Joseba Beloki e la caduta al Tour de France 2003

Joseba Beloki: la caduta al Tour de France 2003

Joseba Beloki in piena lotta con Lance Armstrong e la caduta al Tour de France 2003 le cui conseguenze hanno condizionato il resto della carriera

Joseba Beloki, la caduta del 2003

Joseba Beloki, la caduta del 2003

Joseba Beloki Dorronsoro in Guipúzcoa, nella città di Lazkao il 12 agosto del 1973, passa professionista nel 1998 nelle fila della mitica Euskaltel-Euskadi dove non riesce a incidere Nel 2000 si accasa alla Festina, reduce dallo scandalo del Tour 98, conquistando il terzo posto al Giro di Francia. per poi trasferirsi l’anno successivo alla ONCE-Eroski conquistando la Volta a Catalunya e bissando il terzo posto al Tour.

 

Il 2002 è l’anno dell’esplosione definitiva con il secondo posto al Tour de France vinto dall’americano Lance Armstrong e il terzo posto alla Vuelta a España
Proprio la rivalità tra l’iberico e il texano è stata uno delle parentesi più avvincente di quegli anni targati Armstrong e terminati, come tutti sappiamo, con l’annullamento dei sette Tour conquistati da Lance.

Il 14 luglio 2003 il plotone del Tour parte da Bourg d’Oisans alla volta di Gap, è il giorno della commemorazione della presa della Bastiglia e gli organizzatori hanno, come d’abitudine, programmato una delle tappe regina della corsa.

Joseba Beloki alla partenza occupa il secondo posto in generale e ha da colmare un gap di 40 secondi dal padre-padrone della corsa Lance Armstrong. La frazione è movimentata, c’è tensione ne gruppo dei big con il kazako della Telekom Alexandre Vinokourov che scalpita e davanti i fuggitivi che tirano.

Sul Cote de la Rochette (quota 1120 m. colle di 3° cat.) è Vinokourov ad allungare di una quindicina di secondi per poi butarsi come un kamikaze in discesa. A condurre l’inseguimento è proprio Joseba Beloki con a ruota l’impassibile Lance.

Proprio in un tratto della Rochette, una chiazza oleosa sull’asfalto reso al limite dell’impraticabile dal calore del luglio francese tradisce, complice una sbavatura tecnica,  l’iberico che “scoda, vede scoppiare la ruota della bicicletta e vola a terra.
Alle spalle di Beloki la maglia gialla Lance Armstrong evita un gendarme posto lungo il tracciato e, complice il terreno reso secco dall’arsura dell’estate transalpina, si infila nello sterrato come un ciclocrossista tagliando un intero tornante ma restando miracolosamente in sella e proseguendo senza intoppi la frazione che viene vinta da Vinokourov .

Se Lance riesce a proseguire, Joseba resta a terra dolorante e sanguinante. Viene soccorso dai compagni che sopraggiungono e dai medici di corsa. Il suo Tour è naturalmente finito e, trasportato in ospedale, il responso clinico è da mani nei capelli: frattura del femore, traumi diffusi e contusioni all’anca.

Haimar Zubeldia compagno di Beloki ha spiegato l’incidente così: “C’era una curva pericolosa ed il catrame era sciolto dal calore. L’abbiamo affrontata forte e la ruota di Joseba ha perso aderenza portandolo a cadere, Armstrong si è sbarazzato di tutti andando dritto attraverso il campo mentre io sono riuscito miracolosamente a fermarmi”.

Tanto fu drammatica e, per certi versi storica, quella caduta che, in seguito all’evento, il luogo dell’incidente viene ribattezzato Curva Beloki.

A causa i postumi di quella spaventosa caduta, Beloki non è riuscito più ad esprimersi ad alti livelli, non ha ottenuto altri successi e, anche in seguito al suo coinvolgimento con le indagini dell’Operación Puerto nel 2006, all’età di trentatré anni, decide di concludere la sua carriera.

Beloki sta attualmente scrivendo un libro sul suo incidente e sulle relative conseguenze che, ancora oggi, gli hanno lasciato in eredità una lieve zoppia oltre ad una serie di problemi legati ai cambiamenti metereologici.

Joseba Beloki: chi è?

Nome:                                 Joseba
Cognome:                          Beloki Dorronsoro
Nazionalità:                       Spagna
Data di nascita:                 12-08-1973
Luogo di nascita:              Lazkao (Paesi Baschi) Spagna
Professionista:                 1998-2006

Joseba Beloki e l’incidente di Chris Froome

Come detto Beloki è stato vittima di un grave incidente da cui non è più riuscito a risollevarsi professionalmente così, commentando quanto accaduto a Chris Froome nel giugno del 2019 ha sottolineato come una simile esperienza cambia la vita” e “una da cui sarà molto difficile tornare alle corse”.

Come accaduto al corridore del Team Ineos, l’iberico si fratturò il femore e il gomito, oltre al polso, mentre Froome ha anche rotto alcune costole, lo sterno e delle vertebre.

“il corpo di ogni individuo è diverso, così come ogni incidente è diverso, ma non appena ho appreso di Chris, ho notato alcune similitudini con il mio – ha spiegato Beloki a Cyclingnews – per quello che so i medici hanno stabilito sei mesi per tornare alle corse ma, anche se la medicina ha fatto grandi progressi, non è facile prevedere un cammino di recupero perfettamente lineare”.

Beloki, forte della sua esperienza personale, ha sottolineato come è impossibile trovarsi realmente preparati a simili accadimenti. Froome potrebbe quindi dover affrontare alcuni accadimenti che si creeranno a catena, come conseguenza della caduta. In primis la necessità di dover affrontare altri interventi chirurgici anche solo banalmente per “rimuovere le aste poste all’interno del femore, anche se non ho avuto l’operazione, altre persone lo fanno”.

Beloki teme anche che le conseguenze delle ferite possano costringere Chris a modificare la propria posizione in sella alla bicicletta anche se “Froome è psicologicamente molto forte come dimostrato allo scorso Giro e poi merita di vincere un quinto Tour, mi piacerebbe che lo facesse anche per lanciare un messaggio che le ferite possono essere superate lottando”.

