5 giugno 1999- 5 giugno 2019: vent’anni dall’inizio della fine

5 giugno 1999: l’inizio della discesa

5 giugno 1999, gli appassionati di ciclismo non potranno mai dimenticare cosa accadde quel giorno a Madonna di Campiglio al povero Marco Pantani

5 giugno 1999: l'inizio della fine

5 giugno 1999: l’inizio della fine

5 giugno 1999 una data che per chi ama il ciclismo difficilmente può passare inosservata. E meno inosservata passa oggi che da quel maledetto giorno sono passati (già) vent’anni.

Come è cambiata la vita di ognuno di noi in questi 20 anni, forse eravamo ragazzi sognanti e ora siamo uomini adulti, forse eravamo bambini e ora siamo 30enni. Non importa chi eravate quel giorno, se amavate e amate il ciclismo, il 5 giugno 1999 è la data in cui è iniziato il calvario di Marco Pantani.

Non è mai stata semplice la vita sportiva del Pirata, non ricorderemo qui tutti gli infortuni e episodi al limite del surreale che tra gatti neri e fuoristrada “impazziti” hanno segnato la sua vita sui pedali.

Non è mai stata in discesa la strada di Marco (anche se in discesa lui andava come un treno) anzi è sempre stata in salita. Ma lui la salita l’amava e lungo una strada in salita è andata a prendersi la gloria dopo la polvere.

Prima al Giro d’Italia 1998 e poi al Tour dello stesso anno quando a trionfare è stato il Pirata, quel Pirata che sapeva appassionare gli italiani come pochi altri fenomeni dello sport.

E la salita lo ha portato, col vessillo del primato (da dominatore) a Madonna di Campiglio vincendo la frazione del venerdì in attesa di ripartire, la mattina successiva, per scalare il Mortirolo che gli avrebbe certamente consegnato un bis in rosa.

Invece, invece quello era la storia si al 4 di quel giugno. Il 5 giugno 1999 la storia è diversa, maledettamente diversa, fottutamente diversa.

Il 5 giugno 1999 è un pugno nello stomaco per ogni tifoso del ciclismo e un macigno sulla serenità di Marco. Si perché, lo sappiamo tutti, quella mattina a Madonna di Campiglio Marco viene espulso dalla corsa per un controllo con valori fuori norma (?).

All’alba bussano alla porta per il controllo anti-doping di routine e il risultato (non entriamo nei dettagli delle nubi che aleggiano attorno a quel fatto) evidenzia una concentrazione di globuli rossi del 52%,contro il 50% di soglia massima tollerata.

Il 5 giugno 1999 faceva caldo, e caldo faceva al villaggio quando quel sabato mattina comincia a serpeggiare la voce della positività di un atleta, ma non di un atleta qualunque, di Marco!

 “Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile” sussurra il Pirata fuori dall’hotel scortato dai pubblici ufficiali. Un’immagine tremenda, forse a causa di un grande imbroglio.

Quello è stato l’ultimo giorno del Pirata ciclista, il Tour 2000 è lo scontro tra il “colpevole” Marco e il “salvatore del ciclismo” Lance Armstrong… sappiamo tutti la menzogna del texano ma quello era ciò che chiedeva lo show. Marco è morto a Madonna di Campiglio, non fisicamente, è chiaro, ma moralmente. A Madonna di Campiglio si è aperta una voragine che ha risucchiato un campione genuino verso il fondo ed oltre il fondo, sino alla morte (oscura e carica di dubbi).

Quel 5 giugno  non so voi cosa stavate facendo, noi ci ricordiamo bene cosa stavamo facendo quando abbiamo sentito la notizia. E ci ricordiamo altrettanto bene (purtroppo) cosa stavamo facendo quel 14 febbraio quando abbiamo saputo della scomparsa del Pirata. Nel mezzo quante parole, quanti tradimenti, quanta gente che ha sputato sul piatto (di Marco) dove ha mangiato.

Non è questa la sede dei processi ma è la sede del ricordo e noi quel 5 giugno non lo scorderemo mai. Marco è morto due volte: nel fisico dopo e nell’anima prima e nessuno ci toglie l’idea che le cose sarebbero potute andare diversamente, molto diversamente!

Marco Pantani il nostro ricordo del Pirata

Marco Pantani il ragazzo venuto dal mare che scalava le montagne

Marco Pantani da Cesenatico: dal mare alla montagna dal trionfo all’infamia ci ha lasciati il 14 febbraio 2004

Marco Pantani

Marco Pantani

Marco Pantani da Cesenatico, lo scalatore più forte di sempre, il timido ragazzo che veniva dal mare che conquistò la montagna. “Il mio sogno di felicità? Nonno Sotero che mi sveglia e mi accompagna a pescare”, questa era la via della serenità di Marco il Pirata. La folla esultante, il bacio della miss, la maglia rosa o gialla, i giornalisti che ti idolatrano… bello ma la felicità è altro e Marco lo sapeva. La felicità sta nelle cose semplici, Marco Pantani lo sapeva.

Marco se n’è andato il 14 febbraio del 2004, per una generazione intera è stato non solamente un campione ma un simbolo. Il simbolo del riscatto dalla sfortuna, il simbolo della reazione alla difficoltà. Quante volte è andato in terra e quante volte si è rialzato fino alla gloria, fino a salire sull’Olimpo del ciclismo tanto da diventarne il simbolo.

