Massimo Ghirotto gregario di ferro

Massimo Ghirotto quarto al mondiale di Agrigento

Massimo Ghirotto, molto più di un “semplice” gregario vincitore di tappe in tutti i grandi giri e quarto al mondiale di Agrigento

Massimo Ghirotto

Massimo Ghirotto

Massimo Ghirotto nasce a Boara Pisani il  25 giugno 1961, scopre la passione per il ciclismo osservando una fiammante bicicletta esposta in una vetrina di un vecchio meccanico di paese.

Massimo inizia a pedalare nel tempo libero, poi in sella ad una bici da donna vince una corsa ai mitici “Giochi della Gioventù”. L’alunno Ghirotto si dimostra particolarmente portato per lo sport del pedale tanto da iniziare a maturare un vero e proprio amore per il ciclismo.

Pedalata dopo pedalata,  affina la sua passione ed a sedici anni entra nella “Mantovani velo club” di Rovigo nella categoria allievi per poi passare tra gli juniores dal ’78 a ’79 e fare un suo debutto nel 1980 tra i dilettanti. Nella categoria brilla per le sue doti andando a conquistare la Astico-Brenta e il Giro delle Tre Provincie Toscane (1981) e il Gran Premio Città di Empoli ’82.

Massimo Ghirotto dimostra una grande propensione alla fatica e un instancabile senso del dovere che lo porta ad essere apprezzato da compagni e dirigenti che vedono nel suo rigore e nella sua dedizione una dote sempre più rara.

Le sue buone prove tra i dilettanti gli valgono, nel 1983, la chiamata dei professionisti da parte della Gis Gelati di Giorgio Vannucci, direttore sportivo di Francesco Moser, un vero e proprio mito per il giovane Massimo.

Già al primo anno tra “i grandi” ottiene un interessantissimo terzo posto al Giro di Toscana che ne dimostra le capacità e il potenziale.

Nel 1985 passa alla corazzata Carrera Jeans di Roberto Visentini e Guido Bontempi. In quell’anno fa il suo esordio al Giro d’Italia (chiuso 125esimo).

Nel 1986 è ancora ai nastri di partenza di Giro e si distingue chiudendo al 25esimo posto in generale ottiene poi la vittoria nella decima tappa del Tour de Suisse da Bodele a Zurigo. L’anno seguente fa il suo esordio al Tour de France e conquista tre vittorie personali: al Trofeo Matteotti, alla Coppa Placci e, assieme a Bruno Leali, al mitico Trofeo Baracchi. L’87 è l’anno dei dualismo Roche-Visentin in casa Carrera e anche Ghirotto si schiera con l’italiano (capitano designato); grazie alle sue doti di prezioso e instancabile gregario viene convocato dalla nazionale italiana per i mondiali di Villach 1987 (vinti dall’indemoniato Roche).

Il 1988 lo vede chiudere al 18esimo posto il Giro e vincere la quattordicesima tappa al Tour daB lagnac a Guzet-Neige. Sempre nello stesso anno si aggiudica il GP Industria e Artigianato ottenendo la convocazione per i Campionati del mondo di ciclismo su strada che si disputano a Ronse in Belgio.
L’anno seguente ottiene la sua prima vittoria alla Vuelta a España nella settima 7ª tappa da Ávila a Toledo. Nel 1990, sempre in maglia Carrera, vince il Giro del Veneto, il Giro dell’Umbria, il GP Sanson e la vittoria nell’ottava tappa del Tour da Besancon a Ginevra.
Nel 1991 vince la quarta tappa del Giro del Trentino da Molveno ad Arco e, al Giro d’Italia, conquista la Prato-Felino diventando uno degli atleti in grado di vincere una tappa in tutte e tre le grandi corse a tappe.

Il 1992 lo vede protagonista vittorioso ancora al Giro del Veneto, alla Tre Valli Varesine, alla Cronoscalata della Futa-Memorial Gastone Nencini e, soprattutto, alla Wincanton Classic, (nota anche come Leeds International Classic o Rochester International Classic) precedendo sul traguardo Laurent Jalabert e Bruno Cenghialta. Quell’anno fa parte della vittoriosa spedizione azzurra ai Mondiali di Benidorm (Spagna).

L’anno seguente abbandona la Carrera per approdare alla ZG Mobili con cui bissa il successo alla Tre Valli dell’anno precedente e conquista l’arrivo di Oropa al Giro d’Italia. Viene nuovamente convocato per i Mondiali (Oslo ’93).
Nel 1994 conquista nuovamente una vittoria al Giro (nella Lavagna-Bra) e ottiene il primo posto in classifica generale alla Vuelta a los Valle Mineros.

Massimo Ghirotto al Mondiale 1994



Massimo Ghirotto
viene nuovamente convocato in nazionale, questa volta per i Mondiali di Agrigento, e proprio in quell’occasione vive uno dei momenti di massimo fulgore.

L’Italia, orfana di Gianni Bugno positivo alla caffeina, si affida a Chiappucci, Bortolami e Fondriest ma Maurizio non è in giornata, Gianluca cade e solo El Diablo risponde presente.

A tre giri dalla fine Cassani gli chiede come sta, il Ghiro è in forma e risponde “molto bene”, a quel punto il CT Alfredo Martini gli dice di fare la sua corsa. Massimo ha esperienza da vendere nelle prove iridate, è alla quinta presenza, e sa cosa si deve e cosa non si deve fare in una simile corsa. I più in forma sono Sorensen, Armstrong Leblanc, Chiappucci e Virenque ma si controllano a vista.

Al penultimo giro, sulla rampa finale, Massimo prova uno scatto secco a cui resistono solo Leblanc e Sorensen (nettamenti più forti in una eventuale volata). Ghirotto non collabora e da dietro rinviene Chiappucci con Armstrong, Virenque e Konyshev. Nell’ultima salita parte Lebalc, Massimo urla al Diablo di seguirlo ma il Chiappa indugia e allora è il Ghiro a seguirlo.

Al primo scatto Ghirotto c’è, al secondo pure ma al terzo allungo del francese il serbatoio è vuoto e la luce si spegne quando mancano poco più di venti metri dal piano. Leblanc è un treno e non vedere più nessuno a ruota centuplica le sue energie. Alla fine Massimo deve “accontentarsi” di chiudere al quarto posto alle spalle di Chiappucci, Virenque e, appunto, il vincitore Leblanc: medaglia di cartone, quel giorno gli dei non gli sorridono.>

Il 1995 è il suo ultimo anno da professionista per dedicarsi alla direzione sportiva dapprima con la Roslotto e poi con la Bianchi.

