Bjarne Riis: “ho commesso degli errori ma sono cambiato”

Bjarne Riis racconta le emozioni del rientro

Bjarne Riis e il suo ritorno nel World Tour hanno fatto non poco rumore ma il neo team manager del Team NTT rassicura: “sono cambiato”

Bjarne Riis

Bjarne Riis

Bjarne Riis è tornato nel World Tour e, inevitabilmente, la notizia ha fatto scalpore e “rumore” tra gl appassionati di ciclismo che non gradiscono il passato del manager danese che con la sua società ha acquisito il 30% del Team NTT assumendo il ruolo di team manager.

Il nome di Riis è stato legato al doping e lo stesso manager ha confessato di aver usato prodotti vietati durante la cavalcata che lo ha portato a conquistare il Tour de France 1996. Assunto il ruolo di manager il danese è stato coinvolto in vicende legate al doping che lo hanno allontanato dal World Tour ma non dal ciclismo in quanto il danese si era accasato in una formazione femminile.

Il libro, fresco di stampa, del manager Rudy Pevenage, che aveva lavorato con Ullrich e con lo stesso Riis ha rispolverato il passato di doping del Team Telekom e il manager che ha fatto il suo debutto al Tour Down under ha voluto chiarire alcuni aspetti nella prima conferenza stampa ufficiale.

“non nego di aver in passato commesso degli errori, ho confessato e mi sono scusato per questo ma ora sono cambiato. Un nuovo scandalo rovinerebbe me e la mia famiglia se dovessi sbagliare, mettetemi in prigione” ha dichiarato Bjarne Riis.

Le critiche e i mugugni legati al suo ritorno non sono naturalmente passate in osservate: “le ho sentite e lette ed è normale che feriscano, non sono un robot ma un uomo. Devo andare avanti, non posso cancellare il mio passato ma ho imparato molto da quello che è accaduto. Quel periodo e quel modo di pensare hanno fatto molto male alla mia vita e mi hanno causato tanti problemi” ha detto il danese.

 

“Sono tornato perché la passione per il ciclismo è la solita e guardare il ciclismo in tv era troppo frustrante, voglio trasmettere le mie abilità alla squadra. Penso di poter dare ancora molto a questo sport anche se a questo punto della mia carriera penso di non aver nulla da dover dimostrare” ha concluso l’ex ciclista della Telekom.

 

 

 

 

 

 

 

 

Chris Froome al Giro d’Italia 2020? Forse

Chris Froome al Giro d’Italia 2020, non impossibile

Chris Froome al Giro d’Italia 2020, il britannico potrebbe essre il capitano del Team Inoes in alternativa a Geraint Thomas

Chris Froome (fonte pagina Twitter)

Chris Froome (fonte pagina Twitter)

Chris Froome ha ufficializzato il suo rientro alle corse con un video in cui ha comunicato ai propri fans la sua presenza in occasione dell’UAE Tour in programma negli Emirati Arabi Uniti dal 23 al 29 febbraio.

Un sospiro di sollievo per i tanti tifosi di Chris e, diciamolo, per tutti gli appassionati di ciclismo dal momento che, dopo il terribile incidente al Tour del Delfinato 2019, in tanti hanno temuto che la carriera del campione fosse giunta al capolinea.

Il quatto volte vincitore del Tour ha dimostrato tutta la sua forza morale e mentale nel risalire prontamente in sella dopo una serie di interventi chirurgici che avrebbero stroncato la volontà di molti. Certamente lo stimolo principale (e dichiarato) di Froome è stato il desiderio di potersi giocare le sue chance di entrare nel Gotha degli eletti in grado di vincere cinque Tour. E’ proprio la corsa francese l’obiettivo principale della stagione 2020 del kenyano bianco ma, per arrivare pronto all’appuntamento, sarà importante pianificare accuratamente il cammino di avvicinamento alla prova di luglio.

