Alé BTC Ljubljana riparte dalla Spagna

Alé BTC Ljubljana riparte la stagione 2020

Alé BTC Ljubljana riparte con la stagione 2020 dalla Spagna con la Emakumeen Nafarroako Klasikoa  da Pamplona a Lekunberri

Dopo mesi di stop dovuti alla pandemia e la parentesi dei campionati nazionali di Slovenia, finalmente possiamo tornare a parlare di gare. Il Team Alé BTC Ljubljana sarà in scena nel weekend in ben tre corse sulle strade della Navarra e dei Paesi Baschi: domani, 23 luglio è in programma la Emakumeen Nafarroako Klasikoa, sul tracciato di media montagna (ci sono ben 4 GPM) lungo 118.3 km da Pamplona a Lekunberri. Venerdì, sempre nella capitale navarra, si disputa la “Clasica Femenina Navarra”, alla sua seconda edizione. Percorso meno impegnativo rispetto a quello del giorno precedente ma non mancano di certo le insidie. Gran finale domenica 26 luglio: ci si trasferisce nei Paesi Baschi per partecipare alla Durango – Durango Emakumeen Saria, sui classici e selettivi due circuiti.

A disposizione del Team Manager Fortunato Lacquaniti ci saranno la campionessa d’Italia in carica Marta Bastianelli, la connazionale Anna Trevisi, le slovene Eugenia Bujak ed Ursa Pintar (campionessa nazionale 2020), la olandese Maaike Boogaard e la spagnola Mavi Garcia.

LINE-UP:

Marta BASTIANELLI (Ita)
Anna TREVISI (Ita)
Eugenia BUJAK (Slo)
Ursa PINTAR (Slo)
Maaike BOOGAARD (Ned)
Mavi GARCIA (Esp)

TEAM MANAGER: Fortunato LACQUANITI (Ita)

Graeme Obree, la Old Faithful e il record dell’ora

Graeme Obree gloria e ombre del pistard scozzese

Graeme Obree, la Old Faithful e il record dell’ora: la storia del ciclista scozzese che rivoluzionò le biciclette con pezzi di una lavatrice

Graeme Obree (fonte wikipedia)

Graeme Obree (fonte wikipedia)

Graeme Obree nasce a Nuneaton nella contea del Warwickshire, in  Inghilterra l’11 settembre 1965 ma cresce in Scozia dove impara l’antica arte del ciclismo su pista. Nel gennaio dell’84, Graeme è davanti alla televisione ed assiste alla conquista del record dell’ora da parte del nostro Francesco Moser. La Scozia degli anni ’80 è una nazione provata dalle politiche economiche volute da Margaret Thatcher che, dopo aver promesso un’apertura sulla nascita di un parlamento scozzese, decide di negare la proposta dei Labour sulla devolution e di tagliare i finanziamenti pubblici alle fabbriche con un incremento della disoccupazione e del tasso di suicidi.

Quando è solo un ragazzo prova a togliersi la vita soffocandosi col gas ma viene fortunatamente salvato dal padre che sta tornando a casa prima da lavoro.

La disperazione serpeggiante nel paese tocca anche Graeme Obree che vive a Irvine, nel North Ayrshire, con la moglie Anne e i figli Ewan e Jamie gestendo un negozio di biciclette e gareggiando in competizioni amatoriali.

Graeme cede alle tentazioni dell’alcool e arriva, vittima della depressione, nuovamente a tentare il suicidio quando la crisi bussa alle porte della sua attività costringendolo a chiudere il negozio. Gli viene diagnosticato un disturbo bipolare che spiega gli alti e bassi che lo accompagnano per tutta la sua vita.

E’ il ciclismo, principale motivo di vita per Obree, che gli viene in soccorso quando, ricordandosi del record dell’ora di Moser, decide di cercare la strada verso la gloria sulla pista di un velodromo.

Analizzando la posizione in sella dei ciclisti, Obree comprende che le braccia sono la arte che più va a toccare l’aerodinamicità del ciclista e decide di ridurne l’esposizione alla resistenza dell’aria: nasce la posizione The Tuck, la posizione chiamata anche “della mantide in preghiera”.

Per poter mantenere una posizione così aerodinamica serve una bicicletta speciale e proprio il record di Città del Messico era stato ottenuto grazie ad un esasperato ausilio tecnologico e della ricerca sui materiali ed ecco che Graeme Obree decide di costruirsi in proprio la sua bicicletta in quanto non esisteva una bici che consentisse di mantenere The Tuck per un’ora.

