Laura Bianchi mamma di Claudia Cretti parla di doping e giovani

Laura Bianchi: “troppi ragazzini assumono schifezze”

Laura Bianchi, mamma di Claudia Cretti, parla dalle pagine de Il Giorno di doping e ciclismo giovanile

Laura Bianchi

Laura Bianchi

Laura Bianchi psicologa e madre di Claudia Cretti parla del brutto andazzo che il ciclismo giovanile ha intrapreso, dei tanti ragazzini dopati e di come la figura dei genitori sia fondamentale:

“E’ triste che nelle categorie giovanili come gli Esordienti siano obbligatori i test antidoping, questo rende l’idea di quanto siano preoccupanti i livelli raggiunti dal ciclismo. Queste abitudini iniziano anche da piccolissimi, attorno ai 7 o 8 anni quando per preparare una gara ci vorrebbe una spremuta d’arancia ed invece alcuni genitori iniziano a dare integratori. Qualcuno va anche oltre e li scatta il problema, si comprende che gli integratori non bastano e, anziché smettere, si riempie il suo corpo del giovane atleta con altre schifezze”.

Tornando al drammatico incidente di Claudia, ecco un aneddoto che dà il polso della situazione:

“La prima cosa che mi dissero i medici di Benevento poche settimane dopo che mia figlia Claudia uscì fu: l’incidente di sua figlia non è stato causato dall’assunzione di sostanze proibita. Guardai i medici e dissi: su questa cosa non ho mai avuto alcun dubbio, mia figlia è una sportiva vera e la nostra è una famiglia sana”.

Secondo Laura Bianchi molto di questo problema ruota attorno all’educazione impartita dalle famiglie:

“La questione doping esiste, non possiamo negarlo, quello che ferisce è l’uso di farmaci illegali da parte di atleti giovani e giovanissimi, alcuni under 14. C’è chi integra il ferro e chi arriva a prelevarsi il sangue nei picchi di forma per reintrodurlo quando serve. E’ giusto dire che queste estremizzazioni ci sono anche in altri sport come il nuoto e la ginnastica e spesso vi è la tendenza a spingere i giovani a diete assurde che possono creare comunque anche squilibri psicologici fra i ragazzi”.

Ma cosa spinge un genitore a chiudere gli occhi o, addirittura, a spingere un figlio o una figlia ad usare ed abusare di sostanze proibite?

“Ma io, come madre e psicologa, ho sempre spiegato ai miei figli di non rovinarsi la vita per vincere. Spesso la spinta al doping è legato alla fame di soldi:  tra gli esordienti ed allievi i ragazzi vincono circa 50 euro a gara, tra gli juniores si arriva a  150/300 euro al mese. Gli under 23 possono arrivare a 700, addirittura a 1.000 euro al mese. Questo aumenta la “selezione naturale” e per passare tra i pro devi andare fortissimo”.

E com’è la situazione nel femminile?

“nel femminile di soldi ne girano pochi, e le ragazze capiscono che il gioco non vale la candela. Questo aiuta a limitare le pratiche dopanti e crea una maggior responsabilità; Tra i maschi in molti abbandonano lo studio giovanissimi, le  ragazze invece sanno che non possono e tendono a finire le scuole superiori per avere strade alternative al mondo dello sport”.

Johan Bruyneel squalificato a vita!

Johan Bruyneel non potrà più lavorare nel ciclismo?

Johan Bruyneel ex DS della US Postal di Lance Armstrong ha ricevuto una squalifica a vita dall’attività ciclistica

Johan Bruyneel e Armstrong

Johan Bruyneel e Armstrong

Johan Bruyneel, ex direttore della squadra US Postal, ha dichiarato che gli è stato imposto un divieto di svolgimento di attività legate al ciclismo da parte del Tribunale Arbitrale per lo Sport per via del suo coinvolgimento nelle vicende legato all’uso di sostanze vietate da parte di Lance Armstrong.

Mercoledì scorso Bruyneel ha pubblicato una lettera aperta, dichiarando di aver ricevuto un’e-mail dal CAS in cui si dichiarava che il precedente divieto di 10 anni era stato esteso a vita.

