Cadel Evans e la crisi al Giro d’Italia 2002

Cadel Evans, la crisi della maglia rosa

Cadel Evans e la crisi nella tappa di Folgaria con cui perde la leadership al Giro d’Italia 2002 in favore di Paolo Savoldelli, la storia

Cadel Evans (fonte wikipedia)

Cadel Evans (fonte wikipedia)

Cadel Evans è stato uno dei protagonisti del Giro d’Italia 2002, partito da Groninga in un tributo all’Unione Europea attraversando i paesi fondatori. Un anno duro, uno dei tanti per la corsa rosa a causa degli accadimenti legati al doping.

Il Giro 2002 è funestato fin dalla   partenza dallo spettro del doping; sono subito quattro le squalifiche: Zakirov della Panaria e Sgambelluri della Mercatone Uno risultano positivi al NESP (EPO di seconda generazione), Chesini sempre della Panaria finisce addirittura ai domiciliari per aver fornito prodotti vietati ai colleghi e Romano della Landbouwkrediet-Colnago si costituisce quattro giorni dopo il mandato di cattura.

La sera della quinta frazione esplode il caso della positività al Probenecid (un diuretico) di Stefano Garzelli, già vincitore di due tappe e che indossa la maglia rosa.  varesino continua la gara, ma il 21 maggio è costretto all’abbandonare dopo la positività anche alle controanalisi.

La maglia nel frattempo passa sulle spalle del “passistone”! tedesco Jens Heppner un elemento tutt’altro che in grado di eccitare il grande pubblico.

Passano solo tre giorni dall’addio di Garzelli e anche Gilberto Simoni, che ha da poco vinto la frazione con arrivo a Campitello Matese, viene mandato a casa dalla sua squadra a seguito della positività, riscontrata un mese prima, alla cocaina. Il corridore trentino si difende tirando in ballo alcune caramelle regalate da una zia di ritorno dalla Colombia (la giustizia sportiva confermerà poi questa tesi).

La maglia resta sulle spalle di Heppner sino alla sedicesima tappa che porta il gruppo a Corvara di Badia dopo le terribili salite del Forcella Staulanza, Fedaia, Pordoi e Campolongo. Julio Alberto Peréz Cuapio decide di fare un numero partendo da lontano, favorito dal totale disinteresse dei big superstiti del gruppo.
Come da previsioni lungo le interminabili salite dolomitiche, Heppner naufraga inesorabilmente (chiude a oltre sette minuti dal vincitore).

Alle spalle del messicano sono lo statunitense Tayler Hamilton, lo spagnolo Aitor Gonzalez e gli italiani Dario Frigo e Paolo Savoldelli a comandare le operazioni. Accanto a questi c’è anche un giovane “canguro” che veste la divisa della Mapei: Cadel Evans e che a fine serata sale sul podio vestito di rosa con 16 secondi di margine su Frigo e 18 su Hamilton.

Partito come uomo di peso accanto a Garzelli, il corridore originario del nord dell’Australia ha preso lungo la strada i galloni da capitano e si appresta ad essere la sorpresa del Giro.

Il giorno seguente il plotone deve percorrere i 222 km che separano Corvara in Badia da Folgaria: la Mapei scorta sapientemente Cadel Evans, lui pedala agilmente mentre davanti un Tonkov sulla via del tramonto cerca un colpo di coda assieme al vincitore del giorno precedente, Peréz Cuapio.

Cadel Evans:la crisi della maglia rosa

I primi a crollare tra i big sono Frigo e Gonzalez e la Mapei prova ad approfittarne per consolidare il ruolo di leader del proprio capitano. L’inossidabile Andrea Noè si mette in testa a menare come un mulo. Il ritmo è alto ma l’americano, ex compagno di Lance Armstrong, Tyler Hamilton prova ad allungare seguito dal solo Paolino Savoldelli.

Tutti si aspettano una pronta reazione di Evans ma Cadel non risponde, anzi, si lascia sfilare totalmente inerte ed inespressivo. Il viso dell’australiano muta immediatamente assumendo la maschera peggiore: quello della crisi nera.

La bicicletta di Evans diviene in un batter di ciglia di piombo, le sue gambe di pietra il suo viso quello del calvario. Meno di 24 ore e la vicenda dell’Australiano in rosa passa da favola ad incubo quando mancano ancora 10 km all’arrivo.

La maglia rosa diventa un tutt’uno col manubrio della sua bicicletta mentre gli altri volano lontani. Perde metri su metri sino a scomparire. Davanti lo scaltro Paolo “il falco” Savoldelli non si lascia sfuggire l’occasione per mettere fieno in cascina.

Il primo a tagliare il traguardo è Pavel Tonkov, un paio di minuti più tardi arriva Savoldelli che va ad indossare la maglia rosa per portarla sino a Milano. 17 minuti e 11 secondi dopo il passaggio del vincitore ecco giungere, sfinito, al traguardo il 25enne Cadel Evans scortato dai fidi Cioni e Noè.

Il Giro d’Italia 2002 per Evans naufraga Folgaria, a Milano sarà Paolo Savoldelli a trionfare davanti a Tyler Hamilton e Pietro Caucchioli

 

Mondiali di Varese 2008, Ballan Campione del Mondo

Mondiali di Varese 2008 e il trionfo di Alessandro Ballan

Mondiali di Varese 2008 il trionfo azzurro di Alessandro Ballan che succede al mitico Paolo Bettini, medaglia d’argento per Damiano Cunego che completa la festa 

Mondiali di Varese 2008: Alessandro Ballan

Mondiali di Varese 2008: Alessandro Ballan

Mondiali di Varese 2008, l’arrivo a braccia alzate di Alessandro Ballan a Varese succede ai due trionfi consecutivi di Paolo Bettini, a Salisburgo (nel 2006) e a Stoccarda (nel 2007).22 anni dopo il successo di Moreno Argentin, un veneto torna sul gradino più alto ad Mondiale.

E’ una bella giornata a Varese, il sole splende e l’aria è “frizzantina” e la nostra nazionale è quella con più pressione addosso, non solo corre in casa ma arriva da due trionfi consecutivi e gli occhi di tutti sono puntati su Paolo Bettini alla ricerca di uno storico tris mondiale.

