Fabio Casartelli ricordo di un campione

Fabio Casartelli ricordo di un campione

Fabio Casartelli ricordo

Fabio Casartelli a Barcellona 1992

Fabio Casartelli ricordo indelebile nella mente di ogni amante delle due ruote. Fabio Casartelli è Barcellona ’92. Fabio conquista la medaglia d’oro in quell’olimpiade,  fu il  primo italiano a riuscirci dal 1968, sembra avviato ad una grande carriera. Invece il destino lo aspetta alla quindicesima tappa del Tour, tre anni dopo.

Un rettilineo leggermente in salita, solo tre ciclisti all’arrivo, una maglia celeste chiaro davanti, le braccia alzate al cielo, al cielo bollente del primo pomeriggio della Catalogna. Fa caldissimo in Italia, ancor di più a Barcellona ma la gioia è grande. Fabio esulta sul podio, l’Italia esulta davanti alla tv, in spiaggia o in casa rintanati dalla canicola di quel 2 agosto poco importa. Fabio ha vinto  con una volata possente, indiscutibile. L’hanno vinta anche i due compagni di squadra di Fabio Casartelli, Mirco Gualdi e Davide Rebellin. Loro erano dati favoriti, loro erano quelli marcati da tedeschi e francesi ma Fabio è stato lesto per prendersi la gloria dell’alloro olimpico.

Il prezzo da pagare per quella gioia infinita arriva tre anni dopo, il 18 luglio 1995.

Fa caldissimo anche oggi, una tappa impegnativa tante salite e tante discese. Il gruppo scollina dal Col de Portet d’Aspet, si lancia nella discesa verso Ger-de-Boutx. In quegli anni i caschi sono leggeri e nemmeno obbligatori ma si va giù, come sempre, come oggi a velocità folli. 60 km/h spingi! 70 km/h dai che facciamo il buco, 80 km/h ti sembra di volare.

C’è una curva, il gruppo sbanda. Dante Rezze finisce diritto giù nella scarpata, il nostro Perini, Museeuw e Breukink  cadono, si rialzano, tutto ok. Baldinger resta a terra, forse si è rotto qualcosa. Passano le ammiraglie. Passa la moto della tv.

Un momento, c’è una maglia della Motorola. Fabio picchia la testa, dalla parte sinistra, contro un blocco di cemento che limita la strada. Fabio non ha il casco (maledetto regolamento che non lo impone!). Fabio rimane immobile.

Sono davanti alla tv, immobile col sangue che è di ghiaccio. Già il sangue, il sangue colora l’asfalto. Il dottor Porte, medico del Tour, si accorge che Fabio ha perso conoscenza, ma il cuore batte ancora. Sono le 11.50 circa di una mattina come altre che non sarà come le altre.

Alle 12.00 circa Fabio è già sull’elicottero del servizio medico: direzione Tarbes. Nei quindici minuti di volo il suo cuore si ferma tre volte. Gerard Nicolet  e l’infermiera Patricia Leclerc lo riportano tre volte alla vita. La vita di un giovane non può finire li, no.

Uno, due, tre non si sa quanti tentativi con violenti massaggi cardiaci e 20 fiale di adrenalina. La vita a volte è cosi resistente a volte no.

“La situazione è apparsa subito disperata – racconterà Nicolet – ma sinceramente ho sempre sperato si salvasse. Ricordo il suo volto gonfio, il sangue che perdeva. Non riuscivo a definire l’entità del trauma cranico ma ricordo il suo cuore che non mollava, reagiva alle sollecitazioni, il ritmo si regolarizzava, la ventilazione tornava”

Fabio entra nel pronto soccorso. Coma profondo irreversibile è la prima diagnosi. Ma nessuno vuole che sia irreversibile, lotta Fabio e lottano i medici. Lottano per oltre due ore. Arriva il medico della Motorola. Fabio ha fratture dappertutto, l’osso parietale sfondato. La situazione peggiora. Un’ora di massaggio cardiaco e nove litri di sangue. I medici le provano tutte. I medici vogliono portarlo a Bordeaux, li sono più attrezzati. Provano a spostare Fabio ma a ogni movimento il cuore si ferma, la vita vuole andare via.

Fabio se ne va alle 14.00 circa. Esce un comunicato che è una pugnalata nel cuore degli appassionati. Il medico legale non ritiene opportuna l’autopsia. A casa, in Italia la moglie di Fabio, Annalisa, è con il piccolo Marco di qualche mese, figlio dei due giovani innamorati.

Il medico della Motorola non sa ancora nulla della morte di Fabio, è al telefono con la moglie del ragazzo.

“Annalisa la situazione è gravissima ma sono qui, stai tranquilla ci penso io…” dalla sala dell’ospedale arriva la notizia. “Passami mamma Rosetta…”.

Fabio è morto e il dolore taglia l’animo di tutti.

Noi ti ricorderemo sempre con le mani alzate nella calda Barcellona del 1992.

 

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