Graeme costruisce la bicicletta partendo da zero, valutando le parti non necessarie ed eliminandole: ecco che uno dei bracci della forcella anteriore sparisce, le scaepe sono attaccate ai pedali solamente con viti, lo spessore del movimento centrale si assottiglia e il tubo orizzontale sparisce. Lo scozzese, accortosi che alcuni cuscinetti standard per bici non erano adatti, decide di usare i i cuscinetti del cestello della lavatrice che va a 1200 giri al minuto:nasce la Old Faithful.

La posizione di Obree non è vantaggiosa semplicemente aerodinamicamente, ma consente anche, spingendo il punto di pedalata verso la parte posteriore, di beneficiare di una maggiore pressione rimanendo in sella.

Tutto è pronto per il tentativo di conquista del record ma l’esperimento fallisce ma lo scozzese decide di riprovarci la mattina dopo.

Il 17 luglio 1993 alle 7.55 della mattina presso il Velodromo di Hamar, in Norvegia, Graeme Obree e la Old Faithful tentano il secondo assalto al record dell’ora. Il velodromo è senza pubblico l’unico rumore è quello della pedalata dello scozzese che, metro dopo metro, minuto dopo minuto brucia il record di Francesco Moser di 445 metri (51,596 i chilometri percorsi).

Alle ruote lenticolari di Moser si contrappone la bicicletta-lavatrice Graeme Obree che ha, come per la precedente, il valore di stimolare la ricerca tecnologica del settore.

Appena sei giorni dopo, durante il giorno di riposo del Tour de France 1993, è Cris Boardman a soffiare ad Obree il record appena stabilito, tra i due nasce una accesa rivalità e ai Mondiali di Hamar nell’agosto dello stesso anno Obree sconfigge Boardman nella semifinale dell’inseguimento individuale per stabilire il nuovo record mondiale nella finalissima contro Ermenault.

Il 27 aprile 1994 è ancora Obree a riprendersi nuovamente il primato, facendo registrare  52,713 km; lo Scozzese Volante si appresta al prendere parte al  Tour de France del 1995 ma viene “fatto fuori”  dalla sua squadra “Le Groupement”, con un pretesto. Nel 1995 a Bogotà si consola battendo  Andrea Collinelli e conquistando il titolo mondiale nell’inseguimento individuale sfruttando una posizione con braccia allungate in avanti che venne presto vietata dall’UCI.

La rivalità tra lo scozzese e Boardman mette pepe al ciclismo su pista mondiale ma la morte, in un incidente d’auto,  del fratello di Graeme, Gordon, in un incidente d’auto fa ripiombare Obree nel vortice dei problemi personali.

Anche l’UCI da una bella botta allo scozzese mettendo al bando di tutte le nuove avveniristiche biciclette inventate fino a quel momento e ridando il record dell’ora a Francesco Moser.

Obree fa in tempo a conquistare due titoli nazionali a cronometro nel 1996 e nel 1997 per poi appendere la bicicletta al chiodo.

Terminata la carriera la vita di Graeme si adombra ulteriormente, nei primi anni 2000 appare qualche volta in video, scheletrito e con lo sguardo perso nel vuoto. Nel 2001 prova nuovamente il suicidio cercando di impiccarsi ma viene salvata dalla figlia di un contadino del luogo.

Nel 2009, a sorpresa, il nome di Obree torna agli onori della ribalta per l’annuncio di un tentativo di record dell’ora che non viene, però, mai organizzato.

Dopo il divorzio dalla moglie, nel 2011, confessa la propria omosessualità in un’intervista allo Scottish Sun ammettendo che proprio il suo orientamento sessuale abbia fortemente pesato sui tentativi di togliersi la vita: «Sono stato educato da una generazione che ha fatto la guerra che a pensava che era meglio essere morti che gay. Probabilmente sapevo di esserlo ma lo ritenevo inaccettabile».

Nel 2013 Graeme Obree prende parte alla World Human Powered Speed Challenge, competizione tra le biciclette più veloci al mondo.

Ancora una volta decide si crearsi “in casa” la propria bicicletta che sarà battezzata da Chris Hoy”The Beastie“, la bestiola: acciaio recuperato da una padella, rotelle dei rollerblades presi in un negozio di seconda mano di Saltcoats e anche qui esce il genio dello scozzese. La “carrozzeria” viene disegnata dalla Glasgow School of Art ma tutto avviene senza disegni o progetti in puro stile Obree.

