Claudio Chiappucci, il rapper e Le Iene

Claudio Chiappucci e lo scherzo delle Iene

Claudio Chiappucci si trova un rapper e la devastazione in casa, tutta “colpa” delle Iene e dei loro scherzi

Claudio Chiappucci a Le Iene

Claudio Chiappucci a Le Iene

Claudio Chiappucci è stato vittima di uno dei consueti scherzi della trasmissione televisiva di Italia 1, Le Iene di Davide Parenti. Il “complice” della burla è stato il figlio del campione di Uboldo, Samuele che ha aperto le porte della casa del Diablo. La villa con piscina del ciclista podio al Giro d’Italia e al Tour de France è stata trasformata nel set del videoclip dell’improbabile rapper Sporco.

Chiappucci ci tiene particolarmente alla sua casa: “E’ come una bambina per lui”, spiega Samuele, ed ecco che viene organizzata un’uscita a pranzo tra Claudio e Sergio un amico (anche lui complice della trasmissione). Nel frattempo il finto rapper e la troupe entrano nella villa mettendola a soqquadro.

Mentre Chiappucci è a tavola sorseggiando serenamente un calice di vino riceva una nota vocale: “fai le feste e non mi inviti?”.  Il Diablo inizialmente non comprende il messaggio ma, dopo uno scambio di messaggi, accede con lo smartphone lle telecamere di sorveglianza della casa. Inizialmente, vedendo dei ragazzi in piscina pensa che sia una festa organizzata dal figlio.

L’ex ciclista prova a telefonare al figliolo senza risultato così decide di correre a casa per capire cosa sta accadendo. Durante il viaggio riesce a contattare il figlio: “ma sei scemo, hai fatto entrare in casa la gente e non hai visto cosa hanno fatto in casa?”. Il figlio si scusa dicendo che era fuori e Claudio perde definitivamente le staffe.

Entrato il casa, El Diablo trova (è il caso di dirlo) un inferno, c’è il rapper e un gran casino e sporcizia ovunque. “Chi c—o siete?” urla contro la crew del rapper che di tutta risposta spiega: “stiamo girando il video dello Sporco”.

Claudio va in camera e trova mozziconi, bottiglie e spazzatura ovunque. sale al piano superiore e sulmuro c’è un murales. “Ti spacco il c.!” urla al rapper che ribatte con un poco simpatico: “ma sai chi sono io? sto facendo arte, faccio i millions su instagram!”.

All’arrivo del figlio Claudio è indiavolato: “tu non sei più mio figlio” mentre il ragazz prova a scusarsi.
Arrivato all’estremo la verità esce, è uno scherzo delle Iene e Chiappucci scoppia a piangere.

 

 

Milano-Sanremo 1991,la vittoria di Claudio Chiappucci

Milano-Sanremo 1991 l’artiglio del “diablo” colpisce

Milano-Sanremo 1991, Claudio Chiappucci con una fuga da lontano conquista la classicissima di primavera

Milano-Sanremo 1991, vince Claudio Chiappucci

Milano-Sanremo 1991, vince Claudio Chiappucci

Milano-Sanremo 1991, la “Classicissima di primavera“ giunge all’edizione numero 82 e lo fa con cielo grigio e pioggia battente, a vincere è Claudio Chiappucci.

Il 23 marzo 1991 “El Diablo” porta i gradi di capitano della sua Carrera-Jeans, il cielo promette tempesta e “Calimero”, come qualcuno lo chiama per via della poca grazia con cui sta in sella, è carico e pronto a dar battaglia. L’anno precedente ad imporsi in riviera è stato l’acerrimo rivale Gianni Bugno e il varesotto non vuol essere da meno.

Coraggio e “sana pazzia” non mancano a Claudio che è entrato nel cuore dei tifosi l’anno precedente grazie alla battaglia al Tour de France 1990 chiuso al secondo posto dietro all’americano Greg Lemond. A Sanremo i tifosi italiani aspettano il bis di Bugno o lo squillo di Moreno Argentin, al massimo un acuto di Maurizio Fondriest, nessuno osa pronosticare la vittoria del Diablo. Tra gli stranieri gli occhi sono puntati su Mottet e su Sorensen per i colpi di mano e su Abdujaparov, Ludwig e Planckaert per la volata.

Pronti e via ed ecco che dopo lo start dalla città meneghina, parte la fuga di William Dazzani e Stefano Zanini in maglia Italbonifica che accumula sino a cinque minuti di margine transitando in vetta al Turchino.

El Diablo, mentre il gruppo sale sulle rampe del Colle, si volta parla con Bontempi. Guido si mette in testa e da una botta delle sue. Se la salita è tenera l’acqua fa la discesa terreno per gli impavidi. Only the brave: Chiappucci scende come un folle e quando si arriva all’Aurelia il gruppo è sparpagliato.

Claudio è così o fa il grande numero o non è soddisfatto. In quatto, Sorensen, Van der Poel, Mottet e Lejarreta prendono sul serio l’attacco. L’asfalto è un fiume e il duo Carrera viene inglobato formando un sestetto che in poco tempo riprende anche i due fuggischi. Davanti sono in sette e, nei pressi di Voltri, vengono raggiunti da Marie, Stevenhaagen e Nijdam. Il margine è di tre minuti.