La sveglia della nostra truppa non è stato dei più morbidi: alle 6.35  gli ispettori dell’Uci sono andati nell’albergo di Solbiate Olona  dove è ospitata la Nazionale per effettuare i controlli antidoping, sono stati testati Cunego, Rebellin, Bosisio, Paolini e Bettini.  Nessun problema naturalmente, solo un po’ di movimento imprevisto.

Due le principali difficoltà del circuito cittadino di 17,35 km da percorrere 15 volte per una distanza totale di 260,25 km: l’ascesa di via Montello, 1150 m con pendenza media del 6,5% e la salita dei Ronchi, 3130 m con una pendenza media del 4,5%.

Sul tracciato sono assiepati già molti appassionati quando dal “Mapei Cycling Stadium” di Viale Ippodromo il gruppo prende il via.

Un terzetto di carneadi, come d’abitudine, va in fuga: Il lussemburghese Poos, l’ucraino Chuzhda, il venezuelano Ochoa Quintero che arrivano ad ottenere un vantaggio di 17 minuti.

La reazione del gruppo è affidata agli italiani guidati da Marzio Bruseghin e Gabriele Bosisio, alle spalle dei gregari tricolori, c’è naturalmente Paolo Bettini per controllare la situazione ed evitare inutili sorprese subito dietro la “corazzata spagnola” e i belgi che stanno a guardare.  Il vantaggio dei fuggitivi di giornata cala inevitabilmente sotto l’impulso dei nostri atleti.

Mondiali di Varese 2008: la gara entra nel vivo

Mondiali di Varese 2008: il Logo

Mondiali di Varese 2008: il Logo

Attorno all’undicesimo giro parte il forcing di Bruseghin e Paolini, il gruppo inizia a sgranarsi e al dodicesimo passaggio sul Montello i tre davanti vengono ripresi. Ecco che arriva la Frustata del nostro Damiano Cunego, che costringe i belgi e gli spagnoli a impegnarsi in prima persona con lui Bettini, Knees, Moinard e Rodriguez

A metà del dodicesimo giro ci prova Alessandro Ballan, assieme a lui Damiano Cunego e Paolo Bettini per i nostri colori, per la Spagna ci sono Don Alejandro Valverde assieme a Manuel Garate e Purito Rodriguez oltre che dal belga De Weert, dal russo Kolobnev e dal croato Miholjevic e Fabian Wegmann. Il gruppetto ha una vantaggio di circa centocinquanta metri sul gruppone guidato dai Belgi.

Lungo la discesa del Montello, ecco che si muove uno dei protagonisti attesi della vigilia: Oscar Freire allunga fino a riportare il gruppo sugli attaccanti. Si forma quindi un gruppo di circa quaranta elementi. Al Tredicesimo passaggio sui Ronchi forza ancora il ritmo un instancabile Marzio Bruseghin che fa staccare Andy Schleck.

Mondiali di Varese 2008: il finale

All’ultimo passaggio al Cycling Stadium si capisce che tutto sarà deciso dall’ultimo passaggio sui Ronchi e noi ci arriviamo con tre elementi pronti a battagliare: Cunego, Rebellin e Ballan mentre dietro Freire, Valverde e Bettini si marcano a vicenda

Se si dovesse arrivare in volata le fiche sono puntate su Cunego ma l’obiettivo è “far casino” per usare un’espressione alla Bettini.

Ed ecco che quando la si aprire la battaglia su Rochi è Davide Rebellin, reduce dall’argento alle Olimpiadi di Pechino, che seleziona il gruppo e si fa da parte.

Ai meno 4 km dal traguardo in testa rimangono in 6 e i nostri ci sono ma tutti si aspettano una volata a ranghi ridotti. Il gruppetto sembra controllarsi ma il surplus di uomini in azzurro deve pagare dividendi: con tre uomini davanti non si può far rientrare Freire e soci.

I chilometri passano e l’arrivo è sempre più vicino quando ai meno 2 chilometri, proprio al passaggio di Piazza Monte Grappa, Alessandro Ballan fa una magia: molla una rasoiata terribile, da finisseur purissimo. Alla Tv Auro Bulbarelli impazzisce letteralmente. Sul circuito si levano le urla della gente: Alessandro sembra imbattibile e sui maxi schermi disseminati in città le immagini sono il preludio al trionfo.

Ballan resiste ed entra nel Mapei Cycling Stadium già in delirio e pronto ad alzare in alto al cielo l’urlo di trionfo. E’ l’ennesimo capolavoro di un’Italia letteralmente fantastica che ha condotto la corsa dall’inizio alla fine come meglio non si sarebbe potuto fare.

La Nazionale di Franco Ballerini è l’unica che ha attacco mentre i favoriti del Belgio e Spagna sono rimasti a guardare. Ballan, corridore 29enne di Castelfranco Veneto, taglia il traguardo a braccia levate conquistando il secondo successo nel suo 2008 (dopo una vittoria alla Vuelta Espana).

La giornata campale dell’Italia è completata dal secondo posto di un fantastico Damiano Cunego (che sul podio finale sembra incupito per l’opportunità personale persa) e dal quarto di un sempre verde Rebellin.Terzo chiude il danese Matti Breschel.

E Paolo Bettini? Il due volte campione del mondo chiude con quattro minuti di ritardo da Ballan, taglia il traguardo assieme a Freire e Valverde. Paolo sa di aver corso come doveva, di averci provato e quando capisce che la fuga buona è quella davanti si alza e da spazio ai compagni. Quando viene a sapere della vittoria di Ballan mentre attraversa Piazza Monte Grappa alza le braccia ed esulta assieme alla folla prima di tagliare il traguardo per l’ultima volta col volto segnato dalle lacrime.

Il sole tramonta su Varese e sul Cycling Stadium la gente festante torna a casa felice per il terzo mondiale consecutivo conquistato dai nostri atleti.