Poco prima della partenza per gli USA un infortunio mette a repentaglio l’avventura ma, risolti i problemi fisici, Graeme porta la bicicletta sul lungo rettilineo della Highway 305 alla velocità di a 56.6 miglia orarie (91.1 km/h). Non riesce a diventare l’uomo più veloce al mondo ma fissa comunque il record di velocità per un ciclista in posizione prona. Da questa avventura esce il documentario Battle Mountain.

 

Giro d’Italia 2020: quanti giovani talenti

Giro d’Italia 2020 al via tanti campioncini!

Giro d’Italia 2020 saranno in tanti i giovani pronti a stupire: dal nostro Ciccone al “fenomeno” Evenepoel senza dimenticare Oomen

Giro d'Italia

Giro d’Italia

Il Giro d’Italia 2020, come tutta questa stagione, sarà assolutamente particolare ed inedito; poco la pandemia globale la voglia di tornare alla normalità è tanta per tutti e soprattutto per gli sportivi che hanno perso tante opportunità di competere.

La corsa rosa 2020 sarà sicuramente ricordata per il posizionamento in calendario in autunno e potrebbe certamente essere influenzata da condizioni climatiche del tutto nuove. Quello che è certo è che al via della corsa a tappe tricolore ci saranno tanti giovani di grandi prospettive.

Non ha bisogno di particolari introduzioni il nostro Giulio Ciccone che dopo aver fatto il diavolo a quattro nell’edizione 2019 conquistando l’ambitissima maglia Azzurra e aver indossato la maglia gialla al Tour,potrebbe, pur lavorando come gregario di Vincenzo Nibali, cullare il sogno (nemmeno troppo esagerato) di ottenere un posto nella top10 finale.

Chi arriverà in Italia per vincere è il predestinato Remco Evenepoel, ventenne della Deceuninck Quick-Step, che è già un fenomeno del ciclismo mondiale e che, a dispetto dei soli 20 anni, sarà il capitano della sua formazione contro i vari Carapaz e Nibali. Sulle doti di Remco non vi sono dubbi ma andrà testato sulle tre settimane.

Altro nome interessante è quello dell’olandese Sam Oomen che nel Giro d’Italia del 2018 è esploso con le sue doti che, seppur messe a disposizione di Tom Dumoulin, gli sono valse il nono posto finale. Sam è ai saluti con la Sunweb (andrà alla Jumbo-Visma) ma vorrà sfruttare al meglio il ruolo di capitano designato del team.

Brandon McNulty è un nome caldo: buono a cronometro, egregio in salita sono in tanti a chiedersi cosa potrà fare questo talento americano classe ’98.

 

 

Contador: Chris Froome può vincere il Tour de France 2021

 

Contador, Chris Froome e il Tour de France

Contador considera il passaggio si Chris Froome alla Israel Start-Up Nation nel 2021 una opportunità di crescita per il ciclismo e per l’atleta britannico

Contador

Contador

Alberto Contador è convinto: Chris Froome potrà vincere il Tour 2021 difendendo i colori della Israel Start-Up Nation proprio contro il “suo” Team Ineos. In tanti si stanno domandando cosa riserverà al kenyano bianco il Tour 2020 ma lo spagnolo si spinge oltre raccontando a Cyclingnews le sue opinioni su uno dei trasferimenti più clamorosi degli ultimi anni.

Contador è stato uno dei rivali più credibili di Froome e ne conosce pregi e difetti, in attesa di capire quale ruolo potrà ricoprire il britannico alla prossima Grande Boucle è proprio il pistolero a sancire la grandezza (anche in chiave futura) dell’ormai ex campitano del Team Ineso.

“ha vinto quattro Tour, il Giro e la Vuelta ed è ancora in grado di competere con i big del ciclismo. Bernal è un fenomeno e rappresenta il futuro del ciclismo, se Chris fosse rimasto alla Ineos con ogni probabilità avrebbe dovuto lavorare per il colombiano – ha spiegato Alberto – La Israel Start-Up Nation è una formazione ambiziosa e sicuramente creerà una squadra di supporto a Froome perché altrimenti non avrebbe senso ingaggiare un corridore del genere senza dargli compagni di livello. Sul mercato ci sono tanti nomi potenzialmente adatti a quel ruolo”.

Lo spostamento di un simile campione dalla squadra che ha monopolizzato le grande corse a tappe degli ultimi anni potrebbe dare nuova linfa (e pepe) al ciclismo mondiale anche se di team competitivi ce ne sono parecchi.