“Voglio sottolineare che riconosco e riconosco pienamente che molti errori sono stati fatti in passato. Ci sono molte cose che vorrei avere potuto fare diversamente, e ci sono alcune azioni che ora mi dispiace profondamente aver compiuto. Il periodo in cui ho vissuto, sia come ciclista che come direttore di squadra, era molto diverso dall’attuale”

Bruyneel, 54 anni, è stato il manager durante tutte e sette le vittorie al Tour di Armstrong dal 1999 al 2005, e ha seguito il texano dal 2009 e 2010 nella sua “seconda carriera”. Nel 2012 l’USADA ha accusato Bruyneel durante le indagini su Armstrong e Michele Ferrari, per una serie di violazioni relative al possesso e il traffico di sostanze dopanti.

Nel 2014 Johan Bruyneel è stato condannato per queste accuse dall’American Arbitration Association (AAA) con una squalifica di 10 anni, ora estesa a vita.

All’inizio del 2018 Bruyneel è stato condannato a pagare $ 1,2 milioni al governo degli Stati Uniti per il suo ruolo nel programma di doping dell’US Postal di Armstrong.

 

” mantengo fermamente la mia posizione che l’USADA non ha – e non ha mai avuto alcuna autorità legale su di me e meno ancora alcun potere di emanarmi una simile squalifica. A 54 anni, un divieto di 10 anni o un divieto di vita è praticamente la stessa cosa. Non voglio entrare nei dettagli ma eravamo tutti figli di quel periodo storico. Certo non sempre abbiamo fatto scelte corrette ma in quel momento la cultura era quella. Ora voglio voltare pagina, chiudere questo capitolo della mia vita, godermi la mia buona salute e i miei due bellissimi figli”.

Ciclismo, genitori dopano i figli il racconto choc su Il Giorno

Ciclismo giovanile e doping: “Papà mi dava pasticche”

Ciclismo giovanile e doping il racconto shock dalle pagine de Il Giorno: : “Papà mi dava pasticche, diceva che erano soltanto vitamine”

Ciclismo giovanile e doping

Ciclismo giovanile e doping

Ciclismo giovanile e doping un connubio tristemente noto a molti e a rilanciare l’argomento è un articolo apparso sulle pagine de Il Giorno. I casi di somministrazione di sostanze vietate a giovani atleti (in tanti sport) è un fatto tristemente in aumento dello scorso anno lo scandalo della Altopack. Ed è ancora più triste il fatto che spesso non sono allenatori senza scrupoli a somministrare le sostanze ma direttamente i genitori dei ragazzi.

A volte pare che sia il ciclismo l’unico sport vittima di queste situazioni ma la pressione al risultato porta in tantissimi sport a calcare la mano anche con gli atleti più giovani.

Va detto che il ciclismo è uno degli sport che per certi versi fatica ad uscire dalla luce dei riflettori per le vicende di doping ma va anche detto che è uno degli sport che ha affrontato più di petto il problema e i numeri parlano di un calo dei casi di positività tra i professionisti.

E’ apparsa sul sito de “Il Giorno” una intervista-denuncia di un giovane ciclista coscientemente dopato da un genitore senza scrupoli.

“No papà, così non ci sto più, mollo la bicicletta e torno a giocare con i miei amici”

secondo quanto riportato dal sito, il padre lo aveva spinto a un’autoemotrasfusione per migliorare le prestazioni

“Non accettai, perché a noi ragazzi bisogna dare il diritto di perdere ma mio padre non lo capiva diceva che l’importante era essere competitivo ora, non da professionista”.

Luca, così viene chiamato sul quotidiano, inizia a pedalare da piccolo, a 10 anni viene tesserato e inizia a gareggiare con la maglia di una società locale. A 12 anni ecco il passaggio tra gli Esordienti, ecco le gare più lunghe ecco le maggiori pressioni del padre.

«Anche se sei poco più di un bambino ma devi e allenarti bene e la fatica nelle gare si fa sentire. Ci sono i premi in palio, un tablet, un premio in denaro e i ragazzini diventano disposti a tutto pur di fare bella figura davanti allo speaker che urla il loro nome. A me dei soldi non importava nulla, ma mio padre diceva che lo scopo era guadagnare soldi in fretta”.

Con il salire delle pressioni, ecco l’accadimento:

«All’inizio non capivo, mio padre mi dava delle pasticche dicendo che mi avrebbero dato più energia, io non capivo, sono vitamine diceva. Una volta il padre di un compagno chiese al medico: “Vorrei del ferro per mio figlio”. Il dottore sorrise e ripose: “Gli dia una zuppa di lenticchie”. Ne parlai con altri ragazzi più grandi, loro scherzavano: “Non salare troppo la zuppa”, mi hanno spiegato che era un modo per dire doparsi.

