Dumoulin all-in per il Tour di France 2019

Dumoulin punterà tutto sul Tour de France

Dumoulin dopo essere arrivato secondo al Giro e al Tour nel 2018, potrebbe concentrarsi esclusivamente sulla maglia gialla

Dumoulin punta sul Tour

Dumoulin punta sul Tour

Dumoulin, a pochi giorni dalla presentazione del Tour de France 2019,  ha lasciato intendere che metterà la maglia gialla al centro della prossima stagione agonistica.

La stella della Sunweb è in attesa di vedere che cosa metterà in campo l’organizzazione del Tour per la prossima edizione della Grande Boucle.

“Non abbiamo ancora preso la decisione finale, ma mi piacerebbe andare al Tour per vincere. Non considererei un fallimento il non vincere ma ammetto che dopo due secondi posti vorrei provare a vincere”.

Dumoulin, 28 anni, è arrivato secondo al Giro d’Italia, al Tour e alla cronometro ai Mondiali di Innsbruck rendendo la sua stagione comunque importante anche senza nessuna vittoria.

“Non ho alcun rimpianto, sento di non aver commesso errori, semplicemente Chris Froome e Thomas erano più forti di me. La semplice verità è che c’era sempre qualcuno un po’ più forte di me. Quando Froome ha vinto a Zoncolan, non l’ho detto, ma era evidente che Froome era tornato. Qualcuno ha detto che non avrei dovuto aspettare sul Colle delle Finestre ma quella era la decisione migliore in quel momento”.

Dumoulin ha le caratteristiche per gareggiare e vincere grandi tour: è uno dei migliori cronoman al mondo ed in salita solo gli scalatori puri possono batterlo sulle salite più dure.

Probabilmente tra i migliori cronometristi del mondo, può scalare con l’élite del gruppo. Solo un semplice alpinista può far cadere Dumoulin sulle salite più ripide.

Dumoulin ha conquistato il Giro del 2017 e ha sorpreso molti addetti ai lavori puntando sulla doppietta Giro-Tour ma l’esperienza della stagione che si sta concludendo ha fatto cambiare strategia: puntare su un unico obiettivo.

Biking in the Uk: UK Sport

Biking in the Uk: la Gran Bretagna nuova nazione del ciclismo

Biking in the Uk ovvero come la Gran Bretagna grazie al progetto UK Sport è diventata una nazione leader mondiale del ciclismo su strada

Biking in the Uk

Biking in the Uk

Biking in the Uk non è una canzone dei Sex Pistols (quella era Anarchy in the UK) ma è il vento nuovo che soffia sul ciclismo mondiale.

Non era mai successo nella storia del ciclismo professionistico che tre corridori appartenente alla stessa nazione riuscissero a conquistare i tre grandi giri nel corso della stessa stagione. Il 2018, invece, ha segnato questo particolare record grazie alle performance di Chris Froome al Giro, Geraint Thomas al Tour e Simon Yates alla Vuelta.

Se l’analisi si sposta anche agli anni precedenti, il dominio britannico risulta ancora più eloquente: è dal maggio 2017 che un suddito della Regina Elisabetta non conquista un grande giro e dal 2012 ad oggi solo il nostro Vincenzo Nibali è riuscito a spezzare il dominio britannico al Tour de France.

Se allarghiamo l’analisi a tutti i grandi giri degli ultimi anni balza all’occhio che il 45% delle ultime 20 corse a tappe è stato vinto da un corridore britannico il tutto dopo che per anni (tutto il 900) non erano mai riusciti ad imporsi nei grandi giri: delle prime 259 corse a tappe mai una era stata vinta da un ciclista d’oltre manica e ora hanno trionfato in 9 su venti.

Biking in the Uk: marginal gains

Marginal gains  in italiano “Guadagni Marginali” è un concetto ormai di uso comune nel mondo dello sport e del ciclismo in particolare: laddove le capacità umane sono spinte al limite è lo studio dei dettagli a generare vantaggi. Certo tutto questo sarebbe impossibile senza programmi adeguatamente supportati da cospicui investimento ma è altrettanto vero che quando hai i soldi devi sapere dove e come spenderli.

Biking in the Uk: dalla pista alla strada

Correva il 1992 quando alle Olimpiadi di Barcellona un poco conosciuto Chris Boardman conquistava, primo britannico a farlo, la medaglia d’oro nell’inseguimento individuale. Chris non lavorava all’interno di un programma di sviluppo strutturato, quella medaglia fu frutto delle sue gambe e delle sue scelte.

Quella vittoria fu però un campanello che fece accedere una lampada ad illuminare il mondo del ciclismo inglese: in quegli anni in Gran Bretagna non vi erano tanti velodromi e la federazione era al limite del default economico.

Nel 2000 la Gran Bretagna avrebbe voluto ospitare i Giochi Olimpici (poi assegnati a Sydney), venne quindi costruito il velodromo di Manchester (primo al coperto)

Biking in the Uk: nasce il UK Sport

Nel 1997 lo sport inglese vede sorgere il programma (un fondo) “UK Sport” basato su di un meccanismo premiante per le federazioni in grado di ottenere risultati nelle gare internazionali.

Il fondo riguarda tutti gli sport britannici ed ha un funzionamento semplice quanto efficace: vinci? Prendi soldi. Non vinci? Niente soldi.