“Nel ciclismo di oggi, gli sforzi sono molto più misurati e calcolati e così gli atleti possono continuare a correre più a lungo. Credo che un ciclista oggi possa essere competitivo nelle corse a tappe sino a 38 o 39 anni. C’è il precedente di Chris Horner alla Vuelta a España nel 2013 e Chris sa cosa fare per restare ai vertici del ciclismo mondiale” ha continuato El Pistolero fresco del recente record nell’Everesting.

Contador è convinto che se il Team Ineos non convocasse Froome per il Tour ’20 commetterebbe un grave errore di valutazione anche se tutto dipenderà dall’equilibrio interno al team.

 

“Penso che capitani della Ineos abbiano sempre collaborato e rispettato i colleghi senza apparenti attriti tra Froome, Thoma e ora Bernal e non penso che le cose cambieranno ora. Potrebbe essere complicata la gestione? Forse ma penso che gli aspetti positivi della sua presenza in Francia saranno superiori a quelli negativi” ha raccontato l’ex professionista iberico che ben conosce i rischi delle lotte interne (come accaduto con Armstrong nel 2009).

 

Chiara Consonni: “qualcosa è cambiato”

Chiara Consonni: “Dalla mia prima vittoria World Tour qualcosa è cambiato”

 Chiara Consonni giovane ciclista bergamasca della Valcar – Travel & Service racconta la sua crescita professionale

Chiara Consonni

Chiara Consonni

Tutti amano Chiara Consonni. È come se – segretamente – chiunque, in cuor proprio, facesse il tifo per questa giovane bergamasca della Valcar – Travel & Service che si è affacciata alla scena mondiale con la sua esuberanza, il suo talento, ma soprattutto con uno stile di correre che non lascia indifferenti. Come un Usain Bolt o un Valentino Rossi Chiara sa catalizzare l’attenzione dei media e dei tifosi come nessun’ altra.

Dall’inno cantato a squarciagola a Doha dopo la vittoria del mondiale junior di Elisa Balsamo e alla sua espressione ‘very very super’ diventata virale dopo la sua prima vittoria in una gara World Tour, il mondo ha già conosciuto diversi #ChiaraMoments. Lei è così, esuberante e genuina.
Quando lo scorso anno al Boels Ladies Tour batté in volata la numero 1 del ranking mondiale Lorena Wiebes non solo i suoi 24mila followers in Instagram hanno esultato, ma anche tutti gli addetti ai lavori si sono alzati in piedi ad applaudire la sua visione romantica del ciclismo in una memorabile intervista post gara quando tra le lacrime disse: “Il ciclismo è una grande famiglia e sono contenta di condividere con tutti voi questa emozione”.

“Da quel giorno ho cominciato a credere di più in me stessa” racconta la bergamasca di Brembate Sopra “quel giorno è cambiato qualcosa. Era per noi un momento difficile, avevamo addosso molta pressione, perchè non sapevamo quale sarebbe stato il futuro della nostra squadra.  Vincere battendo in volata la Wiebes mi ha dato tanta forza e come tanta voglia di dare il massimo come persona. Sappiamo di potercela giocare con le più forti”.

Un giorno davvero memorabile. Sai già quale sarà il tuo programma gare di quest’anno?

“Iniziò in Spagna il 24. Poi farò gare in pista a Fiorenzuola e Pordenone e in agosto disputerò qualche gara open. Conto di essere pronta per l’inizio delle classiche del Nord, quelle non troppo dure, anche se quest’anno vorrei migliorare la mia tenuta in salita”.

Quanto ti affascina il Belgio?

“Tanto. Lo scorso anno avevo la maturità e di fatto non mi sono mai potuta preparare bene per queste corse. Quest’anno con questo calendario così cambiato posso invece essere presente”.
Ora la tua condizione fisica com’è?

“Mantenersi in forma durante il lockdown non è stato semplice. Venivo anche da un infortunio a gennaio e quindi stavo lentamente ritrovando la forma e poi abbiamo dovuto chiuderci in casa. Ora è diverso, la gamba sta tornando. Importantissimo è stato il lavoro fatto in ritiro con la mia squadra a Livigno”.

Chiara, tu ormai sei un simbolo della Valcar – Travel & Service, se non sbaglio questo è il quinto anno che corri con questi colori. Come vedi il gruppo?

