Marco Pantani il nostro ricordo del Pirata

Marco Pantani il ragazzo venuto dal mare che scalava le montagne

Marco Pantani da Cesenatico: dal mare alla montagna dal trionfo all’infamia ci ha lasciati il 14 febbraio 2004

Marco Pantani

Marco Pantani

Marco Pantani da Cesenatico, lo scalatore più forte di sempre, il timido ragazzo che veniva dal mare che conquistò la montagna. “Il mio sogno di felicità? Nonno Sotero che mi sveglia e mi accompagna a pescare”, questa era la via della serenità di Marco il Pirata. La folla esultante, il bacio della miss, la maglia rosa o gialla, i giornalisti che ti idolatrano… bello ma la felicità è altro e Marco lo sapeva. La felicità sta nelle cose semplici, Marco Pantani lo sapeva.

Marco se n’è andato il 14 febbraio del 2004, per una generazione intera è stato non solamente un campione ma un simbolo. Il simbolo del riscatto dalla sfortuna, il simbolo della reazione alla difficoltà. Quante volte è andato in terra e quante volte si è rialzato fino alla gloria, fino a salire sull’Olimpo del ciclismo tanto da diventarne il simbolo.

Marco Pantani sta al ciclismo di fine anni novanta come Alberto Tomba stava allo sci di fine anni 80. Alberto inchiodava alla tv le persone per una discesa, Marco per una salita. Il destino per i due è stato diverso ma entrambi hanno fatto da ricettacolo per passioni sopite per sport di nicchia, lontani dai clamori e dai soldi del calcio.

“prendo la bici rossa, che mi aveva regalato nonno Sotero, e mi metto a scalare una salita che sembra non finire mai. Arrivo in vetta dopo avere pedalato sul dolore e dall’altra parte non c’è niente. Mi butto perché ho voglia di volare….” così dopo salite a perdifiato ecco discese spasmodiche, nella posizione che solo Marco sapeva tenere, col cuore in gola lui sulla strada noi davanti alla tv. Perché sei così forte in salita gli chiese Gianni Minà al Tour del 1998? “Per abbreviare la mia agonia” rispose il Pirata.

Già, l’agonia… l’agonia nella salita che prelude alla gloria e poi… E poi l’agonia, quella vera quella che brucia di più che le gambe dopo una lunga salita, quella che ti mangia l’anima e ti toglie il respiro.

L’agonia di Marco Pantani è iniziata a Madonna di Campiglio il 5 giugno 1999: “”Sono caduto tante volte e mi sono sempre rialzato, ma questa volta non mi rialzerò più…”. Il Pirata muore quel giorno, avrà qualche colpo di coda sportivo, ma la sua anima muore li, fra le montagne. L’agonia porterà il suo corpo a morire al mare.

Il 4 giugno 1999 Marco Pantani arriva solitario e non alza nemmeno le braccia al cielo, il Giro è già suo, lo sanno tutti: lo sanno i tifosi, lo sanno i giornalisti, lo sanno anche i malavitosi…. Sembra una storia già scritta, un grande e prevedibile finale ma non sarà così.

Quella sera Marco si controlla l’ematocrito, pratica routinaria in quegli anni,  risulta intorno ai 47/48. Quell’alba nera sarà a 52, praticamente impossibile.

Escluso dalla corsa e sospeso per 15 giorni, Marco non accetta quel verdetto e parla di complotto.

La Mercatone Uno decide non ripartire, Savoldelli si rifiuta di indossare la rosa, il pubblico sulle strade è inviperito, il Giro viene vinto da Ivan Gotti. La vita di Marco devia fuori strada. Marco torna nella sua Cesenatico e si chiude a riccio travolto dai cattivi pensieri.

Lo immaginiamo in casa dilaniato dai pensieri, solo, triste, con i giornali e le TV che grazie alle sue imprese hanno venduto copie e ottenuto indici di ascolto alle stelle che sputano nel piatto ove hanno lautamente pasteggiato.

Riesce ancora ad essere Pantani nella seconda parte del Giro 2000 quando è fondamentale per la conquista della maglia rosa di  Stefano Garzelli. Il tormento non passa, l’anima si ingarbuglia anche l’amore lo tradisce.

E poi… sul ciclismo mondiale incombe la favola del “superman” che batte il cancro e vince le montagne e Marco Pantani viene emarginato dal sistema quale unico colpevole mentre le nubi si addensano e chi dovrebbe vigilare o pasteggia con il malandrino o guarda da un’altra parte.

Il texano lo soprannomina “L’elefantino”, lo irride lasciandogli la vittoria al Mont Ventoux e sottolineando di averlo lasciato vincere “per una pura questione umana”. Si, proprio umano questo americano!

L’ idiosincrasia di Marco per il corridore texano non è segreta: “Io non credo che un Armstrong sia mai andato sulla luna, figuriamoci se credo a Robocop”.

Si, Robocop, come lo soprannominò Marco, sarà l’imbroglio più grande della storia dello sport ma il circo del pedale è felice di avere un leader planetario (dal fatturato galattico) e schiaccia l’elefantino comprendo i misfatti del texano.

Una parte della stampa tricolore si accanisce e lo spinge in basso, in Francia non sarebbe accaduto, Richard Virenque colpevole e reo-confesso non viene lapidato come il Pirata. Mario Cipollini dirà che se Marco avesse avuto un team come l’attuale di Chris Froome la storia si sarebbe scritta diversamente, chissà.

Marco può aver sbagliato ma paga troppo caro e soprattutto paga per tutti: si trova porte chiuse e presunti amici pronti ad accoltellarlo, precipita negli abissi e per risalire si affida al sostegno, effimero e devastante della polvere bianca.

Marco Pantani ci lascia da soli il 14 febbraio 2004 dopo che il mondo del ciclismo l’ha lasciato solo ad affrontare i demoni che rendono buia la sua l’esistenza e quella del padre e di mamma Tonina. Solo, nel buio più disperato, tra il senso di colpa e la paura, nel buio dello sconforto e della certezza del tradimento. Tradito dalla bicicletta a cui tanto aveva dato, tradito da amici che amici non erano.

Ci lascia tra mille dubbi ancora irrisolti, da l’addio a questo pianeta al Residence Le Rose, sul suo mare, il mare d’inverno. Ci lascia il suo corpo ma resta la sua immensa gloria, i suoi epici scatti in piedi sui pedali, le sue discese ardite, il suo sorriso melanconico e la magia che colorò le strade del ciclismo come in pochi altri riusciranno in futuro.

Qualcuno, ricordando il male che ha fatto a Marco Pantani, sentirà il freddo e il buio che quella sera di San Valentino noi abbiamo sentito salire lungo la schiena e restare in fondo all’anima apprendendo in TV quella tremenda notizia.

Vola Marco Vola. Ovunque tu sia, pedala come sai fare tu, solo tu!

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