L’anno precedente il ciclismo britannico aveva conquistato alcune medaglie alle Olimpiadi di Atlanta 1996, pass per accedere, appunto, ai fondi di UK Sport.

La federazione ciclistica decise anche di puntare quasi tutto sul ciclismo su pista dimenticandosi (quasi) della strada ma introducendo il concetto di “guadagni marginali”: guardò come, con la meccanica, l’aerodinamica, la nutrizione, la tecnologia, la biomeccanica, la psicologia e la scienza in generale era possibile ottenere piccoli miglioramenti in ogni ambito possibile, dalla forma di un manubrio al giusto momento in cui far fare colazione a un atleta. Invece che partire dagli atleti, partì da tutto quello che ci stava intorno.

Nel 1998  venne lanciato un progetto che guardava alle Olimpiadi di Londra 2012 per tramutare la malandata nazionale britannica nella nazione faro del ciclismo su pista.

I finanziamenti di UK Sport iniziarono a dare i frutti già due anni prima del target prefisso:  alle Olimpiadi di Pechino 2008, la squadra britannica ottenne 14 medaglie di cui 8 d’oro di cui 7 nel ciclismo su pista.

Alle olimpiadi Londinesi, così come alle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016 la spedizione britannica si mise al collo 12 medaglie.

Il programma UK Sport da quindi i suoi frutti e scatena un ciclo virtuoso:

«Più vincevano e più soldi facevano. Più soldi facevano e più il programma si faceva scientifico ed evoluto. Più il programma migliorava, più si vinceva» (New York Times 2012).

 

Biking in the: dalla pista all’asfalto!

Bradley Wiggins, Geraint Thomas e Adam Yates hanno una cosa in comune: arrivano dalla pista!

Wiggins ne ha vinti cinque ori olimpici, Thomas ne ha ottenuti due e Yates è stato campione del Mondo nella corsa a punti. Tutto bello ma come si può passare dalla pista al Mont Ventoux o al Mortirolo o all’Angliru senza pagare dazio?

Semplice? Assolutamente no ma se ci mettete il genio di Dave Brailsford, convinto sostenitore dei guadagni marginali, forse diventa fattibile.

“ se isoli ogni singolo fattore che compone l’andare in bicicletta e lo migliori dell’1 per cento, quando rimetti insieme tutti quei fattori avrai un significativo miglioramento”

Parole e musica del manager inglese nel 2012

Dave, già funzionario della federazione ciclistica britannica, forte di studi in psicologia applicata allo sport nel 2009 crea lo Sky Professional Cycling Team.

Obiettivo del progetto? Permutare il modello della pista per applicarlo alla strada: niente federazione che finanzia? Ok, si trova un sponsor ricco e in cerca di visibilità.

L’0biettivo anche in questo caso viene centrato prima di quanto previsto: nel 2012 Sir (non ancora Sir) Bradley Wiggins vince il Tour de France davanti al connazionale e futuro cannibale del Tour, Chris Froome (lui si non arriva dalla pista!). Dopo le quattro vittorie di Froome ecco che quest’anno arriva quella di Geraint Thomas.

Dominio UK e dominio Sky vanno a braccetto, il programma UK Sport è spesso criticato per l’ossessione maniacale ai dettagli e la mancanza di fantasia ma i risultati parlano chiaramente in suo favore anche se le polemiche (e le indagini) non sono mancate.

Come detto, anche Simon Yates arriva dalla pista ma, a differenza dei suoi connazionali, lui non corre per il Team Sky ma per l’australiana Michelton-Scott.

La “provenienza” però è la medesima: il velodromo di Manchester.

Biking in the UK: road to Yorkshire 2019

Archiviati i mondiali di Innsbruck 2018 ecco che la Gran Bretagna ospiterà i prossimi Campionati del Mondo. Le prove generali del grande evento (Il Tour fo Britain sta crescendo ma deve ancora fare molta strada) sono state le partenze del Tour de France da Londra (2007) e Leeds (2014), ora ecco il massimo palcoscenico mondiale.
Le gare si disputeranno da sabato 21 a domenica 29 settembre e saranno otto le sedi di partenza: Harrogate, BeverleyRiponNorthallertonRichmondDoncasterBradford e Leeds mentre gli arrivi saranno tutti ad Harrogate

Il Mondale britannico avrà come novità il fatto che la prima competizione sarà  il Paraciclismo in linea, seguita dall’altra novità rappresentata dalla cronosquadre mista per nazioni. Scompariranno, le cronometro a squadre maschile e femminile.

Per la prova in linea maschile torneranno protagonisti gli uomini da classiche e gli sprinter in grado di reggere sugli strappi (Peter Sagan ci ha già messo gli occhi)

Biking in the UK: ciclisti amatoriali

In Gran Bretagna, sono stati fatti molti investimenti negli ultimi anni per incrementare la cultura della bicicletta non solo legata al professionismo ma anche all’uso quotidiano come strumento per gli spostamenti

Ma non è tutto oro quello che luccica: Se la British Cycling ha sfornato una serie di campioni su strada ma anche in altre discipline (Rachel Atherton, Danny Hart o Josh Bryceland nella mtb) c’è da dire che dopo un iniziale incremento dei praticanti negli ultimi anni non vi sono state percentuali in crescita.

In molti lamentano come le piste ciclabili costruite sull’entusiasmo dei risultati sportivi ottenuti dalle nazionali siano ora poco usare e, anzi, causa di maggior congestionamento del traffico.