In occasione del Giro 2010 si unisce alla squadra di  RadioRai seguendo il commento tecnico in sella alla moto, tappa per tappa, portando un contributo importantissimo nel racconto della corsa.

Nel 2011 collabora assieme al senatore della Lega Nord Michelino Davico e l’ex ciclista Matteo Cravero ad organizzare la corsa ciclistica denominata “Giro di Padania”.

 

Massimo Podenzana il gregario instancabile

Massimo Podenzana due volte campione d’Italia

Massimo Podenzana, gregario di lusso, due volte Campione d’Italia e fedele scudiero di Marco Pantani nella doppietta Giro-Tour del 1998

 

Massimo Podenzana

Massimo Podenzana

Massimo Podenzana nasce a La Spezia il 29 luglio 1961 fin da piccolo si avvicina al ciclismo e, dopo la trafila nelle categorie giovanili entra nei dilettanti. Tra il 1983 e il 1984 si mette in luce grazie alle vittorie al Trofeo Pigoni e Miele, al Circuito di Ceia, alla Coppa Martiri di Figline, al Giro del Veneto e al Gran Premio Industria del Cuoio e delle Pelli.

Massimo si dimostra corridore attento e atleta serio tanto da ottenere, nel 1985, la chiamata per i Campionati Mondiali di Giavena del Montello conquistando la medaglia di bronzo nella cronometro a squadre con i Claudio Vandelli, Poli e Bartalini.

L’anno seguente viene nuovamente convocato da Edoardo Gregori per la cronosquadre Mondiale a Colorado Springs. Quell’anno arriva uno strameritato argento assieme al solito Poli e ai due nuovi compagni Vanzella e Scirea.

Le sue performance gli valgono la chiamata tra i professionisti per il 1987 quando va a vestire i colori dell’Atala-Ofmega guidata dal d.s. milanese Franco Cribiori che lo fa subito esordire al Giro d’Italia di quell’anno.

Le sue doti di “passistone” e uomo di fatica non passano inosservate e, al Giro d’Italia 1988 grazie a una fuga conquista la tappa con arrivo a Rodi Garganico e riesce ad indossare la maglia rosa sino all’undicesima tappa Parma-Colle Don Bosco che resterà nella storia in quanto curiosamente neutralizzata ad un chilometro dal traguardo a causa di una manifestazione ambientalista che impedisce il passaggio degli atleti.

Dopo un 1989 privo di soddisfazione nel 1990 passa alla Italbonifica di Bruno Reverberi con cui prende parte al Giro (il team vince due tappe con Stefano Allocchio).

L’anno d’oro di Podenzana è il 1993 quando (con la maglia della Navigare) si impone al Gran Premio Città di Camaiore e al  Gran Premio Industria e Commercio di Prato che quell’anno è valido come prova che assegna il titolo di Campione Italiano. Il 1994 è l’anno della conferma del titolo di campione nazionale nella prova in linea grazie alla conquista del Trofeo Melinda, giunto alla terza edizione, che assegna, appunto, la maglia tricolore lungo il duro circuito di Cles, in Trentino. In una giornata afosissima Podenzana va in fuga dapprima con una manciata di colleghi poi stacca tutti, resta solo. Dall’ammiraglia Reverberi lo striglia, lo sprona, lo sostiene il un crescendo che lo porta a tagliare il traguardo in una vera e propria impresa.

Nel 1995 Massimo Podenzana si presenta ai nastri di partenza indossando i colori della Brescialat di Fabio Bordonali conquistando la vittoria al Giro d Toscana e prende parte per la prima volta al Tour de France chiudendo 26esimo in classifica generale.

L’anno seguente Massimo cambia nuovamente formazione approdando alla Carrera-Longoni Sport di Davide Boifava e Giuseppe Martinelli. E’ un anno positivo per Podenzana che al Tour de France lavora per il capitano Peter Luttenberger ma riesce a vincere la quindicesima tappa da
Brive a  Villeneuve-sur-Lot in Aquitania grazie alle sue doti di finisseur che gli consentono di bruciare sul tempo il gruppo quando mancano poco meno di quattro chilometri all’arrivo. Proprio nell’esperienza alla Carrera ottiene la fiducia di Marco Pantani che sta recuperando dalle vicissitudini fisiche.

Nel 1997, infatti, viene ingaggiato dalla MercatoneUno neonata formazione voluta da Romano Cenni e dal DS Luciano Pezzi e creata intorno al Pirata. Le doti di persona di fiducia, seria e collaborativa sono il valore aggiunto che lo fanno ammirare dall’intero gruppo (una sorta di “Nazionale romagnola”) ed in particolare da Marco. Al Giro la sfortuna si accanisce sul Pirata che cade lungo la discesa del valico di Chiunzi abbandonando la corsa al termine della tappa.  Il 2 giugno si classifica secondo nella tappa del Passo del Tonale superato da José Jaime González al termine di una lunga fuga

Al Tour de France 1997 chiude 24º dando, assieme a Roberto Conti, una importante mano per la conquista del terzo posto finale di Pantani.

L’anno successivo vince il Gran Premio Industria e Artigianato di Larciano ed è, a 37 anni suonati, uno dei fari della Mercatone che conquista con Pantani la storica doppietta Giro-Tour (al Giro choiude 11esimo in generale).

Negli anni seguenti continua il suo compito di fedele gregario con la Mercatone seguendone le traversie legate alle vicende del Pirata per poi entrare direttamente nello staff tecnico del team.

Nel 2003 e 2004 passa Nippo e poi, dal 2005 al 2010, alla neonata Ceramica Flaminia per poi approdare al Team Novo Nordisk squadra voluta da Vassili Davidenko (ex compagno del Pode ai tempi della Navigare) con base ad Altanta, caratterizzata dalla valenza sociale di impegnare solamente atleti con problemi legati al diabete.

 

Luc Leblanc il campione del mondo di Agrigento

Luc Leblanc il ciclista con una storia da raccontare

Luc Leblanc corridore francese campione ai Mondiali di Agrigento 1994 coinvolto nelle vicende di doping dell’Affaire Festina

Luc Leblanc

Luc Leblanc

Luc Leblanc nasce a Limoges il 4 agosto 1966 e a soli 11 anni vede la sua vita segnata da un terribile dramma che consegnerà al ragazzo sempre un velo di tristezza negli occhi. E’ il 1978 Luc e il fratello Gilles di otto anni vengono travolti sa un guidatore ubriaco. Gilles muore per le conseguenze dell’impatto mentre Luc viene ricoverato in ospedale con fratture multiple alla gamba sinistra, vi resta per sei mesi, subisce numerosi interventi ma alla fine riesce a riprendere a camminare. La sua gamba sinistra sarà per sempre più corta di tre centimetri e più debole della destra.

