Dario Pegoretti telaista innovativo e genio modernista

Dario Pegoretti telaista, genio e amante dell’acciaio

Dario Pegoretti telaista moderno ed innovativo amante dell’acciaio scomparso nell’agosto del 2018, conosciamo la sua storia

Dario Pegoretti

Dario Pegoretti

Dario Pegoretti è stato uno dei più grandi, e non a tutti noto, telaisti italiani, nato nel 1956, amante del ciclismo ha gareggiato sino alla categoria juniores per poi capire che la sua passione per la bicicletta si sarebbe espressa meglio nella creazione di telai che spingendo sui pedali.

Dopo aver conseguito la maturità, decide di seguire la sua passione e si trasferisce a Verona dove inizia a lavorare come aiutante telaista presso la bottega artigianale di Luigino Milani che in quegli anni lavora in qualità di terzista per i più noti marchi di biciclette italiane.

Pegoretti osserva i tubi saldobrasati con congiunzioni, resta affascinato da quei telai che al posto della classica congiunzione presentano un cordone diverso dal normale. All’epoca non c’era Google per scoprire le tecnologie, lo studio è faticoso ma premiante tanto da , convincere il Milani a comprare una macchina per questa saldatura (la saldatura a Tig).

Pegoretti matura grande esperienza e professionalità nella produzione di telai e, quando nel 1990  viene a mancare il Milani (che nel frattempo era diventato suo suocero), decide di mettersi in proprio continuando la collaborazione con due marchi di grande prestigio come Pinarello e Bianchi.

L’attività di terzista va un stretta a Dario Pegoretti che nel 1996 decide di iniziare a produrre telai su misura con il proprio nome spostando la produzione a Caldonazzo, in provincia di Trento, e successivamente a Marter di Roncegno: nascono i Telai Pegoretti.

Dario nato con l’acciaio vede entrare sul mercato nuovi materiali ma resta vincolato al “suo” materiale rendendolo più moderno del moderno, dando uno stile unico e di design.

“L’acciaio parla, è sincero, ha un odore inconfondibile ed è un materiale vivo. D’inverno ha un odore diverso che d’estate. È un materiale sincero e devi rispettarlo”

Era solito ripetere Pegoretti.

Dario Pegoretti: Lo stile

Messosi in proprio e lanciato il proprio marchio personale grazie a buoni contatti oltreoceano, Dario riesce a proporre i propri telai sul mercato americano che si dimostra molto sensibile alla creatività del telaista. La fantasia di Pegoretti è inarrestabile, diventa un artista, anzi l’Artista del telaio tanto da essere paragonato al mitico Basquiatt. Dario è semplicemente il numero uno dei telaisti mondiali, il suo amico Richard Sachs (noto telaista americano) ha dichiarato:

“He has forgotten more than any of us here will ever know”, ha dimenticato più cose lui di quante ne potremo imparare noi.

Nel 2004, proprioo assieme all’amico Richard Sachs, disegnò la serie di tubi PegoRichie, prodotta da Columbus a partire dall’anno successivo e che fecero letteralmente furore.

Gli Americani adorano a tal punto i suoi telai che nel 2008 viene premiato come miglior telaista al NAHBS (North American Handmade Bicycle Show).

Nel 2010 una sua bici venne esposta al Museo d’arte e design di New York entrando nella lista dei sei più grandi telaisti mondiali e conquistando World Paper (una delle più importanti riviste di architettura e design).

Dario Pegoretti: telai speciali

In pochi hanno avuto la fortuna di entrare in possesso di un suo telaio, erano necessari almeno due anni di “coda” per avere poi in mano uno dei mezzi più eccitanti al mondo con cui pedalare.

Il colore appariscente dei suoi telai colpisce la fantasia di molti, meno quella di Dario:

“dico la verità: me rompe un po’ i cojoni. Preferirei che prima di tutto fosse apprezzata la funzionalità di un telaio”.

Insomma l’aspetto estetico è considerato secondario da Dario, ma poi alla fine “se una cosa va fatta, è meglio che sia fatta bella” e quindi ecco modelli unici che qualcuno acquista solo per l’aspetto anche se in realtà ogni telaio è prodotto funzionalmente alle esigenze del cliente anche contro una logica di mercato che vuole l’estremizzazione della tecnologia senza badare al reale uso del mezzo meccanico.

Dario era particolarmente appassionato di musica, come si può riscontrare anche da alcuni nomi dei suoi modelli tra cui il mitico “Big Leg Emma” , ispirato da una canzone di Frank Zappa.

 

Dario Pegoretti: telai per vip e big del ciclismo

Come detto, in pochi al mondo possono dire di avere un telaio Pegoretti, tra questi fortunati ecco il compianto attore americano Robin Williams, vero fanatico di biciclette che si era accaparrato un paio di esemplari unici. Altro fortunato il cantante Ben Harper divenuto amico di Dario e che all’artista del telaio ha dedicato una canzone.

In pochi sanno che Pegoretti ha “servito” alcuni tra i più grandi ciclisti del mondo, tra cui Miguel Indurain, Stephen Roche, Claudio Chiappucci, e Mario Cipollini. Lo stesso Marco Pantani era solito farsi produrre “di nascosto” telai da Dario.

Ma Dario non amava essere un telaista d’elite, amava confrontarsi sui social con giovani appassionati di meccanica o di grafica, ragazzi che sono stati da lui a imparare l’arte dell’acciaio. Un Maestro insomma, generoso di consigli ma severo e pronto a bacchettare chi cercava scorciatoie per il successo.