Il passo successivo fu breve:

«Quando papà mi chiese di togliermi il sangue spiegandomi che serviva  per aumentare le mie prestazioni mi sono spaventato e ho detto basta.

Novak Djokovic deluso dal doping nel ciclismo

Novak Djokovic: “ho perso fiducia nel ciclismo”

Novak Djokovic fenomeno del tennis mondiale spiega le sue perplessità sul mondo del ciclismo per i troppi casi di doping

Novak Djokovic

Novak Djokovic

Novak Djokovic tennista serbo vera leggenda vivente del suo sport dopo aver passato qualcosa come oltre 220 settimana in testa al ranking mondiale e vinto 14 tornei del Grande Slam, ha da sempre la passione per il ciclismo ma gli accadimenti legati al doping hanno, pare, spento la sua passione.

In una recente intervista a World Tennis Usa il serbo ha espresso le sue perplessità sul fatto che tutto funzioni correttamente sul sistema anti-doping del ciclismo.

“Guardavo spesso il ciclismo ma ora ho perso molta fiducia in questo sport. Troppi campioni hanno avuto problemi con sostanze dopanti da Marco Pantani a Lance Armstrong. 

Sono sicuro che ci sono molti ciclisti al mondo che si stanno allenando molto duramente e stanno cercando di non usare alcun tipo di potenziamento per la loro competizione ma ci sono state troppe polemiche su questo sport.

Penso che non sia fisicamente accettabile che abbiano tante gare in un breve periodo di tempo. Penso che praticamente ogni giorno, giorno e mezzo, devono percorrere 200 miglia. Salire, in discesa al Giro d’Italia, al Tour de France, è uno sforzo inumano”.

Un’accusa neanche tanto velata al sistema ciclismo che sicuramente non mancherà di suscitare polemiche.

Novak Djokovic aveva già portato un forte attacco al ciclismo quando scoppiò lo scandalo dell’US Postal

“Credo che sia una disgrazia per lo sport avere un atleta come lui (Lance Armstrong ndr), Ha tradito lo sport, ha ingannato molte persone in tutto il mondo con la sua carriera e la sua storia di vita, giusto che abbia confessato perché sarebbe stato ridicolo negare le accuse visto le tante prove raccolte.

Valverde e le polemiche su Operacion Puerto

Valverde: ciclismo attuale sta bene!

Valverde: ciclismo in ottima salute ma intanto i giornali iberici di Marca e AS sono tornati a parlare di Operacion Puerto

Valverde Campione del Mondo

Valverde Campione del Mondo

Valverde: ciclismo “in ottima salute”! questa la risposta alla domanda posta al nuovo Campione del Mondo da parte del quotidiano spagnolo Marca. Avvicinato dai giornalisti della nota testata giornalistica sportiva, Alejandro ha dichiarato che non ama essere intervistato sulle attività legate ad Operacion Puerto, che hanno portato alla sospensione dello spagnolo per due anni.

Quando viene incalzato dai giornalisti di Marca se fa male parlare di quella vicenda, Valverde ha detto:

“Non fa male, ma non mi piace parlarne sempre, sono [i giornalisti], in primo luogo e soprattutto a dargli peso. Chiunque è libero di scrivere ciò che vuole, ma nel dare peso ad esso si gioca”.

Poi, quando gli è stato chiesto se pensava che il ciclismo fosse un modello di sport pulito, ha aggiunto: “È molto chiaro che oggi il ciclismo ha una grande salute”.

Lo scandalo dell’Operazione Puerto ha riempito di nuovo i titoli la scorsa settimana, dopo che un tribunale spagnolo ha autorizzato il rilascio di sacche di sangue al comitato olimpico italiano.

I nomi degli atleti collegati al caso potrebbero finalmente essere rivelati dopo la decisione della corte. Più di 200 sacche di sangue sono state sequestrate durante l’operazione di polizia nei raid antidoping nel 2006 che coinvolse nomi grossi e, tra gli altri, anche Tyler Hamilton e Jan Ulrich.

Nel 2010, Valverde fu infine squalificato per due anni dopo che il suo DNA fu abbinato a una sacca di sangue sequestrata nelle incursioni di Puerto.

I nomi dei 26 atleti uomini e delle tre donne legate a “Puerto attraverso le sacche di sangue non sono stati pubblicati a causa della paura di azioni legali da parte di coloro che ne furono coinvolti (è sopraggiunta, oltretutto la prescrizione del reato)
Secondo quanto riportato qualche giorno fa dall’altro giornale sportivo spagnolo AS, le sacche di sangue raccolte dagli inquirenti nei laboratori del dottor Eufemiano Fuentes e attualmente conservate presso un laboratorio di Barcellona saranno inviate a Roma, presso il Coni.