“Siamo un gruppo affiatato con ragazze della stessa età ed è bello allenarsi con le compagne di squadra che non sono semplici compagne di squadra. Sono amiche. Condividiamo più tempo con loro che con le nostre famiglie ed è bello essere in un gruppo così unito. È la nostra forza. Vedo bene anche le nuove arrivate. Con Teniel all’inizio era un po’ difficile per via della lingua. Ma poi pian piano abbiamo iniziato

 

FONTE COMUNICATO STAMPA

All’orizzonte un toubabou: il libro di Filippo Graglia

 

All’orizzonte un toubabou di Filippo Graglia la recensione

All’orizzonte un toubabou: 25000 km di emozioni in bici di Filippo Graglia è il racconto di un viaggio che va ben oltre alla narrazione: un libro che apre il cuore

All'orizzonte un toubabou Di Filippo Graglia

All’orizzonte un toubabou Di Filippo Graglia

All’orizzonte un toubabou è la storia di un viaggio alla scoperta dell’Africa vera, un viaggio che possiamo definire “al contrario” rispetto a quello che abitualmente sappiamo venir fatto da tanti Esseri Umani disperatamente alla ricerca di una via di fuga da realtà spesso impensabili.

Filippo Graglia, ingegnere aerospaziale decide un giorno di rinunciare al “posto fisso” e compie in sella ad una bicicletta un viaggio, anzi Il Viaggio: quello che ti cambia la vita, il modo di pensare, di approcciarti agli altri.

Filippo saluta i propri cari e dall’Italia pedala in sella alla bici fino ad imbarcarsi per il Maroco e da li attraversa la Mauritania, il Senegal, la Guinea Bissau, la Sierra Leone, la Liberia, la Costa d’Avorio, il Camerun, la Nigeria per arrivare al Sud Africa. Un viaggio che devi preparare fisicamente ma prima ancora mentalmente, un viaggio che ti fa sentire lo “straniero al contrario” .

In un periodo storico in cui il concetto di accoglienza è messo a repentaglio da individualismi e razzismi, Filippo Graglia scopre come l’Africa e i suoi popoli siano, nella maggior parte dei casi, assolutamente accoglienti.

Abbiamo iniziato la lettura di questo libro in treno e ne abbiamo assaporato lo spirito di avventura e la poesia messa in prosa nel libro di Filippo Graglia. Stupende immagini rese con le parole, immagini che trasmettono tutta la passione di questo ragazzo e della sua incredibile avventura.

Ci siamo innamorati di questa storia lunga 25.000 chilometri che abbiamo letteralmente divorato. In cambio ci è rimasto dentro il profumo dell’Africa, quella vera quella che solo chi ne attraversa le parti più profonde e reali sa cogliere. E Filippo, nel suo libro, ha perfettamente raccontato gli aspetti che “non ti aspetti”. La facilità (salvo rare eccezioni) di trovare un posto per mangiare, per riposare, per scaldare il cuore infreddolito e ammaccato dalla fatica nonostante la temperatura, a voltme fosse infernale.

Inclusione od esclusione si fondono in una sensazione che, spesso, “il diverso” prova nel nostro paese ma che solo l’Umanità più vera può superare in quanto ciò che conta è l’Uomo uguale uno all’altro senza colore, etnie o ideologie religiose e politiche

All’orizzonte un toubabou non è solo il racconto di un viaggio ma è un libro carico di aneddoti, di sapori, di cibi curiosi e di fatti quotidiani ma anche ricco di spunti di stringente attualità che non possono che portare il lettore a riflettere sulle enormi ingiustizie del mondo.

E’ un libro che unisce quello di Filippo, un libro che aiuta a comprendere un continente che forse è proprio un pianeta diverso dal resto del mondo. Un libro da suggerire e da regalare agli amici che, ne siamo certi, in qualche modo risulteranno cambiati nella lettura delle pagine che racchiudono 25.000 chilometri di vite vere.

Per chi ama i viaggi in bicicletta, per chi ama l’Africa, per chi vuole sognare un viaggio al limite dell’impossibile, All’orizzonte un toubabou è quello che ci vuole!

 

Patrick Sercu, il Re delle sei Giorni

Patrick Sercu, il Re delle sei Giorni

Patrick Sercu, figlio di Albert Berten Sercu, diventato un autentico fenomeno della pista conquistando il soprannome di Re delle sei Giorni

Patrick Sercu (fonte wikipedia)

Patrick Sercu (fonte wikipedia)

Patrick Sercu nasce il 27 giugno 1944 a Roeselare in Belgio, figlio di Albert Berten Sercu ciclista e dirigente sportivo belga con la passione per la pista che tramanda al figliuolo. Nel 1912 quando Odile Defraye vince il Tour de France, con la somma ricevuta compra un taverna a Izegem e  di fianco ci fa costruire un velodromo di centosessantasei metri. Cinquant’anni dopo è lì che Patrick Sercu prende le prime le lezioni dal padre che, nonostante le condizioni non ottimali della pista, vuole passare al figlio la dote che a lui più mancava: la velocità.