Sulle reali condizioni di Froome permangono dubbi insistenti e anche lo staff del Team Ineos ha voluto analizzare accuratamente la distribuzione dei propri capitani tra le principali corse a tappe. Se Richard Carapaz pare destinato a presentarsi al Giro d’Italia 2020 con i galloni del capitano designato per puntare a bissare il successo dello scorso anno, al Tour gli uomini di punta saranno Bernal e Thomas.

Ma cosa potrebbe accadere se Froome dovesse dimostrarsi pronto per competere giù a fine di aprile? Come segnalato da Gazzetta dello Sport il Team Ineos potrebbe riservarsi la possibilità di schierare anche Froome nella starting list.

Geraint Thomas alla Corsa Rosa pare una certezza mentre potrebbe trovarsi un compagno di squadra “in più”, la situazione è assolutamente fluida e verrà valutata settimana dopo settimana in base all’evoluzione della condizione fisica di Froome.

 

 

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Alessio Peccolo scalatore veneto mai esploso

Alessio Peccolo una promessa non mantenuta

Alessio Peccolo talentuoso scalatore nelle categorie dilettanti negli anni ’70, passato pro non è riuscito a mantenere le aspettative

Alessio Peccolo

Alessio Peccolo

Alessio Peccolo nasce a San Vendemiano in provincia di Treviso in 24 ottobre 1947. Fisico tarchiato, basso e compatto come un gladiatore ha nel sangue il DNA dello scalatore che lo porta presto a diventare un punto di riferimento del ciclismo giovanile trevigiano. Altro solo 1,63 (per meno di 60kg) quando la strada sale Alessio si scatena ma anche nelle volate ristrette Peccolo riesce a dire la sua nelle categorie giovanili.
Con la storica maglia rossoblù dell’Unione Ciclistica Vittorio Veneto, Alessio riesce a far innamorare i conterranei del suo modo di correre grazie ad una innata predisposizione all’attacco che gli consentono azioni davvero spettacolari.
Nel 1969 conquista una splendida vittoria al Giro del Friuli che lo porta all’attenzione degli addetti ai lavori ma la volontà di cimentarsi con le Olimpiadi lo spinge a posticipare il passaggio tra i “pro” per dedicarsi alle prove dilettantistiche che alla lunga ne consumeranno importanti energie.

Nel 1972 bissa la vittoria nella corsa a tappe friulana ma il talento del trevigiano non suscita le attenzioni delle grandi squadre e solo l’anno seguente, ad Olimpiadi trascorse, farà in grande salto quando la carta di identità dirà 26 anni.

E’ la GBC ad offrire un contratto da professionista ad Alessio. L’organico avanti con l’età in cui spiccano Luciano Armani , Claudio Michelotto e Wladimiro Panizza oltre ad una batteria di pistard e velociti non valorizza le doti del minuto scalatore veneto.

Tra gli emergenti del team ci sono, appunto, Peccolo, Roberto Sorlini e Wilmo Francioni ma il passaggio di categorie non è dei migliori per Alessio. Dopo un promettente terzo posto al nel GP Kanton Argau-Gippingen alle spalle di Basos e Van Springel, al Giro 197 fatica ad ingranare chiudendo al 29esimo posto assoluto ma senza però aver mai messo in mostra le doti di “guastafeste” in salita che lo avevano distinto tra i dilettanti. Al successivo Giro di Svizzera le cose non vanno meglio nonostante rivali meno agguerriti.

A fine anno la GBC chiude i battenti e Peccolo riesce a trovare un contratto nella Filcas, una squadra di dilettanti che era passata fra i professionisti: la stagione è peggiore della precedente e al Giro d’Italia chiude 60esimo tanto che nel novembre di quell’anno decide di appendere definitivamente la bici al chiodo.

Padre di Nicola, anche lui discreto dilettante con doti simili a quelle del padre, Alessio Peccolo è prematuramente scomparso nell’aprile del 2014 per un malore occorsogli mentre stava assistendo al Giro del Belvedere, una gara di ciclismo dedicata agli anni Under 23.