Va ricordato che furono proprio le richieste del Coni a portare, nel 2009, alla squalifica di Alejandro Valverde (in una sacca etichettata Valv-Piti venne rinvenuto DNA del neo campione del mondo).

Il corridore iberico fu prima squalificato dalle corse italiane e successivamente la squalifica fu estesa ad uno stop totale dal 2010 al 2012.

Armstrong twitta: “Thomas la coppa te la do io”!

 Armstrong twitta ironizzando sul furto della coppa

Armstrong twitta a Thomas: “se cerchi una coppa tela do io” intervento a gamba tesa dell’ex ciclista texano non nuovo ad affermazioni forti

Armstrong Twitta a Thomas

Armstrong Twitta a Thomas

Armstrong twitta un post non proprio politically correct verso Geraint Thomas vincitore del Tour de France 2018 in relazione allo spiacevole episodio di cui il britannico è stato l’incolpevole vittima.

Qualche giorno fa, a margine di un evento organizzato da Pinarello, il campione britannico è stato “alleggerito” del trofeo commemorativo della vittoria alla Grande Boucle 2018.

“Nessuno potrà portarmi via le emozioni e i ricordi di quest’estate” ha dichiarato Thomas palesemente allibito per lo spiacevole accadimento ed  è palese che perdere il simbolo di una vittroria così prestigiosa abbia un valore intrinseco superiore a quello materiale.

La notizia del furto ha chiaramente suscitato reazioni di sdegno da parte degli addetti ai lavori e degli appassionati di ciclismo. 

A intervenire sulla questione è stato colui il quale nell’albo d’oro non figura ma che in casa detiene sette trofei commemorativi della vittoria finale: Lance Armstrong.

“Che peccato, amico. Ne ho 7 di questi a casa, se vuoi te ne presto uno”. 

e’ il post pubblicato su Twitter dal ciclista texano. Resta da capire se il tono del messaggio fosse serio o vagamente ironico. Quello che è certo è che, dopo aver teso la mano all’ex “nemico” Jan Ullrich, ora il corridore di Austin pare aver preso a cuore la situazione del 32enne membro del Team Sky.

Lance Armstrong è stato squalificato a vita nel 2012 per doping.

 

David Zabriskie e quella promessa non mantenuta

David Zabriskie aveva giurato di non usare sostanze

David Zabriskie la storia dell’ex prodigio della US Postal di Lance Armstrong che ha violato la promessa fatta di non toccare sostanze

David Zabriskie

David Zabriskie

David Zabriskie e la sua storia sono una delle realtà forse più toccanti dello scandalo che ha travolto Lance Armstrong e la sua US Postal Service.

David Zabriskie è stato il primo ciclista americano a vincere una tappa in tutti e tre i grandi giri (Giro, Tour e Vuelta) dimostrando tutte le sue qualità e la sua voglia di vincere.

David sale in bicicletta giovanissimo, la sua famiglia vive un’esistenza segnata dalla tossicodipendenza del padre che morirà giovanissimo vittima proprio dei suoi demoni e della sua dipendenza.

Per il giovane Zabriskie la bicicletta è la valvola di sfogo dalle brutture del vivere quotidiano, è una fabbrica di endorfine che si alimenta di fatica e sudore. Allenamenti estenuanti, fra gli 80 e i 100 chilometri, sono il suo antidoto alle sostanze che il padre assume e che circolano in casa.

Zabriskie scopre il ciclismo guardando un film degli anni ’70 intitolato “All American Boys” e si compra la prima bicicletta con i risparmi accantonati. L’obiettivo del gracile David è quello di metter su un po’ di muscoli con la sua Mountain Bike e, come detto, dimenticare i problemi di casa.

A quindici anni Zabriskie conosce Steve Johnson (il futuro presidente dell’USA Cycling) in un incontro organizzato da un club ciclistico locale e tra i due scatta una bella amicizia.

Come detto, il padre di Zabriskie aveva una storia di abuso di sostanze e, considerando come la tossicodipendenza aveva segnato la sua esistenza, Dave giura a se stesso di non assumere per nessuna ragione delle droghe e, anzi, vede nel ciclismo un hobby sano e salutare che lo può tenere lontano dalle cattive frequentazioni.