Indimenticabili i suoi post su vari forum italiani ad argomento ciclistico con il nickname “Round” in dialetto in cui spiegava le sue idee e che erano un concentrato di conoscenza e umorismo.

Dario Pegoretti: l’acciaio contro il carbonio

“I costruttori scelgono il carbonio e alluminio perché sono  più veloci da lavorare oggi le biciclette si costruiscono principalmente nel Sud Est asiatico, dove non sono esperti nella lavorazione dell’acciaio ma il materiale in sé non conta, conta avere un’idea e poi usare al meglio il materiale”.

In questa frase è racchiusa la filosofia di Dario Pegoretti

Dario Pegoretti: l’addio

Nel 2007 gli viene diagnosticato un linfoma dal quale riesce a guarire e da cui gli venne l’idea della la grafica “Catch the Spider” – Ciapa el ragno come la traduceva lui.

La notizia della sua scomparsa è arrivata lo scorso mese di luglio, a porre fine alla vita di questo artista del telaio un attacco di cuore. Con lui non se ne va non solo un genio unico ma anche una persona vecchio stampo, schiva ma sincera e diretta, una mente vulcanica e ricca di idee.

Un maestro, un faro del settore sempre pronto a mettersi in discussione e a sorprendere tutti con scelte innovative e controcorrente.

Ciclista contro Cavallo: le sfide dei ciclisti

Ciclista contro Cavallo: la sfida di Chris Anker Sorensen

Ciclista contro cavallo, il danese Chris Anker Sorensen ha vinto la insolita (ma non troppo) prova già affrontata da Bartali, Moser, Chiappucci e Freire

Ciclista contro cavallo: Sorensen

Ciclista contro cavallo: Sorensen

Ciclista contro Cavallo vi siete mai chiesti se un ciclista può battere un possente equino? Noi no e pensiamo nemmeno voi ma la sfida improbabile ogni tanto solletica le fantasie dei ciclisti. L’ultimo, solo in ordine di tempo, a tentare la bizzarra sfida è stato il ciclista professionista danese, Chris Anker Sorensen, che lo scorso fine settimana ha deciso di sfidare il cavallo “Armani”.

Il duello ha avuto luogo in un’ippodromo appena fuori da Odense, in Danimarca, dove Chris Anker Sørensen, vincitore di tappa al Giro d’Italia, ha affrontato un purosangue lungo un percorso di 1 km. L’esibizione è stata infatti l’ultima uscita del danese come ciclista professionista prima di riagganciare i tacchetti per diventare un commentatore ciclistico nella sua nativa Danimarca.

La vittoria è andata ad Armani ma solamente al fotofinish, è stata molto combattuta e sicuramente divertente per chi vi ha assistito.

Uomo contro Cavallo: Guillermois e Roche

Non è la prima volta che i ciclisti si affrontano contro i cavalli. L’ex ciclista della Direct-Energie, Romain Guillemois, ha corso un cavallo chiamato “Timoko” in una gara in Francia l’anno scorso.

Nonostante un coraggioso sforzo di Guillemois (anche se non è mai sembrato andare a tutto gas), il cavallo ha ottenuto la vittoria abbastanza comodamente in quello che deve essere stato qualcosa di un anti-climax per gli spettatori.

Una sfida simile si è svolta nel 2014 quando il corridore irlandese, Nicolas Roche, è stato sconfitto da un cavallo in un entusiasmante testa a testa a Leopardstown, in Irlanda. Fu una gara più equilibrata, poiché a Roche fu permesso di correre sulla strada asfaltata che circondava l’ippodromo.

Ciclista contro Cavallo: da Bartali a Chiappucci e Fraire

Ciclista contro cavallo: Chiappucci

Ciclista contro cavallo: Chiappucci

Non solo atleti stranieri hanno preso parte a questa singolare prova di velocità. La prima sfida similare che si ricorda avvenne a San Siro il 9 marzo 1894 tra Buffalo Bill e il ciclista Romolo Buni: vince il cavallo. Nel 1948 fu la volta di Gino Bartali che battè Egan Hanove all’ippodromo di Bologna e, sempre all’ Arcoveggio, il trottatore Orbiter perde da Bartali nel 1953.

Nel 1978, a Follonica, scende in pista Moser, che ha la meglio Atollo. Nel 1984 ci fu vittoria ancora di Francesco Moser su Larson, sauro guidato da Sergio Brighenti all’Ippodromo di San Siro davanti a 20.ooo spettatori.

Nel 1995 fu la volta di Claudio “El Diablo” Chiappucci di sfidare e battere, sulla distanza del chilometro, Peace Kronos, considerata la migliore trottatrice femmina in attività dell’epoca.

La sfida tra il ciclista di Uboldo e Peace Kronos non fu memorabile in quanto il cavallo, portato dal driver Enrico Dall’Olio “ha rotto” già alla prima curva mentre Chiappucci “lanciato” dall’auto è diventato imprendibile. Il pubblico infatti non gradì la cosa e iniziò a fischiare. La sfida venne ripetuta pochi minuti dopo: la seconda volta Peace Kronos non ha rotto, ma El Diablo ha rivinse agevolmente: con il tempo di 1′ 11″6 a 50,279 km/h.