Dopo il terribile incidente Luc, che nel frattempo ama il calcio al punto di rivestire le pareti della sua stanza con foto di giocatori AS Saint-Etienne, matura la convinzione di diventare prete ma, su suggerimento di un fisioterapista, inizia a praticare il ciclismo per cercare di sistemare i problemi alle gambe. La passione per il ciclismo aumenta e risultati, nelle categorie dilettantistiche non tardano e nel 1986 conquista una tappa al Circuit de la Sarthe e la classifica finale del Tour du Perigord.

Raymond Poulidor caldeggia il suo passaggio ai professionisti e nel 1987 riceve la proposta del Team Toshiba di Bernard Tapie per passare tra i “pro”.

Nel suo primo anno tra “i grandi” è vice-campione francese in linea, conquista la vittoria al Grand Prix di Plouay oltre a una tappa al Tour d’Armorique e al Tour du Lyonnais et des monts du Pilat.

L’anno seguente vive una stagione transitoria con la Histor-Sigma per poi accasarsi nel 1990 al Team Castorama di Cyrille Guimard con cui conquista il Tour du Haut-Var , il Grand Prix di Vallonia e una tappa del du Dauphiné Libéré .

Nel 1991 viene selezionato dalla Castorama per il Tour de France e il 18 luglio, nella dodicesima tappa da Pa a Jaca, grazie ad una fuga da lontano assieme a Charly Mottet e Pascal Richard, riesce a strappare la maglia gialla al campione in carica Greg LeMond.

Il giorno seguente, nel tappone pirenaico con Portalet, Aubisque, Tourmalet, Aspin Luc deve lavorare per il capitano Laurent Fignon. A vincere la tappa è Claudio Chiappucci mentre la maglia passa sulle spalle di Miguel Indurain che la porta sino a Parigi. Luc si “consola” chiudendo la corsa francese al quinto posto nella classifica finale, davanti al capitano Fignon.

Nel 1992 Luc Leblanc conquista la sua prima corsa a tappe vincendo il Grand Prix du Midi Libre e ottiene uno splendido secondo posto al Giro del Delfinato. In quell’anno ottiene in titolo di campione nazionale francese in linea non senza polemiche per aver attaccato il compagno di squadra Gérard Rué.

“In una corsa come questa è impossibile fare gara di squadra, era il mio sesto tentativo di diventare campione francese e oggi ero davvero in forma” spiega dopo il traguardo.

In quegli anni i valori e le gerarchie cominciano a scoprire l’importanza dell’uso dell’EPO per alterare le prestazioni e il 1993 vede Luc non trovare nessun acuto personale, complici anche i fastidi alla gamba, in una stagione dominata dai “solito” Indurain, Rominger, Chiappucci e Bugno.

Nel 1994, Luce Leblanc si unisce alla Festina di Richard Virenque,  Laurent Dufaux e Laurent Brochard. La stagione è ricca di successi a partire dalla Vuelta Espana dove vince la classifica della montagna e chiude al sesto posto in classifica generale.

Al Tour trionfa tra la nebbia che avvolge la salita di Lourdes Hautacam anticipando allo sprint nientemeno che il padrone del Tour de France, Miguel Indurain e Marco Pantani. A Parigi sarà ai piedi del podio alle spalle del “solito” Miguel Indurain di Pëtr Ugrumov della Gewiss e di Marco Pantani.

Luc Leblanc, il Mondiale di Agrigento 1994

Il 28 agosto 1994, sotto il sole micidiale della Sicilia è di scena il mondiale di ciclismo nella città della Valle dei Templi. Se il clima è rovente il percorso non è fa meno, i favoriti sono diversi, da Riis a Ugrumov, da Sorensen a Musseuw sino a El Diablo Chiappucci, Richard Virenque e il campione uscente Lance Armstrong.

Leblanc che sta vivendo una stagione eccezionale è uno dei favoriti alla vittoria finale ma mantiene il profilo basso. E’ l’Italia che, correndo in casa, ha il compito di tenere alto il livello della corsa anche se l’assenza di Bugno e i rapporti tesi tra i corridori non aiutano.

Il primo a fuggire è il colombiano Montano che ha chiaramente vita breve. Un attacco condotto di Virenque, Breukink, Cassani, e Sorensen a cui si unisce l’elvetico Puttini fa esplodere le polveri. La corsa è nervosa e vede ribaltamenti di fronte e nell’ultima tornata davanti restano in sette: Sorensen, Konyshev, il campione in carica Armstrong, Virenque e Leblanc per la Francia e i nostri Ghirotto e Chiappucci.

All’imbocco della temibile salita che dalla Valle dei Templi porta ad Agrigento “El Diablo” ha qualche problema al cambio e lascia a Ghirotto il peso di gestire la fuga. Ci prova Sorensen ma Ghirotto è lesto a andare a riprenderlo seguito come un’ombra da Luc Leblanc che sino a quel punto era rimasto coperto.

Ghirotto prova a smorzare l’esuberanza del francese che però scalpita e ai meno 900 metri allunga. Ghirotto prova a resistere ma il serbatoio è vuoto, Leblanc sente l’odore del sangue e come uno squalo vola a cogliere la vittoria che vale una carriera e che lo colora dell’iride.

Dopo un anno da incorniciare le offerte per il neo campione del mondo fioccano e Luc entra nella formazione Le Groupement ma, una settimana prima del via del Tour, la formazione entra in crisi finanziaria, la sua stagione finisce quindi a luglio e si sottopone ad un intervento al nervo sciatico.

Nel 1996 entra a far parte del team italiano Polti di Gianluigi Stanga e al Tour conquista la Chambéry- Les Arcs nell’edizione che vede il ribaltone che porta al crollo di Indurain e alla vittoria di Bjarne Riis, danese in forza alla Telekom davanti al giovane collega tedesco Jan Ullrich. Luc arriverà a Parigi in sesta posizione della generale nonostante i consueti problemi alla gamba.

Il 1997 vede Leblanc conquistare il Giro del Trentino e ottenere un secondo posto alla Freccia Vallone e il quarto alla Liegi-Bastogne-Liegi mentre l’anno successivo deve accontentarsi del titolo di vice-campione di Francia dietro a Laurent Jalabert .

Nel 1999, a causa dei problemi fisici ricorrenti, Leblanc viene licenziato dal Team Polti la disputa si sposta in tribunale dove viene confermata l’assenza di giusta causa e il team viene chiamato a risarcire il corridore transalpino.