Thomas Parry autore dello studio  “Walking and Cycling Statistics, England 2016” ha dichiarato:

I tassi di viaggio in bicicletta sono diminuiti del 16 percento tra il 2006 e il 2016 ma questo è più probabilmente dovuto alla variazione del campionamento piuttosto che a una vera diminuzione dell’uso della bicicletta“.

Il ciclismo parla inglese grazie alle vittorie nei grandi giri

Il ciclismo ha smesso di parlate italiano e francese?

Il ciclismo sta cambiando e la dimostrazione è il dominio britannico nelle corse a tappe da Froome a Thomas fino a Simon Yates

Il ciclismo inglese domina

Il ciclismo inglese domina

Il ciclismo ha smesso di parlare italiano e francese e ormai parla inglese. Il ciclismo pioneristico nasce oltralpe e il francese ne diventa la lingua ufficiale i successi tricolori portano alla ribalda la nostra lingua ma ora tutto pare cambiato.

A cavallo degli anni 80 lo statunitense Greg Lomond aveva portato una ventata a stelle e strisce in un mondo fino ad allora solo Europeo.

Negli anni 2000 il dominio da parte del “grande bluff” rappresentato da Lance Armstrong ha, ad ogni modo, contribuito a “sprovincializzare” lo sport del pedale portando una grande crescita del prodotto ciclismo negli Stati Uniti e facendo diventare l’inglese come una delle lingue del ciclismo.

Ora l’evoluzione degli ultimi anni ha segnato il dominio del mondo britannico nel ciclismo mondiale.

Il ciclismo in UK

I corridori di sua maestà hanno conquistato gli ultimi 5 grandi Giri consecutivamente: tre li ha conquistati Chris Froome, (Tour e Vuelta nel 2017, Giro d’Italia nel 2108). Geraint Thomas, ha trionfato all’ultimo Tour de France e domenica è stata la volta del 26enne Simon Yates che ha vestito la maglia rossa di vincitore della Vuelta sul podio di Madrid.

L’exploit degli uomini della Regina Elisabetta non è e non può essere considerato frutto del caso, la Gran Bretagna da sempre nazione legata al mondo del ciclismo su pista ha creato e sviluppato una scuola di ciclismo che, appunto, dalla pista è partita per conquistare la strada.

Simon Yates non è una rivelazione della Vuelta, al Giro aveva indossato la rosa per 13 giorni e conquistato tre tappe, non tutti lo davano favorito alla partenza della corsa iberica, probabilmente sbagliando. Simon ha dimostrato un livello elevatissimo lungo le strade italiane salvo poi saltare quando in compagno di nazionale Chris Froome ha fatto il diavolo a quattro sul Colle delle Finestre.

Yates è partito con calma per poi esplodere nell’ultima settimana della Vuelta Espana 2018. Simon, a differenza di tanti suoi connazionali non appartiene alla Grande Armata di Sky (come invece Wiggins, Froome, Thomas) ma alla Michelton-Scott formazione australiana ma anche lui viene dalla scuola della pista britannica.

Il ciclismo di Simon Yates

Simon è l’ultimo prodotto della scuola anglosassone, fratello di Adam compagno di squadra, nato a Greater Manchester, il 7 agosto 1992. E’ stato campione del mondo juniores nell’americana ed élite, appena ventenne, nella corsa a punti. Insomma un altro amante del parquet, dei profili alti, delle ruote lenticolari che passa senza troppi problemi a dominare la strada.

Simon Yates è però diverso dai suoi predecessori, non ha la spiccata attitudine di Wiggins alla cronometro (anche se ha dominato i rivali diretti anche in questa specialità) e, a differenza di Froome e Thomas ha una pedalata più ordinata e fluida, bella da vedere da “grimpeur” (usando un termine tipicamente francese e ciclistico).

Simon non piega la testa sul manubrio, pedala a mento alto, rilancia l’azione sui pedali, è un ciclista quasi “non britannico”

Il capitano della Mitchelton-Scott, va detto, non disponeva di un super team come la Sky che hanno scortato Wiggins, Froome e Thomas in ogni situazione, Simon ha saputo cavarsela con le proprie gambe

Insomma Simon Yates parla una lingua del ciclismo un po’ diversa da quella dei suoi connazionali che lo hanno preceduto ma porta il ciclismo a parlare comunque inglese.

 

 

 

 

 

 

Nibali obiettivo vittoria di tappa alla Vuelta

Nibali obiettivo tappe alla prossima Vuelta

Nibali obiettivo conquista delle tappe alla imminente Vuelta Espana 2018: “Sono ancora in fase di recupero, è difficile pensare alla generale”

Nibali obiettivo tappe alla Vuelta

Nibali obiettivo tappe alla Vuelta

Nibali obiettivo tappe per la Vuelta Espana 2018, il siciliano reduce dall’operazione per ridurre i postumi della caduta al Tour de France è realista sulle sue possibilità nella corsa iberica.

Lo Squalo dello Stretto sarà al via della 73esima edizione della corsa spagnola e, se vogliamo, già questa è una buona notizia se pensiamo allo spavento corso subito dopo la brutta caduta dell’Alpe d’Huez che ha costretto il siciliano a ritirarsi dalla Grande Boucle e a sottoporsi a un delicato intervento. L’obiettivo della seconda parte di stagione di Nibali è inevitabilmente il Mondiale di Innsbruck e il Giro di Spagna va visto solo come un passo di avvicinamento alla rassegna iridata.