5 giugno 1999- 5 giugno 2019: vent’anni dall’inizio della fine

5 giugno 1999: l’inizio della discesa

5 giugno 1999, gli appassionati di ciclismo non potranno mai dimenticare cosa accadde quel giorno a Madonna di Campiglio al povero Marco Pantani

5 giugno 1999: l'inizio della fine

5 giugno 1999: l’inizio della fine

5 giugno 1999 una data che per chi ama il ciclismo difficilmente può passare inosservata. E meno inosservata passa oggi che da quel maledetto giorno sono passati (già) vent’anni.

Come è cambiata la vita di ognuno di noi in questi 20 anni, forse eravamo ragazzi sognanti e ora siamo uomini adulti, forse eravamo bambini e ora siamo 30enni. Non importa chi eravate quel giorno, se amavate e amate il ciclismo, il 5 giugno 1999 è la data in cui è iniziato il calvario di Marco Pantani.

Non è mai stata semplice la vita sportiva del Pirata, non ricorderemo qui tutti gli infortuni e episodi al limite del surreale che tra gatti neri e fuoristrada “impazziti” hanno segnato la sua vita sui pedali.

Non è mai stata in discesa la strada di Marco (anche se in discesa lui andava come un treno) anzi è sempre stata in salita. Ma lui la salita l’amava e lungo una strada in salita è andata a prendersi la gloria dopo la polvere.

Prima al Giro d’Italia 1998 e poi al Tour dello stesso anno quando a trionfare è stato il Pirata, quel Pirata che sapeva appassionare gli italiani come pochi altri fenomeni dello sport.

E la salita lo ha portato, col vessillo del primato (da dominatore) a Madonna di Campiglio vincendo la frazione del venerdì in attesa di ripartire, la mattina successiva, per scalare il Mortirolo che gli avrebbe certamente consegnato un bis in rosa.

Invece, invece quello era la storia si al 4 di quel giugno. Il 5 giugno 1999 la storia è diversa, maledettamente diversa, fottutamente diversa.

Il 5 giugno 1999 è un pugno nello stomaco per ogni tifoso del ciclismo e un macigno sulla serenità di Marco. Si perché, lo sappiamo tutti, quella mattina a Madonna di Campiglio Marco viene espulso dalla corsa per un controllo con valori fuori norma (?).

All’alba bussano alla porta per il controllo anti-doping di routine e il risultato (non entriamo nei dettagli delle nubi che aleggiano attorno a quel fatto) evidenzia una concentrazione di globuli rossi del 52%,contro il 50% di soglia massima tollerata.

Il 5 giugno 1999 faceva caldo, e caldo faceva al villaggio quando quel sabato mattina comincia a serpeggiare la voce della positività di un atleta, ma non di un atleta qualunque, di Marco!

 “Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile” sussurra il Pirata fuori dall’hotel scortato dai pubblici ufficiali. Un’immagine tremenda, forse a causa di un grande imbroglio.

Quello è stato l’ultimo giorno del Pirata ciclista, il Tour 2000 è lo scontro tra il “colpevole” Marco e il “salvatore del ciclismo” Lance Armstrong… sappiamo tutti la menzogna del texano ma quello era ciò che chiedeva lo show. Marco è morto a Madonna di Campiglio, non fisicamente, è chiaro, ma moralmente. A Madonna di Campiglio si è aperta una voragine che ha risucchiato un campione genuino verso il fondo ed oltre il fondo, sino alla morte (oscura e carica di dubbi).

Quel 5 giugno  non so voi cosa stavate facendo, noi ci ricordiamo bene cosa stavamo facendo quando abbiamo sentito la notizia. E ci ricordiamo altrettanto bene (purtroppo) cosa stavamo facendo quel 14 febbraio quando abbiamo saputo della scomparsa del Pirata. Nel mezzo quante parole, quanti tradimenti, quanta gente che ha sputato sul piatto (di Marco) dove ha mangiato.

Non è questa la sede dei processi ma è la sede del ricordo e noi quel 5 giugno non lo scorderemo mai. Marco è morto due volte: nel fisico dopo e nell’anima prima e nessuno ci toglie l’idea che le cose sarebbero potute andare diversamente, molto diversamente!

Marianne Martin e il primo Tour Americano

Marianne Martin vincitrice del Tour de France 1984

Marianne Martin e il primo Tour Americano vinto della storia, una donna prima di Greg Lemond e del bluff Lance Armstrong 

Marianne Martin

Marianne Martin

Marianne Martin vincitrice del Tour de France 1984 si gode la sua maglia gialla, appesa sulla parete della sua casa di Boulder, in Colorado. Greg Lemond? Lande Armstrong? Floyd Landis? No il primo americano a indossare la maglia rosa a Parigi fu una americana, appunto, Marianne Martin!

Martin è la prima vincitrice a stelle e strisce del Tour de France, la prima a salire sul podio accanto a Laurent Fignon (vincitore dell’edizione maschile), sorridendo alla folla e alla legione di fotografi pronta ad immortalare quel momento storico. I due vincitori del Tour fianco a fianco, nessuna distinzione, allo stesso livello l’uomo e la donna, una vera bellezza!

Due anni più tardi il destino dei due sarebbe stato opposto: Laurent Fignon impegnato ancora con la sua carriera di alto livello e Marianne, purtroppo, uscita dal mondo delle corse e impegnata al lavoro per saldare alcuni debiti. Nessun rimpianto però per la ragazza: il titolo di prima americana e di prima donna a vincere il Tour nulla potrà toglierlo!

Marianne Martin si avvicina al ciclismo tardi, ha iniziato l’attività sportiva praticando il podismo ma, un incidente alla schiena, la spinge verso lo sport del pedale. Non è stato facile farsi largo nel mondo del ciclismo ma i primi successi non tardano ad arrivare ed è una gioia per la ragazza che si dimostra un’ottima scalatrice. Al fianco della ragazza c’è Tim Kelly prima e Andy Pruitt poi, allenatori che riescono a far emergere le doti di Marianne.

Il 1984 inizia in modo non troppo esaltante per la Martin che stenta a trovare la condizione nei primi mesi dell’anno. Quando in primavera gli allenamenti diventano più duri la ragazza è spesso stanca e il padre, medico, le diagnostica una forma di anemia.

Compresa la ragione dello scarso rendimento Marianne rimodula i propri allenamenti, crea un nuovo bilanciamento tra attività e riposo per rigenerare l’organismo e si prepara per le prossime sfide.