Nel 1998, a 19 anni mentre è ancora un dilettante, viene invitato ad una corsa con Lance Armstrong e Kevin Livingston, proprio in quell’occasione lo staff del texano fa conoscenza con David che nel 2000 entra nel team Postal e per restarvi sino alla fine della stagione 2004.

David Zabriskie si presenta motivatissimo all’appuntamento con i professionisti, mette a segno delle entusiasmanti prove a cronometro e, forte di una perfetta condizione fisica, si tiene lontano dal doping. David è un tipo sveglio, non dorme e ha gli occhi aperti, negli alberghi in cui soggiorna col team vede siringhe e i medici praticare delle iniezioni ai compagni di squadra e di stanza ma se ne tiene alla larga temendo si trattasse di sostanze dopanti.

Nel 2002 David, dopo aver attraversato un periodo di crisi, accetta di sottoporsi alle “iniezioni di recupero” come le chiamano i suoi colleghi alla US Postal. David odia aghi e punture, sente salire il ricordi d’infanzia e del padre tossico ma il meccanismo è di quelli “dentro o fuori” e il ragazzo impara ad accettare e a maneggiare siringhe, aghi e quelle confezioni che tra gli ingredienti riportano “vitamine”.

Nel 2003 Zabriskie dimostra tutte le sue doti, è un vero astro nascente del ciclismo e una vecchia volpe come Johan Bruyneel capisce che bisogna andare avanti. Assieme a García del Moral (medico del team) invita David e il compagno Michael Barry in un caffè di Girona consegnando agli consegna ai due giovani delle confezioni di liquidi iniettabili: iniezioni «di recupero» ed EPO

David è scioccato, non si aspettava di ricevere un tale segnale dal team, cerca di informarsi sugli effetti collaterali dell’assunzione di prodotti dopanti. Il primo timore del ragazzo è legato agli aspetti sanitari: Gli avrebbe impedito di avere figli? E’ sicura? Avrebbe provocato dei cambiamenti fisici? Non è tanto una questione di “frode sportiva”, tutti lo fanno (?) quanto di incolumità fisica.

“Lo fanno tutti” cerca di confortarlo Bruyneel, aggiungendo che se l’EPO fosse pericolosa nessuno dei ciclisti professionisti avrebbe figli.

Zabriskie capitola alla pressione del manager che, sempre assieme a del Moral, consegna una scatola di cerotti al testosterone da dividere fra i due ciclisti per aumentare l’effetto di recupero.

David sa che quando accetti compromessi poi tornare indietro è dura, lo sa perché ha visto il padre scomparire imprigionato dalle sostanze, David chiama la madre e piange al telefono. Vive un momento segnato da infortuni e dubbi, timori e delusioni tanto da pensare al ritiro del ciclismo.

Sul finire del 2004 firma un contratto biennale con la CSC, diventando un gregario di primo piano di Ivan Basso, uno dei principali avversari di Lance nel Tour 2005.

David era salito in bici per scappare dalla tossicodipendenza del padre ma si era ritrovato dipendente al meccanismo delle iniezioni del sistema US Postal.

Kanstantin Siutsou positivo all’EPO 

Kanstantin Siutsou positivo all’EPO colpo per la Bahrain-Merida

Kanstantin Siutsou positivo all’EPO in un controllo a sorpresa il 31 luglio. Il team manager: “Prenderemo ulteriori decisioni”

Kanstantin Siutsou positivo all’EPO

Kanstantin Siutsou positivo all’EPO

Kanstantin Siutsou positivo all’EPO, ecco che una  brutta tegola sulla Bahrain-Merida formazione di Vincenzo Nibali. Il 36enne corridore bielorusso è stato fermato dall’Uci a seguito della positività all’Epo riscontrata ad un controllo effettuato a sorpresa lo scorso 31 luglio.

Siutsou, che è stato immediatamente sospeso dalla squadra, può far richiesta delle controanalisi ma, come sempre accade in questi casi, è arduo che queste diano un risultato divergente rispetto al primo.

Kanstantin Siutsou già a giugno era stato informato dalla Bahrain che il suo contratto in scadenza a fine anno non sarebbe stato rinnovato. Ora con questa positività e in virtù della non più giovane età del corridore è facile ipotizzare che la positività ponga fine alla sua carriera professionistica.

Dura la posizione del general manager del team arabo Brent Copeland

 ” Questa notizia è terribilmente deludente, noi siamo estremamente rigidi su questo aspetto e prenderemo ulteriori provvedimenti nei confronti del corridore”.