Marco Pantani sta al ciclismo di fine anni novanta come Alberto Tomba stava allo sci di fine anni 80. Alberto inchiodava alla tv le persone per una discesa, Marco per una salita. Il destino per i due è stato diverso ma entrambi hanno fatto da ricettacolo per passioni sopite per sport di nicchia, lontani dai clamori e dai soldi del calcio.

“prendo la bici rossa, che mi aveva regalato nonno Sotero, e mi metto a scalare una salita che sembra non finire mai. Arrivo in vetta dopo avere pedalato sul dolore e dall’altra parte non c’è niente. Mi butto perché ho voglia di volare….” così dopo salite a perdifiato ecco discese spasmodiche, nella posizione che solo Marco sapeva tenere, col cuore in gola lui sulla strada noi davanti alla tv. Perché sei così forte in salita gli chiese Gianni Minà al Tour del 1998? “Per abbreviare la mia agonia” rispose il Pirata.

Già, l’agonia… l’agonia nella salita che prelude alla gloria e poi… E poi l’agonia, quella vera quella che brucia di più che le gambe dopo una lunga salita, quella che ti mangia l’anima e ti toglie il respiro.

L’agonia di Marco Pantani è iniziata a Madonna di Campiglio il 5 giugno 1999: “”Sono caduto tante volte e mi sono sempre rialzato, ma questa volta non mi rialzerò più…”. Il Pirata muore quel giorno, avrà qualche colpo di coda sportivo, ma la sua anima muore li, fra le montagne. L’agonia porterà il suo corpo a morire al mare.

Il 4 giugno 1999 Marco Pantani arriva solitario e non alza nemmeno le braccia al cielo, il Giro è già suo, lo sanno tutti: lo sanno i tifosi, lo sanno i giornalisti, lo sanno anche i malavitosi…. Sembra una storia già scritta, un grande e prevedibile finale ma non sarà così.

Quella sera Marco si controlla l’ematocrito, pratica routinaria in quegli anni,  risulta intorno ai 47/48. Quell’alba nera sarà a 52, praticamente impossibile.

Escluso dalla corsa e sospeso per 15 giorni, Marco non accetta quel verdetto e parla di complotto.

La Mercatone Uno decide non ripartire, Savoldelli si rifiuta di indossare la rosa, il pubblico sulle strade è inviperito, il Giro viene vinto da Ivan Gotti. La vita di Marco devia fuori strada. Marco torna nella sua Cesenatico e si chiude a riccio travolto dai cattivi pensieri.

Lo immaginiamo in casa dilaniato dai pensieri, solo, triste, con i giornali e le TV che grazie alle sue imprese hanno venduto copie e ottenuto indici di ascolto alle stelle che sputano nel piatto ove hanno lautamente pasteggiato.

Riesce ancora ad essere Pantani nella seconda parte del Giro 2000 quando è fondamentale per la conquista della maglia rosa di  Stefano Garzelli. Il tormento non passa, l’anima si ingarbuglia anche l’amore lo tradisce.

E poi… sul ciclismo mondiale incombe la favola del “superman” che batte il cancro e vince le montagne e Marco Pantani viene emarginato dal sistema quale unico colpevole mentre le nubi si addensano e chi dovrebbe vigilare o pasteggia con il malandrino o guarda da un’altra parte.

Il texano lo soprannomina “L’elefantino”, lo irride lasciandogli la vittoria al Mont Ventoux e sottolineando di averlo lasciato vincere “per una pura questione umana”. Si, proprio umano questo americano!

L’ idiosincrasia di Marco per il corridore texano non è segreta: “Io non credo che un Armstrong sia mai andato sulla luna, figuriamoci se credo a Robocop”.

Si, Robocop, come lo soprannominò Marco, sarà l’imbroglio più grande della storia dello sport ma il circo del pedale è felice di avere un leader planetario (dal fatturato galattico) e schiaccia l’elefantino comprendo i misfatti del texano.

Una parte della stampa tricolore si accanisce e lo spinge in basso, in Francia non sarebbe accaduto, Richard Virenque colpevole e reo-confesso non viene lapidato come il Pirata. Mario Cipollini dirà che se Marco avesse avuto un team come l’attuale di Chris Froome la storia si sarebbe scritta diversamente, chissà.

Marco può aver sbagliato ma paga troppo caro e soprattutto paga per tutti: si trova porte chiuse e presunti amici pronti ad accoltellarlo, precipita negli abissi e per risalire si affida al sostegno, effimero e devastante della polvere bianca.

Marco Pantani ci lascia da soli il 14 febbraio 2004 dopo che il mondo del ciclismo l’ha lasciato solo ad affrontare i demoni che rendono buia la sua l’esistenza e quella del padre e di mamma Tonina. Solo, nel buio più disperato, tra il senso di colpa e la paura, nel buio dello sconforto e della certezza del tradimento. Tradito dalla bicicletta a cui tanto aveva dato, tradito da amici che amici non erano.

Ci lascia tra mille dubbi ancora irrisolti, da l’addio a questo pianeta al Residence Le Rose, sul suo mare, il mare d’inverno. Ci lascia il suo corpo ma resta la sua immensa gloria, i suoi epici scatti in piedi sui pedali, le sue discese ardite, il suo sorriso melanconico e la magia che colorò le strade del ciclismo come in pochi altri riusciranno in futuro.

Qualcuno, ricordando il male che ha fatto a Marco Pantani, sentirà il freddo e il buio che quella sera di San Valentino noi abbiamo sentito salire lungo la schiena e restare in fondo all’anima apprendendo in TV quella tremenda notizia.

Vola Marco Vola. Ovunque tu sia, pedala come sai fare tu, solo tu!