Chiappucci nel 2010 ci riprova contro la figlia del mitico Varenne, Lana del Rio vincitrice del Derby 2008 e guidata da Santo Mollo. La sfida è improba in quanto, all’Ippodromo di Vinovo (TO), El Diablo deve competere su sabbia e la cavalla ha la meglio. L’ ultimo a cimentarsi è Oscar Freire nel 2004 a Valencia: il tre volte iridato piega Duc du Rietort.

Chissà cosa ne avrebbero detto i mitici “Pomata” e “Mandrake” del notissimo film Febbre da Cavallo di una sfida di un ciclista contro cavallo? Sicuramente non sarebbe mancata una loro “Mandrakata” per indovinare il vincente dell’improbabile sfida tra “Soldatino” e il ciclista di turno!

Maglia a Pois simbolo del Tour de France

Maglia a Pois uno degli emblemi della Grande Boucle

Maglia a Pois è uno dei simboli del Tour de France che identifica il miglior scalatore della corsa francese, ecco la storia di questo emblema

Maglia a Pois

Maglia a Pois

Maglia a Pois, uno dei grandi classici del Tour de France. Sicuramente la maglia più ambita e simbolica dopo il “Sacro Graal” della maglia gialla di leader della generale. I colori nel ciclismo hanno una funzione fondamentale, in quasi nessun altro sport il leader di una gara o il campione di una nazione (o del mondo) acquisiscono il diritto di competere con una maglia diversa. Questo, invece, avviene nel mondo del ciclismo da sempre.

Se per i leader della generale si tende a scegliere una maglia monocromatica, la gialla al Tour, la rosa al Giro e la rossa (prima color amarillo) alla Vuelta, per identificare il miglior scalatore la corsa più famosa al mondo, il Giro di Francia appunto, ha deciso di creare una maglia assolutamente originale.

Maglia a Pois nasce solo nel 1975!

Se la classifica della montagna fu inserita per la prima volta nel 1933, per vedere una maglia dedicata al leader della specialità bisogna arrivare al 1975. L’idea di premiare il miglior “grimpeur” della corsa francese nacque dalla indiscutibile capacità di Vicente Trueba, ciclista spagnolo, di affrontate le salite (la stessa abilità non era però presente nelle discese). Ad ogni modo l’allora direttore della corsa francese, Henri Desgrange, decise che il corridore in grado di transitare per primo sulle vette della corsa venisse premiato con un riconoscimento.

Inizialmente al primo a transitare sul GPM veniva attribuito un bonus in termini di tempo da far valere sulla classifica generale. Dopo qualche anno venne tolto il bonus ma l’organizzazione continuò a stilare una speciale classifica per i più abili scalatori della corsa.

Maglia a Pois tra Chocolat Poulain e montagne

Solo nel 1975, l’organizzazione decise di introdurre un segno distintivo per il leader della classifica della montagna. L’idea di griffare la divisa con dei pois rossi fu dell’allora sponsor di maglia la ditta produttrice di cioccolato Chocolat Poulain che voleva aumentare la visibilità del proprio marchio. Fino ad allora, il leader doveva accontentarsi di un punto rosso sulla sua divisa, poi i punti aumentarono creando una istrionica maglia ora simbolo nel mondo.

“Ci fu un dibattito sul colore”, ricorda Albert Bouvet, allora direttore della corsa “Ho immaginato una maglia che mostrava le alte vette del Tour de France come il Galibier dove era il monumento Henri-Desgrange (fondatore della gara) “.

Dopo essere arrivata sulla strada nel 1975, la maglia a pois divenne presto popolare, così che la Poulain, le cui scatole inizialmente avevano un cerchio blu su uno sfondo arancione, decise di modificare il packaging dei propri prodotti.

La maglia fu indossata per la prima volta dall’olandese Joop Zoetemelk il 27 giugno 1975, quasi inconsapevolmente. In cima alla modesta salita del Bomerée, all’uscita della città belga di Charleroi, Joop anticipò Eddy Merckx conquistando il diritto a vestire questa nuova e particolare divisa. Sul traguardo di Parigi fu il belga Lucien Van Impe a transitare con questa maglia che sarebbe diventata storica.

Maglia a Pois: Virenque e gli altri

La bellezza e il fascino della maglia “Maglia a Pois Rouge” divenne subito assoluto per gli scalatori, uno dei ciclisti francesi più amati della storia, Richard Virenque , è quasi identificato con questa maglia. Virenque, con sette successi, è infatti il corridore che ha vinto più volte l’ambita classifica seguito da Bahamontes e Van Impe (6 vittorie).

Fra gli italiani, troviamo con due successi Fausto Coppi e  GinoBartali (che vinsero nello stesso anno la generale e la classifica della montagna) Massignan e Chiappucci, mentre con una vittoria Nencini, Bellini e Battaglin, ultimo azzurro ad aver conquistato la classifica dei GPM nel 1979.

Maglia a Pois: gli sponsor

Dal 1975 ad oggi l’appeal della maglia à pois rouge è via via aumentato non solo nei confronti dei corridori che la vedono come un simbolo di cui fregiarsi ma anche per gli sponsor che la vedono come una importante promozione per il proprio brand.