 

Mondiali di Varese 2008: le parole dei campioni

“Ancora non ci credo, è una cosa incredibile. Devo ancora rendermi conto di quel che ho fatto. La gente mi ha spinto a urla negli ultimi due chilometri. È qualcosa di speciale. Vincere qui, a Varese, con questo pubblico e questa squadra è fantastico. Devo ancora rendermi conto di quel che ho fatto. Eravamo partiti tutti uniti per Paolo Bettini ma  era controllato dalla Spagna e ci ha dato il via libera. Negli ultimi due giri è uscita la stanchezza,  ho avuto un inizio di crampi ma la gente mi ha spinto fino all’arrivo. È vero, ho conquistato poche vittorie, però sono stato protagonista al Fiandre e alla Roubaix, terzo a una frazione al Tour e ho vinto alla Vuelta. Sapevo di stare bene, eravamo in tre davanti e, uno scatto dopo l’altro, è andata bene al sottoscritto. Ancora stento a crederci”

Alessandro Ballan (Campione del Mondo 2008)

 

“Paolo ha fatto una grande carriera, ma oggi era troppo marcato e il nostro ruolo era quello di entrare nelle fughe senza un riferimento preciso. Alessandro ha sfruttato l’occasione giusta, sarebbe stato il colmo perdere questo Mondiale con davanti tre uomini. Questo argento per me vale molto e ho davanti ancora tanti.

Ogni anno la mia convocazione è oggetto di critiche ma le scelte di Franco sono state ripagate dai risultati e anche oggi abbiamo dimostrato che noi italiani sappiamo correre meglio di tutti”.

Damiano Cunego (medaglia d’argento ai Mondiali 2008)

 “Abbiamo dimostrato cosa sia la Nazionale italiana. A Pechino c’era sfuggita la vittoria, ma avevamo corso bene. Oggi abbiamo fatto un capolavoro. Ora posso smettere sereno perché ho capito di far parte di una squadra vera, di una Nazionale di grandi campioni che tante volte si sono messi al mio servizio e oggi lo hanno dimostrato. Lascio il testimone a un corridore che nella carriera non ha vinto tanto, ma ha sempre scelto le giornate giuste per salire sul gradino più alto”

Paolo Bettini (due volte campione del Mondo)

 

Albert Zweifel, il mito del ciclocross

 

Albert Zweifel, il mito del ciclocross

Albert Zweifel è riconosciuto come uno dei principali campioni a livello mondiale di  ciclocross con cinque titoli mondiali e oltre 300 vittorie in carriera

Albert Zweifel

Albert Zweifel

Albert Zweifel nasce a Rüti in Svizzera, il 7 giugno 1949, ed è unanimemente considerato come uno dei miglior ciclocrossista della storia. Professionista dal 1973 al 1989 è stato letteralmente un fenomeno del pedala ma, in realtà, in molti lo avevano invitato a lasciar perdere col ciclismo ma grazie al suo amore per il pedale è riuscito ad andare oltre le “etichette” iniziali.

Hans Heusser, presidente del club dove è cresciuto Albert non nasconde di aver egli stesso suggerito  a Zweifel di cambiare sport ma Albert, nonostante un inizio carriera da dimenticare non ha mollato arrivando sul tetto del mondo,

Albert Zweifel lavora come meccanico in una carrozzeria ma nel tempo libero dedica anima e cuore al ciclismo fuoristrada che in quegli anni si coniuga con il ciclocross. A poco meno di diciotto anni prende parte ai mondiali di Zurigo 1967 fra i dilettanti. Quel giorno il giovane Albert non completa la gara ma getta le basi per il suo lento ma inesorabile cammini verso i vertici del ciclocross mondiale.

La costanza nell’allenamento lo porta a continui seppur lenti progressi; spirito di abnegazione e volontà indomita accompagnano Albert Zweifel fino a diventare un punto fermo della categoria dilettanti dove al Mondiale di Londra 1973 ottiene un galvanizzante quinto posto.

Forte di quell’ottimo risultato che lo consacra come il terzo miglior atleta di Svizzera a livello open, passa tra i pro con la formazione francese Sonolor iniziando a competere su strada e ottenendo la convocazione per i Mondiali di Barcellona nella prova in linea.

Persona attenta e intelligente, Albert dimostra una meticolosa attenzione ai dettagli: assume un massaggiatore personale, cura personalmente la manutenzione della propria bicicletta e si dedica allo studio dell’alimentazione per migliorare le proprie performance in sella. Lo svizzero cerca di non lasciare nulla al caso, sa che il talento a sua disposizione non basta per arrivare al top e quindi lavora sodo con allenamenti specifici: rulli, corse dietro moto, sollevamento pesi e corse sulla neve, tutte cose avveniristiche per il ciclismo degli anni ’70 che gli consentono di ottenere quelli che in tempi moderni chiameremo “marginal gains”.

Albert è un atleta a 360 gradi, attento e meticoloso riuscirà a ottenere una longevità pressoché unica ottenendo successi e soddisfazioni non solo nell’amato ciclocross ma anche nel ciclismo su strada dove chiude per ben 4 volte nella top ten del Giro di Svizzera.

La sua passione per il ciclocross nel 1974 lo vede secondo al campionato nazionale Svizzero e decimo nella prova iridata nei paesi baschi vinta da Albert Van Damme. Nel 1975 arriva la consacrazione del suo valore ottenend ben 8 vittorie in stagione e il secondo posto assoluto ai Mondiali di Melchnau vinti da quel fenomeno di Roger De Vlaeminck che in quegli anni gareggiava a sua volta nel “fango”.

Nel 1976 arriva finalmente la conquista della maglia iridata si Mondiali di Chazay-d’Azergues, in Francia mettendosi alle spalle il forte connazionale Peter Frischknecht. Quella vittoria è l’apripista per un fantastico poker di vittorie mondiali consecutive: Hannover nel 1977 davanti a Frischknecht, Paesi Baschi nel 1978 sempre davanti a Frischknecht e Saccolongo, 1979

Nell’edizione padovana dei mondiali di ciclocross, Zweifel entra nella storia con un’impresa che ricorda a tutti quella del mitico Renato Longo a Zurigo nel 1967: 4 minuti al secondo, 8 al terzo e gli altri con margini superiori ai dieci minuti sino a chi prende giri di distacco!

La vittoria Saccolongo interrompe la serie di successi iridati dello svizzero sulla cui strada si inserisce il fenomenale belga Roland Liboton, un fenomeno precursore del ciclocross attuale.