Appena un anno prima, nel 1983, Felix Levitan, uno degli organizzatori del Tour de France aveva lanciato l’idea di una edizione femminile della Grande Boucle. L’idea suscita un po’ di ilarità, il vincitore del Tour del 1983 Laurent Fignon non prende sul serio la cosa: “Mi piacciono le donne, ma preferisco vederle fare qualcos’altro”.

Levitan non da peso ai commenti ironici e, invece, nell’estate del 1984 fa partire una corsa di 18 tappe e circa 1.083 km riservata alle donne. Marianne Martin non ha dalla sua parte risultati positivi ma riesce ugualmente a convincere l’allenatore della nazionale degli Stati Uniti ad inserirla come sesto e ultimo membro della compagine a stelle e strisce che ruota attorno alla star Betsy King.

L’attenzione dei media è rivolta alla formazione olandese che presenta Heleen Hage forse la più forte ciclista in circolazione.

Marianne Martin al Tour 1984

Marianne è nota nell’ambiente della nazionale americana per non essere un’atleta devota alle strategie di squadra. Nelle prime undici tappe, però, riesce a rispettare gli ordini di scuderia e le atlete si godo la folla delle gare maschili in quanto la prova femminile precede di un paio di ore quella dei colleghi uomini.

Alla 12esima tappa il percorso prevede due passi alpini e lo spirito di scalatrice della Matin esce in tutta la sua foga portandola in fuga solitaria alla conquista della maglia a Pois, emblema del miglior scalatore della corsa francese.

Marianne è inarrestabile a La Plagne rifila 5 minuti alla famosa e celebrata Heleen Hage andando a vestire la maglia gialla. Il team USA si compatta attorno alla nuova ed insperata leader, i media si accorgono del miracolo in corso.

La ragazza prova a mettersi in contatto con la famiglia per avvisare dell’impresa che sta compiendo e per segnalare di guardarla alla TV. Non riesce però a parlare con nessuno. Nell’ultima tappa, sotto l’Arc de Triomphe ecco l’urlo: “Vai Marianne, vai Marianne”. La voce distinta tra la folla è del padre che è partito per assistere al trionfo della figlia.

La squadra americana domina la corsa vincendo la classifica generale con la Martin, la classifica a squadre e la maglia a Pois mentre Deborah Shumway chiude terza.

Marianne sale sul podio accanto a Fignon, Greg LeMond, Bernard Hinault e Robert Millar ed è invitata alla festa predisposta dagli organizzatori.

Il premio per la vittoria è di 1000 dollari che Marianne condivide con le compagne del team. Due anni dopo la Martin si ritira dalle corse per dedicarsi al lavoro per cercare di pagare i tanti debiti accumulati per seguire il sogno della carriera ciclistica.

Il Tour de France Féminin è stato il culmine della carriera ciclistica di Marienne Martin ma negli USA viene un po’ oscurato dalle concomitanti Olimpiadi di Los Angeles 1984.

Il Tour de France Féminin continuò nello stesso formato fino al 1989 per poi iniziare un lento declino con la riduzione del numero delle tappe e delle atlete impegnate passando per il cambiamento di nome del 1998 (in La Grande Boucle) sino alla cancellazione del 2004.

Marianne Martin oggi

L’ex vincitrice del Tour attualmente gestisce un’attività di fotografia non va più in bicicletta, è appassionata di cavalli ma sa in cuor suo di aver lasciato una traccia indelebile nel ciclismo americano e in quello mondiale. Spirito libero e indipendente Marianne ha amato e ama lo sport e si è pianamente goduta le opportunità che il mondo dello sport le ha concesso.

Franco Chioccioli chi è Coppino re del Giro 91

Franco Chioccioli e il suo Giro D’Italia 1991

Franco Chioccioli ciclista toscano soprannominato “coppino” per la somiglianza con Fausto Coppi, tra mille vicissitudini conquista il Giro d’Italia 1991

Franco Chioccioli

Franco Chioccioli

Franco Chioccioli nasce a Castelfranco di Sopra il  25 agosto 1959 e diventa professionista nel 1982 tra le fila della Selle Italia. Accreditato dagli addetti ai lavori come uno dei talenti emergenti del ciclismo italiano, Franco colpisce la fantasia degli appassionati anche per una incredibile somiglianza con Fausto Coppi, morto nel gennaio del 1962 ma mai uscito dal cuore degli italiani.

Nella sua stagione di debutto, Coppino conquista due splendidi secondi posti al Giro dell’Appennino e a quello dell’Etna. Dopo la stagione di apprendistato, Chioccioli comincia a cambiare team con una frequenza impressionante squadre (Vivi-Benotto, Murella-Rossin, Maggi Mobili-Fanini, Ecoflam-Jollyscarpe-BFB, Gis Gelati-Jollyscarpe) prima di approdare alla Del Tongo nel 1988 per restarci 4 stagioni.

Dotato di ottime doti di scalatore, “Coppino” Chioccioli vince nel 1984 la Coppa Agostoni e il Giro del Trentino, l’anno successivo trionfa al Giro del Friuli mentre nel 1986 vince una tappa al Tour de Suisse.

Il rapporto tra Coppino e il Giro è per anni controverso nel 1985 chiude al nono posto in generale vincendo una tappa, nel 1986 scala tre posti e chiude al sesto posto conquistando anche questa volta una tappa.

 

Franco Chioccioli e la tappa del Gavia

Il 4 giugno 1988 Franco “Coppino” Chioccioli indossa la maglia rosa segno del primato in attesa, il giorno seguente, di scalare il Gavia. Il giorno seguente è quello della “Tappa del Gavia”, giornata da tregenda con corridori dispersi, ghiacciati.

Alla partenza da Chiesa in Valmalenco, Chioccioli è in maglia rosa (conquistata nella tappa di Selvino) con un vantaggio di 33 secondi di su Zimmerman e 55 su Visentini

Coppino è il capitano della Del Tongo, leader della corsa e a tutti i costi vuole mantenere la maglia ma il team non ha fatto i conti con il meteo. Franco parte con l’equipaggiamento estivo del resto siamo a giugno. Il meteo lo tradisce e il Gavia si trasforma in un inferno di ghiaccio.