Ali Neffati, il primo corridore africano al Tour de France

Ali Neffati dalla Tunisia al Tour

Ali Neffati ciclista tunisino è stato il primo ciclista proveniente dall’Africa a prendere parte al Tour de France, la sua storia

Ali Neffati (fonte wikipedia)

Ali Neffati (fonte wikipedia)

Ali Neffati nasce a Tunisi (Tunisia) il 22 gennaio 1895, inizia la carriera nel suo paese nel 1908 dove conquista diverse prove su pista. In quegli anni la povertà è molta ma la voglia di emergere di Ali è tanta e nel 1913 ottiene, primo corridore africano della storia, l’invito a partecipare al Tour de France.

Ali Neffati si distingue oltre che per le sue doti anche per il suo look eccentrico: in sella, invece del berretto, indossa un Fez o ṭarbūsh, il copricato cilidrico di colore rosso tipico della città marocchina di Fez.

Dopo essersi procurato una bicicletta adatta alla corsa solo due giorni prima del via, arriva in Francia tra la curiosità dei fans del ciclismo e stupisce tutti per il suo pittoresco copricapo con cui prende parte anche alla Grande Boucle. Nella tappa più dura dell’edizione 1913 del Tour, la Brest-La Rochelle di quattrocentosettanta chilometri, Ali, sotto un sole che spacca le pietre, viene avvicinato dal giornalista Henry Desgrange che gli chiede se non stia soffrendo per il caldo. “No, ho freddo” è la lapidaria risposta del ciclista tunisino. Ali non completa quel tour ma in qualche modo si fa conoscere.

Lo scoppio del primo conflitto mondiale lo costringe a scendere di sella per poi tornare, a guerra finita, a correre nel 1918. Nel ’19 prende parte al Circuit des Champs de Bataille, la corsa più dura della storia che tocca diverse città devastate dalla prima guerra mondiale.

Successivamente Ali Neffati si dedica al ciclismo su pista correndo nei maggiori velodromi mondiali sino al 1930 quando decide di ritirarsi dal ciclismo. Qualche anno dopo Henry Desgrange si ricorda di Ali e gli offre un lavoro come giornalista la periodico “L’Auto”. Anche con la penna Ali si dimostra brillante tanto da lavorare per “L’Equipe”.

Ali Neffati muore nell’aprile 1974 a Parigi, di lui resterà il ricordo di una persona umile, affidabile e coraggiosa.

 

 

 

 

 

Vagabundo, la leggendaria bicicletta messicana

Vagabundo biciclette messicane anni ‘60

Vagabundo, le biciclette messicane apparse sul mercato nel 1967 ispirate alle Harley Davidson e che ricordano le Raleigh Chopper

Vagabundo

Vagabundo

Vagabundo un fenomeno centroamericano nel mondo delle biciclette. In Messico l’idea di viaggio è strettamente legata al concetto di libertà e di felicità. L’idea di viaggio in un paese legato a filo doppio al concetto di viaggio (con cui Colombo ha “scoperto” le Americhe) è pressoché naturale.

Uno dei primi strumenti di viaggio per tutti è la bicicletta ed in Messico le generazioni degli anni ’60, ’70 e ’80 legano la bici a selle a “forma di banana”, ideali per pedalare su asfalto e su sterrato imitando i chopper americani: stiamo parlando delle Vagabundo.

Nate in una azienda di Windsor in Messico nel 1967, traggono spunto dalle Raleigh Chopper prodotte a Notthingam dall’omonima ditta, e sono la versione latinoamericana di una autentica icona pop per intere generazioni.

Se le biciclette prodotte dalla Raleigh e disegnate da Oakley ispirato dal film Easy Rider diventano icona in Europa e Stati Uniti, nel frattempo le Vagabond conquistano il Messico. Equipaggiate con il freno controbilanciato Bandix 76, due barre metalliche e simulano gli ammortizzatori e ruote Tornel con disegno a nido d’ape le Vagabond diventano il sogno proibito dei bimbi messicani.

Il nome Vagabundo è un chiaro invito rivolto ai bambini ad esplorare il mondo andando a cogliere un pezzo di ignoto e di inesplorato nei dintorni di casa in sella alla propria bicicletta.

