Alessio Peccolo scalatore veneto mai esploso

Alessio Peccolo una promessa non mantenuta

Alessio Peccolo talentuoso scalatore nelle categorie dilettanti negli anni ’70, passato pro non è riuscito a mantenere le aspettative

Alessio Peccolo

Alessio Peccolo

Alessio Peccolo nasce a San Vendemiano in provincia di Treviso in 24 ottobre 1947. Fisico tarchiato, basso e compatto come un gladiatore ha nel sangue il DNA dello scalatore che lo porta presto a diventare un punto di riferimento del ciclismo giovanile trevigiano. Altro solo 1,63 (per meno di 60kg) quando la strada sale Alessio si scatena ma anche nelle volate ristrette Peccolo riesce a dire la sua nelle categorie giovanili.
Con la storica maglia rossoblù dell’Unione Ciclistica Vittorio Veneto, Alessio riesce a far innamorare i conterranei del suo modo di correre grazie ad una innata predisposizione all’attacco che gli consentono azioni davvero spettacolari.
Nel 1969 conquista una splendida vittoria al Giro del Friuli che lo porta all’attenzione degli addetti ai lavori ma la volontà di cimentarsi con le Olimpiadi lo spinge a posticipare il passaggio tra i “pro” per dedicarsi alle prove dilettantistiche che alla lunga ne consumeranno importanti energie.

Nel 1972 bissa la vittoria nella corsa a tappe friulana ma il talento del trevigiano non suscita le attenzioni delle grandi squadre e solo l’anno seguente, ad Olimpiadi trascorse, farà in grande salto quando la carta di identità dirà 26 anni.

E’ la GBC ad offrire un contratto da professionista ad Alessio. L’organico avanti con l’età in cui spiccano Luciano Armani , Claudio Michelotto e Wladimiro Panizza oltre ad una batteria di pistard e velociti non valorizza le doti del minuto scalatore veneto.

Tra gli emergenti del team ci sono, appunto, Peccolo, Roberto Sorlini e Wilmo Francioni ma il passaggio di categorie non è dei migliori per Alessio. Dopo un promettente terzo posto al nel GP Kanton Argau-Gippingen alle spalle di Basos e Van Springel, al Giro 197 fatica ad ingranare chiudendo al 29esimo posto assoluto ma senza però aver mai messo in mostra le doti di “guastafeste” in salita che lo avevano distinto tra i dilettanti. Al successivo Giro di Svizzera le cose non vanno meglio nonostante rivali meno agguerriti.

A fine anno la GBC chiude i battenti e Peccolo riesce a trovare un contratto nella Filcas, una squadra di dilettanti che era passata fra i professionisti: la stagione è peggiore della precedente e al Giro d’Italia chiude 60esimo tanto che nel novembre di quell’anno decide di appendere definitivamente la bici al chiodo.

Padre di Nicola, anche lui discreto dilettante con doti simili a quelle del padre, Alessio Peccolo è prematuramente scomparso nell’aprile del 2014 per un malore occorsogli mentre stava assistendo al Giro del Belvedere, una gara di ciclismo dedicata agli anni Under 23.

Ali Neffati, il primo corridore africano al Tour de France

Ali Neffati dalla Tunisia al Tour

Ali Neffati ciclista tunisino è stato il primo ciclista proveniente dall’Africa a prendere parte al Tour de France, la sua storia

Ali Neffati (fonte wikipedia)

Ali Neffati (fonte wikipedia)

Ali Neffati nasce a Tunisi (Tunisia) il 22 gennaio 1895, inizia la carriera nel suo paese nel 1908 dove conquista diverse prove su pista. In quegli anni la povertà è molta ma la voglia di emergere di Ali è tanta e nel 1913 ottiene, primo corridore africano della storia, l’invito a partecipare al Tour de France.

Ali Neffati si distingue oltre che per le sue doti anche per il suo look eccentrico: in sella, invece del berretto, indossa un Fez o ṭarbūsh, il copricato cilidrico di colore rosso tipico della città marocchina di Fez.