Siutsou milita nella Bahrain, in precedenza aveva indossato per quattro anni la maglia del Sky, fino al 2015, e quella del Team Dimension Data nel 2016. Il corridore bielorusso, classe 1982, vanta un titolo di campione iridato in linea Under 23 nel 2004 a Verona ed una medaglia di bronzo nella cronometro a squadre iridata in Toscana nel 2013.

Nelle 13 stagioni da professionista, Kanstantin Siutsou ha ottenuto 11 vittorie tra cui spicca la tappa di Bergamo del Giro d’Italia 2009. Proprio con la maglia rossa dell’emirato ha ottenuto due successi, nell’aprile scorso, una tappa e la classifica finale del Giro di Croazia.

Quest’anno il bielorusso doveva essere al via del Giro d’Italia ma durante la ricognizione della tappa a cronometro inaugurale a Gerusalemme è stato vittima di una brutta caduta in cui si è procurato una frattura vertebrale che gli ha precluso la partecipazione alla corsa rosa.

Kanstantin era tornato alle gare senza brillare al Giro d’Austria per poi ritirarsi alla Classica di San Sebastian, lo scorso 4 agosto, la sua ultima gara.

 

 

Sebastiano Alicata intervista all’autore di Mister D

Sebastiano Alicata intervista esclusiva per Ciclonews

Sebastiano Alicata, autore dell’interessantissimo libro Mister D in cui si parla di sport e doping intervistato in esclusiva per Ciclonews.biz

Sebastiano Alicata

Sebastiano Alicata

Sebastiano Alicata è l’autore di un interessante e introspettivo libro che trappa lo spigoloso argomento de rapporto tra sport e doping e tra sport e manipolazioni dei risultati. Ci siamo imbattuti nel suo libro (Mister D. Il doping e la manipolazione dello sport professionisticoche ci ha colpiti per il modo innovativo di trattare una materia a volte inflazionata e troppo spesso “usata” per far notizia. L’opera di Sebastiano, edita da    , ci è apparsa subito equilibrata e originale.
Abbiamo incontrato Sebastiano Alicata in un caldo pomeriggio di settembre e ci ha raccontato del suo rapporto con lo sport e con il ciclismo in particolare.

Ciao Sebastiano, anzitutto grazie per aver accettato la nostra intervista.

Grazie a Voi ragazzi per lo spazio che mi state dando e che avete dato al mio libro

Ci racconti come è nata l’idea del libro Mister D?

Scrivo un po’ da sempre ed in passato ho pubblicato poesie e racconti. L’idea di Mister D. è nata sia come sfida sia come atto d’amore nei confronti della scrittura e delle storie che hanno a che fare con la fragilità umana ma anche nei confronti della dimensione più pura dello sport. Per dimensione più pura intendo il coinvolgimento interiore di chi si rivolge all’attività sportiva e alla ricerca di se stessi nell’espressione e nell’esecuzione del gesto atletico. Con questo libro il tema doping, oltre a prestarsi per fare il punto sulla situazione attuale intorno al problema e ad indagare sulle possibili manipolazioni che ci sono state nel corso degli anni, è diventato anche funzionale al racconto di alcune drammatiche vicende umane e sportive.

Nel libro tratti approfonditamente la vicenda di Marco Pantani, hai un ricordo di qualche impresa del Pirata?

Beh, senza dubbio la storica doppietta compiuta da Marco Pantani nell’estate del 1998 quando riuscì a vincere Giro d’Italia e Tour de France. In particolare la 15ª tappa, quando sul Col du Galibier, in una terribile giornata di vento e pioggia, il Pirata infligge al rivale tedesco del momento Jan Ullrich quasi 9 minuti di distacco, strappandogli la maglia gialla e mettendo le mani, di fatto, sul Tour de France. All’epoca avevo 23 anni e fui testimone come tanti di un evento sportivo che divenne storia, forse l’ultimo atto di un ciclismo che non c’è più e che già allora non esisteva più, ma che per rivisse per un attimo, un’ultima esplosione intensa e brillante. Era il ciclismo epico ed eroico di Marco Pantani, quello che sapeva di antico e di imprese, quello che per due mesi regalò al nostro paese forse l’impresa più incredibile di quegli anni: la doppietta Giro-Tour, trasformando Pantani in leggenda. Bisogna anche ricordare che allora il ciclismo era molto meno pulito e controllato di oggi e che non si è mai escluso che anche Pantani possa aver fatto uso di EPO come molti ciclisti negli anni ‘90. Ha compiuto comunque qualcosa di incredibile perché vincere due grandi corse a tappe in due mesi è qualcosa capitata solo ai migliori: a Fausto Coppi, a Jacques Anquetil, a Eddy Merckx, a Bernard Hinault, a Stephen Roche, a Miguel Indurain e proprio a Marco Pantani.