Dopo il boom degli anni ’70 e della prima parte degli ’80 la produzione è entrata in crisi e la fabbrica di Windson ha cessato la produzione in quanto marchi come Rudge, Schwinn, Sting Ray e Cross stavano dominando la lotta per accaparrarsi il mercato delle biciclette da bambino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PIRELLI partner della Trek-Segafredo

PIRELLI partner del team Trek-Segafredo

PIRELLI partner della Trek-Segafredo per sviluppare i nuovi pneumatici road racing: un prodotto sempre più performante

Pirelli firma un accordo di partnership tecnologica con il prestigioso team americano. Lo scambio di feedback con gli atleti andrà a beneficio dello sviluppo dei pneumatici road racing Pirelli, per dare all’amatore un prodotto sempre più performante

Pirelli accelera la sua strategia verso un coinvolgimento sempre maggiore nel ciclismo professionistico e annuncia la partnership con il prestigioso team World Tour Trek-Segafredo. Prima uscita ufficiale, dopo la firma della partnership, è ora in corso al Santos Tour Down Under in Australia, dove gli atleti del team, incluso il campione del mondo UCI in carica Mads Pedersen, montano il P Zero Velo Tubolare di Pirelli.

SPIRITO SPORTIVO DI PIRELLI

Le competizioni ai massimi livelli sono parte del DNA Pirelli, che conta oltre 110 anni di storia sportiva nei quali ha affiancato atleti e squadre nelle imprese più rilevanti. Si inserisce in questo contesto la partnership con il team Trek-Segafredo, che ha fatto delle sue scelte tecniche una bandiera, come quella, pionieristica, di convertire le sue bici ai freni a disco. L’evoluzione tecnologica spiega la scelta di Pirelli di essere presente nelle competizioni, che rappresentano un laboratorio a cielo aperto dove sviluppare prodotti che poi diventano di serie e disponibili in commercio. In aggiunta, il team Trek-Segafredo è uno dei più attivi nel mondo del professionismo femminile World Tour, posizionandosi tra i primi cinque del ranking dell’Union Cycliste Internationale.

IL CICLISMO PER PROMUOVERE LA MOBILITÀ SOSTENIBILE

Con questa nuova partnership, Pirelli prosegue il suo percorso nel ciclismo ai massimi livelli. Il rientro nel settore bici, avvenuto nel 2017, è stato un passo naturale per l’azienda: la bicicletta è il mezzo sostenibile per antonomasia e i suoi forti valori, a partire dall’impatto ambientale zero, si sposano con i valori chiave di Pirelli, leader al mondo in sostenibilità e nominato, nel 2019, numero uno del settore automotive.

La partnership tecnologica alla base della collaborazione con il team Trek-Segafredo vedrà, inoltre, un continuo confronto e sviluppo tecnico sul prodotto, con particolare accento sui nuovi tubolari P Zero Velo.

Il risultato di questo processo di testing e validazione di performance, che continuerà gara dopo gara, porterà ad un miglioramento del prodotto che sarà poi reso disponibile da Pirelli per tutti gli appassionati.

Dopo il team World Tour Mitchelton-SCOTT, rinnovato anche per il 2020, Pirelli calza un altro grande team del massimo circuito UCI, preparandosi ad affrontare una stagione 2020 di grande ciclismo.

FONTE COMUNICATO STAMPA

 

Fondazione Euskadi 2020, tra sport e sociale

Fondazione Euskadi 2020, sarà un anno emozionante

Fondazione Euskadi 2020, ha presentato oggi presso lo stadio San Mamés il suo progetto annuale in ambito sportivo e sociale

La Fondazione Euskadi ha presentato oggi presso lo stadio San Mamés i nuovi passi verso la stagione 2020. Stagione in cui l’organizzazione spicca un salto sportivo e continua stabile per imporsi come progetto per la trasformazione sociale, sempre con la bicicletta e lo sport come migliori strumenti.