Chiappucci ha il sangue agli occhi per la fame di vittoria. Fa il diavolo a quattro, anzi, El Diablo! Sul Capo Mele stacca Dazzani e Zanini cotti per la fuga iniziale. Sul Capo Cervo al suo forcing resistono solo Sorensen, Nijdam e Mottet ma solo il danese collabora, gli altri sono cotti. Sul Capo Berta El Diablo resta solo con Sorensen.

Sulla Cipressa il giovane di Uboldo e il gigante di Helsinge proseguono di buona lena ma il gruppo sembra avvicinarsi in modo preoccupante, che la fuga sia ormai segnata? Niente da fare, sul Poggio Claudio spinge, spinge, spinge. Sorensen resiste una, due, tre volte ma poi deve alzare bandiera bianca quando mancano circa due chilometri alla vetta. Chiappucci ha una marcia in più è indemoniato, il margine si dilata rapidamente nonostante i tanti chilometri di avanscoperta e il motore sempre su di giri. Scollina per primo e si butta in discesa come un folle il buon Chiappucci.

Sul rettilineo di Via Roma Claudio Chiappucci quasi non si rende conto di quello che è successo. Arriva solo, bagnato come un pulcino, alza le braccia sul traguardo e vince la Milano-Sanremo 1991.

Chiappucci arriva da solo sul traguardo, si chiude la maglia per dar lustro allo sponsor, rotea le braccia, si gira e saluta festante l’ammiraglia per poi tagliare il traguardo a braccia levate.

Il 23 marzo 1991 El Diablo dimostra al mondo che con la giusta dose di follia è ancora possibile vincere la Milano-Sanremo attaccando da lontano, del resto a Claudio Chiappucci le cose facili non sono mai piaciute.

 

Richard Carapaz chi è la maglia rosa 2019?

 

Richard Carapaz chi è rivelazione del Giro d’Italia

Richard Carapaz da Tulcán, l’ascesa del ciclista ecuadoriano: dalle strade della provincia di Carchi fino ai vertici del Giro d’Italia e del ciclismo mondiale

Richard Carapaz (fonte pagina twitter)

Richard Carapaz (fonte pagina twitter)

Richard Carapaz (nome completo Richard Antonio Carapaz Montenegro) è nato a Tulcán il 29 maggio 1993, atleta ancora giovane ma non un “pivello” in quanto già affermato e non solo durante il Giro 2019. Due figli, una moglie giovanissima e una fattoria, il ciclista sudamericano arriva da una famiglia di contadini con nessuna passione per il ciclismo anzi, arrivando da un settore rurale e periferico, in famiglia la bici era bramata come solo mezzo di trasporto.

Per Carapaz l’approcio con le “ciclas” (la desiderata da tutti era la Monark di origine colombiana) era esclusivamente come mezzo per fare le commissioni e pare che la prima bicicletta fosse stata presa dal padre in una discarica.

 

 

Richard ha iniziato a correre nel suo paese, in particolare sulle strade del cantón di Tulcán, la capitale della provincia di Carchi (vera e propria capitale ciclistica del paese) in una formazione di Tulcán, la Panavial-Coraje Carchense.

La formazione era affidata a un mito locale “El Cóndor” Juan Carlos Rosero tre volte vincitore della Vuelta al Ecuador e Olimpico a Barcellona ’92. In Ecuador non vi è una grande tradizione ciclistica ragion per cui Rosero era un vero e proprio pioniere e mito per molti giovani ciclisti.  Juan Carlos Rosero morì  a soli cinquant’anni quando Carapaz non aveva nemmeno 20 anni.

Dopo la morte di Rosero, Carapaz andò correre con la formazione Under 23 alla RPM Team Ecuador conquistando il Campionato Panamericano davanti ai favoriti Isaac Bolívar e Félix Barón. Quella vittoria gli valse la chiamata della colombiana Strongman-Campagnolo per la stagione 2015 in cui vinse (primo straniero) la Vuelta de la Juventud de Colombia subentrando a Miguel Angel Lopez.

A quel punto la sua carriera è ormai lanciata, viene notato e ingaggiato dalla Movistar che lo dirotta in un team di sviluppo dei giovani talenti sino all’agosto 2016 quando entra, come stagista, in prima squadra, firmando poi il suo primo contratto da professionista per la stagione 2017.

Sicuramente la “Locomotora” (la tartaruga, il suo soprannome) è giovane per che concerne il ciclismo europeo in quanto ha fatto il suo esordio nel vecchio continente solo nella stagione 2017 quando Unzué l’ha portato alla Movistar ed ha preso parte al Giro di Romandia, al Delfinato e alla Vuelta a España (pochi notarono, nel giorno del trionfo epocale di Contador sull’Angliru, il suo 11° posto). In tutte e tre le circostanze Carapaz ha completato la corsa (chiudendo la Vuelta al 36esimo posto) dimostrando doti di recupero e un buon fondo

Il corridore ecuadoriano ha iniziato un percorso di ascesa nel ciclismo mondiale che ormai lo considera uno dei protagonisti. In molti intravedono in Carapaz i tratti del “Diablo” Claudio Chiappucci per la grinta, la tenacia in sella.

Richard Carapaz chi è? Giro 2018

La conquista della maglia rosa nel Giro di quest’anno non ha sorpreso gli addetti ai lavori in quanto, nell’edizione dello scorso anno della corsa rosa, il talendo dell’Ecuador aveva ottenuto un quarto posto finale alle spalle di campioni assoluti come Chris Froome e Tom Dumoulin mostrando una resistenza non comune. Nella famosa tappa di Bardonecchia quando Froome fece letteralmente in diavolo a quattro, il buon Richard arrivò con il gruppetto dei migliori Dumoulin, Pinot e quel Miguel Angel Lopez che solo per un pelo gli soffiò la maglia bianca di miglior giovane del Giro 2018 chiudendo quella tappa al secondo posto.