Chioccioli, come tanti colleghi, è vittima del freddo, sviene all’arrivo, si rimette a fatica in piedi e comprende di aver perso il treno della vita. Ha tagliato il traguardo con oltre 5 minuti di ritardo da Breukink (Visentini, arrivato dopo 30’54”,  Saronni, a 31’30”) e deve cedere la rosa.

“Mi hanno rubato il Giro. Ho chiesto cinque volte un cappello ma ho dovuto fare tutta la discesa con una mano sulla fronte, per proteggermi dalla neve. Mi si è ghiacciata la mano destra. La corsa andava fermata al Gavia. Tutto quello che è avvenuto dopo è stato frutto dell’incoscienza dei ciclisti, non definiamola una corsa!” urla la sua rabbia Coppino.

Franco Chioccioli il Giro 1991

Il 1990 è l’anno del dominio di Gianni Bugno e Franco chiude sesto in generale. E’ il 1991 l’anno d’oro di Chioccioli, alle soglie dei 32 anni riesce finalmente a vincere il Giro battendo il favorito della vigilia Claudio Chiappucci. Per avere la meglio su “El Diablo”, Coppino attacca, scatta, spende energie enormi anche quando indossa saldamente la maglia rosa. Le immagini della Rai ci consegnano Franco Chioccioli curvo sulla bicicletta, andare a tutto con quel naso, quello sguardo e quei lineamenti che ricordano tremendamente Fausto Coppi e ne consacrano il soprannome di Coppino.

Franco ha trentun anni e le spalle larghe che portano il peso della terribile giornata del Gavia dell’88 quando il destino gli ha sottratto la maglia rosa. Ha visto trionfare e gioire Fignon e Bugno e ora si prende la sua gloria vincendo anche tre tappe e portando la maglia rosa per diciannove tappe su ventuno, lasciando, da vero campione, la vittoria a Marino Lajarreta nella salita verso Scanno.

L’anno successivo arriva terzo nella Corsa Rosa alle spalle di Miguelon Induráin e Claudio Chiappucci, conquistando un’altra vittoria di tappa.

Conclude la carriera alla fine nel 1994 indossando la maglia della Mercatone Uno. Chioccioli ha corso 13 stagioni da professionista prendendo parte ad altrettanti Giri d’Italia vincendo sette tappe e indossando la maglia rosa per 22 giorni.

 

Michael Aisner, il Coors Classic e il ciclismo USA

Michael Aisner e il Coors Classic a trent’anni dall’ultima edizione

Michael Aisner a trent’anni dall’ultima edizioned del Coors Classic è ancora un personaggio unico del ciclismo a stelle e strisce.

Michael Aisner

Michael Aisner

Michael Aisner con l’idea del “Coors Classic“  ha fatto conoscere il ciclismo professionistico al pubblico statunitense contribuendo a “formare” le prime icone del ciclismo d’oltre oceano come Greg LeMond e Andy Hampsten e ha fatto apparire gli Stati Uniti sulla mappa ciclistica internazionale negli anni ’80.

Michael Aisner è stato coinvolto in una vasta gamma di progetti sportivi e di intrattenimento nel corso della sua vita; fin da adolescente si è interessato all’entertainment arrivando ad intervistare Muhammad Ali e Louis Armstrong.

Aisner si è avventurato fino al Circolo Polare Artico per filmare l’uccisione disumana di foche per il National Geographic e ha partecipato a ponti aerei per salvare gli orsi polari nel Canada settentrionale.

Lungo la sua strada professionale Aisner, ora quasi sessantanne, ha creato una delle gare ciclistiche di maggior successo mai svolte negli Stati Uniti. Qualcuno ricorderà Bernard Hinault vincere la sua ultima gara a tappe al North Boulder Park davanti a 50.000 fan urlanti spinti dalle idee di marketing che resero la corsa un vero fenomeno dell’intrattenimento sportivo made in USA.

La gara venne lanciata nel 1975 dall’imprenditore di Mo Siegel con il nome di Red Zinger Classic. L’anno successivo ecco Aisner e l’ascesa della manifestazione a cui si affiancò una gara femminile, contribuendo a costruire un pubblico più ampio e ad aumentare la copertura dalla TV.

“La prima cosa che ho fatto è stata quella di trovare una società di produzione cinematografica per creare un breve docu-film sulla gara da distribuire nei cinema mainstream. Se volevamo far crescere la gara  e attirare nuovi fan dovevamo utilizzare i media al di fuori della tradizionale circuito  del ciclismo” ricorda oggi Aisner.

“Nel 1979 Siegel suggerì di portare la corsa in Colorado e cercare di convincere il gigante  Coors Brewing Company a sponsorizzare la gara in futuro. Pensai che fosse impazzito ma la trattativa andò in porto e nel 1980 nacque la Coors International Bicycle Classic”

La gestione tecnica, operativa e finanziaria divenne rapidamente più complessa e lo stesso Aisner dovette aumentare le sue competenze:

“Non sapevo nulla su come trattare con la polizia, chiudere le strade, impostare le aree di partenza, arrivo e di riposo. Avevo bisogno di imparare le cose velocemente e chiesi aiuto a Dave Chauner e a Phil Liggettche stava promuovendo la British Milk Race

Aisner provò a “mainstreamare” il Coors Classic collegando The Rolling Stone all’evento sottolineando come il ciclismo fosse uno sport “rock n ‘roll”.

“Il ciclismo era uno sport giovane, veloce, colorato, pericoloso ed internazionale. Rolling Stone possedeva il mercato giovanile e l’accordo consentì di ospitare nella rivista un inserto per tre edizioni. A quel punto avevamo una rete piuttosto eclettica di sponsor: da Rolling Stone a BMW, da NBC Sports a 7-Eleven fino, appunto a Coors”.

Aisner decise di espandere l’evento fuori dal Colorado aumentando il numero di tappe e toccando centri di interesse per gli sportivi come Vail, Aspen e San Francisco fino ad una tappa alle Hawaii.

Il passo successivo fu convincere l’UCI ad estendere la corsa ai professionisti europei. La gara divenne il luogo in cui molti futuri campioni sono entrati in scena: ecco arrivare talenti come il colombiano Lucho Herrera, il canadese Steve Bauer e il messicano Raul Alcala.

La spinta viene data anche alla prova femminile aprendo alle campionesse europee chiamate a sfidare l’americana Connie Carpenter portando il Coors Classic a diventare la più grande corsa al mondo per donne.