  • 1975-1978: Chocolat Poulain
  • 1979-1981: Campagnolo
  • 1982-1984: Chocolat Poulain
  • 1985-1989: Café de Colombia
  • 1990: pitture Ripolin
  • 1991-1992: Coca-Cola Light
  • 1993-2008: supermercati Champion
  • 2009-: supermercati Carrefour

Maglia a Pois: Tour de France e non solo

L’idea di far indossare una maglia a pois al leader della classifica della montagna, partita dal Tour de France ha fatto “moda” tanto da essere utilizzata da molte altre competizioni in giro per il mondo. In particolare, premiano il miglior gripeur con una maglia a punti le seguenti manifestazioni:

Vuelta Espana (dal 2010)
Critérium du Dauphiné
Critérium international
Paris-Nice (dal 2002)
Quatre Jours de Dunkerque
Giro di germania
Tour de l’Avenir
Giro dei Paesi Baschi
Tour of Bejin (dal 2011)
Tour de Martinique

Gli italiani al Tour de France, recensione del libro

Gli italiani al Tour de France di Giacomo Pellizzari

Gli italiani al Tour de France scritto da Giacomo Pellizzari, un libro che ripercorre le gesta dei nostri atleti nella corsa più famosa al mondo

Gli italiani al Tour de France

Gli italiani al Tour de France

Gli italiani al Tour de France è un libro scritto dalle sapienti mani di Giacomo Pellizzari (che abbiamo avuto il piacere di intervistare lo scorso anno in occasione dell’uscita di Storia e geografia del Giro d’Italia) ed edito da UTET.

Storicamente la Grande Boucle è la corsa più ambita dai ciclisti di tutto il mondo, un evento che per popolarità è secondo solo ai Mondiali di Calcio e ai Giochi Olimpici. La dicotomia tra Tour e Giro è nota a tutti gli amanti del ciclismo. La corsa rosa è quasi una festa popolare (anche se negli ultimi anni l’organizzazione sta facendo passi da giganti) mentre, anche un po per lo sciovinismo francese, la corsa in giallo ha da sempre i crismi dell’evento pubblicizzato e pompato.

La rivalità che negli anni ha diviso italiani e francesi nel tifo per i propri atleti ha aiutato a generare il mito del Tour de France tra i ciclisti tricolori tanto da essere cantati “… e i francesi ancor si incazzano”.

Tante storie di corridori italiani si sono intrecciate nel corso degli anni con la Grande Boucle, dalle più belle alle più drammatiche. Dalla prima vittoria tricolore data 1924 con Ottavio Bottecchia all’ultima di Vincenzo Nibali, da Fausto Coppi a Gino Bartali è stato un susseguirsi di emozioni. Dalla rivalità tra Gianni Bugno e Claudio Chiappucci che forse favorì Miguel Indurain alla storica accoppiata Giro-Tour di Marco Pantani del 1998, il libro ripercorre come in fotogrammi attimi diventati storici.

Non può magare un ricordo dell’indimenticato e indimenticabile Fabio Casartelli tragicamente morto per una terribile caduta nella discesa dal Portet d’Aspet

Gli italiani al Tour de France  è il racconto di un grande viaggio (anzi di 104 grandi viaggi) alla caccia di un sogno tra polvere, fatica, lotte, delusioni amarezze e tante gioie che, dai periodi del ciclismo pionieristico ed epico ad oggi, da sempre affascina i ciclisti di tutto il mondo.

 

Mangiare, Bere e Pedalare di Beppe Conti: recensione

Mangiare, Bere e Pedalare la nostra recensione del libro

Mangiare, Bere e Pedalare un libro in cui si intrecciano storie di ciclismo, amicizia e buon cibo. Un Giro d’Italia enogastronomico scritto dal grandissimo Beppe Conti

Mangiare, Bere e Pedalare

Mangiare, Bere e Pedalare

Mangiare, Bere e Pedalare non è solamente un libro sul cibo o sul ciclismo, è un intreccio di momenti, di ricordi scritto da Beppe Conti ed edito da Graphot con prefazione di Angelo Striuli Spesso chi segue una corsa ciclistica sa bene che il pranzo è un momento da consumare velocemente, senza quasi godersi il cibo per poi ripartire in auto o in moto a seguire i corridori ma è altrettanto vero che il ciclismo e la buona tavola spesso vanno di pari passo in nottate epiche a raccontare aneddoti e storie di campioni passati e presenti accompagnati da buon cibo e buon vino.

Il libro, invece, parla di buona cucina. Buona cucina fatta all’interno di locali che intrecciano la loro esistenza con quella di grandi campioni del ciclismo. Locali in cui sono accaduti fatti degni di nota, locali dove si sono fermati a pranzare campioni degni di essere ricordati o dove lo spesso “oste” è un ex ciclista.

Mangiare, Bere e Pedalare parte nel suo racconto dalla città del Campionissimo, Castellania, esplorando le zone care a Fausto Coppi, l’Alessandrino e il Piemonte. Nel libro si unisce la buona tavola a ricordi di campioni da Hinault a Merckx da Bugno a Chiappucci, da Moser a Saronni dagli indimenticabili Marco Pantani e Michele Scarponi a Fabio Aru e Vincenzo Nibali.

Un libro da non perdere per gli amanti delle curiosità legate al ciclismo e per chi ama provare le emozioni della tavola in posti sparpagliati qua e la per lo stivale con il comune denominatore dell’amore per il ciclismo.