Richard Carapaz e la montagna

Carapaz è cresciuto a “El Carmelo”, un paesino sperduto tra le montagne dell’Ecuador al confine con la Colombia a circa 250 chilometri da Quito e a 500 da Cali. El Carmelo si trova a oltre “soli” 3068 metri sopra il livello del mare. Insomma il Gavia che purtroppo è stato cancellato nell’edizione del Giro 2019 misura 2610 metri. E’ facile immaginare come la montagna sia il terreno naturale per Carapaz che non si spaventa di certo a superare i 2000 metri e i problemi legati alla minor presenza di ossigeno avvertita da molti atleti sono praticamente d’abitudine per il ciclista della Movistar.

Come detto in molti vedono una somiglianza fisica con Claudio Chiappucci ed in effetti ad osservarlo mentre sale lungo i tornanti e analizzando la sua postura sono tanti i punti il comune col Diablo.

Richard Carapaz chi è La Locomotora del Carchi

Questo ragazzo dal tipico fisico andino, carnagione olivastra, magro, apparentemente fragile ma assolutamente instancabile dichiara di non avere un vero e proprio soprannome ma in tanti usano l’appellativo La Locomotora per identificarlo.

La famiglia di Richard, come detto, vive tra le montagne e invece di un cane per fare da guardia ha un… tacchino soprannominato “el Pavo Guardián“ chissà che non diventi il nuovo nickname del corridore.

Richard Carapaz caratteristiche

L’ecuadoriano ha capacità di scatto davvero importante ma, cosa altrettanto funzionale, è la capacità di mantenere alto il ritmo anche post-scatto. Non è una cosa così semplice che può consentire di gestire la propria energia incrementando, al contempo, il proprio margine.

Pur essendo uno “scalatore puro” Richard pare non soffrire troppo sul passo alternando la capacità di scattare con la progressione della pedalata.

Il ciclismo moderno paga buoni dividendi a chi ha spiccate capacità sul passo in particolare nelle corse a tappe di tre settimane. Il ciclista sudamericano, inoltre, ha ottime doti di recupero, garantisce regolarità di performance e raramente è soggetto a “passaggi a vuoto”. Carapaz ha anche dimostrato una attenta visione tattica della corsa e una non banale capacità di approfittare di ogni opportunità che la strada ha messo sul suo percorso.

Richard Carapaz il futuro?

Il nome dell’ecuadoriano è uno di quelli che scalda il ciclo-mercato, alcune indiscrezioni lo vorrebbero nei radar della corazzata Team Ineos. Sono in tanti i team disposte a fare carte false per accaparrarsi le sue performance ma, secondo quanto indicato da “La Gazzetta dello Sport”, sarebbe la formazione britannica la più accreditata in quanto il corteggiamento non sarebbe frutto delle performance al Giro ma, al contrario, sarebbe iniziato ormai da mesi.

Tutto pare portare Richard verso il team britannico che ha scelto di muoversi con una proposta assolutamente allettante.

 

Franco Chioccioli chi è Coppino re del Giro 91

Franco Chioccioli e il suo Giro D’Italia 1991

Franco Chioccioli ciclista toscano soprannominato “coppino” per la somiglianza con Fausto Coppi, tra mille vicissitudini conquista il Giro d’Italia 1991

Franco Chioccioli

Franco Chioccioli

Franco Chioccioli nasce a Castelfranco di Sopra il  25 agosto 1959 e diventa professionista nel 1982 tra le fila della Selle Italia. Accreditato dagli addetti ai lavori come uno dei talenti emergenti del ciclismo italiano, Franco colpisce la fantasia degli appassionati anche per una incredibile somiglianza con Fausto Coppi, morto nel gennaio del 1962 ma mai uscito dal cuore degli italiani.

Nella sua stagione di debutto, Coppino conquista due splendidi secondi posti al Giro dell’Appennino e a quello dell’Etna. Dopo la stagione di apprendistato, Chioccioli comincia a cambiare team con una frequenza impressionante squadre (Vivi-Benotto, Murella-Rossin, Maggi Mobili-Fanini, Ecoflam-Jollyscarpe-BFB, Gis Gelati-Jollyscarpe) prima di approdare alla Del Tongo nel 1988 per restarci 4 stagioni.

Dotato di ottime doti di scalatore, “Coppino” Chioccioli vince nel 1984 la Coppa Agostoni e il Giro del Trentino, l’anno successivo trionfa al Giro del Friuli mentre nel 1986 vince una tappa al Tour de Suisse.

Il rapporto tra Coppino e il Giro è per anni controverso nel 1985 chiude al nono posto in generale vincendo una tappa, nel 1986 scala tre posti e chiude al sesto posto conquistando anche questa volta una tappa.

 

Franco Chioccioli e la tappa del Gavia

Il 4 giugno 1988 Franco “Coppino” Chioccioli indossa la maglia rosa segno del primato in attesa, il giorno seguente, di scalare il Gavia. Il giorno seguente è quello della “Tappa del Gavia”, giornata da tregenda con corridori dispersi, ghiacciati.