Liboton vince i quattro Mondiali successivi precedendo lo svizzero nel 1982, nell’83 e nel 1984: i due si equivalgono la il belga è più veloce tanto da batterlo in due occasioni in volata.

Nel 1986 la rassegna iridata si svolge a Lambeek, nel Brabante Fiammingo la terra di Roland, sotto una pioggia incessante che trascina i corridori in una prova di resistenza nel fango. Roland in quel fango ci affonda mentre nella durezza estrema della rassegna iridata esce il trentaseienne Albert Zweifel che nelle difficoltà sa esaltarsi. Albert da a tutti la biada e vince davanti ad un giovanissimo elvetico, Pascal Richard di quindici anni più giovane. Per Albert Zweifel è il ritorno all’iride per la quinta volta in carriera e ben sette anni dall’ultima affermazione personale e a dieci dalla prima.

Dopo aver vinto cinque titoli mondiali e oltre 300 corse in carriera nel 1988, dopo il quarto posto mondiale, Zweifel decide di dire addio al ciclismo.

Xavier Tondo Volpini e la sua tragica morte

Xavier Tondo Volpini muore per un incidente domestico

Xavier Tondo Volpini, una carriera in ascesa interrotta da un tragico incidente domestico proprio nel momento più alto della carriera

Xavier Tondo

Xavier Tondo

Xavier Tondo Volpini nasce a Valls in Catalunya, il 5 novembre 1978 dopo la consueta trafila nelle categorie giovanili passa tra i professionisti nel 2003 nelle fila della Paternina-Costa de Almería, squadra fondata a seguito della scissione della squadra italiana Amica Chips-Costa de Almería.

Dopo la prima stagione tra “i grandi”, Xavier passa alla formazione portoghese Barbot-Gaia per poi approdare, l’anno seguente alla 2005 conquistò Catalunya-Angel Mir con cui conquista il suo primo successo alla Volta ao Alentejo ed un interessantissimo quinto posto nella prestigiosa Subida al Naranco.

Il 2006 vede il passaggio alla formazione Continental Relax-GAM con cui ottiene un brillante quinto posto alla Vuelta al País Vasco. Xavier Tondo nel settembre 2006 dovrebbe essere al via della Vuelta Espana ma nel mese di luglio, durante un allenamento nei Pirenei, ha un incidente con un camoscio in cui si procura una brutta frattura alla caviglia dovendo rinunciare alla corsa iberica e mettendo fine alla sua stagione agonistica.

Il 2007 vede lo spagnolo firmare per due stagioni con la formazione Continental portoghese LA-MSS conquistando la vittoria al Troféu Joaquim Agostinho e al Giro del Portogallo. L’anno seguente, a dimostrazione delle sue importanti doti di scalatore conquista la  nella Subida al Naranco e ottiene il secondo posto nella classifica generale della Vuelta Asturias.

Il nome di Xavier Tondo Volpini è ormai sulla bocca di molti e nel 2009 arriva la chiamata della formazione iberica Andalucía-Cajasur: è la svolta della carriera per il talento spagnolo. Ad inizio anno arriva il successo in una frazione della corsa argentina Tour de San Luis ed il secondo posto nella classifica finale della Vuelta a Andalucia dove conquista anche il cronoprologo. Nelle corse spagnole Tondo è una garanzia, ottiene un bel sesto posto alla Vuelta a Castilla y León, l’ottavo posto al Giro di Catalunya e il quarto alla Vuelta Murcia.

Nell’estate del 2009, Xavier si mette in mostra anche ai campionati nazionali su strada dove chiuse sesto per poi ottenere il terzo nella Vuelta a la Comunidad de Madrid ed il secondo classifica finale della Vuelta Burgos. Questa serie di performance valgono alla LA-MSS la chiamata per la Vuelta Espana 2009 dove Tondo è però vittima della sfortuna ed un incidente lo costringe ad un precoce ritiro.

Il passaggio alla Cervélo

Dopo l’annata entusiasmante Tondo viene messo sotto contratto dal Team Professional Cervélo con cui conquista subito una frazione della Parigi-Nizza ottenendo la sua prima vittoria in una corsa ProTour. Al Giro di Catalunya Xavier chiude secondo in generale alle spalle del “Purito” Rodriguez e viene convocato per il Giro d’Italia 2010 dove ottiene il terzo posto nella frazione con arrivo al Terminillo e dove lavora per il capitano Carlo Sastre

Ormai divenuto un leader della formazione viene chiamato a correre la Vuelta a Espana 2010 chiudendo al sesto posto della classifica generale (sarà poi quinto per via della squalifica di Ezequiel Moschera).

Xavier Tondo passa alla Movistar

Il 2011 vede la fusione del Team Cervélo con la Garmin da cui sorge la Garmin- Cervélo, Tondo non viene confermato ma, a 31 anni, passa nella prestigiosa formazione iberica Movistar del Manager Eusebio Unzuè che, privata del capitano Alejandro Valverde per vicende legate al doping (Operacion Puerto), vede in Xavier uno dei corridori di punta per il Tour de France. Dopo aver inanellato una serie di ottime prestazioni (sesto al Giro di Catalunya e quinto al Giro dei Paesi Baschi) conquista la vittoria finale alla Vuelta Castilla y Leon (sua ultima affermazione in carriera). Per preparare al meglio la grande boucle rinuncia alle classiche delle Ardenne per concentrarsi su una serie di allenamenti specifici in  Sierra Nevada.

Xavier Tondo: la morte

Al training camp c’è anche Valverde che trova il compagno in forma strepitosa tanto da faticare a tenerne il ritmo. Il 23 maggio 2011 Xavier ha in programma un allenamento a Granada con Alejandro Valverde e Josè Rojas Gil e, assieme all’amico Benat Intxausti, si prepara per uscire.  La Movistar sta preparando il Giro del Delfinato quale antipasto per il Tour. Sono circa le 10 del mattina quando i due amici caricano le biciclette sull’auto di Tondo e si accingono ad uscire dal garage. Tondo inserisce la retro ma la porta del garage fatica ad aprirsi, scende dal veicolo per capire come mai non si sia azionato il meccanismo per aprire il portone.