 “È stato uno sforzo costante cercare di esporre mediaticamente la gara, oltre ai normali tifosi e appassionati di ciclismo. Arrivammo ad avere tre  stazioni TV oltre a ESPN a coprire la manifestazione. Durante la settimana di gare, l’affiliata della Denver NBC ha persino ritardato” The Tonight Show di cinque minuti per seguire la nostra corsa!”

Michael Aisner, The Coors Classic e l’URSS

Greg LeMond prese parte al Coors Classic come un neo-pro nel 1981 da poco Jimmy Carter aveva ritirato la spedizione statunitense dalle Olimpiadi di Mosca 1980 e questo diede un’idea ad Aisner: portare i russi alla corsa.

“Ho lanciato il guanto di sfida a Pete Coors repubblicano convinto e amico di Ronald Regan che restò perplesso ma i russi accettarono e così fece la Germania dell’Est. Gli inviti li facemmo via Telex dal birrificio Coors.  Qualche settimana prima della corsa ecco arrivare l’FBI: erano convinti che i sovietici tentassero di boicottare la gare e ci istruirono sulle procedure per affrontare l’evenienza. La corse apparve come scontro tra est e ovest, il giovane americano Greg LeMond contro i titani dell’Unione Sovietica: avevamo richieste di accredito da ogni parte del mondo” racconta oggi il manager.

L’edizione 1981 fu un punto di svolta per il The Coors Classic, e la prossima grande sfida di Aisner fu di cercare di sviluppare una copertura televisiva nazionale più ampia.

“I ragazzi della CBS mi hanno detto che non c’era modo di coprire lo sport assecondando le esigenze del pubblico americano. Mi recai allora a Praga per i Mondiali di Ciclismo 1981 e li vidi che i cameramen in motocicletta avevano montato un dispositivo girevole sul retro delle loro per riprendere i volti dei ciclisti. A New York nessuno aveva mai visto una cosa simili, convinsi allora la BMW a mettere a disposizione due motociclette con i sedili girevoli e la cosa funzionò e la CBS coprì la corsa!”

Il successivo sviluppo previsto da Michael fu quello del merchandising

“Abbiamo generato numeri mostruosi per quei giorni, abbiamo ampliato la gamma dei gadget arrivando a un milione e mezzo di dollari di cui 100.000 nel solo Giappone. Tutto era griffato dalle maglie, ai cappellini ai prodotti alimentari. La corsa divenne uno dei grandi eventi di intrattenimento in America

Il Coors Classic alla fine perse il sostegno dell’azienda dopo l’edizione del 1988, quando un arrivò in azienda un nuovo. Aisner ricevette la notizia da un giornalista mentre era in aeroporto ed iniziò subito la ricerca di un nuovo partner commerciale. Arrivò vicino alla firma con Nuprin ma tutto saltò all’ultimo secondo, Michael concluse un accordo con la Dodge Motors, ma pochi giorni prima della firma, Lee Iacocca, CEO di Chrysler, annunciò decine di migliaia di licenziamenti e l’accordo venne annullato. Fu quello il colpo da KO per la corsa, era finito il tempo per il Coors Classic ma quella corsa aveva segnato l’apice delle corse su strada americane raggiunto forse solo dall’Amgen Tour of California.

“Non si può davvero dire che stessimo pensando fuori dagli schemi perché all’epoca gli schemi nemmeno c’erano. So che non perdemmo mai un centesimo perché era tutto equilibrato, nessuno guadagnava o spendeva più del giusto. Temo che alcuni promotor oggi scelgano di fare ciò che è più facile, piuttosto che trovare un modo per fare ciò che è giusto”

sottolinea Aisner che nel 2005, è stato inserito nella US Cycling Hall of Fame.

 

 

David Zabriskie e quella promessa non mantenuta

David Zabriskie aveva giurato di non usare sostanze

David Zabriskie la storia dell’ex prodigio della US Postal di Lance Armstrong che ha violato la promessa fatta di non toccare sostanze

David Zabriskie

David Zabriskie

David Zabriskie e la sua storia sono una delle realtà forse più toccanti dello scandalo che ha travolto Lance Armstrong e la sua US Postal Service.

David Zabriskie è stato il primo ciclista americano a vincere una tappa in tutti e tre i grandi giri (Giro, Tour e Vuelta) dimostrando tutte le sue qualità e la sua voglia di vincere.

David sale in bicicletta giovanissimo, la sua famiglia vive un’esistenza segnata dalla tossicodipendenza del padre che morirà giovanissimo vittima proprio dei suoi demoni e della sua dipendenza.

Per il giovane Zabriskie la bicicletta è la valvola di sfogo dalle brutture del vivere quotidiano, è una fabbrica di endorfine che si alimenta di fatica e sudore. Allenamenti estenuanti, fra gli 80 e i 100 chilometri, sono il suo antidoto alle sostanze che il padre assume e che circolano in casa.

Zabriskie scopre il ciclismo guardando un film degli anni ’70 intitolato “All American Boys” e si compra la prima bicicletta con i risparmi accantonati. L’obiettivo del gracile David è quello di metter su un po’ di muscoli con la sua Mountain Bike e, come detto, dimenticare i problemi di casa.

A quindici anni Zabriskie conosce Steve Johnson (il futuro presidente dell’USA Cycling) in un incontro organizzato da un club ciclistico locale e tra i due scatta una bella amicizia.

Come detto, il padre di Zabriskie aveva una storia di abuso di sostanze e, considerando come la tossicodipendenza aveva segnato la sua esistenza, Dave giura a se stesso di non assumere per nessuna ragione delle droghe e, anzi, vede nel ciclismo un hobby sano e salutare che lo può tenere lontano dalle cattive frequentazioni.

Nel 1998, a 19 anni mentre è ancora un dilettante, viene invitato ad una corsa con Lance Armstrong e Kevin Livingston, proprio in quell’occasione lo staff del texano fa conoscenza con David che nel 2000 entra nel team Postal e per restarvi sino alla fine della stagione 2004.

David Zabriskie si presenta motivatissimo all’appuntamento con i professionisti, mette a segno delle entusiasmanti prove a cronometro e, forte di una perfetta condizione fisica, si tiene lontano dal doping. David è un tipo sveglio, non dorme e ha gli occhi aperti, negli alberghi in cui soggiorna col team vede siringhe e i medici praticare delle iniezioni ai compagni di squadra e di stanza ma se ne tiene alla larga temendo si trattasse di sostanze dopanti.