Alla partenza da Chiesa in Valmalenco, Chioccioli è in maglia rosa (conquistata nella tappa di Selvino) con un vantaggio di 33 secondi di su Zimmerman e 55 su Visentini

Coppino è il capitano della Del Tongo, leader della corsa e a tutti i costi vuole mantenere la maglia ma il team non ha fatto i conti con il meteo. Franco parte con l’equipaggiamento estivo del resto siamo a giugno. Il meteo lo tradisce e il Gavia si trasforma in un inferno di ghiaccio.

Chioccioli, come tanti colleghi, è vittima del freddo, sviene all’arrivo, si rimette a fatica in piedi e comprende di aver perso il treno della vita. Ha tagliato il traguardo con oltre 5 minuti di ritardo da Breukink (Visentini, arrivato dopo 30’54”,  Saronni, a 31’30”) e deve cedere la rosa.

“Mi hanno rubato il Giro. Ho chiesto cinque volte un cappello ma ho dovuto fare tutta la discesa con una mano sulla fronte, per proteggermi dalla neve. Mi si è ghiacciata la mano destra. La corsa andava fermata al Gavia. Tutto quello che è avvenuto dopo è stato frutto dell’incoscienza dei ciclisti, non definiamola una corsa!” urla la sua rabbia Coppino.

Franco Chioccioli il Giro 1991

Il 1990 è l’anno del dominio di Gianni Bugno e Franco chiude sesto in generale. E’ il 1991 l’anno d’oro di Chioccioli, alle soglie dei 32 anni riesce finalmente a vincere il Giro battendo il favorito della vigilia Claudio Chiappucci. Per avere la meglio su “El Diablo”, Coppino attacca, scatta, spende energie enormi anche quando indossa saldamente la maglia rosa. Le immagini della Rai ci consegnano Franco Chioccioli curvo sulla bicicletta, andare a tutto con quel naso, quello sguardo e quei lineamenti che ricordano tremendamente Fausto Coppi e ne consacrano il soprannome di Coppino.

Franco ha trentun anni e le spalle larghe che portano il peso della terribile giornata del Gavia dell’88 quando il destino gli ha sottratto la maglia rosa. Ha visto trionfare e gioire Fignon e Bugno e ora si prende la sua gloria vincendo anche tre tappe e portando la maglia rosa per diciannove tappe su ventuno, lasciando, da vero campione, la vittoria a Marino Lajarreta nella salita verso Scanno.

L’anno successivo arriva terzo nella Corsa Rosa alle spalle di Miguelon Induráin e Claudio Chiappucci, conquistando un’altra vittoria di tappa.

Conclude la carriera alla fine nel 1994 indossando la maglia della Mercatone Uno. Chioccioli ha corso 13 stagioni da professionista prendendo parte ad altrettanti Giri d’Italia vincendo sette tappe e indossando la maglia rosa per 22 giorni.

 

Challenger App Biking Cup con Chiappucci ed Indurain

Challenger App la rivoluzione del ciclismo?

Challenger App studiata da Marco Brighi testata nella Challenger Biking Cup da Chiappucci, Indurain e Masnada

Challenger App testimonial d'eccezione

Challenger App testimonial d’eccezione

Challenger App grazie al sistema GPS permette di calcolare i dati in tempo reale e di connettersi ad altri ciclisti che vogliono “pedalare” insieme a noi. A Forlì si è svolta  la prima edizione della Challenger Biking Cup con ospiti di eccezione Claudio “El Diablo” Chiappucci e “Miguelon” Indurain con l’obiettivo di aiutare il Dynamo Camp.

Il mondo va sempre di più verso il digitale e il mondo del ciclismo non è da meno visto che ormai anche le biciclette sono corredati con una quantità sempre crescente di tecnologia, insomma si va sempre più verso il “Ciclismo 2.0”.

Challenger App: ciclismo a portata di smartphone

Marco Brighi, ingegnere forlivese, Deus Ex Machina di Challenger ha studiato alla Columbia University di New York e ha voluto portare le competenze sviluppate al ciclismo:

“L’idea è quella di poter rilevare dal GPS i dati che possono essere interessanti per la performance nello stesso modo di Google Maps e il tutto può essere gratuito” spiega Brighi.

L’obiettivo è quello di un’applicazione usabile outdoor ma che va, chiaramente, testata indoor per “stressare” l’App e migliorarla ed ecco che Fausto Masnada, professionista dell’Androni Sidermec, Claudio Chiappucci e Miguel Indurain sono stati protagonisti della Challenger Biking Cup a Forlì

“Ho ottenuto la collaborazione di Fausto Masnada – ha spiegato Brighi – perché per sviluppare correttamente l’app serviva il feedback delle persone che usano spesso la bicicletta, chi meglio di un professionista?”

Challenger, infatti, non solo permette di monitorare la performance del ciclista ma anche migliorare in tempo reale la pedalata basandosi su parametri come la potenza.

“La potenza è un parametro fondamentale per l’allenamento, monitorare il battito cardiaco non è più sufficiente in quanto i valori troppo spesso dipendono fattori anche esterni in quanto non direttamente collegato allo sforzo mentre la potenza misura puntualmente quanto spingiamo” commenta Birghi.

Le applicazioni, come le gambe vanno allenate e “testate” ed ecco l’idea della gara:

“Con Chiappucci abbiamo pensato di organizzare una gara per raccogliere fondi per il progetto del Dynamo Camp e così Claudio ha coinvolto anche Miguel Indurain”

Challenger nasce dall’idea di testare l’app e unire i campioni all’appassionato per pedalare assieme senza lo stress del risultato ma per il semplice gusto di pedalare assieme, un bel modo per portare il corridore verso la dimensione del ciclismo 2.0.