Nel 2000 all’interno dell’inchiesta condotta dal tribunale penale di Lille relativa all’Affaire Festina, Luc Leblanc rivela di aver fatto uso di sostanze dopanti durante il Tour de France e la Vuelta nel 1994 e negli anni seguenti. Leblanc afferma di essere stato pulito durante la conquista del titolo iridato del ’94 e che l’uso di prodotto proibiti è stato dettato dalla necessità di mantenere il suo livello in un mondo in cui il doping ormai imperversava.

Nel 2002 diventa direttore sportivo e direttore generale della squadra Panorimmo.com-23 nel Limosino, una squadra amatoriale di categoria Nationale1.

Nel 2004 Luc Leblanc entra a far parte del team belga Chocolats Jacques come direttore sportivo assieme a  Johan Capiot, Jef Braeckevelt e Walter Planckaert occupandosi delle gare che si svolgono sul territorio francese.

Giancarlo Perini il Duca di Benidorm

Giancarlo Perini tra Chiappucci e Bugno

Giancarlo Perini il gregario di Chiappucci che fece vincere a Gianni Bugno il Campionato Mondiale di Benidorm del 1992

Giancarlo Perini

Giancarlo Perini

Giancarlo Perini nasce in località Costa Nicrosi, a Carpaneto Piacentino il 2 dicembre 1959, a undici anni scopre la bicicletta e fin da subito è autentica passione. Si iscrive al Gruppo Sportivo del Comune di Cadeo. Dopo la classica trafila nelle corse giovanili, nel 1976 passa alla A.S.D. Pedale Arquatese di Castell’Arquato, gareggiando per cinque stagioni tra i dilettanti (due anni con la terza categoria, poi tre tra seconda e prima).

Tra i dilettanti riesce a mettersi in mostra grazie alla vittoria nella Coppa d’Inverno, al Gran Premio di Verteva e alla Coppa Fiera di Mercatale.

Al Giro d’Italia dilettanti del 1980 si dimostra assolutamente competitivo andando a conquistare il titolo di miglior giovane e classificandosi al quinto posto in classifica generale. Proprio questa buona performance accende le attenzioni di Davide Boifava che gli offre un contratto professionistico per la stagione 1981 vestendo i colori della Inoxpran dei fratelli Prandelli proprietari dell’omonima azienda di pentole in acciaio.
La formazione di Boifava annovera nelle proprie file, tra gli altri, il giovane Bruno Leali e due campioni esperti come Giacinto Santambrogio e Giovanni Battaglin. Perini, debuttante tra i pro, viene convocato per la Vuelta Espana 1981 e aiuta Battaglin a conquistare la corsa a tappe iberica (chiudendo 45esimo in generale).

Nel 1982 prende parte per la prima volta al Giro d’Italia ma è costretto al ritiro mentre l’anno seguente non riesce a essere convocato per uno dei tre grandi giri. Nel frattempo la Inoxpran cambia denominazione in Carrera Jeans e firma un contratto con Roberto Visentin che corre come capitano al Giro d’Italia 1984 ma non brilla, Perini lavora al suo fianco e, sempre in quell’anno, fa il suo esordio al Tour de France. Dopo un 1985 poco brillante l’anno seguente è vittima di un terribile incidente durante una tapa del Giro di Svizzera. In un tratto di discesa Perini viene centrato da un’autovettura che si è indebitamente introdotta nel percorso della gara., L’impatto è micidiale, Perini rimedia tre frattura al ginocchio destro e un trauma cranico oltre a numerose ferite ed escoriazioni; la sua carriera è seriamente messa a rischio.

Dopo sette mesi lontano dalle corse, fa rientro in gruppo nel 1987, a supporto dei nuovi leader della Carrera ovvero l’irlandese Stephen Roche e un giovane italiano, tale Claudio Chiappucci.

L’anno d’oro di Perini è il 1992 quando, accanto a El Diablo vive un Tour de France sopra ogni aspettativa, il corridore di Uboldo riesce a chiudere secondo alle spalle del navarro Miguel Indurain e Giancarlo, nonostante un instancabile lavoro di gregariato ottiene un impronosticabile (alla vigilia) ottavo posto in classifica generale. Accanto all’exploit in terra francese, il piacentino ottiene piazzamenti nella top-ten al Giro del Veneto, alla Coppa Bernocchi e al Trofeo Matteotti dimostrando una incredibile regolarità nel corso della stagione.

Proprio la regolarità di performance valgono al mitico Giancarlo Perini un posto in nazionale agli imminenti Mondiali di Benidorm in Spagna

Nasce il “Duca di Benidorm”

Cuore, fatica e tenacia sono le doti di Giancarlo e il CT Alfredo Martini ha bisogno proprio di uno come lui nel Team Italia così Perini a 33 anni suonati indossa per la prima volta la maglia azzurra. Una chiamata forse per alcuni inaspettata ma assolutamente meritata a suggellare una stagione unica. Martini nel pianificare la corsa affida il ruolo di capitano ai due “Galletti” Bugno e Chiappucci con Argentin e Fondriest pronti a colpire.

L’Italia è in forma e le dispute tra Gianni e Claudio non inficiano la qualità della tattica di corsa. Quando allungano Indurain e Rominger è Chiappucci che segue la loro ruota. Poco prima dell’ultima tornata i fuggitivi vengono ripresi, Perini guarda “il Chiappa” e si accorge che il serbatoio del varesotto è vuoto.

Mancano circa 20 chilometri all’arrivo e sulla salitella gli spagnolo alzano il ritmo con Indurain che vuole vincere il mondiale di casa. Ghirotto è cotto e non è può Bugno. Perini si avvicina a Gianni e, dopo essersi accertato che il monzese è in forma, gli urla, “andiamo a vincere la volata”. Proprio in quel momento partono uno spagnolo, un francese e un tedesco, il gruppo  sta a guardare. Perini va in testa e lavora come un mulo e ricuce lo strappo. Ai meno 1,2 Perini si volta, Bugno pare spento, in fondo al gruppo.

“Gianni che c****o ci fai ultimo – urla Giancarlo -prendi la mia ruota”.

Il resto è storia con Perini che tira la volata sino ai meno 200 metri quando Bugno brucia Jalabert che prova a rimontarlo ed alza le mani al cielo.

Se Gianni diventa il Campione di Benidorm, Giancarlo Perini  diventa il “Duca di Benidorm”.

Nel 1993 Perini lascia la Carrera e il suo mentore Davide Boifava per vestire i colori della ZG Mobili, con cui ottiene la prima e unica vittoria in carriera al Giro di Puglia. Viene convocato, con ruolo di gregario per i mondiali di Oslo (vinti da Lance Armstrong).