Tondo prova ad aprire il portone manualmente ma nel frattempo l’auto si mette in marcia e lo schiaccia contro la porta del garage; è questione di secondi fatali, Intxausti prova a prendere i comandi dell’auto per interromperne il moto ma quando l’auto si riporta in avanti il corpo di Xavier cade pesantemente al suolo.

Intxausti prova a soccorrere l’amico ma tutto è inutile, l’amico Xavier spira tra le sue braccia lasciando la moglie Silvia proprio nel periodo di massimo fulgore della propria carriera ciclistica.

Eros Poli e la conquista del Mont Ventoux

Eros Poli a la sua vittoria al Tour 1994

 Eros Poli e la conquista del Mont Ventoux nella tappa del Tour de France 1994 al termine di una incredibile fuga solitaria di 161 km

Eros Poli

Eros Poli

Il Mont Ventoux, il Monte Calvo, autentico mito del ciclismo transalpino, spauracchio di tutti i ciclisti e luogo di culto per gli amanti del pedale è il luogo dell’assunzione alla gloria per Eros Poli.

Lì dove Kübler fu costretto al ritiro dal Tour, dove il povero Tommy Simpson trovò la morte, li dove un vittorioso Merckx dovette chiedere una mascherina d’ossigeno, l’italiano trovò un giorno di insperata gloria personale.

La cima bianca e brulla del monte francese è luogo di imprese mitiche e di crisi epiche, di giornate brucianti nel sole di luglio e di giornate ventose (non potrebbe essere altrimenti) e tremendamente fredde tanto da sfiancare anche i ciclisti più duri e “cazzuti”.

E’ il 18 luglio 1994, la sera prima l’Italia sportiva ha pianto in una notte infinita per il rigore sbagliato da Roberto Baggio nella finale della Coppa del Mondo contro il Brasile. Quel giorno si corre la tappa Montepellier-Carpentras, la maglia gialla sta saldamente sulle spalle del Re Miguelon Indurain e in fuga parte un veneto. Eros Poli un “cristone” di due metri, un “passistote” oro olimpico nella cronometro a squadre nel 1984 a Los Angeles che con le salite ha poco a che spartire e che si diletta a tirare le volate a Mario Cipollini.

Eros Poli tenta una scriteriata fuga dopo sessanta chilometri di corsa, in molti pensano sia un allungo fatto per guadagnare qualche minuto per poi far gruppetto una volta ripreso. Poli conosce meglio la “rete” dove cadono i velocisti che la gloria della testa del gruppo, almeno quando la strada sale.

Tutti si aspettavo Indurain o attendono una sfuriata di Virenque, gli occhi degli italiani sono per un emergente Marco Pantani e quando scatta il “passistone” nessuno è disposto a scommettere un euro, anzi una lira sulla buona riuscita dell’attacco. Mettere in mostra il marchio della squadra, ecco giusto quello può essere l’obiettivo di Eros. E invece tutti si sbagliano.

La tappa scorre ed Eros secondo su secondo scava un solco importante, addirittura enorme quando, ai piedi del monte calvo, il cronometro registra venti minuti di vantaggio sui diretti inseguitori. Un vantaggio enorme ma che può non bastare quando dietro scoppia la bagarre. Poli, l’abbiamo detto, è uno abituato a vedere la coda del gruppo quando la strada sale, è uno abituato a giocare sui secondi per non andare fuori tempo massimo. E proprio questa sua abilità nel centellinare i secondi lo porta a fare un calcolo per puntare all’impresa:

“Ai piedi del monte avevo calcolato di poter perdere un minuto e quindici a chilometro” racconterà all’arrivo. Proprio il cuore e la capacità di calcolo lo condurranno alla vittoria.

Eros Poli sale col suo passo mentre dietro, tra i big, c’è lo scatto di, neanche a dirlo, Marco Pantani. Al pirata resiste (per poco) Luc Leblanc. Eros non si scompone, sa che tutto sarà questione di secondi. Mentre il Mistral sferza il gruppo, il veneto ha già perso cinque minuti.

E’ una sfida impossibile la sua ma, lo sappiamo, è l’impossibile che piace agli amanti del ciclismo. “Forza Poli”, “Allez Polì”, dalle pietraie si alza l’urlo della folla. Gli “indiani”, come vengono chiamati in gergo i tifosi che stanno sul ciglio della strada nelle tappe di salite, vedono da lontano avvicinarsi quell’omone in sella alla sua bici che fatica come un dannato ma che non molla di un centimetro.

“Allez Polì, Allez Polì” urla la folla, Eros ondeggia come una nave nel mare in tempesta. Forza Eros pensiamo tutti noi italiani ma lo pensano tutti, una favola la sua che deve, deve realizzarsi.

Marco Pantani tira come sa fare lui, il margine scende la Eros conta i minuti e i secondi, sa che può farcela. “Non mollare, non mollare, non mollare”. Se guarda in giù dalla montagna, Eros può vedere gli avversari che lo stanno andando a prendere. “Non mollare, non mollare, non mollare”… macina centimetro dopo centimetro il passista veneto, tra pietre infuocate e gente che urla.

Il rischio di piantarsi è alto, le energie fisiche sono al lumicino ma le energie mentali lo portano, quasi sospinto dagli dei del ciclismo a tagliare per primo la vetta del Mont Ventoux. Il corridore di Isola di Scala scollina con cinque minuti di vantaggio su Marco e sei sul gruppo della maglia gialla che in discesa rientra sul pirata.

Se il nemico di Poli era prima la salita ora sono la discesa e il piano l’avversario da temere prima ancora del gruppo degli inseguitori. Eros a testa bassa stantuffa sui pedali, resiste stoicamente come un ciclista degli anni mitologico dello sport del pedale. Dopo 161 chilometri di fuga solitaria Poli taglia stremato il traguardo con circa tre minuti di margine dal gruppo dei migliori.

E’ un vero trionfo quello di Eros, è il trionfo dell’atleta e il riscatto per la categoria dei gregari che sempre meno spesso riescono a trovare giornate di gloria come quelle vissute dal “corazziere” veneto. Lo stesso Jean Marie Leblanc si complimenta con l’italiano che con la sua azione ha impreziosito l’intera edizione del Tour.