La struttura del ciclismo mantiene il suo proposito di gestire un progetto sportivo con l’obiettivo di fomentare e divulgare il ciclismo basco, e al contempo intende continuare a progredire nella sua tabella di marcia per restituire alla società tutto il supporto ricevuto sin dalla sua creazione.

Dopo decenni di lavoro di squadra, superazione e sacrificio sono serviti a dar forma al modello di lavoro della Fondazione Euskadi, e oggi lo si vuole trasformare in un modello di vita da estendere alla società basca. Un modello che consenta di mantenere e rafforzare un proprio DNA con valori come il lavoro, la serietà, l’impegno, la disciplina, l’ambizione e il rispetto.

Progetto sportivo: cambio di categoria

Da quando la nuova direzione della Fondazione ha preso il comando del progetto, si è stabilita una tabella di marcia allo scopo di raggiungere un obiettivo molto ambizioso: recuperare la posizione che aveva la squadra in passato e tornare a partecipare nelle gare di alto livello.

Pertanto, il salto di categoria della Fondazione Euskadi della stagione 2020 è un passo logico delle mete del progetto, sempre con l’obiettivo di conquistare i cuori di tutti i sostenitori delle squadre della Fondazione nei bordi strada di tutto il mondo, con buoni risultati su strada e con un atteggiamento di lotta e di sforzo massimo in tutte le corse che si disputano.

Hanno spiegato che il passaggio alla nuova categoria UCI è fondamentale per il consolidamento del progetto che sottolinea il suo impegno per il ciclismo, la formazione, la società e per il sogno di avere una squadra basca che compete nelle grandi prove di ciclismo internazionale. Inoltre, dota la società basca di una struttura che garantisce di praticare il ciclismo nelle migliori condizioni possibili, dalla formazione iniziale fino al livello professionale.

Mantenendosi coerente con la filosofia del progetto e per dare la possibilità ai ciclisti di competere in una categoria di maggiore livello, per il 2020 la Fondazione Euskadi ha scelto di tenere i 10 ciclisti della scorsa stagione, promuovendo un ciclista della squadra under 23 e ingaggiando nove ciclisti che consentano di competere con successo e di nutrire la squadra di esperienza.

La squadra ha come grande obiettivo della stagione la Itzulia, quindi alla fine di questo mese comincerà a competere a San Luis (Argentina) e nella Challenge di Maiorca, insieme ad altre gare nella lista. In seguito ci saranno i giri, come quelli di Valencia, Andalusia, Murcia e Catalogna.

Inoltre, nel corso della stagione la squadra di 20 ciclisti competerà simultaneamente in vari scenari. Paesi come la Francia o l’Italia saranno i luoghi in cui vedremo spesso il gruppo Pro Team.

Parallelamente, durante la presentazione a San Mamés sono state presentate anche le squadre di base, il gruppo under 23 e il team femminile. Entrambe le squadre mantengono il loro scopo di offrire supporto allo sviluppo delle qualità di coloro che formano i vari team, attraverso un calendario molto completo. Naturalmente tutte le gare a cui queste squadre prendono parte saranno una esempio di dedizione, sforzo e superazione, allo scopo di dimostrare il maggiore livello possibile sulla bicicletta.

In merito alle scuole, la Fondazione Euskadi ha annunciato che continuerà a supportare alcune delle più forti del territorio.

Progetto sociale: più forza

L’altro grande asse su cui sviluppa il progetto della Fondazione Fundación Euskadi, quello sociale, intende acquisire più forza per poter restituire alla società basca il supporto ricevuto e servire da elemento trasformatore della cittadinanza basca.

Durante la stagione in corso, l’organizzazione continuerà a sviluppare diverse iniziative con enti pubblici e privati che rafforzino il legame della Fondazione con la popolazione basca. Tante sono le azioni portate avanti lo scorso anno, mentre altre sono state messe a punto e verranno avviate a breve e medio termine.

Per esempio, le Txirrindu Festak. Pedalate popolari svolte in collaborazione con vari comuni in cui si fomenta il ciclismo tra la popolazione infantile con piccoli circuiti. Quest’anno se ne sono tenute due a Bilbao e un’altra a Beasain, ma per quest’anno la Fondazione intende aggiungerne un’altra nella città di Gasteiz.