 

  • Editore: Graphot
  • Anno edizione: 2018
  • In commercio dal: 24/04/2018
  • Pagine: 176 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788899781262

 

Indurain nella Hall of Fame del Giro d’Italia

Indurain entra nella Hall of Fame del Giro d’Italia

Indurain, campionissimo spagnolo che ha scritto pagine importanti del ciclismo mondiale, è stato inserito nella Hall of Fame del Giro d’Italia

Indurain nella Hall of Fame

Indurain nella Hall of Fame

Indurain, campione navarro, è stato inserito, durante una cerimonia tenutasi al Teatro Gerolamo nel cuore di Milano, nella  Hall of Fame del Giro d’Italia. Il meritato riconoscimento è stato assegnato a Miguel Indurain in vistù delle epiche pagine che il navarro ha scritto nel corse della sua carriera lungo le strade della corsa corsa.

Miguelón ha fatto la storia della Corsa Rosa diventando il primo corridore spagnolo a vincerla nel 1992 facendo il bis l’anno successivo, ultimo ciclista a riuscirci. Indurain è stato anche terzo al Giro d’Italia nel 1994 vinto a  Evgenij Berzin  (secondo posto per il Pirata Marco Pantani).

Nel suo palmarès rientrano anche cinque Tour de France vinti consecutivamente e, appunto, i due Giri d’Italia che il navarro ha conquistato in accoppiata al Grande Boucle.

Nell’edizione 1992 della Corsa Rosa lo spagnolo ha conquistato anche la 22ª tappa (Vigevano > Milano) mentre l’anno successivo i successi di tappa furono due: la cronometro individuale di Senigallia e la 19ª tappa, sempre contro il tempo, da Pinerolo a Sestriere. Nel 1993 l’iberico, complice una condizione non ottimale, non riuscì a conquistare nessuna tappa chiudendo al terzo posto, battuto dal giovane Berzin (che si impose nelle due cronometro della corsa rosa).

«Sono molto onorato di entrare a far parte di questa esclusiva famiglia del Giro d’Italia. Dopo 25 anni dalla mia ultima vittoria, nel 1993, mi fa molto piacere che gli organizzatori si siano ricordati di me. Questa corsa vive di passione ogni giorno, su ogni strada. È una grande festa del ciclismo» ha dichiarato Indurain.

Ad applaudirlo assieme al direttore generale di RCS Sport Paolo Bellino, il direttore del Giro Mauro Vegni, il direttore della Gazzetta Andrea Monti ed il suo vice Pier Bergonzi, c’erano anche Claudio Chiappucci e Maurizio Fondriest.

Riccardo Clementi autore di Un Pirata in Cielo

Riccardo Clementi intervista con l’autore dello splendido libro su Marco Pantani

Riccardo Clementi intervista all’autore di Un Pirata in Cielo uno splendido libro che ripercorre le vittorie di Marco Pantani

Riccardo Clementi

Riccardo Clementi

Riccardo Clementi, nato il 27 dicembre 1982 a Fiesole e vive a Pontassieve, è un giovane giornalista amate di ciclismo e di Marco Pantani. Di recente ha scritto uno splendido libro che ripercorre le vittorie del Pirata di cui vi abbiamo proposto la nostra recensione.

Ciao Riccardo, grazie per la questa intervista, ci racconti come è nata l’idea di un libro su Marco Pantani?

Ciao ragazzi, grazie a voi per lo spazio che mi concedete. Come è nata l’idea di un libro su Marco Pantani? Quando Pantani esordì nei professionisti, avevo 11 anni. Già dalle prime vittorie rimasi affascinato da quel ragazzo piccolo e agile che in sella alla bici volava leggiadro verso le vette, facendo il vuoto dietro di sé. Un amore che da tifoso mi ha accompagnato fino alla tragica morte di Marco e e che è rimasto intatto anche dopo. Crescendo, sono diventato giornalista e ho maturato l’idea che, attraverso gli strumenti della mia professione, fosse giusto rendere onore a un campione fuori dal normale, capace di regalare emozioni indescrivibili a milioni di sportivi. Qualche mese fa l’idea è diventata progetto e, grazie alla disponibilità e all’attenzione dell’editore Gianluca Iuorio di Urbone Publishing, ho potuto concretizzarla.

Il 14, numero ricorrente nella vita del Pirata, quale delle 14 vittorie che hai raccontato ti resta più nel cuore?

Il libro ruota tutto in intorno al numero 14. 14 come il numero di tappa della prima vittoria al Giro ‘94, 14 come i successi di tappa in solitario prima del 5 giugno 1999, 14 come il giorno di San Valentino in cui Pantani se n’è andato per sempre, 14 come gli anni che in questo 2018 sono trascorsi da quel triste giorno del 2004. Potremmo dire anche 14 come le tappe di una sorta di via Crucis umana e laica alla ricerca di un infinito che l’anima sensibile e combattuta di Pantani ha cercato ed annusato in terra, lassù sulle sue montagne, ma che forse non è riuscito a trovare. In questo viaggio più unico che raro, sportivo ma anche umano, ognuna delle 14 vittorie di tappa è nel mio cuore di tifoso e oggi, per altri aspetti, anche di giornalista. Certo, se pensiamo a Plan di Montecampione, che gli consegnò il Giro ‘98, o alle Deux Alpes, dove nello stesso anno conquistò la storica maglia gialla che portò fino a Parigi, ma anche all’incredibile rimonta di Oropa nel ‘99, proviamo brividi forse più acuti. Ma, lo ripeto, ogni vittoria di tappa, dalle prime di Merano e Aprica passando per Guzet-Neige, l’Alpe d’Huez e Morzine fino a Madonna di Campiglio, rivela qualcosa di nuovo e di diverso su Pantani ed è bello rivederle una alla volta, assaporarle, rivisitarle per scoprire l’uomo e il campione.