Nel 2002 David, dopo aver attraversato un periodo di crisi, accetta di sottoporsi alle “iniezioni di recupero” come le chiamano i suoi colleghi alla US Postal. David odia aghi e punture, sente salire il ricordi d’infanzia e del padre tossico ma il meccanismo è di quelli “dentro o fuori” e il ragazzo impara ad accettare e a maneggiare siringhe, aghi e quelle confezioni che tra gli ingredienti riportano “vitamine”.

Nel 2003 Zabriskie dimostra tutte le sue doti, è un vero astro nascente del ciclismo e una vecchia volpe come Johan Bruyneel capisce che bisogna andare avanti. Assieme a García del Moral (medico del team) invita David e il compagno Michael Barry in un caffè di Girona consegnando agli consegna ai due giovani delle confezioni di liquidi iniettabili: iniezioni «di recupero» ed EPO

David è scioccato, non si aspettava di ricevere un tale segnale dal team, cerca di informarsi sugli effetti collaterali dell’assunzione di prodotti dopanti. Il primo timore del ragazzo è legato agli aspetti sanitari: Gli avrebbe impedito di avere figli? E’ sicura? Avrebbe provocato dei cambiamenti fisici? Non è tanto una questione di “frode sportiva”, tutti lo fanno (?) quanto di incolumità fisica.

“Lo fanno tutti” cerca di confortarlo Bruyneel, aggiungendo che se l’EPO fosse pericolosa nessuno dei ciclisti professionisti avrebbe figli.

Zabriskie capitola alla pressione del manager che, sempre assieme a del Moral, consegna una scatola di cerotti al testosterone da dividere fra i due ciclisti per aumentare l’effetto di recupero.

David sa che quando accetti compromessi poi tornare indietro è dura, lo sa perché ha visto il padre scomparire imprigionato dalle sostanze, David chiama la madre e piange al telefono. Vive un momento segnato da infortuni e dubbi, timori e delusioni tanto da pensare al ritiro del ciclismo.

Sul finire del 2004 firma un contratto biennale con la CSC, diventando un gregario di primo piano di Ivan Basso, uno dei principali avversari di Lance nel Tour 2005.

David era salito in bici per scappare dalla tossicodipendenza del padre ma si era ritrovato dipendente al meccanismo delle iniezioni del sistema US Postal.

Ciclista contro Cavallo: le sfide dei ciclisti

Ciclista contro Cavallo: la sfida di Chris Anker Sorensen

Ciclista contro cavallo, il danese Chris Anker Sorensen ha vinto la insolita (ma non troppo) prova già affrontata da Bartali, Moser, Chiappucci e Freire

Ciclista contro cavallo: Sorensen

Ciclista contro cavallo: Sorensen

Ciclista contro Cavallo vi siete mai chiesti se un ciclista può battere un possente equino? Noi no e pensiamo nemmeno voi ma la sfida improbabile ogni tanto solletica le fantasie dei ciclisti. L’ultimo, solo in ordine di tempo, a tentare la bizzarra sfida è stato il ciclista professionista danese, Chris Anker Sorensen, che lo scorso fine settimana ha deciso di sfidare il cavallo “Armani”.

Il duello ha avuto luogo in un’ippodromo appena fuori da Odense, in Danimarca, dove Chris Anker Sørensen, vincitore di tappa al Giro d’Italia, ha affrontato un purosangue lungo un percorso di 1 km. L’esibizione è stata infatti l’ultima uscita del danese come ciclista professionista prima di riagganciare i tacchetti per diventare un commentatore ciclistico nella sua nativa Danimarca.

La vittoria è andata ad Armani ma solamente al fotofinish, è stata molto combattuta e sicuramente divertente per chi vi ha assistito.

Uomo contro Cavallo: Guillermois e Roche

Non è la prima volta che i ciclisti si affrontano contro i cavalli. L’ex ciclista della Direct-Energie, Romain Guillemois, ha corso un cavallo chiamato “Timoko” in una gara in Francia l’anno scorso.

Nonostante un coraggioso sforzo di Guillemois (anche se non è mai sembrato andare a tutto gas), il cavallo ha ottenuto la vittoria abbastanza comodamente in quello che deve essere stato qualcosa di un anti-climax per gli spettatori.

Una sfida simile si è svolta nel 2014 quando il corridore irlandese, Nicolas Roche, è stato sconfitto da un cavallo in un entusiasmante testa a testa a Leopardstown, in Irlanda. Fu una gara più equilibrata, poiché a Roche fu permesso di correre sulla strada asfaltata che circondava l’ippodromo.

Ciclista contro Cavallo: da Bartali a Chiappucci e Fraire

Ciclista contro cavallo: Chiappucci

Ciclista contro cavallo: Chiappucci

Non solo atleti stranieri hanno preso parte a questa singolare prova di velocità. La prima sfida similare che si ricorda avvenne a San Siro il 9 marzo 1894 tra Buffalo Bill e il ciclista Romolo Buni: vince il cavallo. Nel 1948 fu la volta di Gino Bartali che battè Egan Hanove all’ippodromo di Bologna e, sempre all’ Arcoveggio, il trottatore Orbiter perde da Bartali nel 1953.

Nel 1978, a Follonica, scende in pista Moser, che ha la meglio Atollo. Nel 1984 ci fu vittoria ancora di Francesco Moser su Larson, sauro guidato da Sergio Brighenti all’Ippodromo di San Siro davanti a 20.ooo spettatori.

Nel 1995 fu la volta di Claudio “El Diablo” Chiappucci di sfidare e battere, sulla distanza del chilometro, Peace Kronos, considerata la migliore trottatrice femmina in attività dell’epoca.

La sfida tra il ciclista di Uboldo e Peace Kronos non fu memorabile in quanto il cavallo, portato dal driver Enrico Dall’Olio “ha rotto” già alla prima curva mentre Chiappucci “lanciato” dall’auto è diventato imprendibile. Il pubblico infatti non gradì la cosa e iniziò a fischiare. La sfida venne ripetuta pochi minuti dopo: la seconda volta Peace Kronos non ha rotto, ma El Diablo ha rivinse agevolmente: con il tempo di 1′ 11″6 a 50,279 km/h.