 

 

Dario Pegoretti telaista innovativo e genio modernista

Dario Pegoretti telaista, genio e amante dell’acciaio

Dario Pegoretti telaista moderno ed innovativo amante dell’acciaio scomparso nell’agosto del 2018, conosciamo la sua storia

Dario Pegoretti

Dario Pegoretti

Dario Pegoretti è stato uno dei più grandi, e non a tutti noto, telaisti italiani, nato nel 1956, amante del ciclismo ha gareggiato sino alla categoria juniores per poi capire che la sua passione per la bicicletta si sarebbe espressa meglio nella creazione di telai che spingendo sui pedali.

Dopo aver conseguito la maturità, decide di seguire la sua passione e si trasferisce a Verona dove inizia a lavorare come aiutante telaista presso la bottega artigianale di Luigino Milani che in quegli anni lavora in qualità di terzista per i più noti marchi di biciclette italiane.

Pegoretti osserva i tubi saldobrasati con congiunzioni, resta affascinato da quei telai che al posto della classica congiunzione presentano un cordone diverso dal normale. All’epoca non c’era Google per scoprire le tecnologie, lo studio è faticoso ma premiante tanto da , convincere il Milani a comprare una macchina per questa saldatura (la saldatura a Tig).

Pegoretti matura grande esperienza e professionalità nella produzione di telai e, quando nel 1990  viene a mancare il Milani (che nel frattempo era diventato suo suocero), decide di mettersi in proprio continuando la collaborazione con due marchi di grande prestigio come Pinarello e Bianchi.

L’attività di terzista va un stretta a Dario Pegoretti che nel 1996 decide di iniziare a produrre telai su misura con il proprio nome spostando la produzione a Caldonazzo, in provincia di Trento, e successivamente a Marter di Roncegno: nascono i Telai Pegoretti.

Dario nato con l’acciaio vede entrare sul mercato nuovi materiali ma resta vincolato al “suo” materiale rendendolo più moderno del moderno, dando uno stile unico e di design.

“L’acciaio parla, è sincero, ha un odore inconfondibile ed è un materiale vivo. D’inverno ha un odore diverso che d’estate. È un materiale sincero e devi rispettarlo”

Era solito ripetere Pegoretti.

Dario Pegoretti: Lo stile

Messosi in proprio e lanciato il proprio marchio personale grazie a buoni contatti oltreoceano, Dario riesce a proporre i propri telai sul mercato americano che si dimostra molto sensibile alla creatività del telaista. La fantasia di Pegoretti è inarrestabile, diventa un artista, anzi l’Artista del telaio tanto da essere paragonato al mitico Basquiatt. Dario è semplicemente il numero uno dei telaisti mondiali, il suo amico Richard Sachs (noto telaista americano) ha dichiarato:

“He has forgotten more than any of us here will ever know”, ha dimenticato più cose lui di quante ne potremo imparare noi.

Nel 2004, proprioo assieme all’amico Richard Sachs, disegnò la serie di tubi PegoRichie, prodotta da Columbus a partire dall’anno successivo e che fecero letteralmente furore.

Gli Americani adorano a tal punto i suoi telai che nel 2008 viene premiato come miglior telaista al NAHBS (North American Handmade Bicycle Show).

Nel 2010 una sua bici venne esposta al Museo d’arte e design di New York entrando nella lista dei sei più grandi telaisti mondiali e conquistando World Paper (una delle più importanti riviste di architettura e design).

Dario Pegoretti: telai speciali

In pochi hanno avuto la fortuna di entrare in possesso di un suo telaio, erano necessari almeno due anni di “coda” per avere poi in mano uno dei mezzi più eccitanti al mondo con cui pedalare.

Il colore appariscente dei suoi telai colpisce la fantasia di molti, meno quella di Dario:

“dico la verità: me rompe un po’ i cojoni. Preferirei che prima di tutto fosse apprezzata la funzionalità di un telaio”.

Insomma l’aspetto estetico è considerato secondario da Dario, ma poi alla fine “se una cosa va fatta, è meglio che sia fatta bella” e quindi ecco modelli unici che qualcuno acquista solo per l’aspetto anche se in realtà ogni telaio è prodotto funzionalmente alle esigenze del cliente anche contro una logica di mercato che vuole l’estremizzazione della tecnologia senza badare al reale uso del mezzo meccanico.

Dario era particolarmente appassionato di musica, come si può riscontrare anche da alcuni nomi dei suoi modelli tra cui il mitico “Big Leg Emma” , ispirato da una canzone di Frank Zappa.

 

Dario Pegoretti: telai per vip e big del ciclismo

Come detto, in pochi al mondo possono dire di avere un telaio Pegoretti, tra questi fortunati ecco il compianto attore americano Robin Williams, vero fanatico di biciclette che si era accaparrato un paio di esemplari unici. Altro fortunato il cantante Ben Harper divenuto amico di Dario e che all’artista del telaio ha dedicato una canzone.

In pochi sanno che Pegoretti ha “servito” alcuni tra i più grandi ciclisti del mondo, tra cui Miguel Indurain, Stephen Roche, Claudio Chiappucci, e Mario Cipollini. Lo stesso Marco Pantani era solito farsi produrre “di nascosto” telai da Dario.