Il 33enne campione messinese, vista l’assenza del vincitore uscente Chris Froome (che ricorderà la Vuelta 2017 con tanti patemi d’animo),  indosserà il dorsale numero 1 ragion di più per non correre in modo anonimo nelle tre settimane iberiche. Vincenzo avrà quindi l’obiettivo non solo di onorare il dorsale 1, non solo di trovare forma in vista del mondiale ma anche di cercare i successi di tappa:

“Il mio principale obiettivo per la Vuelta sarebbe stata correre da protagonista alcune belle tappe. Devo essere obiettivo,  sono ancora in una fase di recupero dall’intervento e non è credibile porsi l’obiettivo di guardare alla classifica generale”.

Insomma Vincenzo correrà senza pressione ma con l’obiettivo di completare la corsa spagnola:

“Sarebbe bello riuscire a vincere nelle tappe nell’ultima settimana di gara. Mi è sempre piaciuto correre in Spagna, le tappe sono bellissime e sento meno pressione rispetto a Giro e Tour. Sono molto legato a questa corsa perché il mio primo successo in un grande giro è venuto alla Vuelta Espana 2010 ed è stata una delle pietre miliari della mia carriera agonistica”.

Nibali obiettivo tappe: le parole di Slongo

A supportare quanto dichiarato da Vincenzo ecco che arrivano le dichiarazioni rilasciate alla Gazzetta dello Sport da parte del suo allenatore Paolo Slongo:

“Le condizioni di Vincenzo sono in costante miglioramento, impossibile mettergli delle briglie. I progressi che si vedono di giorno in giorno ci confortano. Certo va detto che Nibali ha ancora qualche fastidio a livello lombare ma è tutto molto contenuto”.

Insomma in casa Bahrain-Merida i gradi di capitano dovrebbero essere indossati da Ion Izaguirre (che a fine anno cambierà, con il fratello, team) ma forse sulle doti dello spagnolo come leader del team in pochi ci credono realmente e lo stesso Slongo sottolinea la cosa:

“andiamo alla Vuelta senza stress ma non andiamo in Spagna per staccarci senza lottare, se dopo la prima settimana Vincenzo avrà accumulato un distacco troppo elevato penseremo alle tappe e al Mondiale di Innsbruck per non accumulare troppa fatica”

Vincenzo Nibali ha paura di non guarire

Vincenzo Nibali ha paura di danni permanenti

Vincenzo Nibali ha paura di non guarire completamente dai postumi della caduta e critica il “ciclismo diventato un circo”

Vincenzo Nibali ha paura di non guarire

Vincenzo Nibali ha paura di non guarire

Vincenzo Nibali ha paura di non guarire al cento per cento dopo la brutta caduta che lo ha visto suo malgrado protagonista durante lo scorso Tour de France. Il siciliano stava correndo in modo accorto la prova francese quando, per colpa di un tifoso esagitato, è caduto violentemente a terra. Ora, nonostante la conferma della sua presenza alla Vuelta Espana 2018, teme di non poter recuperare al cento per cento dai postumi dell’incidente.

Lo Squalo dello Stretto si è “confessato” sulle colonne de La Gazzetta dello Sport:

“Guarirò? Questa è la domanda che mi faccio perché ho ancora nelle orecchie quel tremendo “clack” che ho sentito quando sono caduto”

Lo “coccole” dello staff che lo segue, a partire da Emilio Magni che lo cura come un figlio  passando per Michele Pallini (il massaggiatore) e Paolo Slongo, gli stanno rendendo il post intervento meno duro ma i dubbi restano.

L’obiettivo stagionale di conquistare la maglia iridata al Mondiale di Ciclismo di Innsbruck del 30 settembre è messo a dura prova dalla caduta della dodicesima tappa della Grande Boucle.

Vincenzo si sente meglio ma il periodo dopo la caduta è stato decisamente duro e non privo di preoccupazioni che non se ne sono ancora del tutto andate:

“La prima uscita in bici l’ho fatta pochi giorni dopo la morte di mio nonno che come me si chiamava Vincenzo Nibali, l’intervento mi ha reso un altro ma quel giorno mi ha staccato anche mio padre che mi ha chiesto se stavo bene. Venerdì ho ripreso ad allenarmi seriamente,  tre ore con un test per capire i miei valori attuali (un incrementale su 1,5 km in salita partendo da 3,5 watt/kg, con step di 30 watt fino alla soglia). Sono arrivato morto anche se non ho avuto particolari problemi. La mia condizione è simile a quella di gennaio e se sto troppo nella stessa posizione sento male, faccio fatica a ruotare il busto e le manipolazioni post-allenamento devono essere molto blande. Spero vivamente che la situazione migliori”.

Vincenzo Nibali ha poi parlato del particolare rapporto che si è creato tra ciclisti e tifosi. Il ciclismo, sport popolare per definizione, sta vivendo un momento delicato con tifosi spesso scalmanati e in evidente stato di ebrezza che correndo lungo la strada mettono a repentaglio l’incolumità dei ciclisti per non parlare della cattiva abitudine di accendere fumogeni.