E’ proprio su quel velodromo che Patrik affina e allena le sue doti ed è lì che prende consapevolezza delle sue risorse imparando i trucchi del mestire.

Ecco allora che il figlio Patrick si affina proprio lì, in quella velocità che eleva il corridore a un qualcosa di simile alla macchina e che va oltre l’umano; da Albert impara l’equilibrio, la linea ottimale da tenere in curva, i rapporti da tirare. E come si sprinta, appunto.

Nel 1963 Sercu diventa campione del mondo di velocità tra i dilettanti e fa registrare il record del chilometro con partenza da fermo su pista coperta, quello è il trampolino per i Giochi Olimpici di Tokio 1964. In terra nipponica il ventenne belga da’ il via alla sua leggenda battendo il nostro Vanni Pettenella nella specialità del chilometro da fermo.

L’anno seguente Patrik Sercu passa tra i professionisti e su strada si fa valere in particolare con i colori della mitica Flandria, della Faema, della Dreher e della Brooklyn.

Nel 1965 a Gand, in coppia con Eddy Merckx, ottenne la sua prima di una interminabile serie di vittorie da seigiornista.

Vince 13 tappe al Giro e sei al Tour (dove si porta a casa anche la maglia verde della classifica a punti nel 1974) ma è nei velodromi che raccoglie la vera gloria prendendo parte a 223 sei giorni conquistandone 88 (tra cui spicanno 11 a Gand e 4 a Milano), un vero record che gli vale il soprannome di “Re delle sei Giorni

La strada è quasi un riempitivo per Sercu che conquista però anche la classica Kuurne-Bruxelles-Kuurne del ’77 ed il Giro di Sardegna del ’70 battendo dopo un accesissimo duello un tal di nome Eddy Merckx. La natura di Patrick si sprigiona in pista dove ottiene anche diciotto titoli di campione d’Europa nelle varie specialità e due mondiali, quello del ’67 e del ’69.

Il 18 settembre 1973 al Velodromo Vigorelli batte il record del mondo dei 1000 metri lanciati detenuto da Marino Morettini, per soli 14 centesimi. Meno di tre mesi dopo, nel dicembre di quell’anno, al Velodromo di Città del Messico e ottiene il primato assoluto volando sul chilometro alla media di 58″794!

In carriera ottiene 8 titoli di campione belga da dilettante (velocità, omnium, americana) e addirittura 29 tra i pro.

Nel 1980 chiude la carriera di stradista e nel mese di febbraio del 1983, alla Sei Giorni di Milano disputata assieme a Moreno in Argentin pone fine alla sua entusiasmante carriera sportiva diventando tecnico per la pista della federazione belga dimostrando, anche in questo impegno, le sue non comuni qualità sportive e umane.

Patrick si occupa anche organizzare Sei giorni e la Six Days of Ghent è stata il suo fiore all’occhiello.

Patrick Sercu muore 19 aprile 2019, nellla sua Roeselare,  a seguito di un aggravamento della sua già precaria condizione di salute.

 

Il tradimento di Lisbona 2001

 

Il tradimento di Lisbona 2001: un mondiale buttato

Il tradimento di Lisbona 2001 quando un Gilberto Simoni lanciato alla conquista della maglia iridata venne inseguito dai suoi stessi compagni

Il tradimento di Lisbona 2001

Il tradimento di Lisbona 2001

E’ la meravigliosa Lisbona ad ospitare i Campionati del Mondo 2001 lungo un percorso assolutamente insidioso e di difficile lettura. Lo sono quasi tutti i mondiali, le variabili da analizzare sono tante, la voglia di indossare l’iride spinge tutti ad andare un po’ oltre ma quello che si verifica al mondiale portoghese ha, per la selezione azzurra, qualcosa di grottesco.

E’ un suicidio tecnico e tattico micidiale quello della nostra nazionale che vede contrapporti, in una lotta fratricida, Gilberto “Gibo” Simoni e Paolo Lanfranchi sotto la guida di Franco Ballerini (affiancato dall’inossidabile Alfredo Martini).