Chiappucci nel 2010 ci riprova contro la figlia del mitico Varenne, Lana del Rio vincitrice del Derby 2008 e guidata da Santo Mollo. La sfida è improba in quanto, all’Ippodromo di Vinovo (TO), El Diablo deve competere su sabbia e la cavalla ha la meglio. L’ ultimo a cimentarsi è Oscar Freire nel 2004 a Valencia: il tre volte iridato piega Duc du Rietort.

Chissà cosa ne avrebbero detto i mitici “Pomata” e “Mandrake” del notissimo film Febbre da Cavallo di una sfida di un ciclista contro cavallo? Sicuramente non sarebbe mancata una loro “Mandrakata” per indovinare il vincente dell’improbabile sfida tra “Soldatino” e il ciclista di turno!

Fausto Coppi morto il 2 gennaio 1960, un ricordo dei fatti

Fausto Coppi morto per un errore clinico

Fausto Coppi muore per una diagnosi errata della sua Malaria dopo una battuta di caccia in Africa assieme al collega ad amico Raphael Geminiani

Fausto Coppi

Fausto Coppi: La Gazzetta dello Sport

Fausto Coppi ci ha lasciati il 2 gennaio del 1960, la morte del Campionissimo ha sconvolto l’Italia in quell’inizio anno. Un leone sulle due ruote stroncato da una “banale” che banale non fu Malaria. Forse una lettura di un vetrino al microscopio, errore commesso probabilmente da persona inesperta, in servizio nei periodi festivi. Fatto sta che l’uomo solo al comando ci lasciò prematuramente.

Fausto Coppi e la battuta di caccia

Raphael Geminiani e Fausto Coppi erano molto amici, ad unirli, oltre al ciclismo, c’era la passione per la caccia. Quella passione li portò a partire il 10 dicembre del 1959, assieme ad altri corridori, alla volta dell’Africa (Alto Volta – attuale Burkina Faso) per una battuta, alloggiando nella medesima camera d’albergo.

Qualche settimana prima Fausto Coppi aveva firmato un contratto con la San Pellegrino Sport dell’amico e rivale Gino Bartali che aveva come obiettivo quello di ridar vigore alla carriera del campionissimo.

Fausto Coppi: in ritorno in Italia e la malattia

Tornati a casa, durante le festività natalizie, entrambe i corridori cominciarono ad avvertire importanti stati febbrili. I due si sentirono telefonicamente il 20 dicembre  e concordarono sull’attribuire la comune malattia al viaggio in Africa.

Il 27 dicembre Fausto Coppi è a letto con nausea, febbre alta e brividi. Viene contattato il 29 il Dott. Allegri si Serravalle Scrivia che consultatosi con il primario dell’Ospedale di Tortona (il professor Astaldi) non riesce a formulare una diagnosi precisa

A Coppi, che aveva oltre 40 di febbre, venne diagnosticata una “influenza asiatica” mentre a Géminiani che entrò in coma e fu ricoverato in ospedale, gli venne diagnosticata la malaria (il francese resta in coma otto giorni, ma viene curato con il chinino e salvato: si risveglierà il 5 gennaio.)

La moglie di Géminiani e il fratello Angelo chiamarono in Italia avvertendo delle condizioni di Raphaël e di come gli fosse stata diagnosticata la malaria (raccontarono i congiunti di Géminiani che i medici italiani avevano loro risposto di pensare al proprio paziente, ché loro avrebbero provveduto a Coppi).

Il 1º gennaio le condizioni del campione si aggravano ulteriormente; a Tortona giunge per un consulto anche il professor Fieschi, dell’Università di Genova. Coppi viene ricoverato d’urgenza prima a Novi Ligure per poi essere trasportato all’Ospedale di Tortona: alle 22 del 1º gennaio perde conoscenza, alle 23 è in “pericolo di vita”, all’una di notte riprende conoscenza e parla con Ettore Milano.

A Tortona venne comunque eseguita la ricerca del plasmodio della malaria. In quel periodo festivo, però, il professor Astaldi era in ferie. Da chi furono letti i vetrini e chi dette il responso di negatività non si seppe mai.

Il Campionissimo morì il 2 gennaio 1960 per un banale errore di lettura di un vetrino al microscopio, errore commesso probabilmente da persona inesperta, in servizio nei periodi festivi.

 

 

Valeria Cappellotto: la corsa finita troppo presto

Valeria Cappellotto il ricordo di una grande campionessa

Valeria Cappellotto, atleta di spicco della nazionale azzurra degli anni Novanta e sorella minore di Alessandra, ci ha lasciati nel 2015  dopo una carriera ricca di vittorie, sconfitta solo dalla malattia

Valeria Cappellotto

Valeria Cappellotto

Valeria Cappellotto, sorella di Alessandra, è stata campionessa italiana in linea nel 1999, bionda, minuta, nata il 28 gennaio 1970, a 22 era già azzurra a difendere i nostri colori alle Olimpiadi di Barcellona ’92, chiudendo al 17esimo posto nella prova su strada (otto anni dopo alle Olimpidi di Sydney 2000 concluse invece trentunesima).

Carattere riservato, schivo e serio, Valeria non amava parlare in pubblico, non urlava quando era in sella, era molto religiosa. Valeria insegnava catechismo nella parrocchia, si iscrisse alla facoltà di Teologia all’Università di Vicenza (da ragazza voleva studiare Sociologia a Trento ma gli impegni delle corse glielo impedirono); la sorella Alessandra più espansiva. Due sorelle inseparabili, sempre nella stessa squadra (tranne che nel 1998).

Tour de France 1997, tappa di La Brasse, il ciclismo italiano stava sollevando la testa: prima Valeria e seconda Alessandra (in maglia gialla). In quella stagione Alessandra vince il Mondiale di San Sebastian (prima italiana a riuscirci).

Valeria Cappelletto ha corso sette mondiali di fila (dal 1994 al 2000) e centrato un quinto posto nel 1999 a Verona, è un talento sicuro e con la sorella forma una coppia unica; sempre in prima linea per difendere i valori assoluti dello sport.