 

 La storia di Marco è un esempio di come i media abbiano “usato” e poi gettato il Pirata e in generale le star dello sport?

Credo che la realtà sia più complessa, nel senso che quando avvengono queste cose non c’è mai un solo soggetto ad innescare un meccanismo. Ciò che è accaduto a Pantani è molto strano è ancora oggi per certi aspetti misterioso, da queste vicende sono nati processi mediatici ma non solo. Qualcosa si è rotto nella testa di Marco, perché lui si sentiva “fregato” e non riusciva a dimostrarlo. Non solo nel mainstream mediatico ma anche nel suo mondo e tra la gente. E anche se in tanti continuavano ancora ad amarlo, lui non era capace di superare questa umiliazione da cui si sentiva schiacciato. Credo sia andata più o meno così, ma la vicenda umana è così delicata e degna di rispetto che non mi pronuncio oltre. Nel libro, infatti, ho cercato proprio di attenermi ai fatti sportivi, ovviamente commentandoli, senza però avventurarmi lungo i pendii dei giudizi.

C’è quella sua famosa frase in cui Marco Pantani disse: “Vado così forte in salita per abbreviare la mia agonia. Che idea ti sei fatto di questa affermazione

Un’idea meravigliosa, un concetto che fa capire che nell’andare in bicicletta di Marco Pantani c’è del filosofico. Una battaglia interiore. Un dialogo profondo tra l’uomo e il creato. Era questo, oltre alle sue ineguagliabili doti atletiche, che rendeva Pantani così speciale e diverso dagli altri.

Marco è stato un fenomeno mediatico del ciclismo, pensi che in futuro ci possa essere un altro ciclista in grado di appassionare a tal modo il pubblico?

Nello sport può accadere di tutto e quando meno ci si aspetta. In questa epoca credo però che sia difficile rivedere uno come Marco Pantani.

Che rapporto hai con lo sport e come è nata la tua passione per il ciclismo?

Ho un bel rapporto con lo sport, perché lo sport è vita, passione, gioia. Spesso noi umani proviamo a rovinarlo, ma lui, lo sport, continua ad essere elemento di unità, di dialogo e di incontro tra bambini e popoli. Ho praticato calcio fin da piccolo, sono tifoso della Juventus anche se risiedo in terra fiorentina e su questa storia ho scritto pure un libro nel tentativo di sdrammatizzare una rivalità che dovrebbe essere solo sportiva. Ma, oltre al calcio, ho sempre amato il ciclismo, il basket, il tennis, l’atletica, un po’ tutto insomma. Quando vidi Pantani fare quei numeri in bici, chiesi a mio babbo di regalarmi una bicicletta da corsa e lui esaudì il mio desiderio. Da lì sono sempre andato in bici per passione con i miei amici per i nostri colli della Valdisieve, in provincia di Firenze, dove vivo. Nell’estate 2004 con il mio amico Daniele abbiamo pedalato fino alla tomba di Pantani, poi fino a Santiago De Compostela e l’anno dopo siamo arrivati a Colonia per la Giornata Mondiale della Gioventù. Sono state bellissime esperienze di vita, che hanno segnato la mia giovinezza e la mia crescita e su cui ho scritto anche due piccoli libri “Quando una pedalata ti cambia la vita – Due pontassievesi in sella verso Santiago” e “Noi. Pellegrini del nuovo millennio – Due pontassievesi in sella verso Colonia”.

 

C’è un altro ciclista a cui Riccardo Clementi dedicherebbe una sua nuova opera?

Da piccolo ho tifato anche Gianni Bugno e Claudio Chiappucci, oggi provo grande ammirazione per Vincenzo  Nibali, campione vero. Ma no, non riuscirei a fare opere per nessun altro. Solo per Pantani sono stato in grado di trascorrere notti a studiare e a scrivere.

Filippo Simeoni l’uomo che accusò Lance Armstrong

Filippo Simeoni ebbe la forza di accusare il “Re” Lance Armstrong

Filippo Simeoni e l’attacco di Lance Armstrong una triste storia di ciclismo degli anni 2000, l’italiano andò contro il texano e Michele Ferrari

Filippo Simeoni ed Armstrong

Filippo Simeoni ed Armstrong

Filippo Simeoni quel 23 luglio 2004 se lo ricorderà per tutta la vita non c’è alcun dubbio così come ricorderà per sempre il 27 giugno 2008 quando da vero outsider fece suo il Campionato Italiano di Bergamo e forse anche  17 gennaio 2013 non sarà dimenticato facilmente.

Torniamo a quel mese di Luglio 2004, al Tour de France si corre la diciottesima tappa da Annemasse a Lons-le-Saunier di 166 km. La classica tappa di trasferimento, posta tra Montagna dura e la dura prova a  cronometro del giorno dopo. In condizioni di normalità i leader lasciano fare, chi riesce entra nella “fuga buona” sperando di inserire il proprio nome nell’albo d’oro.