Ma Dario non amava essere un telaista d’elite, amava confrontarsi sui social con giovani appassionati di meccanica o di grafica, ragazzi che sono stati da lui a imparare l’arte dell’acciaio. Un Maestro insomma, generoso di consigli ma severo e pronto a bacchettare chi cercava scorciatoie per il successo.

Indimenticabili i suoi post su vari forum italiani ad argomento ciclistico con il nickname “Round” in dialetto in cui spiegava le sue idee e che erano un concentrato di conoscenza e umorismo.

Dario Pegoretti: l’acciaio contro il carbonio

“I costruttori scelgono il carbonio e alluminio perché sono  più veloci da lavorare oggi le biciclette si costruiscono principalmente nel Sud Est asiatico, dove non sono esperti nella lavorazione dell’acciaio ma il materiale in sé non conta, conta avere un’idea e poi usare al meglio il materiale”.

In questa frase è racchiusa la filosofia di Dario Pegoretti

Dario Pegoretti: l’addio

Nel 2007 gli viene diagnosticato un linfoma dal quale riesce a guarire e da cui gli venne l’idea della la grafica “Catch the Spider” – Ciapa el ragno come la traduceva lui.

La notizia della sua scomparsa è arrivata lo scorso mese di luglio, a porre fine alla vita di questo artista del telaio un attacco di cuore. Con lui non se ne va non solo un genio unico ma anche una persona vecchio stampo, schiva ma sincera e diretta, una mente vulcanica e ricca di idee.

Un maestro, un faro del settore sempre pronto a mettersi in discussione e a sorprendere tutti con scelte innovative e controcorrente.

Ciclista contro Cavallo: le sfide dei ciclisti

Ciclista contro Cavallo: la sfida di Chris Anker Sorensen

Ciclista contro cavallo, il danese Chris Anker Sorensen ha vinto la insolita (ma non troppo) prova già affrontata da Bartali, Moser, Chiappucci e Freire

Ciclista contro cavallo: Sorensen

Ciclista contro cavallo: Sorensen

Ciclista contro Cavallo vi siete mai chiesti se un ciclista può battere un possente equino? Noi no e pensiamo nemmeno voi ma la sfida improbabile ogni tanto solletica le fantasie dei ciclisti. L’ultimo, solo in ordine di tempo, a tentare la bizzarra sfida è stato il ciclista professionista danese, Chris Anker Sorensen, che lo scorso fine settimana ha deciso di sfidare il cavallo “Armani”.

Il duello ha avuto luogo in un’ippodromo appena fuori da Odense, in Danimarca, dove Chris Anker Sørensen, vincitore di tappa al Giro d’Italia, ha affrontato un purosangue lungo un percorso di 1 km. L’esibizione è stata infatti l’ultima uscita del danese come ciclista professionista prima di riagganciare i tacchetti per diventare un commentatore ciclistico nella sua nativa Danimarca.

La vittoria è andata ad Armani ma solamente al fotofinish, è stata molto combattuta e sicuramente divertente per chi vi ha assistito.

Uomo contro Cavallo: Guillermois e Roche

Non è la prima volta che i ciclisti si affrontano contro i cavalli. L’ex ciclista della Direct-Energie, Romain Guillemois, ha corso un cavallo chiamato “Timoko” in una gara in Francia l’anno scorso.

Nonostante un coraggioso sforzo di Guillemois (anche se non è mai sembrato andare a tutto gas), il cavallo ha ottenuto la vittoria abbastanza comodamente in quello che deve essere stato qualcosa di un anti-climax per gli spettatori.

Una sfida simile si è svolta nel 2014 quando il corridore irlandese, Nicolas Roche, è stato sconfitto da un cavallo in un entusiasmante testa a testa a Leopardstown, in Irlanda. Fu una gara più equilibrata, poiché a Roche fu permesso di correre sulla strada asfaltata che circondava l’ippodromo.

Ciclista contro Cavallo: da Bartali a Chiappucci e Fraire

Ciclista contro cavallo: Chiappucci

Ciclista contro cavallo: Chiappucci

Non solo atleti stranieri hanno preso parte a questa singolare prova di velocità. La prima sfida similare che si ricorda avvenne a San Siro il 9 marzo 1894 tra Buffalo Bill e il ciclista Romolo Buni: vince il cavallo. Nel 1948 fu la volta di Gino Bartali che battè Egan Hanove all’ippodromo di Bologna e, sempre all’ Arcoveggio, il trottatore Orbiter perde da Bartali nel 1953.

Nel 1978, a Follonica, scende in pista Moser, che ha la meglio Atollo. Nel 1984 ci fu vittoria ancora di Francesco Moser su Larson, sauro guidato da Sergio Brighenti all’Ippodromo di San Siro davanti a 20.ooo spettatori.

Nel 1995 fu la volta di Claudio “El Diablo” Chiappucci di sfidare e battere, sulla distanza del chilometro, Peace Kronos, considerata la migliore trottatrice femmina in attività dell’epoca.

La sfida tra il ciclista di Uboldo e Peace Kronos non fu memorabile in quanto il cavallo, portato dal driver Enrico Dall’Olio “ha rotto” già alla prima curva mentre Chiappucci “lanciato” dall’auto è diventato imprendibile. Il pubblico infatti non gradì la cosa e iniziò a fischiare. La sfida venne ripetuta pochi minuti dopo: la seconda volta Peace Kronos non ha rotto, ma El Diablo ha rivinse agevolmente: con il tempo di 1′ 11″6 a 50,279 km/h.