 

 

 

 

 

 

 

 

Vito Taccone il Camoscio d’Abruzzo

Vito Taccone campione e personaggio unico

Vito Taccone, il Camoscio d’Abruzzo, personaggio unico del ciclismo anni ’60 grazie anche alle partecipazioni al Processo alla Tappa 

Vito Taccone

Vito Taccone

Vito Taccone nasce ad Avezzano l l’8 maggio 1940 in una famiglia di umili origini. Rimasto orfano del padre sin dalla tenera età, Vito è costretto a trovare precocemente un lavoro per contribuire a far sbarcare il lunario alla famiglia. Il giovane taccone inizia facendo il pastore e poi trova lavoro come garzone nella bottega di un fornaio. Il suo compito sono le consegne a domicilio alle trattorie del luogo ma una mattina, dopo aver perso la corriera che lo accompagna al lavoro, decide di caricare sulla sua bicicletta quasi 80 chili di pane e di consegnarle pedalando

Pedala che ti pedala, Taccone viene notato da un vecchio ciclista abruzzese, Enrico Eboli che osservandolo scalare la salita del Salviano si accorge del talento di questo ragazzino e lo avvicina al mondo delle corse giovanili.

Dopo la consueta trafila nelle categorie giovanili e dopo essersi messo in luce con la vittoria al Targa Crocifisso del ‘60, nel 1961 fa il suo esordio tra i professionisti con i colori della Atala-Pirelli.

Le doti di scalatore, la grinta e la voglia di emergere lo rendono subito protagonista tra “i grandi”.In breve tempo Taccone diventa amatissimo dai tifosi, conquista al suo esordio al Giro d’Italia la tappa Bari-Potenza e la maglia verde di miglior scalatore. Sempre nel ’61 fa sue due frazioni e la classifica generale alla Tre Giorni del Sud ed ecco che nasce subito soprannome “Camoscio d’Abruzzo”: come sale Taccone in pochi lo sanno fare. Nel suo anno d’esordio trionfa, inaspettatamente, al Giro di Lombardia precedendo di tre secondi Imerio Massignan della Legnano.

Il 1962 vede Taccone trionfare al Giro del Piemonte davanti a Franco Cribiori e al Giro d’Italia vinto da  Franco Balmamion chiude in quarta posizione a 5’21” dal vincitore.

Vito Taccone diventa uno degli astri emergenti del ciclismo italiano e il 1963 è un anno veramente ricco di soddisfazioni che consacra il camoscio d’Abruzzo come fenomeno vero. Con la maglia della Lygie, Vito conquista ben quattro frazioni del Giro d’Italia: La Spezia-Asti, Asti-Oropa e Biella-Leukerbad tre giorni di fila (decima, undicesima e dodicesima tappa) e più tardi, alla 19esima frazione da Belluno a Moena arriva il quarto squillo. In generale chiude al sesto posto ma conquista nuovamente il titolo di miglior scalatore della corsa rosa.

Una regione poco avvezza al ciclismo e che timidamente cerca di alzare la testa negli anni del boom economico del nord Italia trova il suo eroe popolare in Vito Taccone amato e ben voluto da tutti i suoi corregionali ma anche in tutto lo stivale.

Persona sincera, schietta e genuina, Vito diventa un personaggio pubblico amatissimo tanto da essere praticamente ospite fisso del mitico Sergio Zavoli al Processo alla Tappa. Tra i due nasce una vera intesa, il mito vuole che Zavoli posizionasse il buon Vito al suo fianco rifilandogli un calcetto per dare il via alle pungenti “sparate” di Taccone che infiammavano gli ospiti e soprattutto il pubblico.

Nel ’64 Taccone, con la maglia della Salvarani, conquista il Giro di Campagna, una tappa al Tour de Romandie e una al Giro d’Italia dove però è costretto al ritiro. Lo stesso anno fa il suo esordio al Tour de France senza trovare però gloria tanto da essere costretto al ritiro. Alla Grande Boucle ’64 il carattere sanguigno dell’abruzzese lo porta a scendere di sella per prendere a pugni l’iberico spagnolo Fernando Manzaneque reo di avergli rubato del ghiaccio preso al rifornimento. Taccone era già stato al centro di tensioni durante la corsa francese venendo accusato di provocare cadute nelle volate per via dei suoi scatti scomposti e quell’episodio lo porta a decidere di non presentarsi più al Tour.

Taccone, carattere irascibile e un po’ fumantino, è però un corridore sincero e leale tanto da entrare nelle simpatie del cannibale Eddy Merckx che in una tappa del Giro con arrivo in Abruzzo trovandosi in maglia rosa decide di non rispondere al un attacco di Vito per consentirgli la vittoria. Taccone non riesce a vincere la tappa e Merkcx perde la maglia rosa.

“Probabilmente Merckx bestemmiò in fiammingo quando gli dissi di non aver vinto” ricorderà anni dopo l’abruzzese.

Nel 1965 conquista la Milano-Torino impreziosendo ulteriormente il suo palmares, nel 1966 conquista la prima tappa del Giro d’Italia vestendo la maglia rosa per un solo giorno.

Nel 1968 al Campionato del Mondo di Imola vinto da Vittorio Adorni, Taccone chiude al quinto posto assoluto dopo aver collaborato con la squadra azzurra.

Taccone lascia il ciclismo al termine della stagione 1970 andando a sfruttare la propria popolarità per lanciare alcune attività commerciali come la produzione dell’Amaro Taccone e candidandosi alle elezioni locali tra le fila del Partito Repubblicano.

Nel 2007, divenuto titolare di un’azienda di abbigliamento sportivo, è coinvolto in un’inchiesta della Guardia di Finanza per associazione a delinquere finalizzata al commercio di capi di abbigliamento con marchi contraffatti o provenienti da furti.

Vito Taccone muore a 67 anni, il 15 ottobre 200, per un infarto forse legato allo stress delle vicende giudiziarie che lo avevano visto protagonista. Se il carattere di Vito fosse stato più malleabile probabilmente avrebbe potuto vincere un Giro d’Italia ma, forse, Taccone resterà sempre amato dagli appassionati di ciclismo proprio per il suo modo d’essere sempre esuberante e burbero.