Come è nata la passione di Sebastiano Alicata per il ciclismo?

 Mi sono appassionato al ciclismo cominciando a fare triathlon, quindi nuotando, pedalando e correndo, oltretutto senza provenire dal punto di vista atletico da nessuna delle tre discipline. Pratico triathlon in modo amatoriale ma comunque agonistico dal 2012 e quindi sono dovuto inevitabilmente salire sulla bici da corsa, ho dovuto imparare a portarla in un certo modo e cominciare a macinare salite e chilometri. Ciò che prima vedevo come estremamente faticoso, ed in effetti lo è, è diventato pian piano affascinante ed avvincente. Andare in bici e fare determinati allenamenti è spesso pesante, nell’immaginario collettivo la fatica qualcosa da evitare, come sappiamo la fatica fisica è sempre stata pure meno corrisposta economicamente di quella intellettuale, fare fatica gratis solo per guardarti dentro perché altrimenti non lo faresti, credo che sia oltremodo poetico. Sarà un luogo comune ma la bicicletta, oltre ad essere divertente, è davvero una metafora della vita.

C’è un ciclista in attività per cui fai il tifo? Se sì, perché?

Non sono un tifoso di nessuno in particolare ma c’è un ciclista che mi piace più di tutti e che seguo molto per il suo modo di prendersi sempre molto poco sul serio e di essere agli antipodi delle convenzioni ciclistiche. Sto parlando di Peter Sagan, uno si muove nel mondo del ciclismo come un attore ed una specie di rockstar, uno che detta lo stile e che sta cambiando un po’ pure il modo di andare in bici ed il ciclismo moderno. Il suo modo di guidare la bicicletta secondo me è unico, è avanguardia, è ispirazione, è potenza usata in modo naturale e disarmante, è arte fatta di impennate, numeri da funambolo e discese al limite della fisica. Sagan è un anticonformista comunque fortissimo, a 28 anni vanta oltre cento vittorie in carriera e tre mondiali vinti consecutivamente dal 2015 al 2017.  Non si può paragonare a nessun altro corridore in circolazione, e nemmeno a qualche campione del passato, perché ha caratteristiche che nessun altro ciclista ha avuto concentrate tutte assieme. Sagan vince, quest’anno ha vinto per la prima volta la grande classica Parigi-Roubaix, ma appare quasi sempre scanzonato e sereno, anche quando perde, sottolineando spesso in modo beffardo e irriverente che: “In fondo stiamo parlando solo di una corsa in bicicletta” Sagan è il ragazzo più divertente, esuberante e criticato dal ciclismo internazionale e per questo non può che piacermi molto più di chiunque altro.

Quale potrebbe essere per Sebastiano Alicata una soluzione al problema doping?

 Sono dell’idea che fin quando non si analizzano i problemi alla radice non si riuscirà mai nemmeno a comprenderli fino in fondo. Nel libro sottolineo quanto sia per esempio importante il contesto sociale, culturale e familiare in cui l’atleta fin da giovanissimo si ritrova. E’ importante e determinante l’attitudine che nei confronti del doping hanno quelli che Sandro Donati, ex allenatore della nazionale italiana di atletica leggera e maestro dello sport, chiama “adulti significativi”, quindi genitori, familiari, allenatori, medici e dirigenti che, a seconda delle occasioni, potrebbero avere un ruolo positivo o negativo. Bisogna chiedersi quale sia la propensione degli adulti significativi verso il doping piuttosto che verso un’attività pulita per cui è fondamentale la creazione dell’ambiente giusto intorno al ragazzo o alla ragazza che si avvicina alla pratica sportiva. Un possibile approccio al problema potrebbe essere la creazione da parte delle federazioni sportive di uno staff di adulti significativi decisi a cambiare l’attuale sistema sportivo e l’impegno a far firmare una carta d’impegno etico non solo agli atleti, ma anche ai dirigenti sportivi e agli allenatori. Una soluzione definitiva probabilmente non si otterrà mai.

Secondo Sebastiano Alicata, si può ancora credere nello sport pulito?