“Ormai il ciclismo è diventato un circo, capisco la passione ma così non va bene, spesso i tifosi hanno un tasso alcoolico troppo elevato e pur di apparire in televisione fanno di tutto. Quando passiamo tra la folla siamo stretti tra il pubblico, le moto e le bandiere, dobbiamo pregare il cielo che la strada si apra davanti a noi. Pedaliamo alla cieca e questo non è tollerabile anche perché al Tour i team si giocano una grande parte della loro visibilità e il mio team ha avuto una grave perdita economica dal mio ritiro obbligatorio”

ha commentato a il siciliano circa i disagi che un pubblico così maleducato può comportare.

E non è una questione solo di soldi ma anche di salute, vi immaginate in altri sport un tifoso che prende un atleta ferito, lo solleva e lo rimette in sella?

“E’ una follia, ero a terra dolente e sono stato preso e sollevato senza le dovute precauzioni, sarebbe bastato un movimento scorretto e ora potevo essere immobile. Quando sono arrivato al traguardo non riuscito a scendere dalla bicicletta e ho capito che la mia situazione era grave. Sono rimasto shockato quando mi hanno devo che avrei rischiato tre mesi di stop”

ha detto ai giornalisti della Gazzetta.

Il problema dei comportamenti scorretti dei tifosi lungo le strade del Tour de France non ha toccato solo Nibali ma anche Chris Froome  e il siciliano ha sottolineato la cosa:

“Lui non si lamenta mai, ma vi pare giusto che Froome venga preso a schiaffoni mentre fa il suo lavoro? Ne ha preso uno anche un attimo prima della mia caduta. Corriamo in condizioni assolutamente folli.

Chris Froome papà per la seconda volta

Chris Froome papà per la seconda volta

Chris Froome papà per la seconda volta si rifà delle delusioni del Tour de France 2018, è nata la piccola Kate Froome lo annuncia su twetter con la moglie Michelle Cound

Chris Froome papà

Chris Froome papà

Chris Froome papà per la seconda volta ha trovato uno stupendo regalo da parte della moglie Michelle Cound che gli ha “donato” la piccola Kate. Non è durata molto per il Kenyano bianco la delusione per non aver centrato lo storico bis Giro-Tour nella stagione 2018. La consolazione è arrivata ed è una di quelle notizie sicuramente più importanti anche rispetto alla vittoria nella corsa più importante del mondo.

 Chris Froome papà e Michelle Cound hanno voluto (come spesso hanno fatto) rendere “social” la notizia pubbicando un tweet sul noto social network che immortalava il capitano del Team Sky con la neonata Kate.

Il primo genito della coppia, Kellan, ha due anni e lo scorso mese di marzo la coppia aveva annunciato, sempre a mezzo social network la futura nascita della bimba.

Welcomed my little girl Katie to the world yesterday

E’ il tweet del campione britannico

Froome ha dunque archiviato velocemente lo “smacco” del terzo posto al Tour alle spalle dell’olandese Tom Dumoulin e del compagno di squadra Geraint Thomas. Insomma il ritorno a casa senza maglia gialla può essere archiviato sicuramente in modo meno doloroso.

 

 

 

Tim Kerrison chi è il preparatore del Team Sky

Tim Kerrison la storia del preparatore del Team Sky

Tim Kerrison il preparatore australiano che sta dietro ai successi del Team Sky da Wiggins a Geraint Thomas passando per Chris Froome e il nuoto!

Tim Kerrison

Tim Kerrison

Tim Kerrison è nato Brisbane in Australia, fin da piccolo sviluppa una grande passione per lo sport e meno per lo studio salvo poi tornare sui propri passi quando capirà che diventare un campione sarebbe stato impossibile.

Ottenutala Laura in Scienze dello sport e management si iscrive a Medicina per poi entrare nello staff della Federazione Australiana di Nuoto. Nel 2000 si occupa delle formazioni giovanili scoprendo Jodie Henry che alle Olimpiadi di Atene 2004 conquisterà ben tre ori.

Terminata la missione olimpica, Tim Kerrison lascia l’australia per trasferirsi in Inghilterra dove ottiene il ruolo di di preparatore nella nazionale di nuoto inglese che a Pechino 2008. Alla kermesse cinese la spedizione britannica tornerà con al collo sei medaglie (di cui due di oro) che rappresentano il miglior risultato di sempre per la formazione d’oltre manica.

Proprio durante le Olimpiadi di Pechino avviene l’incontro tra Tim e David Brailsford, tecnico del ciclismo britannico, che lo invita a prendere parte ad un progetto volto a trasformare il Regno Unito nell’avanguardia del ciclismo su pista e poi nella creazione del Team Sky.

Tim Kerrison lavora a stretto contatto con Brailsford, i due identificano un manipolo di atleti da ingaggiare per la sfida su strada: Bradley Wiggins, Chris Froome e Geraint Thomas.

La Gran Bretagna da nazione sconosciuta per il ciclismo su strada comincia a veder sventolare l’Union Jack sui podi delle gare più note al mondo.

Kerrison non ha un passato da ciclista o come seguace di grandi preparatori come altri guru del settore, no lui proviene dai “Big Data” e il suo approccio è, quindi, molto matematico.