Si vogliono inoltre sostenere progetti solidali legati alla bicicletta e alla mobilità urbana sostenibile, come è stato fatto quest’anno durante la Settimana della Mobilità di Bilbao. La loro presenza in ikastolas (centri educativi cooperativi baschi) e scuole con incontri e attività sarà una delle missioni nell’agenda dell’organico della Fondazione Euskadi, in modo da consentire loro di fomentare la cultura del ciclismo.

Un altro degli obiettivi sociali del progetto è quello di essere presenti nel Parco giochi di Natale (PIN) con uno stand proprio per fomentare l’uso della bicicletta elettrica, grazie alla collaborazione del Comune di Bilbao.

Infine, un altro obiettivo a breve termine che si sono prefissi i dirigenti è il Campus Fondazione Euskadi rivolto ai giovani ciclisti in formazione presso le scuole e club del territorio.

Omaggio durante l’evento

Nella presentazione della Fondazione Euskadi si è reso omaggio a una famiglia di soci composta da un padre e i suoi tre figli come gesto simbolico per il supporto dato da oltre 1.500 persone al progetto. Il vicepresidente della Fondazione Euskadi, Jesús, ha consegnato alla famiglia Uriarte il riconoscimento per rappresentare i valori del progetto.

Nuovi supporti

Il progetto della Fondazione Euskadi è possibile grazie al contributo dei suoi soci e socie, ma anche grazie al supporto di tutte le persone ed enti che condividono la missione, i valori e gli obiettivi del progetto.

Anche le istituzioni pubbliche hanno ricevuto un riconoscimento, perché da anni lavorano per fomentare lo sport e la bicicletta in questo territorio, per far sì che il numero di eventi sportivi di ciclismo nel nostro territorio non smetta di crescere anno dopo anno, compresi gli appuntamenti del calibro della Vuelta a España.

Orbea e Etxeondo ne sono due esempi, grazie al materiale di cui dotano tutte le squadre del progetto. Lo stesso vale per LABORAL Kutxa, che lo scorso anno si è unita al progetto con una chiara vocazione di trasformazione e supporto alla base, e per DBA Bilbao Port, l’ultimo ente che si è aggiunto.

“DBA Bilbao Port, con la responsabilità sociale aziendale che la caratterizza, vuole apportare a questo progetto il suo contributo. Ci sentiamo rispecchiati fedelmente in ciò che rappresenta la Fondazione Euskadi. Condividiamo e partecipiamo nella sua filosofia di lavoro di gruppo, i suoi valori, la vicinanza, l’ambizione e lo sguardo al futuro, tipici della gente di questa terra. La Fondazione è l’espressione massima della passione di questo popolo per il ciclismo”, ha dichiarato il consigliere del gruppo DBA Bilbao Port, Enrique Guzmán.

In questi termini si è espressa la persona in rappresentanza della cooperativa di credito basca, Ander Toña:

“Per chi fa parte di LABORAL KUTXA, è un progetto molto speciale. Un progetto che va al di là dell’aspetto razionale, e che aggiunge una componente emotiva e passionale che tanto amiamo”.

Da parte sua, il responsabile di Marketing di Orbea, Ander Olariaga, ha voluto insistere sulla presentazione della nuova generazione di biciclette Orca che userà il team durante la nuova stagione. “La prima Orca ha aperto una nuova tappa per Orbea e ora la nuova Orca apre una nuova porta: la porta del ciclismo moderno, dove vogliamo essere in testa”, ha detto Ander Olariaga.

“Ciclismo moderno significa strade sinuose, sterrati, asfalto con la massicciata in cattivo stato e anche rampe impossibili. Lì vogliamo offrire un vantaggio con questa nuova Orca OMX, la bicicletta più avanzata del plotone. A tal fine abbiamo migliorato l’aerodinamica della bicicletta con l’integrazione dei componenti e facendo sparire i cavi. Abbiamo anche aumentato il passaruota per alloggiare copertoni di fino 32 mm che danno maggiore controllo e comfort. Il tutto con il peso minimo stabilito dall’UCI e il rapporto di rigidità più efficiente. E naturalmente, con freni a disco”, ha concluso.