Valeria Cappellotto aveva scoperto e lottato con la malattia, portando sempre il sorriso sulle labbra con una grande voglia di vivere e far crescere i tre figli. La gara più difficile non è stata fortunata per Valeria, che ha lasciato nel mondo del ciclismo un grande vuoto ma anche l’insegnamento di come con dolcezza e passione tutto si può ottenere. In suo onore si corre il “Memorial Valeria Cappellotto” organizzato dalla A.S.D. BREGANZE MILLENIUM

Valeria Cappellotto il Palmares

  • 1990
    1ª tappa Giro dei Laghi
  • 1995
    Trofeo Alfredo Binda-Comune di Cittiglio
    2ª tappa Giro del Trentino-Alto Adige & Sudtirolo
  • 1996
    Trofeo Alfredo Binda-Comune di Cittiglio
    Trofeo Città di Schio
    3ª tappa Giro di Sicilia
  • 1997
    2ª tappa Emakumeen Bira
    4ª tappa Emakumeen Bira
    3ª tappa Giro Donne
    2ª tappa Tour cycliste féminin
    10ª tappa Tour cycliste féminin
  • 1998
    Giro della Toscana Femminile-Memorial Michela Fanini
  • 1999
    Campionati italiani, Prova in linea

Kayle Leogrande il tatuatore che incastrò Armstrong

Kayle Leogrande ex ciclista reo confesso diede il via alle indagini di Novitzky

Kayle Leogrande

Kayle Leogrande

Kayle Leogrande aveva due grandi passioni: la bicicletta e i tatoo. Proprio la passione per i tatuaggi lo portò, all’età di diciassette anni ad abbandonare la bicicletta che lo aveva accompagnato fino a quel momento per seguire questa nuova passione.
Kayle iniziò non solo a esercitare la professione del tatuatore ma cominciò a sperimentare il piacere di colorare la propria pelle direttamente sul suo corpo. Il numero di tatuaggi aumentava in modo esponenziale tanto da andare a coprire piano, piano tutta la pelle del ragazzo.

Kayle Leogrande chi è?

Nato a Grand Terrace nel 1977, corse per un periodo a livello giovanile per poi, appunto dedicarsi al mondo dei tatuaggi, la passione per le due ruote, però, non sparì. Dopo un periodo da amatore, nel 2005 divenne professionista per la Jelly Belly e conquistò notorietà proprio per il suo corpo completamente ricoperto di tatoo. L’anno seguente fece ritorno nel mondo degli amatori e conquistò il titolo nazionale americano di categoria (National Amateur Criterium Champion).
L’anno seguente fece il suo ritorno tra i professionisti firmando un contratto con la Rock Racing-Murcia, in quell’anno vinse la classifica a punti alla Redlands Bicycle Classic, poi ben figurò all’International Cycling Classic-Superweek ma il suo top di stagione lo raggiunse al CSC International in cui si batté ad armi pari con corridori europei.
Kayle Leogrande cadde nelle maglie dell’antidoping nel 2008 e chiuse la sua carriera da professionista.

Kayle Leogrande perché è importante?

A leggere la carriera del ciclista, probabilmente vi starete chiedendo perché la sua storia merita di essere raccontata. Semplicemente perché Kayle Leogrande, anche se venne poco pubblicizzato, fu uno dei pezzi del puzzle che permise alla USADA di far crollare il mito di Lance Armstrong creando un precedente su squalifiche di atleti anche se non risultati positivi all’Antidoping

Kayle Leogrande vs Lance Armstrong

Kayle Leogrande non si è guadagnato pagine di giornali per la sua passione per i tatuaggi o per i risultati ottenuti (di cui nessun eco giunse in Europa) ma perché fu il primissimo tassello del domino doping che ha nel suo ultimo elemento caduto niente poco di meno che Lance Armstrong. Quando Kayle fece la sua entrata nelle corse professionistiche nel 2005, dopo aver visto il texano vincere il suo sesto Tour de France consecutivo, non riuscì a restare lontano dalle “sostanze miracolose” che giravano in quegli anni.

Il suo primo fornitore sarà Joe Papp ex ciclista poi condannato per traffico di sostanze dopanti, tutto sembrava filare liscio, i risultati erano anche confortanti ma, nel 2007, mentre era in forza al del Team Rock Racing (in cui militavano molti ex “postini”) prima di un controllo antidoping (in cui era certo di essere “pizzicato”) andò nel panico e svelò alla massaggiatrice Suzanne Sonye di aver assunto sostanze vietate.

Il test risulterà negativo, ma l sua confessione alla masseur sarà compromettente in quanto  la massaggiatrice racconterà l’incredibile testimonianza all’USADA, e fu così che Kayle Leogrande diventò il primo corridore ad essere squalificato senza essere risultato positivo ad un controllo ma prove non analitiche

Pochi mesi dopo la squalifica casa Leogrnade si presentò l’agente FDA Jeff Novtzky che era all’inizio di una, ancora non nota indagine su ciclismo e doping. La ricerca di Novtzky passò tassello dopo tassello passando da Papp arriva fino a Floyd Landis (che 2006 vince il Tour che gli venne revocato poco tempo dopo). Nel 2010, dopo numerosi interrogatori sarà proprio Landis a svelare tutto il programma doping della US Postal dando l’ultima spallata per far cadere l’impero di Lance Armstrong.

Kayle Leogrande: ancora positivo

Leogrande, la scora primavera, è risultato positivo al raloxifene (un farmaco anti-estrogeno), quattro modulatori di reattori androgeni selettivi (SARM), ostarina, RAD140, LGD4033 e andarina, ibutamoren (un fattore simile all’ormone della crescita) e sulfone GW1516 un farmaco di pillola).

Di tutti e sette dei farmaci trovati nel campione di Leongrande, solo il raloxifene è approvato per uso umano come trattamento di osteoporosi. Gli altri sei sono ancora in fase di sviluppo e, nel caso di GW1516 che è stato abbandonato dai suoi sviluppatori dopo che ha causato il cancro negli animali da laboratorio, sono stati definiti come inadatti per gli esseri umani.

Dopo la sua ultima prova positiva del Dana Point Grand Prix of Cycling, dove ha vinto l’evento Masters 35+, Leogrande non ha chiesto un’audizione per contestare le accuse contro di lui e ha accettato una sospensione provvisoria il 25 maggio 2017.
Leogrande è stato squalificato da tutti i risultati concorrenziali ottenuti a partire dal 30 aprile 2017, inclusa la perdita di qualsiasi medaglia, punti e premi.