Sono da poco passati 30 chilometri dalla partenza ed ecco che si muove qualcuno: partono in sei, Lotz, Garcia Acosta, Flecha, Fofonov, Mercado e Joly. Il vantaggio sale fino ad un minuto e a quel punto dal plotone esce una maglia bianconera della Domina Vacanze, è Filippo Simeoni che ci aveva provato, senza successo nella tappa di Guéret.

Alla ruota di Simoeni ecco che incredibilmente c’è la maglia gialla, davanti alla tv ogni amante delle due ruote rimane folgorato: che ci fa il leader della generale ad inseguire un “gregario”?

Simeoni è sorpreso quanto gli spettatori e il pubblico a bordo strada ma continua a tirare, lo fa per circa 14 km e si riporta sui fuggitivi. Lance Armstrong non gli concede il cambio, sta alla ruota fino al ricongiungimento coi primi.

“Bravo Simeoni, bel numero” esclama Armstrong con aria strafottente. La scena è ripercorsa anche nel noto film “The Program” di Stephen Frears ma non in modo completo perché, dopo la battuta, Lance va a parlottare con gli altri uomini in fuga. In particolare parla con il più anziano, Garcia Acosta.

Lo stesso Simeoni ricorda: “Acosta si lascia scivolare al mio fianco: se Armstrong resta qui la nostra fuga è condannata. Lui dice che se ti stacchi tu si stacca anche lui, il gruppo vi ripiglia e a noi ci lascia andare. Mi sono staccato per non danneggiare dei colleghi, è finita che ha vinto Mercado e il gruppo è arrivato a 11 minuti. Potevo vincere io, o almeno provarci, e Armstrong me l’ha impedito. Questo, nel film, emerge poco”.

Fatto sta che, come detto, Filippo Simeoni si lasciò sfilare fino ad essere riassorbito da plotone e a quel punto arrivò il completamento della provocazione del texano: ” mi disse che avevo sbagliato due volte, mettendo in mezzo Ferrari e poi querelando lui per diffamazione. “Ho tanti soldi e tanti bravi avvocati, posso rovinarti quando voglio”. Poi, quando il gruppo riprese lo strano duo, Lance fece il gesto della bocca cucita.

Dopo l’umiliazione da parte dell’allora intoccabile Lance ecco arrivare le offese dei colleghi “La cosa che mi ha fatto più mal – ha dichiarato Simeoni – qualcuno si è scusato altri no. Quella sera ho pensato di ritirarmi, poi ci ho ripensato perché ero la vittima e non il colpevole”.

Poi sull’arrivo ai Campi Elisi: “nell’ultima tappa, quella sì di trasferimento per tradizione, ho attaccato quando Armstrong stava facendo le foto coi bicchieri di Champagne, in testa al gruppo. E i suoi si sono tirati il collo per venirmi a prendere. Poi Ekimov mi ha fatto il gesto delle corna, ma io ero soddisfatto, la provocazione era riuscita. Ci ho provato anche dopo, sui Campi Elisi, sempre per provocare, per far vedere che ero vivo, ma sapevo che per me ci sarebbe stato disco rosso.

Il gesto intimidatorio di Armstrong assolutamente antisportivo ed intimidatorio voleva essere una pubblica umiliazione per Simeoni, ma si rivelò un boomerang che portò molti a domandarsi quali fossero le vere ragioni di un simile comportamento.

Invece di chiudere la vicenda, Armstrong non fece altro che portare alla ribalta la vicenda dei suoi rapporti con il Dottor Ferrari tant’è che pare che qualche giorno dopo lo stesso Lance ammise di “aver fatto una cazzata” ad un giornalista de La Gazzetta dello Sport.

Ma cosa ne sa Filippo Simeoni di EPO e di Michele Ferrari? Ne sa, ne sa perché “Ancora da dilettante vado in Abruzzo dal dottor Santuccione e mi faccio spiegare come funziona l’Epo. Me lo spiega, ma resisto alla tentazione. Passo professionista con la Carrera di Marco Pantani e Claudio Chiappucci. E le cose quadrano ancora meno. A fine ‘96 mi decido e vado dal dottor Ferrari, che in gruppo chiamano dottor Mito, il più bravo allievo del professor Conconi. Ferrari è un grande, nel suo campo. Affascina. Prima del Giro del Trentino e dopo adeguati trattamenti mi dice che posso finirlo nei primi cinque. Finisco quinto. Al Giro d’Italia vado forte ma per una tendinite mi devo ritirare quando sono diciassettesimo in classifica”.

All’inizio Simeoni non si pone problemi ma poi “La molla mi è scattata nel ‘99, quando hanno perquisito la casa del dottor Ferrari e poi, in base alle cartelle cliniche, le case dei corridori che si erano rivolti a lui. Anche la mia, all’alba. Carabinieri che rovistano nel frigorifero, aprono i cassetti, mia madre agitata che mi dice: Filippo, cos’hai combinato? Li ho capito che sbagliavo e non si poteva continuare su quella strada”.

C’è stato un processo che ha coinvolto Filippo Simeoni: “ho confermato la testimonianza, mi hanno squalificato per nove mesi, poi ridotti a quattro”. Dopo la sospensione è riuscito senza doping, a vincere due tappe alla Vuelta e, a 37 anni, il campionato italiano. Poi l’anno successivo arriva l’esclusione del Giro da campione d’Italia a favore di una squadra galiziana: “Ho scritto a Berlusconi, che era premier, e non mi ha risposto. Avrei dovuto scrivere a Napolitano. Sono andato in federazione e ho restituito polemicamente la maglia tricolore. E per questo mi hanno squalificato tre mesi. Nel 2009 ho chiuso”.