Nel 1995 passa alla Brescialat per una stagione prima di abbandonare il ciclismo professionistico all’età di trentacinque anni per dedicarsi al ruolo di Direttore Sportivo proprio alla Brescialat (poi Liquigas, Cage Maglierie, Tenax).

 

Hernan Buenahora Gutíerrez El Cabrito de Barichara 

Hernan Buenahora Gutíerrez scalatore colombiano

Hernan Buenahora Gutíerrez El Cabrito de Barichara scalatore colombiano sesto al Giro d’Italia 2000

Hernan Buenahora

Hernan Buenahora

Hernan Buenahora Gutíerrez nasce il 18 marzo 1967 in Colombia, precisamente a Baricha dove nel 1702, apparve la Madonna e i «campesinos» vi costruirono una cattedrale dedicata all’Immacolata Concezione. Hernan inizia a pedalare giovanissimo tra quelle salite tanto care ai colombiani dove l’aria è rarefatta e o pedali o pedali.

Dopo la trafila nelle categorie giovanili El Cabrito de Barichara (questo il suo soprannome) tra i dilettanti conquista una importante vittoria nella Vuelta y Ruta de México ’89 e passa professionista nel 1990 con il Team Café de Colombia rivelandosi un mezzo fenomeno appena la strada accenna a salire e facendo sua la San Cristobal-Siberia alla Vuelta al Táchira e la Tunja-La Mesa alla Vuelta a Colombia di quell’anno.

Poca tecnica, zero tattica, tanto cuore e grinta smisurata, sono questi gli ingredienti del successo del colombiano abituato alla fatica, alla montagna e alla povertà.

Nel 1991 passa alla formazione spagnola Kelme e conquista la Classifica generale della Clásica de Santander e prende parte per la prima volta alla Vuelta ritirandosi alla decima tappa. L’anno seguente non riesce a ottenere vittorie ma chiude la Vuelta Espana al sedicesimo posto in classifica.

Il 1993 esordisce al Giro d’Italia ritirandosi alla 21esima frazione mentre alla Vuelta chiude tredicesimo e viene convocato per i campionati mondiali di Oslo. Nel ’94 vince l’undicesima tappa della Vuelta a Colombia da Neiva a Girardot facendo anche il suo esordio al Tour de France concludendolo in diciottesima posizione conquistando una nuova chiamata per i Mondiali (Agrigento).

Il 1995 è un anno importante per “L’Escarabajo” (lo scarabocchio, altro suo nomignolo) che ottiene il decimo posto in generale al Tour mettendosi in mostra in diverse occasioni e conquistando anche la Classifica della combattività: non c’è un cavalcavia in cui non ingrana le marce ridotte e prova a staccare tutti gli altri scalatori. Non c’è nulla da fare, Hernan Buenahora è nato per la salita mentre in discesa (come spesso accade agli scalatori latinoamericani) sono dolori.

Nel ‘96 si presenta al Giro carico di ambizioni ma non riesce ad entrare nella top ten pur dando come al solito spettacolo. Al Tour de France è costretto al ritiro e si deve “consolare” con la conquista dell’undicesima tappa alla Vuelta a Colombia (una vittoria anche l’anno seguente).

Nel 1998 passa a difendere i colori della Vitalicio Seguros e conquista la sesta e la settima frazione della Volta Ciclista a Catalunya che gli valgono il primo posto nella classifica generale finale della corsa iberica.

Nel 2000 Hernan Buenahora passa alla Aguardiente Néctar-Selle Italia di Gianni Savio e al Giro d’Italia vinto da Stefano Garzelli ottiene un sorprendente sesto posto finale. Anche nel 2001 ottimi risultati dimostrando una grande condizione fisica che lo posta a dominare la Vuelta a Colombia: Buenahora vince la Chinchiná-Medellín, la Medellín-Alto del Escobero e la Manizales-Honda e chiudendo al primo posto in classifica generale. L’anno seguente passa alla Cage Maglierie per poi trasferirsi in squadre colombiane impegnate principalmente nelle prove dell’UCI America Tour.

Negli anni che vanno dal 2003 al 2008 Hernan Buenahora Gutíerrez cambia spesso formazione (Orbitel, Labarca, Café Baqué, Gobernación del Zulia, Lotería de Boyacá) ma riesce a ritagliarsi parecchie soddisfazioni nelle prove continentali.

Nel 2003 conquista la Classifica generale alla Vuelta a Gobernación Norte de Santander mentre l’anno seguente ottiene la vittoria in due frazioni al Clásico RCN. Nel 2005 vince Classifica generale Clásico Ciclístico Virgen de La Consolación e una tappa al Giro di Colombia, nel 2006 conquista Classifica generale Clásico Ciclístico Banfoandes e due frazioni alla Vuelta a Colombia ma viene squalificato per un controllo antidoping non negativo.

Nel 2007 conquista due tappe e la classifica generale della Classifica generale Vuelta al Táchira.

Si è ritirato nell’ottobre 2011 , per assumere la carica di direttore sportivo del team Colombia-Coldeportes .

Hernan Buenahora : tutti i team

Café de Colombia (1990)
Kelme (1991-1997)
Vitalicio Seguros (1998-1999)
Aguardiente Néctar-Selle Italia (2000)
Selle Italia-Pacific (2001)
Cage Maglierie-Olmo (2002)
05 Orbitel (2002)3
Labarca 2-Café Baqué (2003)4
Cafés Baqué (2004)
Alcaldía de Cabimas (2006-2007)
Lotería de Boyacá (2008)
Panachi Liga de Santander (2010)
GW Shimano (2011)

Fabrice Salanson ciclista morto per problemi al cuore

Fabrice Salanson stroncato da problemi cardiaci

Fabrice Salanson telentuoso prospetto del ciclismo francese morto prematuramente a causa di problemi cardiaci

Fabrice Salanson (fonte Wikipedia)

Fabrice Salanson (fonte Wikipedia)

Fabrice Salanson nasce a Montereau il 17 novembre 1979, fin da piccolo pratica il ciclismo. Nel 1997 conquista la Chrono des Herbiers juniors e La Bernaudeau Junior che valgono la chiamata del team Vendèe con cui corre dal 1998 al 1999 mettendosi come buon passista e cronoman.
Il primo anno vince la cronometro al Circuit du Mené (chiudendo secondo in generale) mentre nel ’99 vince la Flèche de Locminé, il Circuit du Mené e la Ronde Mayennaise.

Le sue buone performance gli valgono la chiamata del team professionistico francese Bonjour per la stagione 2000 con cui vince la terza tappa del Tour de l’Avenir.