“Ogni corridore è un rapporto tra peso e potenza. Il peso minimo per sprigionare la potenza massima”

Furono le parole di Tim Kerrison in una intervista alla BBC per sostenere come il calcolo applicato allo sport possa portare ad ottenere risultati eccellenti. Una analisi matematico-scientifica del fisico e delle prestazioni del ciclista per parametri chiave quali frequenza cardiaca, soglia aerobica e anaerobica, consumo di ossigeno, potenza, ecc possono portare a un profilo chiaro delle potenzialità dell’atleta per programmare apposite attività di miglioramento.

Tim Kerrison e Bradley Wiggins

Nel 2010 Sir. Bradley Wiggins, fenomeno del ciclismo su pista d’oltre Manica, passa al Team Sky. Nel 2009 Wiggins aveva preso parte, con la maglia della Garmin, al Tour de France chiudendo, complice un percorso abbastanza agevole, in quarta posizione. Per gli addetti ai lavori quel, già sorprendente, risultato non poteva essere ulteriormente migliorato.

Secondo i dati incamerati di Kerrison, invece, Bradley poteva migliorare di molto le sue performance fino a giocarsi la vittoria finale. Grazie ad un fortissimo lavoro sull’aerodinamica in sella e sul tipo di applicazione nella pedalata portarono i risultati che tutti conosciamo.

Agilità, leggerezza e controllo sono le tre parole d’ordine che Tim Kerrison recita come un mantra al corridore britannico che divenne il primo suddito della Regina a vincere sui Campi Elisi nel 2012.

Tim Kerrison e Chris Froome

Impostato il percorso di Wiggins comunque un ottimo corridore su pista, ecco il miracolo dello “sconosciuto” Chris Froome che fece il suo esordio correndo con licenza del Kenya (nel 2006 ai mondiali Under 23 difenderà proprio questi colori).

Nel 2007, Chris passa professionista con il Team Konica Minolta, una formazione del Kenya, vincendo due corse per poi approdare l’anno seguente al Team Barloworld di Claudio Corti in cui passa due stagioni senza particolari picchi (83esimo al Tour de France 2008 e 32esimo al Giro d’Italia 2009). Nel 2008 Froome prende la licenza britannica e viene schierato ai Mondiali di Varese (senza terminare laprova). Nel 2010 viene chiamato dal team Sky ed ecco l’incontro con Tim Kerrison.

Il preparatore atletico propone al kenyano bianco i metodi utilizzati per Wiggins, portandoli a lentamente a livelli più elevati sfruttando anche la sua giovane età: alzare la frequenza alleggerendo i rapporti, nascono le ormai storiche “frullate”.

Il matra è il solito con un occhio al cardiofrequenzimetro, un assoluto controllo dei dati fisici in corsa e conteggio dei secondi nei quali il cuore supera la soglia anaerobica. Dopo due anni di duro lavoro ecco arrivare la Vuelta 2011 in cui il kenyan chiude in seconda posizione alle spalle di Cobo (per 13 soli secondi) ma davanti al capitano Wiggins.

Il 2012 consegna a Bradley il Tour ma sono in tanti a pensare che senza le tattiche di squadra il vincitore sarebbe strato Froome grazie alle sue frullate al limite della soglia ripetute fino a stremare gli avversari.

Il 2013 consacrerà Chris a fenomeno del ciclismo mondiale conquistando 4 Tour de France (solo nel 2014 la striscia è interrotta da Vincenzo Nibali). Nei trionfi è evidente la mano di Tim Kerrison

Kerrison idealizza e rende vero qualcosa mai visto nel ciclismo: frullare sui pedivelle a un ritmo quasi inumano elevato all’ennesima potenza il metodo di pedalata di Lance Armstrong: agilità al posto della potenza.

Accanto a questo nuovo “modo di pedalar” ecco anche un nuovo modo di allenarsi: l’inverno non è pausa ma costanza (testimonianza sono gli allenamenti invernali disumani di Froome).

“L’intensità di prestazione va mantenuta tutto l’anno, specialmente durante i periodi lontani dalle corse”

Altro mantra dell’australiano secondo il quale “la vita” (come si dice in gergo) non conosce pause né stagioni. I programmi sono religione e i numeri comandamenti ineccepibili il tutto senza imporre nulla agli atleti ma spiegando le ragioni di questo approccio “scientifico. Qualcuno li chiama guadagni marginali, ossia il non lasciare nulla al caso, in questo al Team Sky sono maestri e questa filosofia si inserisce alla perfezione con la visione dell’australiano che, arrivato dal nuoto, ha stravolto il ciclismo.

Tim Kerrison e Geraint Thomas

Thomas ha passato la sua esistenza sportiva a far da gregario (o quasi) a Chris Froome, svolgendo il suo lavoro con dedizione e devozione. Nato come pistard, Thomas ha vinto tre Mondiali (2007, 2008 e 2012) e due medaglie d’oro alle Olimpiadi di Pechino e a quelle di Londra.

La sua disciplina? L’inseguimento a squadre, sforzo diversissimo da quello richiesto per vincere un grande giro a tappe: velocità contro resistenza. Nel 2007 aveva debuttato al Tour de France, finendo al 140° posto continuando l’alternanza pista-strada.

Prima del 2010 Froome è uno sconosciuto mentre Thomas ha già un nome tanto che in molti scommettono più su di lui che sul kenyano. I due corrono insieme dal 2008 e tra loro c’è solo un anno di differenza ma fatti smentiscono le teorie: Froome il campione, Thomas il gregario. Questo fino al 2018 quando a volare è il Gallese forse anche per merito degli insegnamenti di Kerrison.