 

Alessio Peccolo scalatore veneto mai esploso

Alessio Peccolo una promessa non mantenuta

Alessio Peccolo talentuoso scalatore nelle categorie dilettanti negli anni ’70, passato pro non è riuscito a mantenere le aspettative

Alessio Peccolo

Alessio Peccolo

Alessio Peccolo nasce a San Vendemiano in provincia di Treviso in 24 ottobre 1947. Fisico tarchiato, basso e compatto come un gladiatore ha nel sangue il DNA dello scalatore che lo porta presto a diventare un punto di riferimento del ciclismo giovanile trevigiano. Altro solo 1,63 (per meno di 60kg) quando la strada sale Alessio si scatena ma anche nelle volate ristrette Peccolo riesce a dire la sua nelle categorie giovanili.
Con la storica maglia rossoblù dell’Unione Ciclistica Vittorio Veneto, Alessio riesce a far innamorare i conterranei del suo modo di correre grazie ad una innata predisposizione all’attacco che gli consentono azioni davvero spettacolari.
Nel 1969 conquista una splendida vittoria al Giro del Friuli che lo porta all’attenzione degli addetti ai lavori ma la volontà di cimentarsi con le Olimpiadi lo spinge a posticipare il passaggio tra i “pro” per dedicarsi alle prove dilettantistiche che alla lunga ne consumeranno importanti energie.

Nel 1972 bissa la vittoria nella corsa a tappe friulana ma il talento del trevigiano non suscita le attenzioni delle grandi squadre e solo l’anno seguente, ad Olimpiadi trascorse, farà in grande salto quando la carta di identità dirà 26 anni.

E’ la GBC ad offrire un contratto da professionista ad Alessio. L’organico avanti con l’età in cui spiccano Luciano Armani , Claudio Michelotto e Wladimiro Panizza oltre ad una batteria di pistard e velociti non valorizza le doti del minuto scalatore veneto.

Tra gli emergenti del team ci sono, appunto, Peccolo, Roberto Sorlini e Wilmo Francioni ma il passaggio di categorie non è dei migliori per Alessio. Dopo un promettente terzo posto al nel GP Kanton Argau-Gippingen alle spalle di Basos e Van Springel, al Giro 197 fatica ad ingranare chiudendo al 29esimo posto assoluto ma senza però aver mai messo in mostra le doti di “guastafeste” in salita che lo avevano distinto tra i dilettanti. Al successivo Giro di Svizzera le cose non vanno meglio nonostante rivali meno agguerriti.

A fine anno la GBC chiude i battenti e Peccolo riesce a trovare un contratto nella Filcas, una squadra di dilettanti che era passata fra i professionisti: la stagione è peggiore della precedente e al Giro d’Italia chiude 60esimo tanto che nel novembre di quell’anno decide di appendere definitivamente la bici al chiodo.

Padre di Nicola, anche lui discreto dilettante con doti simili a quelle del padre, Alessio Peccolo è prematuramente scomparso nell’aprile del 2014 per un malore occorsogli mentre stava assistendo al Giro del Belvedere, una gara di ciclismo dedicata agli anni Under 23.

Ali Neffati, il primo corridore africano al Tour de France

Ali Neffati dalla Tunisia al Tour

Ali Neffati ciclista tunisino è stato il primo ciclista proveniente dall’Africa a prendere parte al Tour de France, la sua storia

Ali Neffati (fonte wikipedia)

Ali Neffati (fonte wikipedia)

Ali Neffati nasce a Tunisi (Tunisia) il 22 gennaio 1895, inizia la carriera nel suo paese nel 1908 dove conquista diverse prove su pista. In quegli anni la povertà è molta ma la voglia di emergere di Ali è tanta e nel 1913 ottiene, primo corridore africano della storia, l’invito a partecipare al Tour de France.

Ali Neffati si distingue oltre che per le sue doti anche per il suo look eccentrico: in sella, invece del berretto, indossa un Fez o ṭarbūsh, il copricato cilidrico di colore rosso tipico della città marocchina di Fez.

Dopo essersi procurato una bicicletta adatta alla corsa solo due giorni prima del via, arriva in Francia tra la curiosità dei fans del ciclismo e stupisce tutti per il suo pittoresco copricapo con cui prende parte anche alla Grande Boucle. Nella tappa più dura dell’edizione 1913 del Tour, la Brest-La Rochelle di quattrocentosettanta chilometri, Ali, sotto un sole che spacca le pietre, viene avvicinato dal giornalista Henry Desgrange che gli chiede se non stia soffrendo per il caldo. “No, ho freddo” è la lapidaria risposta del ciclista tunisino. Ali non completa quel tour ma in qualche modo si fa conoscere.

Lo scoppio del primo conflitto mondiale lo costringe a scendere di sella per poi tornare, a guerra finita, a correre nel 1918. Nel ’19 prende parte al Circuit des Champs de Bataille, la corsa più dura della storia che tocca diverse città devastate dalla prima guerra mondiale.

Successivamente Ali Neffati si dedica al ciclismo su pista correndo nei maggiori velodromi mondiali sino al 1930 quando decide di ritirarsi dal ciclismo. Qualche anno dopo Henry Desgrange si ricorda di Ali e gli offre un lavoro come giornalista la periodico “L’Auto”. Anche con la penna Ali si dimostra brillante tanto da lavorare per “L’Equipe”.

Ali Neffati muore nell’aprile 1974 a Parigi, di lui resterà il ricordo di una persona umile, affidabile e coraggiosa.

 

 

 

 

 

Vagabundo, la leggendaria bicicletta messicana

Vagabundo biciclette messicane anni ‘60

Vagabundo, le biciclette messicane apparse sul mercato nel 1967 ispirate alle Harley Davidson e che ricordano le Raleigh Chopper

Vagabundo

Vagabundo

Vagabundo un fenomeno centroamericano nel mondo delle biciclette. In Messico l’idea di viaggio è strettamente legata al concetto di libertà e di felicità. L’idea di viaggio in un paese legato a filo doppio al concetto di viaggio (con cui Colombo ha “scoperto” le Americhe) è pressoché naturale.

Uno dei primi strumenti di viaggio per tutti è la bicicletta ed in Messico le generazioni degli anni ’60, ’70 e ’80 legano la bici a selle a “forma di banana”, ideali per pedalare su asfalto e su sterrato imitando i chopper americani: stiamo parlando delle Vagabundo.