La Fondazione Euskadi

La Fondazione Euskadi è un punto di riferimento del ciclismo basco dal 1993. Ha l’obiettivo di promuovere, divulgare e sviluppare il ciclismo basco. Mikel Landa ne è attualmente il presidente. La base sociale è costituita da oltre 1.500 soci/ie. Grazie alle donazioni di questi soci e ai vari collaboratori, si lavora per lo sviluppo del vivaio basco del ciclismo dove a oggi si dà supporto a oltre 300 ciclisti.

FONTE COMUNICATO STAMPA

Rudy Pevenage, la Telekom e il doping

Rudy Pevenage racconta la sua verità nella biografia

Rudy Pevenage storico manger del Team Telecom racconta nella biografia “Der Rudy” la sua verità sul ciclismo e il doping

Rudy Pevenage: la biografia

Rudy Pevenage: la biografia

Rudy Pevenage sessantacinquenne belga è un uomo che conosce bene il ciclismo conosce la tecnica, la tattica e, purtroppo, anche gli spettri e i mostri dello sport del pedale.

Ci sono cose che tutti sanno e che nessuno dice. Ci sono cose che è meglio tacere o che si tacevano per un “codice non scritto” di uno dei periodi tra i più bui del nostro amato sport. A 65 anni, lasciato il mondo del ciclismo, Rudy, storico manager del dirigente con Histor, La William, Bianchi e Team Telekom, ha tolto il freno (inibitore) e ha voluto raccontare la sua versione e la sua storia del ciclismo di fine anni ’90 inizio 2000.

L’introduzione della biografia intitolata “Der Rudy” è decisamente emblematica:

“Non voglio ferire nessuno, ma dico la verità su ciò che ho passato, ciò che ho visto”.

Il libro uscirà domani e sarà un concentrato del vissuto dell’ex ciclista e dirigente sportivo tra corruzione e doping, trucchetti e retroscena inediti (e in alcuni casi inquietanti). Nelle pagine del volume in uscita, Pevenage racconta di essersi drogato ai tempi in cui era lui stesso un ciclista e di aver aiutato Jan Ullrich con il doping.

Pevenage racconta nel capitolo 27 del libro del blitz dei NAS e della Guardia di Finanza al Giro d’Italia 2001:

“Ho preso la siringa da insulina per Jan, la spezzai e la gettai nel water…in preda al panico, ho dimenticato la speciale lattina di cola che avevo messo in frigo; era a doppia parete e si poteva avvitare sopra per metterci dentro e conservare le medicine. Molto utile. La doppia parete manteneva il contenuto ben fresco e dall’esterno era indistinguibile da una vera lattina di coca cola“.

 

Indicazioni forti e non meno forti sono le testimonianze legate all’Operacion Puerto contenute nel capitolo 31: “le sacche erano contraddistinte con nomi in codice: Asterix, Obelix e Ali Baba!”.

Il manger belga ha poi raccontato del coinvolgimento, nell’operazione antidoping, anche di atleti di altri sport:

“Ho visto sacche di sangue di famosi ciclisti, ma anche di giocatori di calcio che giocavano a Madrid, di atleti e di un grande giocatore di tennis spagnolo”.

 

 

 

 

Froome torna a correre dopo l’incidente del giugno 2019

Froome torna in corsa a fine febbraio

Froome torna a correre al Giro degli Emirati Arabi a fine febbraio per il britannico è il ritorno alle corse dopo l’incidente di giugno

Chris Froome (fonte pagina Twitter)

Chris Froome (fonte pagina Twitter)

Froome rompe finalmente gli indugi circa il suo ritorno ufficiale alle corse dopo il terribile incidente occorsogli lo scorso mese di giugno durante la ricognizione della cronometro del Giro del Delfinato a Roanne. Froome non corre dal 12 giugno visto che il giorno successivo, prima del via della crono, fu vittima della caduta di cui sopra.