L’Italia è la nazionale più forte e da tutti data per favorita, c’è una lista micidiale di campioni e potenziali vincitori accompagnati da gregari instancabili pronti a fare il lavoro sporco (o no?) per il proprio capitano.

Di Luca, Simoni, Basso, Casagrande, Rebellin, Bartoli, Bettini, Nardello, Figueras, Lanfranchi e Mazzoleni chi può competere con una simile corazzata? In teoria nessuno, in pratica i Mondiali di Lisbona 2001 racconteranno un’altra storia.

L’Italia decide di “fare la corsa” e il circuito mosso aiuta il piano tattico di Ballerini. La voglia di tornare ad indossare la maglia iridata per un atleta tricolore è ormai esplosiva visto che dal 1992 nessuno dei nostri è riuscito più a primeggiare. Sembra proprio l’anno buono, praticamente tutti gli azzurri possono puntare alla vittoria.

Nell’ultimo giro del circuito portoghese si compie il momento saliente: sullo strappo principe del circuito lusitano, a 7.5 km dall’arrivo, è Ullrich a prende in testa l’erta che precede il traguardo. Il ritmo del tedesco è alto ma non di quelli che spezza le gambe e così Gilberto Simoni maglia rosa al Giro, parte in contropiede facendo il vuoto.

Kaiser Jan prova a prendere la ruota dell’italiano Rebellin e Figueras fanno egregiamente il lavoro degli stopper. Gibo è un “cagnaccio” trentino, non molla un secondo col suo forcing e comincia a guadagnare secondi sul gruppo che non si organizza per l’inseguimento. Nessuno tira e davanti si può fare la storia.

Gibo pedala, il vantaggio sale e le chance di vittoria iniziano a salire ma, proprio in quel momento ecco che da dietro inizia il lavoro… dell’Italia. Si avete letto bene: la nazionale italiana, che ha in avanscoperta Simoni con buone possibilità di arrivare fino alla linea dell’arrivo, lavora follemente con Paolo Lanfranchi (compagno di stanza proprio di Gibo) al servizio di Paolo Bettini per ricucire lo strappo!

Dopo qualche centinaia di metri arriva Gianni Faresin, storico regista della nazionale tricolore, a smorzare il lavoro del ciclista della Mapei ma ormai la frittata è fatta: il gap è ridotto e il gruppo inseguitore si è organizzato per rientrare sul trentino.

Simoni è ripreso in un batter d’occhio e gli uomini di testa arrivano a giocarsi l’iride in volata quando nessuno degli atleti italiani lancia, a quel punto sì, Paolo Bettini. A vincere è Oscar Feire, per Bettini arriva un argento amarissimo.

“Non so quello che è successo dietro – racconta Simoni – so che davanti c’ero solo io e Paolo Lanfranchi ha rimesso in moto il gruppo finché sono stato ripreso all’ultimo chilometro.

Paolo Lanfranchi ha trentatré anni è un professionista affermato e riconosciuto come serio e costante. Apprezzato dai colleghi e amato dai tifosi e dunque cosa l’ha spinto a quell’azione scriteriata? Non lo si saprà mai ma di certo tra Simone e Lanfranchi non voleranno carezze.

In molti sottolineeranno che Freire e Bettini erano suoi compagni alla Mapei e dunque c’erano grossi interessi dietro ma lo stesso Paolo ricorderà che la Mapei gli aveva già comunicato che non gli avrebbe proposto nessun rinnovo per il 2002.

Qualche tempo dopo, durante il Gran Galà Internazionale del ciclismo, gli organizzatori invitano sul palco Simoni, Rebellin, Nardello, Bettini e Ballerini. La tensione e palese e, quando partono i riflessi filmati di quel giorno a Lisbona dal pubblico parte un “venduti!”. Moser presente in sala difende il conterraneo e parente dando dell’incapace Ballerini e a Bettini.

Lanfranchi intervistato dal giornalista di Repubblica, Eugenio Capodacqua, si accusa dell’errore commesso ma rifiuta categoricamente l’etichetta del traditore sostenendo di essere stato convinto che il gruppo avesse ripreso Gibo.

Per tutti quel mondiale sarà “Il tradimento di Lisbona 2001”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Jakobsen: obiettivi invariati anche nel post covid

Jakobsen farà il suo debutto al Giro d’Italia ad ottobre

Jakobsen: obiettivi invariati anche nel post covid, il danese della Deceuninck-QuickStep farà il suo debutto al Giro d’Italia ad ottobre

Fabio Jakobsen (Fonte pagina Twitter)

Fabio Jakobsen (Fonte pagina Twitter)

 Fabio Jakobsen aveva iniziato il 2020 alla grande conquistando tre vittorie in volata ma è stato poi costretto ai box, come tutti, per il blocco imposto dalla pandemia di Covid19. Ora che il ritorno alle corse è sempre più imminente, il corridore al suo terzo anno di Deceuninck-QuickStep, non vuole modificare gli obiettivi stagionali.