Quando accadde il fatto dell’inseguimento al Tour 2004 stava uscendo “L.A. Confidential, i segreti di Lance Armstrong” di David Walsh giornalista del Sunday Times e Pierre Ballester, ex giornalista de L’Équipe. Nessuno renderà a Filippo Simeoni quella tappa ma il 17 gennaio 2013 sarà unìaltra data che il corridore ricorderà: quel giorno durante un’intervista con Oprah Winfrey il texano ammise per la prima volta di aver fatto uso di sostanze dopanti!

Marco Zamparella firma con la Natura4ever Sovac

Marco Zamparella firma con la Natura4ever Sovac

Marco Zamparella firma con la Natura4ever Sovac dopo l’addio alla Amore & Vita – Prodir

Marco Zamparella Firma

Marco Zamparella Firma

Marco Zamparella firma con la Natura4ever Sovac e saluta la Amore e Vitacon cui aveva corso per tre stagione e con la cui maglia, lo scorso anno, aveva conquistato il Memorial Marco Pantani.

Il 30enne corridore toscano raggiungerà un vero e proprio mostro sacro del ciclismo tricolore: Davide Rebellin. L’esordio con la nuova divisa potrebbe avvenire il prossimo mese di Febbraio, in Francia, al Tour La Provence e al Tour du Haut Var.

La trattativa con la Natura4ever Sovac “è nata grazie all’interessamento di Claudio Chiappucci che mi stima molto dal punto di vista atletico e crede che posso dare ancora molto al ciclismo” ha spiegato Marco che ha aggiunto “sono felice di poter lavorare con il direttore sportivo Mario Buscema. Per me questa è una grande opportunità anche perché potrò correre al fianco di un mito come Rebellin“.

“Le tre stagioni alla Amore & Vita sono stare fantastiche e ringrazio tutto il team per il supporto che mi ha dato  ora però voglio dare tutto per il nuovo team. Non vedo l’ora di poter aiutare Davide, magari nelle fasi cruciali di qualche  corsa, portandolo nelle prime posizioni oppure chiudendo degli attacchi e sicuramente lui potrebbe contraccambiare magari su degli arrivi in volata. Una cosa è certa da Rebellin ho tutto da imparare, nel come affrontare una corsa e nel come essere sempre un professionista impeccabile”.

Marco Zamparella firma con il nuovo team: il Comunicato su Facebook

“L’ anno 2018 si apre nel modo migliore con la firma del mio contratto con la formazione sovac natura4ever. Sono arrivato in una squadra con grandi ambizioni e con una struttura ben consolidata ben gestita da geoffrey tagliato. Sono felice di abbracciare questo progetto e di poter lavorare con persone competenti come il direttore sportivo Mario Buccema. Questo nuovo progetto, oltre a farmi portare avanti la mia carriera competitiva, mi darà l’opportunità di correre al fianco di un “grande” come Davide Rebellin e il suo interesse per me mi ha dato molta gioia.
Voglio ringraziare in questo momento importante della mia carriera tutti i fan e le persone che hanno sempre creduto in me. Un ringraziamento particolare a Claudio Chiappucci, questa nuova opportunità è anche il merito della sua fiducia nutrita nei miei confronti.
Ricevere la stima di un grande campione come Claudio mi riempie il cuore!
Infine, ma non ultimo, ringrazio coloro che mi hanno permesso di esprimere al meglio nel mondo della professionalità in questi 3 anni: amore e vita e la famiglia fanini.
Ora, come si dice in questi casi “pancia a terra e pedalare”. in accordo con lo staff e i tecnici, non abbiamo ancora stabilito un programma di gare ma il mio inizio di stagione dovrebbe essere il giro della Provenza e il Tour in alto var a febbraio “.

 

Recensione: El Diablo Racconta di Beppe Conti

La copertina de “El Diablo racconta”

E’ da pochissimo uscito in edicola il libro di Beppe Conti “El Diablo Racconta – Chiappucci una vita in fuga”, edito da Graphot Spoon River

Chi non ricorda quel caldo sabato pomeriggio di Luglio sulle strade del Tour? Come dimenticare Claudio Chiappucci ,che qualche anno prima da illustre sconosciuto aveva fatto impazzire i tifosi francesi portando quasi fino a Parigi la maglia gialla, dominare il Sestriere con un’azione folle, pazza, d’altri tempi, in puro stile “Diablo”.

Beppe Conti confeziona un libro stupendo, carico di racconti e di aneddoti direttamente dalla voce di Claudio e di chi ha vissuto quegli anni al suo fianco. Indimenticabili i racconti della Milano – Sanremo del ’91, del Sestiere, dei mondiali, dei Giri e dei Tour, le storie dei compagni e dei rivali.

Tantissimi i contributi dei colleghi tra cui Mario Cipollini, Franco Chioccioli, Moreno Argentin, Davide Cassani e tanti altri. Davvero un libro da non perdere per i “Chiappucciani” ma in generale per tutti gli amanti del ciclismo epico.

Un libro che si legge tutto d’un fiato e che ti lascia dentro quel senso di lucida follia che ha da sempre segnalo le imprese del Diablo.

In italia mi avevano già chiamato l’omino di ferro, l’uomo bionico, Calimero, lo stakanovista, Giamburrasca. Ma El Diablo è il più bello”