Chiappucci nel 2010 ci riprova contro la figlia del mitico Varenne, Lana del Rio vincitrice del Derby 2008 e guidata da Santo Mollo. La sfida è improba in quanto, all’Ippodromo di Vinovo (TO), El Diablo deve competere su sabbia e la cavalla ha la meglio. L’ ultimo a cimentarsi è Oscar Freire nel 2004 a Valencia: il tre volte iridato piega Duc du Rietort.

Chissà cosa ne avrebbero detto i mitici “Pomata” e “Mandrake” del notissimo film Febbre da Cavallo di una sfida di un ciclista contro cavallo? Sicuramente non sarebbe mancata una loro “Mandrakata” per indovinare il vincente dell’improbabile sfida tra “Soldatino” e il ciclista di turno!

Maglia a Pois simbolo del Tour de France

Maglia a Pois uno degli emblemi della Grande Boucle

Maglia a Pois è uno dei simboli del Tour de France che identifica il miglior scalatore della corsa francese, ecco la storia di questo emblema

Maglia a Pois

Maglia a Pois

Maglia a Pois, uno dei grandi classici del Tour de France. Sicuramente la maglia più ambita e simbolica dopo il “Sacro Graal” della maglia gialla di leader della generale. I colori nel ciclismo hanno una funzione fondamentale, in quasi nessun altro sport il leader di una gara o il campione di una nazione (o del mondo) acquisiscono il diritto di competere con una maglia diversa. Questo, invece, avviene nel mondo del ciclismo da sempre.

Se per i leader della generale si tende a scegliere una maglia monocromatica, la gialla al Tour, la rosa al Giro e la rossa (prima color amarillo) alla Vuelta, per identificare il miglior scalatore la corsa più famosa al mondo, il Giro di Francia appunto, ha deciso di creare una maglia assolutamente originale.

Maglia a Pois nasce solo nel 1975!

Se la classifica della montagna fu inserita per la prima volta nel 1933, per vedere una maglia dedicata al leader della specialità bisogna arrivare al 1975. L’idea di premiare il miglior “grimpeur” della corsa francese nacque dalla indiscutibile capacità di Vicente Trueba, ciclista spagnolo, di affrontate le salite (la stessa abilità non era però presente nelle discese). Ad ogni modo l’allora direttore della corsa francese, Henri Desgrange, decise che il corridore in grado di transitare per primo sulle vette della corsa venisse premiato con un riconoscimento.

Inizialmente al primo a transitare sul GPM veniva attribuito un bonus in termini di tempo da far valere sulla classifica generale. Dopo qualche anno venne tolto il bonus ma l’organizzazione continuò a stilare una speciale classifica per i più abili scalatori della corsa.

Maglia a Pois tra Chocolat Poulain e montagne

Solo nel 1975, l’organizzazione decise di introdurre un segno distintivo per il leader della classifica della montagna. L’idea di griffare la divisa con dei pois rossi fu dell’allora sponsor di maglia la ditta produttrice di cioccolato Chocolat Poulain che voleva aumentare la visibilità del proprio marchio. Fino ad allora, il leader doveva accontentarsi di un punto rosso sulla sua divisa, poi i punti aumentarono creando una istrionica maglia ora simbolo nel mondo.

“Ci fu un dibattito sul colore”, ricorda Albert Bouvet, allora direttore della corsa “Ho immaginato una maglia che mostrava le alte vette del Tour de France come il Galibier dove era il monumento Henri-Desgrange (fondatore della gara) “.

Dopo essere arrivata sulla strada nel 1975, la maglia a pois divenne presto popolare, così che la Poulain, le cui scatole inizialmente avevano un cerchio blu su uno sfondo arancione, decise di modificare il packaging dei propri prodotti.

La maglia fu indossata per la prima volta dall’olandese Joop Zoetemelk il 27 giugno 1975, quasi inconsapevolmente. In cima alla modesta salita del Bomerée, all’uscita della città belga di Charleroi, Joop anticipò Eddy Merckx conquistando il diritto a vestire questa nuova e particolare divisa. Sul traguardo di Parigi fu il belga Lucien Van Impe a transitare con questa maglia che sarebbe diventata storica.

Maglia a Pois: Virenque e gli altri

La bellezza e il fascino della maglia “Maglia a Pois Rouge” divenne subito assoluto per gli scalatori, uno dei ciclisti francesi più amati della storia, Richard Virenque , è quasi identificato con questa maglia. Virenque, con sette successi, è infatti il corridore che ha vinto più volte l’ambita classifica seguito da Bahamontes e Van Impe (6 vittorie).

Fra gli italiani, troviamo con due successi Fausto Coppi e  GinoBartali (che vinsero nello stesso anno la generale e la classifica della montagna) Massignan e Chiappucci, mentre con una vittoria Nencini, Bellini e Battaglin, ultimo azzurro ad aver conquistato la classifica dei GPM nel 1979.

Maglia a Pois: gli sponsor

Dal 1975 ad oggi l’appeal della maglia à pois rouge è via via aumentato non solo nei confronti dei corridori che la vedono come un simbolo di cui fregiarsi ma anche per gli sponsor che la vedono come una importante promozione per il proprio brand.