Mentre si prepara alla ripresa agonistica assieme al team sulle Dolomiti, il suo pensiero è al mese di agosto quando partiranno le gare ufficiali

“Sono contento di poter dire di aver già vinto un paio di gare nonostante tutto quello che è accaduto. Non vedo l’ora di mettermi in mostra nelle gare sempre più imminenti. Non penso che la pausa possa essere un problema, sono passati quattro dal buon inizio di stagione, ma ho gli stessi obiettivi per le gare rimandate” ha spiegato il 23enne.

Jakobsen è pronto ad affrontare il Giro d’Italia insieme a Remco Evenepoel (che punta alla vittoria finale) per assicurarsi almeno una tappa in linea e l’allenamento sulle Dolomiti è forse il miglior trampolino di lancio possibile per entrambe gli atleti della Deceuninck-QuickStep

“Questo training camp fa decisamente bene alle nostre condizioni fisiche, lavoro assieme ai compagni e poi simuliamo gli sprint in strada e lavoriamo in palestra sulla forza. Non ci siamo concentrati solo sulla salita ma il team ha lavorato anche in pianura anche se alla fine dell’allenamento abbiamo dovuto tornare in hotel, una salita di 11 km” ha detto Fabio Jakobsen.

Sul tema degli allenamenti ha detto la sua Koen Pilgrim che ha sototlineato ocme gli allenamenti in altura contribuiscono al generale stato di forma anche dei velocisti su cui poi verrà svolto un lavoro mirato per farsi trovare pronti entro agosto.

“Terminato il campo di allenamento, i nostri velocisti riceveranno un programma di allenamento più specifico per gli ultimi giorni prima delle gare. E, naturalmente, sarà fondamentale recuperare bene dopo queste due settimane e mezzo in Val di Fassa ” ha detto Pilgrim

I colombiani tornano i Europa!

Bernal e Quintana sul volo charter

I ciclisti colombiani, tra cui Egan Bernal e Nairo Quintana, domenica faranno ritorno in Europa a bordo di un volo appositamente noleggiato

Bernal (fonte twitter)

Bernal (fonte twitter)

L’emergenza Covid-19 ha bloccato tutti i voli commerciali con e dalla Colombia almeno sino a settembre, le condizioni sanitarie di gran parte degli stati americano hanno fatto scattare questa scelta da parte degli stati europei. Per gli atleti professionisti è stato creato il salvacondotto di un volo charter da Bogotá a Madrid.

“Volo dello sport – orgoglio colombiano” è il nome dato all’operazione voluta dal governo Colobiano che vedrà decollare un volo Avianca dall’aeroporto di Bogotà alle 17:00 di domenica 19 luglio.

Tutti gli atleti, prima di salire a bordo, verranno sottoposti ad un test Covid e potranno evitare di  subire una quarantena di 14 giorni all’arrivo a Madrid.

“grazie al lavoro del nostro Governo consentiremo agli atleti colombiani di giungere in Europa e rispettare gli impegni professionistici a cui sono chiamati – ha spiegato il ministro dello sport Ernesto Lucena Barrero.

“c’è un protocollo che prevede mascherine cambiandolo ogni quattro ore durante il volo. Sul volo ci saranno limitazioni sul cibo e i servizi di intrattenimento saranno limitati quindi ognuno dovrà provvedere in autonomia con i propri dispositivi elettronici. I cibi serviti saranno essenziali e sigillati in appositi contenitori. Seguirewmo tutte le disposizione e le raccomandazioni emanata dalla IATA” ha fatto sapere la compagnia aerea Avianca nella persona di Juan Diego Zapata.

Sul volo ci saranno calciatori, pallavolisti, schermitori e tanti altri sportivi tra cui, appunto, Egan Bernal (Ineos) e Nairo Quintana (Arkéa-Samsic).

Sul volo aereo non sarà presente l’equadoriano Richard Carapaz (Ineos) che dopo aver paventato un viaggio titanico per raggiungere la Colombia in bicicletta, ha trovato ospitalità su di un volo in partenza per l’Europa direttamente dall’Equador.