Nate in una azienda di Windsor in Messico nel 1967, traggono spunto dalle Raleigh Chopper prodotte a Notthingam dall’omonima ditta, e sono la versione latinoamericana di una autentica icona pop per intere generazioni.

Se le biciclette prodotte dalla Raleigh e disegnate da Oakley ispirato dal film Easy Rider diventano icona in Europa e Stati Uniti, nel frattempo le Vagabond conquistano il Messico. Equipaggiate con il freno controbilanciato Bandix 76, due barre metalliche e simulano gli ammortizzatori e ruote Tornel con disegno a nido d’ape le Vagabond diventano il sogno proibito dei bimbi messicani.

Il nome Vagabundo è un chiaro invito rivolto ai bambini ad esplorare il mondo andando a cogliere un pezzo di ignoto e di inesplorato nei dintorni di casa in sella alla propria bicicletta.

Dopo il boom degli anni ’70 e della prima parte degli ’80 la produzione è entrata in crisi e la fabbrica di Windson ha cessato la produzione in quanto marchi come Rudge, Schwinn, Sting Ray e Cross stavano dominando la lotta per accaparrarsi il mercato delle biciclette da bambino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alessio Di Basco lo scavezzacollo del pedale

Alessio Di Basco talentuoso ciclista “naif”

Alessio Di Basco velocista talentuoso che in carriera ha colto meno di quanto non meritasse. La sua storia tra vittorie e goliardia

Alessio Di Basco

Alessio Di Basco

Alessio Di Basco nasce a Vecchiano in provincia di Pisa il 18 novembre del 1964 ma cresca a Migliarino, con genitori e nonni contadini tra campi di angurie e meloni. Non ama la scuola Alessio, preferisce correre tra i boschi e i rovi con gli amici.

A sette anni scopre lo sport, non il calcio, “troppo banale” racconterà, ma il ciclismo che ben si sposa con il suo desiderio di avventura.

Il piccolo Alessio lavora in una macelleria, fa piccoli lavoretti di pulizia raggranellando i soldi per la prima bicicletta “normale” che poi gli fu trasformata in bici da corsa da un meccanico amico di famiglia.

Entra a far parte dell’Associazione Ciclistica Pisa con cui prende parte alle prime corse. Carattere ribelle e libero, sin da piccolo, per sua stessa ammissione è un autentico “scavezzacollo” attitudine che lo seguirà anche negli anni passati in sella facendolo diventare un autentico personaggio amato dal pubblico.

Dopo la classica trafila nelle categorie giovanili, passa professionista nell’autunno del 1987 con i colori della Remac grazie alle sue spiccate doti di velocista.

Il 1988 è la prima stagione vera di Alessio che veste la divisa della Fanini e, dopo aver colto un interessantissimo terzo posto al Trofeo Laigueglia ed una piazza in una tappa del Giro del Trentino, si presenta al via del Giro d’Italia.

Nella nona tappa della corsa rosa, da Pienza a Marina di Massa, riesce a trionfare battendo due mostri sacri delle volate: Guidone Bontempi e lo svizzero Urs Freuler. Nelle successiva frazioni, con arrivo a Jesolo e Vittorio Veneto, Alessio Di Basco di mette ulteriormente in luce conquistando piazzamenti d’onore alle spalle di Rosola e Freuler consacrandosi come velocista di qualità.

Sull’onda delle belle prestazioni alla corsa rosa, Alessio Di Basco viene invitato al Circuito di Firenze dove conquista la vittoria finale coronando un 1988 da sogno per un debuttante.

L’anno seguente firma con l’americana Pepsi Cola-Alba Cucine di Mauro Battaglini passando una stagione senza alcun acuto per poi accasarsi alla Gis Gelati con cui nel 1990 ottiene la vittoria nella 5ª tappa della Settimana Ciclistica Bergamasca con arrivo a Treviglio.

Alessio Di Basco maglia nera al Giro 1990

Al Giro d’Italia 1990, stradominato da un inarrestabile Gianni Bugno che tiene la rosa dal primo all’ultimo giorno, Di Basco lavora per Paolo Rosola nelle volate e in salita per Maurizio Vandelli che punta alla maglia dei GPM. Finito il lavoro di gregario ecco che Di Basco battaglia con Stefano Allocchio per la “conquista” della maglia nera come Luigi Malabrocca e Sante Carollo.

Tra nascondigli dietro le ammiraglie e soste nei bar, tra camuffamenti con mantelline di colore diverso da quello della squadra e qualche battuta ecco che Alessio chiude ultimo “grazie” a una clamorosa cotta con cui imbarca 16 minuti e 40 secondi sull’avversario.

“Arrivai al traguardo morto, durante il tragitto dall’arrivo all’albergo mi addormentai in ammiraglia e salito in camera mi gettai sul letto così com’ero, scarpe comprese e mi svegliai la mattina successiva” racconterà in seguito.

Passato alla Amore & Vita nel 1992 conquista la prima tappa del Tour de Suisse a Dubendorf e nel 1994 la 15ª tappa della Vuelta a España da Santo Domingo de la Calzada a Santander.

Il 1995 è un anno particolarmente scintillante per Alessio che, smesso i panni del “guascone”, conquista la prima tappa della Volta a Portugal da Lisbona a Sintra e la decima tappa della corsa lusitana da Tarouca a Macedo de Cavaleiros che gli consentono di vincere la classifica a punti della gara. Nella stessa stagione arrivano la vittoria al GP di Monaco e quello di Goppingen in Germania, una tappa del West Virginia Classic negli Stati Uniti.
Dopo tre secondi posti rispettivamente nella Coppa Bernocchi e nella Coppa Sabatini e nella classifica finale della Coca Cola Trophy chiude la stagione con anche il terzo posto nel Giro d’Emilia

Una stagione trionfale quella di Alessio che riesce a mettere in mostra tutte le doti a volte offuscate del carattere decisamente “caliente”. Le successive tre stagioni sono vissute a bocca asciutta sino alla decisione di lasciare il ciclismo professionistico dedicandosi ad attività immobiliari ed aprendo una scuderia di cavalli da trotto, che gli offre non poche soddisfazioni ed allori.