testa, dalla parte sinistra, contro un blocco di cemento che limita la strada. Fabio non ha il casco (maledetto regolamento che non lo impone!). Fabio rimane immobile.

Sono davanti alla tv, immobile col sangue che è di ghiaccio. Già il sangue, il sangue colora l’asfalto. Il dottor Porte, medico del Tour, si accorge che Fabio ha perso conoscenza, ma il cuore batte ancora. Sono le 11.50 circa di una mattina come altre che non sarà come le altre.

Alle 12.00 circa Fabio è già sull’elicottero del servizio medico: direzione Tarbes. Nei quindici minuti di volo il suo cuore si ferma tre volte. Gerard Nicolet  e l’infermiera Patricia Leclerc lo riportano tre volte alla vita. La vita di un giovane non può finire li, no.

Uno, due, tre non si sa quanti tentativi con violenti massaggi cardiaci e 20 fiale di adrenalina. La vita a volte è cosi resistente a volte no.

“La situazione è apparsa subito disperata – racconterà Nicolet – ma sinceramente ho sempre sperato si salvasse. Ricordo il suo volto gonfio, il sangue che perdeva. Non riuscivo a definire l’entità del trauma cranico ma ricordo il suo cuore che non mollava, reagiva alle sollecitazioni, il ritmo si regolarizzava, la ventilazione tornava”

Fabio entra nel pronto soccorso. Coma profondo irreversibile è la prima diagnosi. Ma nessuno vuole che sia irreversibile, lotta Fabio e lottano i medici. Lottano per oltre due ore. Arriva il medico della Motorola. Fabio ha fratture dappertutto, l’osso parietale sfondato. La situazione peggiora. Un’ora di massaggio cardiaco e nove litri di sangue. I medici le provano tutte. I medici vogliono portarlo a Bordeaux, li sono più attrezzati. Provano a spostare Fabio ma a ogni movimento il cuore si ferma, la vita vuole andare via.

Fabio se ne va alle 14.00 circa. Esce un comunicato che è una pugnalata nel cuore degli appassionati. Il medico legale non ritiene opportuna l’autopsia. A casa, in Italia la moglie di Fabio, Annalisa, è con il piccolo Marco di qualche mese, figlio dei due giovani innamorati.

Il medico della Motorola non sa ancora nulla della morte di Fabio, è al telefono con la moglie del ragazzo.

“Annalisa la situazione è gravissima ma sono qui, stai tranquilla ci penso io…” dalla sala dell’ospedale arriva la notizia. “Passami mamma Rosetta…”.

Fabio è morto e il dolore taglia l’animo di tutti.

Noi ti ricorderemo sempre con le mani alzate nella calda Barcellona del 1992.