E’ molto difficile perché il doping è stato “normalizzato” e spesso è stato organizzato dalle stesse istituzioni sportive. Per uno sport pulito è necessario smascherare chi lavora a quella catena di montaggio di atleti destinati a primeggiare e utili solo in funzione di determinati risultati. Data la componente competitiva dello sport professionistico e non solo, purtroppo sarà molto difficile avere un sport pulito in tutti i sensi, perché se il doping ha un giro di affari di 500 milioni di euro all’anno solo in Italia, è la vittoria a tutti i costi che consolida un sistema di potere politico in cui istituzioni sportive, doping, antidoping, interessi delle grosse case farmaceutiche e business giganteschi si inseguono e si intrecciano senza soluzione di continuità.

 

 

Rolling Stone intervista Riccardo Riccò

Rolling Stones intervista il Cobra

Rolling Stone intervista il Cobra Riccardo Riccò che racconta a ruota libera della sua vita, del Doping e del recente Tour de France

Rolling Stone intervista Riccardo Riccò

Rolling Stone intervista Riccardo Riccò

Rolling Stone noto periodico di musica e cultura moderna ha incontrato Riccardo Riccò per una intervista a tutto tondo tra doping, ciclismo moderno e la sua seconda vita. “Solo olo col doping non vinci. Senza doping nemmeno” è una legge non scritta, secondo il corridore Modenese, che spiega approfonditamente nel suo ultimo libro “cuore di Cobra” (edito da Piemme edizioni e scritto con Dario Ricci).

Riccò, squalificato dal Tribunale Nazionale Antidoping per 12 anni potrebbe tornare a gareggiare solo nel 2024.

Il Cobra ha parlato, dalle colonne di Rolling Stone, della controversa figura del capitano della Sky Chris Froome che non è riuscito nella storica doppietta Giro-Tour:

“Non mi piace come corridore, c’è chi lo paragona a Lance Armstrong, ma l’americano è sempre andato forte. Lui è saltato fuori dal nulla a 30 anni o giù di lì, e io non ci credo a queste storie”.

Il cobra sa ancora mordere e, come ha sempre fatto, non disdegna mai di tirar fuori i denti nemmeno quando si parla dei recenti accadimenti del Tour tra sputi, insulti, ciclisti fatti cadere (lo stesso Froome è stato vittima di un gendarme che lo ha scambiato per un amatore):

“ci sono stati parecchi casini. Ma mi pare che in tutto il mondo succedono cose strane ultimamente. Sarà colpa del caldo”.

E caldi sono stati gli anni che ha vissuto come professionista Riccardo Riccò, una candela che ha brillato molto ma che è bruciata in fretta vittima, per sua stessa ammissione, del suo carattere o fatto a pezzi da un mondo che fa spesso distinzioni.

Riccardo ha ancora una volta rimarcato come il fenomeno del doping sia congenito nel ciclismo, nello sport ma in generale nella vita (leggasi la droga) sottolineando come a tratti possa essere una battaglia persa:

“C’è sempre una nuova sostanza, sempre più difficile da rilevare. Quando dicono che il doping è sempre un passo avanti rispetto all’antidoping, dicono una grande verità”.

Ma come è cambiato il ciclismo nel porsi nei confronti del doping, insomma se è vero, come sostiene Riccò, che senza doping non puoi competere, le vicende giudiziarie che hanno travolto il ciclismo sul finire degli anni 90 e nei primi 2000 non sono servite a nulla?

Secondo il Cobra la situazione sarebbe ancora peggio rispetto ai tempi delle scandalo Festina o di ciò che accadeva quando era lui stesso parte del gruppo:

“Ai miei tempi ne succedevano di tutti i colori, peggio che ai tempi di Pantani  con il limite di 50 di ematocrito per tutti. Allora tutti usavano l’Epo, e in qualche modo erano alla pari. Ora c’è un ventaglio larghissimo di sostanze: chi usa la genetica va inevitabilmente molto più forte di uno che utilizza doping meno sofisticati. Non c’è paragone. Oggi chi ha più soldi e conoscenze migliori è troppo avvantaggiato, e questo crea squilibrio”.

Insomma parrebbe che la situazione del ciclismo sia in peggioramento almeno stante alle parole rilasciate a Rolling Stones da Riccardo che sottolinea come, paradossalmente, l’apparente maggior controllo stia spingendo verso soluzioni più estreme di farmaci non ancora testati che spopolano sopratutto tra gli amatori e, in alcuni casi anche nelle categorie giovanili.

Le parole del Cobra faranno sicuramente discutere nei prossimi giorni. L’intervista completa è pubblicata sul sito della rivista.