Fabrice Salanson nel 2001 prende parte al Giro d’Italia ritirandosi alla ottava tappa e l’anno successivo conquista la seconda frazione al Grand Prix du Midi libre.
Considerando la giovane età, Fabrice è considerato uno dei prospetti del ciclismo transalpino e, nel 2003 viene ingaggiato dalla Brioches La Boulangère.

Il giovane corridore a febbraio prende parte all’Etoile de Bessèges ma è vittima di una bruttissima caduta in cui si frattura la scapola sinistra ed i postumi dell’incidente lo tengono lontano dalle corse sino ad aprile.

Fabrice Salanson: la morte al Giro di Germania

Nel giugno di quell’anno viene convocato per prendere parte al Giro della Germania. La notte del 3 giugno 2003 si sente male ma non riesce a chiedere aiuto. La mattina, il suo corpo viene ritrovato dal suo compagno di stanza Sebastien Chavanel.
Il 23enne talento francese viene trovato esanime ai piedi del letto nella camera d’albergo di Dresda dove il giorno precedente si era svolta la prima frazione del Giro di Germania.

Vengono chiamati i soccorsi che non possono far altro che constatare il decesso del giovane atleta. Il team La Boulangère, sotto shock, decide di ritirarsi dal Giro della Germania, che si svolge fino al 9 giugno mentre la procura di Dresda apre un fascicolo di indagine a cui fa seguito, naturalmente, l’autopsia sul corpo dell’atleta. Nel frattempo si susseguono le voci e le malignità che vogliano che questa morte sia in qualche modo legata al doping.

Gli esami escludono “qualsiasi intervento esterno”, sul corpo non compaiono lesioni. I magistrati vanno alla ricerca di eventuali sostanze vietate, in particolare EPO, ma tutti le analisi evidenziato l’assenza di sostanze vietate nel corpo di Fabrice Salanson.

Nei mesi successivi il quotidiano Le Parisien pubblica un documento esclusivo secondo il quale Salanson, 15 giorni prima della morte, era stato sottoposto ad analisi presso un centro ospedaliero universitario e l’elettrocardiogramma aveva mostrato valori  è fortemente anomali mentre la prova sotto sforzo era stata sospesa per valori anomali quando la velocità era di 49 km/h.
A queste rivelazioni fa seguito un comunicato de ‘La Boulangere‘ secondo cui “nessuno degli esami medici praticati si è concluso con una controindicazione per la pratica sportiva”.

 

Fabrice Salanson: il memorial

La corsa commemorativa dello sfortunato ciclista, organizzata dagli amici di Fabrice, che all’epoca del decesso erano membri del suo fan club, si svolge in alternanza tra Loire-Atlantique, Saint-Viaud, e Landeronde e raccoglie molti appassionati locali che si sfidano nel ricordo di Salanson.

 

Vuelta 2000 Mario Cipolini Vs Francisco Cerezo: incontro di boxe

Vuelta 2000 la scazzottata tra Cipollini e Cerezo

Vuelta 2000 un discussione tra Mario Cipollini e Francisco Cerezo si trasforma in una rissa tra qualifiche e punti di sutura

Vuelta 2000: Mario Cipollini VS Francisco Cerezo

Vuelta 2000: Mario Cipollini VS Francisco Cerezo

Vuelta 2000, arrivo di Albacete, Mario Cipollini viene nuovamente battuto da Oscar Freire. Mario non vince da mesi, precisamente dal mese di Maggio sull’arrivo di Matera. Non è abituato a perdere “supermario”, non lo è mai stato figuriamoci ora che è uno dei velocisti migliori del plotone.

Il Re Leone (uno dei suoi tanti soprannomi) non ci sta a vedere gli altri sprintare e alzare le braccia al cielo. Le braccia le vuole alzare lui ma, questa volta, Mario non alza le braccia ma le mani.
A farne le spese è Francisco Cerezo, ciclista spagnolo in corsa alla Vuelta 2000 con i colori del Team Vitalicio Seguros.

La tesi di Mario è che chi non ha doti da velocista danneggia i veri sprinter, sul traguardo di tappa Mario discute animatamente con molti colleghi tra cui, appunto, Cerezo con cui in corsa c’è stata già una discussione a causa di un contatto manubrio contro manubrio. Francisco non le manda a dire e grida un “hijo de puta” a Supermario tutto sembra fermarsi a qualche parola di troppo.

La mattina seguente, alla procedura di firma del foglio di partenza della quinta tappa del Giro di Spagna, i due si incontrano, Mario pretende le scuse dal ciclista spagnolo che si rifiuta seccamente e, ancora arrabbiato per i fatti di Albacete, Mario molla un gancio alla Muhammad Ali e l’avversario va al tappeto in una maschera di sangue.

Un colpo secco quello scagliato dal velocista italiano che “valgono” tre punti, non sul cartellino di Rino Tommasi “a bordo ring” ma sull’arcata sopraccigliare di Francisco Cerezo. Mario Cipollini capisce subito di aver esagerato e prova a scusarsi col collega ma ormai la frittata è servita: Re Leone viene allontanato Vuelta.

“Sono dispiaciuto di quello che ho fatto ma Cerezo mi ha offeso, mi ha dato del figlio di p… So che un professionista non dovrebbe mai fare quello che ho fatto io” spiega Mario che viene sospeso dalla squadra a tempo indeterminato.

“Quello che è successo è lontano dallo stile della nostra squadra, nuoce all’immagine del team e riteniamo doveroso sospendere il corridore a tempo indeterminato. Porgo, a nome della squadra, le mie scuse al corridore della Vitalicio, ai dirigenti, agli organizzatori della Vuelta e a tutto il pubblico spagnolo” spiega un amareggiato Claudio Corti.

Cipollini non è nuovo a reazioni eccentriche e a volte violente. All’arrivo della Milano-Sanremo del 1993 vinta da Maurizio Fondriest, a causa di una caduta di gruppo Mario Cipollini ha uno scatto d’ira e scaglia la propria bicicletta contro la vettura di Carmine Castellano, direttore di corsa, mandando in frantumi il lunotto posteriore.

Ivan Ramiro Parra Pinto scalatore colombiano

Ivan Ramiro Parra Pinto rivelazione al Giro 2005

Ivan Ramiro Parra Pinto scalatore colombiano, rivelazione al Giro d’Italia 2005. Carriera, vittorie, palmares

Ivan Ramiro Parra Pinto

Ivan Ramiro Parra Pinto

Ivan Ramiro Parra Pinto nasce a Sogamoso, Boyacá, in Colombia. il 14 ottobre 1975 inizia a pedalare seguendo le orme del fratello maggiore Fabio Enrique Parra Pinto che già da qualche anno è un “mito” del ciclismo colombiano e dell’altro fratello Humberto Parra Pinto.