 

 

 

Doppietta Giro-Tour, Froome continua a crederci

Doppietta Giro-Tour il capitano della Sky non rinuncia al sogno

Doppietta Giro-Tour non è riuscito Chris Froome nella storica doppietta ma l’ambizioso obiettivo è solamente rimandato

Doppietta Giro-Tour: Froome non demorde

Doppietta Giro-Tour: Froome non demorde

Doppietta Giro-Tour, Chris Froome ha dovuto ammainare la bandiera di questo sogno. Sogno che lo avrebbe portato direttamente nell’olimpo degli immortali del ciclismo. Froome è il corridore che più di ogni altro è andato vicino all’impresa compiuta vent’anni fa da Marco Pantani grazie alla vittoria al Giro d’Italia e al terzo gradino del podio al Tour de France appena concluso.

“Continuo a credere che sia possibile centrare la doppietta, ho vinto tre Grandi Tour consecutivi e ho chiuso terzo a Tour. Per queste ragioni penso che prima o poi ci riuscirò” ha detto Froome nella conferenza stampa del dopo corsa”

Il record è stato ottenuto da sette ciclismi ma, come detto, nessuno riesce nell’impresa dal 1998 quando a riuscirci fu il sempre compianto Marco Pantani. Il campione britannico ha dovuto cedere gli allori al compagno di team Geraint Thomas ma non ha perso il morale.

“Tom Dumoulin ha chiuso secondo in entrambe le grandi corse a tappe e questo suffraga ulteriormente la teoria che sottolinea la fattibilità della cosa. Quest’anno c’era una ulteriore settimana di riposo tra Giro d’Italia e Tour de France per via dei Mondiali di calcio in Russia e questo ha favorito la mia decisione di provare il Double, per ora mi tengo stretto l’aver vinto i tre grandi giri, una cosa enorme!”.

Fin da subito la corsa di Froome, al Giro come al Tour, è partita in salita e, se al Giro la rimonta è stata possibile grazie ad una fuga d’altri tempi, nella corsa francese questo non è accaduto (e forse non poteva nemmeno accadere avendo un compagno leader della generale).

Se sulle Alpi Froome aveva mostrato qualche difficoltà ma in molti erano pronti a scommettere sulla rinascita del britannico sui Pirenei. La crisi di forma del kenyano bianco è arrivata, invece, proprio nella tappa con arrivo al Col du Portet a cui ha fatto seguito il paradossale incidente con il gendarme nel post-gara.

Chris è salito sul podio nell’ultima tappa di montagna di venerdì, ma ha cambiato le gerarchie nella cronometro in cui ha scalzato Roglic dal podio ma in cui, naturalmente, non ha potuto ottenere altro.

“Ho avuto molte emozioni durante questa gara, momenti di delusione, incidenti, momenti di gioia quando abbiamo vinto le tappe e preso la maglia gialla. Questo è il ciclismo, come ogni Grande Tour è stato un ottovolante con alti e bassi. Sono contento di essere di nuovo sul podio e stare lì con Geraint mi ha riempito di orgoglio”.

Froome non è riuscito a fare suo il quinto titolo ne la doppietta Giro-Tour de France mentre il Team Sky ha conquistato il sesto alloro con Geraint Thomas. Comprensibilmente, Froome è entrato in gara come il loro principale leader mentre Thomas aveva ricevuto i gradi di vice capitano in caso di difficoltà.

Nel 2012, quando Froome sembrava più forte del suo capitano Bradley Wiggins, ci furono evidenti tensioni tra i due migliori corridori del Team Sky. Mentre quest’anno pare che tra i due sia regnata l’armonia:

“siamo compagni di squadra ma prima ancora siamo degli amici. Non sono stato solo un compagno di squadra di Geraint negli ultimi 10 anni, ma sono stato suo amico negli ultlii 10 anni. Ci alleniamo spesso insieme, viviamo molto vicini, trascorriamo molto tempo insieme e se osserviamo le mie vittorie al Tour degli scorsi anni c’è molto merito di Thomas. E’ stato facile per noi comunicare apertamente l’uno con l’altro prima della gara, dopo la gara e penso che siamo sempre stati molto aperti e onesti. Visto la sua condizione di forma ero certo che sarebbe salito sul podio, vederlo suo gradino più altro agli Champs Elysees mi riempie di orgoglio”.

 

 

Primoz Roglic re dei Pirenei, Thomas re del Tour

Primoz Roglic re dei Pirenei, Thomas ad un passo dal trionfo

Primoz Roglic re dei Pirenei mentre i big si controllano e Geraint Thomas si avvicina alla vittoria finale del Tour de France

Primoz Roglic re dei Pirenei

Primoz Roglic re dei Pirenei

Primoz Roglic re dei Pirenei grazie ad una entusiasmante azione nella discesa conclusiva dell’Aubisque che gli permette di conquistare la diciannovesima tappa del Tour de France 2018 con arrivo a Laruns.

La tappa è di quelle toste, con sei GPM e quasi 5000 metri di dislivello è l’ultimo tappone della Grande Boucle in cui gli uomini di classifica si giocano tutti. La tappa presenta i grandi classici Aspin, Tourmalet, Bourderes ed Aubisque.