  • 1975-1978: Chocolat Poulain
  • 1979-1981: Campagnolo
  • 1982-1984: Chocolat Poulain
  • 1985-1989: Café de Colombia
  • 1990: pitture Ripolin
  • 1991-1992: Coca-Cola Light
  • 1993-2008: supermercati Champion
  • 2009-: supermercati Carrefour

Maglia a Pois: Tour de France e non solo

L’idea di far indossare una maglia a pois al leader della classifica della montagna, partita dal Tour de France ha fatto “moda” tanto da essere utilizzata da molte altre competizioni in giro per il mondo. In particolare, premiano il miglior gripeur con una maglia a punti le seguenti manifestazioni:

Vuelta Espana (dal 2010)
Critérium du Dauphiné
Critérium international
Paris-Nice (dal 2002)
Quatre Jours de Dunkerque
Giro di germania
Tour de l’Avenir
Giro dei Paesi Baschi
Tour of Bejin (dal 2011)
Tour de Martinique

Gli italiani al Tour de France, recensione del libro

Gli italiani al Tour de France di Giacomo Pellizzari

Gli italiani al Tour de France scritto da Giacomo Pellizzari, un libro che ripercorre le gesta dei nostri atleti nella corsa più famosa al mondo

Gli italiani al Tour de France

Gli italiani al Tour de France

Gli italiani al Tour de France è un libro scritto dalle sapienti mani di Giacomo Pellizzari (che abbiamo avuto il piacere di intervistare lo scorso anno in occasione dell’uscita di Storia e geografia del Giro d’Italia) ed edito da UTET.

Storicamente la Grande Boucle è la corsa più ambita dai ciclisti di tutto il mondo, un evento che per popolarità è secondo solo ai Mondiali di Calcio e ai Giochi Olimpici. La dicotomia tra Tour e Giro è nota a tutti gli amanti del ciclismo. La corsa rosa è quasi una festa popolare (anche se negli ultimi anni l’organizzazione sta facendo passi da giganti) mentre, anche un po per lo sciovinismo francese, la corsa in giallo ha da sempre i crismi dell’evento pubblicizzato e pompato.

La rivalità che negli anni ha diviso italiani e francesi nel tifo per i propri atleti ha aiutato a generare il mito del Tour de France tra i ciclisti tricolori tanto da essere cantati “… e i francesi ancor si incazzano”.

Tante storie di corridori italiani si sono intrecciate nel corso degli anni con la Grande Boucle, dalle più belle alle più drammatiche. Dalla prima vittoria tricolore data 1924 con Ottavio Bottecchia all’ultima di Vincenzo Nibali, da Fausto Coppi a Gino Bartali è stato un susseguirsi di emozioni. Dalla rivalità tra Gianni Bugno e Claudio Chiappucci che forse favorì Miguel Indurain alla storica accoppiata Giro-Tour di Marco Pantani del 1998, il libro ripercorre come in fotogrammi attimi diventati storici.

Non può magare un ricordo dell’indimenticato e indimenticabile Fabio Casartelli tragicamente morto per una terribile caduta nella discesa dal Portet d’Aspet

Gli italiani al Tour de France  è il racconto di un grande viaggio (anzi di 104 grandi viaggi) alla caccia di un sogno tra polvere, fatica, lotte, delusioni amarezze e tante gioie che, dai periodi del ciclismo pionieristico ed epico ad oggi, da sempre affascina i ciclisti di tutto il mondo.

 

Mangiare, Bere e Pedalare di Beppe Conti: recensione

Mangiare, Bere e Pedalare la nostra recensione del libro

Mangiare, Bere e Pedalare un libro in cui si intrecciano storie di ciclismo, amicizia e buon cibo. Un Giro d’Italia enogastronomico scritto dal grandissimo Beppe Conti

Mangiare, Bere e Pedalare

Mangiare, Bere e Pedalare

Mangiare, Bere e Pedalare non è solamente un libro sul cibo o sul ciclismo, è un intreccio di momenti, di ricordi scritto da Beppe Conti ed edito da Graphot con prefazione di Angelo Striuli Spesso chi segue una corsa ciclistica sa bene che il pranzo è un momento da consumare velocemente, senza quasi godersi il cibo per poi ripartire in auto o in moto a seguire i corridori ma è altrettanto vero che il ciclismo e la buona tavola spesso vanno di pari passo in nottate epiche a raccontare aneddoti e storie di campioni passati e presenti accompagnati da buon cibo e buon vino.

Il libro, invece, parla di buona cucina. Buona cucina fatta all’interno di locali che intrecciano la loro esistenza con quella di grandi campioni del ciclismo. Locali in cui sono accaduti fatti degni di nota, locali dove si sono fermati a pranzare campioni degni di essere ricordati o dove lo spesso “oste” è un ex ciclista.

Mangiare, Bere e Pedalare parte nel suo racconto dalla città del Campionissimo, Castellania, esplorando le zone care a Fausto Coppi, l’Alessandrino e il Piemonte. Nel libro si unisce la buona tavola a ricordi di campioni da Hinault a Merckx da Bugno a Chiappucci, da Moser a Saronni dagli indimenticabili Marco Pantani e Michele Scarponi a Fabio Aru e Vincenzo Nibali.

Un libro da non perdere per gli amanti delle curiosità legate al ciclismo e per chi ama provare le emozioni della tavola in posti sparpagliati qua e la per lo stivale con il comune denominatore dell’amore per il ciclismo.

 

  • Editore: Graphot
  • Anno edizione: 2018
  • In commercio dal: 24/04/2018
  • Pagine: 176 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788899781262