Dopo la necessaria trafila nelle categorie giovanili passa professionista nel 1997 tra le fila della Lotería de Boyacá. Nel 1998 conquista una tappa e la classifica generale alla Vuelta al Valle del Cauca e, grazie anche a questo successo, ottiene un contratto dalla Vitalicio Seguros di Javier Mínguez.

Il 1999 lo vede prender il via della Vuelta Espana dove, pur lavorando in appoggio al capitano Igor González de Galdeano, riesce a chiudere al nono posto in classifica generale mettendosi in luce.

Nel 2000 conquista la quinta frazione della Vuelta a Galicia da Orense a Forcarei, nel 2001 passa alla Once dove non trova fortuna e dove resta per due stagioni. Nel 2003 passa alla iberica Kelme e nel 2004 conquista due vittorie: la semitappa da Rionegro a La Ceja alla Vuelta de la Paz e la quarta frazione della Vuelta a Galicia. Quell’anno prende parte ai Campionati del Mondo di Verona chiudendo 24esimo nella prova in linea e 26esimo nella cronometro.

Dopo una serie di vicissitudini approda nel 2005 alla Colombia-Selle Italia di Jesús Antonio Castaño e Gianni Savio dove riesce a ritagliarsi non poche soddisfazioni.

Il ciclista Boyacense, infatti, risulta la vera sorpresa (assieme al compagno di squadra José Rujano) del Giro d’Italia 2005 dove conquista due tappe grazie a fughe da lontano in cui mette in mostra tutte le sue doti di scalatore. Ivan Ramiro Parra Pinto conquista la 13esima tappa da Mezzocorona a Ortisei e la 14esima da Egna e Livigno che gli valgono l’appellativo di “‘Imperatore delle Dolomiti”. A causa del ritardo accumulato nelle tappe precedenti non riesce, però, a ritagliarsi un posto in classifica generale. Quell’anno completa la sua stagione conquistando la maglia di campione nazionale colombiano a cronometro.

Ivan Ramiro Parra ottiene un contratto di due stagioni con la prestigiosa formazione francese Cofidis e nel 2006 vince la Classifica scalatori al Tour de Romandie e chiude 16esimo in generale al Giro.

Nel 2007 torna a ben figurare alla corsa rosa dove chiude al tredicesimo posto conquistando il terzo posto nel “tappone” con arrivo alle Tre Cime di Lavaredo quando viene staccato, solamente negli ultimi metri, dalla coppia Piepoli-Riccò.

Dopo quell’exploit ha cambiato diverse formazioni, Colombia es Pasión, Lotería de Boyacá, GW-Shimano, EPM-UNE, Formesan-Bogotá e EBSA Boyacá gareggianto prevalentemente nelle corse sud americane e senza cogliere risultati particolarmente importanti (nel 2010 era in testa al Clásico RCN ma deve ritirarsi per problemi intestinali).

Durante il 2015 risulta positivo all’ormone sintetico GHRP-2 evidenziata in un controllo effettuato durante il Clásico RCN e nel 2016 viene squalificato per quattro stagioni.

Parra Pinto, il più giovane della dinastia dei Pinto, terminata la carriera professionistica si è dedicato al settore delle biciclette nel suo negozio vicino alla capitale colombiana.

Josè Rujano scalatore colombiano terzo al Giro 2005

Josè Rujano, El Cóndor, che stupì al Giro 2005

Josè Rujano scalatore colombiano sul podio del Giro d’Italia 2005 e poi sperito nonostante le tante aspettative. Carriera, storia e palmares

Josè Rujano (fonte youtube)

Josè Rujano (fonte youtube)

Josè Rujano (nome completo José Humberto Rujano Guillén) nasce a Santa Cruz de Mora in Venezuela il 18 febbraio 1982. Inizia a praticare il ciclismo da giovane mettendosi subito in mostra per il suo fisico minuto e le doti di scalatore instancabile.

Nel 2002, nella categoria under-23, conquista la vittoria finale alla Vuelta a Santa Cruz de Mora e la tredicesima tappa nella rinomata Vuelta al Táchira.

Nel 2003 El Cóndor (questo il suo soprannome) passa professionista con i colori della Colombia-Selle Italia conquistando una vittoria nella corsa sudamericana Clásico RCN nel 2004  vince due tappe e la calssifica generale della Vuelta al Táchira in Venezuela precedendo Freddy González e Carlos Maya bissando la vittoria alla Vuelta a Santa Cruz de Mora.

Nel 2005, sotto la guida di Gianni Savio, conquista nuovamente la generale alla Vuelta al Táchira facendo sue ben tre tappe così come al Clásico Ciclístico Banfoandes (anche li tre tappe vinte e classifica generale).

Al Giro d’Italia 2005 il nome di Josè Rujano diventa importante grazie alla vittoria nella 19esima tappa, la più impegnativa, con arrivo al Sestriere. Quel giorno Josè resta con Gilberto Simoni e Danilo Di Luca sul Colle delle Finestre staccando la maglia rosa Savoldelli. A meno 14km dall’arrivo Di Luca ha i crampi e si stacca e a pochi chilometri dall’arrivo Rujano accelera staccando Simoni di 20 secondi sul traguardo. Le ottime prestazioni in salita gli valgono la maglia di miglior scalatore davanti a Iván Parra e a Simoni. All’arrivo  dell’ultima da Albese con Cassano (luogo di nascita di Fabio Casartelli) a Milano, Josè Rujano conquista il terzo posto finale del Giro 2005 alle spalle del vincitore Paolo Savoldelli e Gibo Simoni (oltre allo speciale premio della combattività).

 “Ero uno sconosciuto e adesso sono in primo piano nel ciclismo internazionale. Mi sento come su una nuvola. Credo che sia una cosa per essere orgogliosi per un atleta che pratica uno sport che non ha tanto supporto nel paese” dichiara all’agenzia EFE.

Nel 2006 vorrebbe passare ad una formazione del ProTour, ma Gianni Savio gli “impone” di correre almeno fino al Giro d’Italia con la sua squadra per poi essere libero di trovare un’altra formazione. Josè si presenta con elevate ambizioni al Giro d’Italia ma la strada dice che condizione tarda ad arrivare e, trovatosi ormai fuori classifica, si ritira a pochi chilometri dall’arrivo della tappa di La Thuile.