La partenza è da Lourdes e molti si dedicano ad una preghiera presso il Santuario. Pronti, via ed ecco la fuga con un gruppone di uomini tra cui spicca l’indiavolato Julian Alaphilippe (Quick Step) oltre a Warren Barguil (Fortuneo), Bauke Mollema (Trek),Gorka Izagirre (Bahrain Merida).

 

 

Tutti sono  chiamati in causa nel  tentativo di cambiare le sorti della generale o semplicemente cercare un acuto e allora ci provano fin dalle prime rampe del Tourmalet Mikel Landa (Movistar), Ilnur Zakarin (Katusha-Alpecin), Romain Bardet (Ag2R La Mondiale) e Rafal Majka (Bora-Hansgrohe) che raggiungono i battistrada ottenendo un vantaggio di 3 minuti e mezzo sul gruppo dei big.

Davanti lavora duro la LottoNL – Jumbo che annulla il margine dei fuggitivi.  Steven Kruijswijk, Primoz Roglic e Tom Dumoulin provano ad allungare lungo il Col d’Aubisque

 

Chris Froome fatica molto ma resiste grazie al sensazionale Egan Bernal, Thomas resiste agilmente mentre Nairo Quintana (Movistar) affonda confermando tutte le perplessità che si avevano sul suo conto.

Majka scollina per primo sull’Aubisque con una manciata di secondi di vantaggio sul gruppo degli uomini di classifica. In discesa arriva il numero di Roglic che  pennella alla perfezione  le insidiose curve guadagnando progressivamente margine. Primoz non molla un secondo e va a cogliere la classica ciliegia sulla torta di una annata già piena di soddisfazioni (vittoria del Giro dei Paesi Baschi e del Giro di Romandia).

Ora è ufficiale che Chris Froome, dopo tante polemiche, non riuscirà nella missione della doppietta Giro-Tour ma il suo team sorride lo stesso grazie a Geraint Thomas che non dà alcun segno di cedimento e anzi chiude secondo di tappa.

Primoz Roglic re dei Pirenei sale al terzo posto del podio della generale ai danni di Chris Froome  in attesa della cronometro di domani.

 

Chris Froome cade per colpa di un gendarme 

Chris Froome cade dopo la corsa per colpa di un gendarme

Chris Froome cade dopo la corsa per colpa di un gendarme, Thomas rischia per colpa di un tifoso, questo Tour perde i colpi

Chris Froome Cade

Chris Froome Cade

Chris Froome cade dopo la corsa per colpa di un gendarme mentre si dirige al bus della squadra. Questo Tour de France iniziato nel peggiore dei modi per il kenyano bianco sta procedendo forse peggio. Dopo le polemiche sulla sua partecipazione, un avvio stentato e il “nemico in casa” rappresentato da Geraint Thomas ecco che ora anche l’organizzazione della Grande Boucle crea problemi al (ex?) capitano del Team Sky.

Le interperanze dei tifosi hanno accompagnato Froome fin dalla presentazione della squadra. Sputi, fischi e insulti sono stati la colonna sonora delle pedalate del kenyano bianco in terra di Francia. Mai ben visto dai transalpini (come per certi versi accade a Lance Armstrong) Froome è stato, anche nella scorsa edizione oggetto di ripetute offese (e lancio persino di urina) da parte del pubblico.

Tuttavia, le cose sono andate, se possibile, ancora peggio per il quattro volte vincitore del Tour de France mentre tentava di tornare ai bus della squadra dopo la salita dell’altro giorno al Col du Portet.

Scambiato per un cicloamatore che cercava di seguire il percorso della tappa (cosa naturalmente proibita), un Gendarme ha fatto cadere Chris Froome dalla sua bicicletta, lasciando il britannico assolutamente infastidito dall’accadimento.

Tra Froome e il gendarme vi è stato uno scambio abbastanza acceso (documentato dalle immagini raccolte con uno smartphone di un appassionato). Il poliziotto si è rifiutato di porre le sue scuse cosa che ha mandato su tutte le furie Chris che si è lasciato sfuggire un bel “vaffa…” rivolto al pubblico ufficiale.

Solo dopo le proteste di Froome, del suo bodyguard e di un gruppetto di appassionati che hanno visto il fatto il gendarme ha compreso di averla fatta assolutamente grossa. Per fortuna, nel cadere atterra il kenyano bianco non ha riportato alcun danno, viceversa non sappiamo come Prudhomme avrebbe gestito la rabbia di un Froome già molto amareggiato per la situazione di classifica.

Insomma, se il “poco gradito” britannico della Sky è stato prima estromesso e poi reinserito nella corsa ottenendo manifestazioni di forte dissenso da parte dei supporter transalpini, ora è stato pure “vittima” di un fastidioso qui pro quo con l’organizzazione.

Sulle intolleranze dei tifosi si è parlato e scritto molto, ne ha fatto le spese (lo sappiamo bene) il nostro Vincenzo Nibali che tra fumogeni, aliti di alcool e spinte è finito a terra rimettendoci corsa e forse (ci auguriamo di no!) partecipazione al Mondiale di Innsbruck.

Tra le vittime dell’inciviltà del pubblco è finito pure la maglia gialla Geraint Thomas che se l’è vista brutta per causa di un “tifoso” in maglia AG2R che sbucando dalle transenne toccando il corridore britannico. Per fortuna l’accadimento non ha avuto conseguenze che avrebbero potuto essere assolutamente pesanti.