La caduta al Delfinato è costata cara al kenyano bianco che non solo ha visto sfumare la possibilità di tentare l’assalto al quinto Tour de France ma ha anche messo uno stop alla stagione agonistica 2019. In realtà le conseguenze dell’impatto potevano essere talmente gravi da stroncare la carriera di molti ma il carattere e il fisico di Froome gli hanno consentito di bruciare i tempi di recupero tornando in sella (non senza dolori e fastidi) prima dei tempi più ottimistici previsti dal personale medico curante.

Femore, costole e gomito fratturati, giorni in terapia intensiva e ripetuti interventi chirurgici per tornare a camminare avrebbero stroncato la volontà di chiunque ma, anche in questo caso, Chris ha dimostrato tutta la sua tenacia.
Indipendentemente dal giudizio sulla persona e sull’atleta (che spesso ha diviso gli amanti del ciclismo) va ammirata la forza d’animo e la costanza dimostrata nel cammino di recupero della condizione atletica dell’atleta del Team Ineos.

Restano ancora dubbi su quante possibilità avrà Froome di tornare ai livelli pre-incidente ma già la notizia di una data del ritorno alle corse (cosa assolutamente non scontata) meritano di essere festeggiate. Piaccia o non piaccia Froome ha dominato il ciclismo degli ultimi anni con le sue stratosferiche e mitologiche “frullate”.

Ora il capitano (o uno dei capitani?) della Ineos ha definito il giorno esatto in cui si riappunterà un numero sulla schiena: il 23 febbraio quando ci sarà la partenza dell’UAE Tour, corsa di sette tappe lungo gli Emirati Arabi organizzata da RCS Sport.

E’ stato lo stesso Chris a voler ufficializzare la notizia attraverso un filmato:

“sto alla grande e mi sto allenando a Gran Canaria. Sono felice di annunciare che la mia stagione inizierà il prossimo mese all’UAE Tour, un modo giusto per riprendere a correre”.

 

 

 

Peter Sagan punta alla Sanremo 2020?

Peter Sagan vuole vincere la Sanremo 2020?

Peter Sagan è l’uomo dell’impossibile che quando si mette in testa un obiettivo lo ottiene, e se il prossimo fosse la Sanremo 2020?

Peter Sagan (fonte pagina Twitter)

Peter Sagan (fonte pagina Twitter)

Peter Sagan vuole vincere la Milano-Sanremo 2020? Il tre volte campione del mondo domenica farà il debutto stagionale alla Vuelta San Juan. Sarò una stagione ricca di appuntamenti quella dello slovacco che, dopo essersi cimentato alle Olimpiadi di Rio nella MTB, a Tokyo potrebbe essere al via nella prova in linea.

Necessariamente Peter Sagan avrà un ruolo di primo piano nelle corse a tappe ma, come di consueto, sarà fortemente concentrato sulle classiche e oggi, prima di imbarcarsi da Linate alla volta dell’Argentina è stato avvicinato dai giornalisti de La Gazzetta dello Sport che lo hanno stuzzicato sull’argomento Milano-Sanremo 2020.

“E’ una corsa difficile da capire, ogni anno c’è un vincitore differente” ha detto il fenomeno slovacco che non ha nascosto un particolare interesse sulla classicissima “Sono andato tre volte a provare il finale facendo anche il Poggio. Abito nel Principato di Monaco ed è un attimo arrivare a Sanremo, voglio comprendere bene il finale.

Se non è una dichiarazione di intenti poco ci manca. Di certo Peter Sagan ha depennato la Liegi dal suo calendario corsa che, invece, farà il vincitore della Sanremo dello scorso anno, il francese Julian Alaphilippe.

Peto vuole vincere la Sanremo? Di certo un atleta completo come il corridore della Bora non può non puntare a una vittoria così prestigiosa da inanellare nel suo prestigioso palmare. Ad ogni modo per avere la risposta  non ci resta che aspettare esattamente due mesi e il 21 marzo, col sole (si spera) della riviera a baciare il trionfatore.