La brutta prova nella corsa rosa lo porta ad abbandonare definitivamente la squadra per trasferirsi alla belga Quick Step-Innergetic (squadra capitanata da Paolo Bettini) che lo convoca per il Tour de France ma, a causa di problemi fisici persistenti, è costretto nuovamente al ritiro. Il resto della stagione lo vede sparire dai radar diradando le presenze in corsa sino alla rescissione contrattuale con la formazione belga per alcuni dissidi.

Nel 2007 firma con la Unibet.com, squadra belga del circuito UCI ProTour, con cui si mette in mostra al Tour de Langkawi e in alcune corse minori conquistando il titolo di Campione Venezuelano a cronometro salvo poi essere vittima della mononucleosi. Nel 2008 si trasferisce alla spagnola Caisse d’Epargne, ma anche qui non ottiene grandi risultati a causa di problemi di depressione.

Gli scarsi risultati delle ultime stagioni lo spingono a tornare in patria firmando un contratto per il 2009 con la Gobernación del Zulia. Con il nuovo team parte alla grande vincendo tre tappe alla Vuelta al Táchira mentre a giugno, alla Vuelta a Colombia, conquista ben quattro tappe andando a conquistare la vittoria finale (primo vincitore venezuelano in 59 edizioni della corsa e il terzo straniero a ottenere il primo posto nella storia di questa competizione ciclistica).

Rujano dedica la vittoria ai compagni di squadra e si ringrazia la corsa Colombiana che gli ha ridato la forza di pedalare tra i big e generare entrare per sostenere una fondazione per bambini che porta il suo nome. Respirare l’ottimismo e riprendere in mano la propria carriera dopo annate non brillanti ha un effetto positivo su Josè che deve molto all’allenatore Hernán Alemán che, oltre a dare consigli, lo ha messo nelle mani di specialisti che lo hanno letteralmente tirato fuori dal buco nero dove era piombato.

Il 12 ottobre 2009 firma un contratto per la successiva stagione con il team ISD-Neri, con cui però rescinde il contratto a maggio (in quanto il team non è invitato al Giro d’Italia)per far ritorno in Venezuela nel precedente team con cui nel 2010 conquista la Classifica generale del Tour de Langkawi oltre a due tappe alla Vuelta al Táchira, una alla Vuelta a Venezuela e una alla Vuelta a Colombia.

Il 2011 è l’anno del ritorno con il mentore Gianni Savio quando veste i colori dell’Androni Giocattoli con cui al Giro d’Italia si mette in mostra nella nona tappa, con arrivo sull’Etna, dove dopo essere stato in fuga chiude secondo alle spalle di sua maestà Alberto Contador. Nella tappa del Grossglockner torna alla vittoria alla corsa rosa a distanza di sei anni dal magico 2005 precedendo Contador. La salita, suo naturale terreno, lo vede tenere testa ai big della corsa sullo Zoncolan e nella cronoscalata sul Nevegal. Chiude la corsa rosa con un interessante settimo posto a poco più di 12 minuti da Alberto Contador. Lo spagnolo sarà poi squalificato e Rujano sarà ufficialmente sesto in generale.

Dopo quell’edizione del Giro, Rujano vive altri due anni in Europa senza molto successo, firma con la Vacansoleil Vacansoleil ma vive un periodo di inattività a seguito del coinvolgimento in un’inchiesta doping, per fare ritorno in Venezuela nel 2013 prendendo parte alle corse dell’America Latina. Dopo un periodo di pausa nel 2015 rientra alle corse nella formazione venezuelana Boyaca se Atreve-Liciboy con cui ottiene la sua quarta vittoria alla Vuelta al Tachira.

Nel 2017 si ritira ufficialmente dalle corse, a 36 anni decide di provare a tornare alle corse con la maglia del Venezuela País de Futuro, sodalizio patrocinato dal governo nazionale, assieme al figlio Yeison.

La prima cronometro della storia delle corse a tappe

La prima cronometro in una corsa a tappe al Giro ’33

La prima cronometro della storia delle corse a tappe: nel 1933 al Giro d’Italia da Ferrara da Bologna per 62 chilometri contro l’orologio

Cronometro (fonte Pixabay)

Cronometro (fonte Pixabay)

La prima cronometro in una corsa a tappe? Al Giro d’Italia 1933! Strano? No perché la corsa rosa ha sempre avuto spunti innovativi e in quell’occasione l’organizzazione si dimostro estremamente lungimirante.

Henri Desgrange, patron del Tour de France, era già stato sollecitato sull’argomento Gaston Bénac giornalista di Paris-Soir che giù da anni suggeriva l’inserimento di una prova contro l’orologio alla Grande Boucle. Bénac era a capo della redazione del giornale francese e più di una volta si era offerto per collaborare nell’organizzazione della prova francese.

Nel 1930 quando si tentò di organizzare il primo mondiale di ciclismo, Albert Baker d’Isy propose una impressionante cronometro di 170 (!) chilometri che venne vinta dal nostro dominò Learco Guerra. Bénac vide la sua idea dare frutti importanti e l’anno successivo rese noto, dalle colonne si Paris-Soir, l’organizzazione del Gran Prix des Nations “un grande evento ciclistico nel quale i corridori si sfideranno solitari contro il tempo per dimostrare chi è il miglior ciclista del pianeta”.

Il clamore suscitato dall’annuncio generò un interesse tale da portare lungo le strade una vera e propria marea umana che si gustò la vittoria di Maurice Archambaud che si cimentò nella prova tra due muri di folla.

Tra i tanti spettatori c’era anche Maurizio Toccagnini, vero e proprio amante della bicicletta e suiveur del ciclismo oltre che amico personale di Emilio Colombo direttore della Gazzetta dello Sport a cui propose di inserire una prova a cronometro nel Giro dell’anno seguente. Fra i due vi fu un incontro nel novembre del 1932 in cui il direttore del quotidiano rosa si convinse della valenza della proposta.

Colombo ne parlò con Armando Cougnet organizzatore della corsa a tappe italiana: “dai che freghiamo i francesi!”. Nel programmare il tracciato del Giro d’Italia 1933 ecco che venne introdotta una prova a cronometro, da disputarsi il 23 maggio da Ferrara a Bologna per un totale die 62 chilometri.

Fu Alfredo Binda a dominare la prova in quello che fu il quinto ed ultimo Giro vinto in carriera dal campione di Cittiglio.

Henri Desgrange, organizzatore del Tour de France, non fu per nulla contento dello smacco ricevuto dai cugini italiani tanto che uno dei consiglieri dell’organizzazione venne licenziato in tronco. Solo il 27 luglio 1934, con la frazione La Roche sur Yon–Nantes di 90 chilometri, il Tour ebbe la sua prima cronometro.