Dopo essersi procurato una bicicletta adatta alla corsa solo due giorni prima del via, arriva in Francia tra la curiosità dei fans del ciclismo e stupisce tutti per il suo pittoresco copricapo con cui prende parte anche alla Grande Boucle. Nella tappa più dura dell’edizione 1913 del Tour, la Brest-La Rochelle di quattrocentosettanta chilometri, Ali, sotto un sole che spacca le pietre, viene avvicinato dal giornalista Henry Desgrange che gli chiede se non stia soffrendo per il caldo. “No, ho freddo” è la lapidaria risposta del ciclista tunisino. Ali non completa quel tour ma in qualche modo si fa conoscere.

Lo scoppio del primo conflitto mondiale lo costringe a scendere di sella per poi tornare, a guerra finita, a correre nel 1918. Nel ’19 prende parte al Circuit des Champs de Bataille, la corsa più dura della storia che tocca diverse città devastate dalla prima guerra mondiale.

Successivamente Ali Neffati si dedica al ciclismo su pista correndo nei maggiori velodromi mondiali sino al 1930 quando decide di ritirarsi dal ciclismo. Qualche anno dopo Henry Desgrange si ricorda di Ali e gli offre un lavoro come giornalista la periodico “L’Auto”. Anche con la penna Ali si dimostra brillante tanto da lavorare per “L’Equipe”.

Ali Neffati muore nell’aprile 1974 a Parigi, di lui resterà il ricordo di una persona umile, affidabile e coraggiosa.

 

 

 

 

 

Vagabundo, la leggendaria bicicletta messicana

Vagabundo biciclette messicane anni ‘60

Vagabundo, le biciclette messicane apparse sul mercato nel 1967 ispirate alle Harley Davidson e che ricordano le Raleigh Chopper

Vagabundo

Vagabundo

Vagabundo un fenomeno centroamericano nel mondo delle biciclette. In Messico l’idea di viaggio è strettamente legata al concetto di libertà e di felicità. L’idea di viaggio in un paese legato a filo doppio al concetto di viaggio (con cui Colombo ha “scoperto” le Americhe) è pressoché naturale.

Uno dei primi strumenti di viaggio per tutti è la bicicletta ed in Messico le generazioni degli anni ’60, ’70 e ’80 legano la bici a selle a “forma di banana”, ideali per pedalare su asfalto e su sterrato imitando i chopper americani: stiamo parlando delle Vagabundo.

Nate in una azienda di Windsor in Messico nel 1967, traggono spunto dalle Raleigh Chopper prodotte a Notthingam dall’omonima ditta, e sono la versione latinoamericana di una autentica icona pop per intere generazioni.

Se le biciclette prodotte dalla Raleigh e disegnate da Oakley ispirato dal film Easy Rider diventano icona in Europa e Stati Uniti, nel frattempo le Vagabond conquistano il Messico. Equipaggiate con il freno controbilanciato Bandix 76, due barre metalliche e simulano gli ammortizzatori e ruote Tornel con disegno a nido d’ape le Vagabond diventano il sogno proibito dei bimbi messicani.

Il nome Vagabundo è un chiaro invito rivolto ai bambini ad esplorare il mondo andando a cogliere un pezzo di ignoto e di inesplorato nei dintorni di casa in sella alla propria bicicletta.

Dopo il boom degli anni ’70 e della prima parte degli ’80 la produzione è entrata in crisi e la fabbrica di Windson ha cessato la produzione in quanto marchi come Rudge, Schwinn, Sting Ray e Cross stavano dominando la lotta per accaparrarsi il mercato delle biciclette da bambino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alessio Di Basco lo scavezzacollo del pedale

Alessio Di Basco talentuoso ciclista “naif”

Alessio Di Basco velocista talentuoso che in carriera ha colto meno di quanto non meritasse. La sua storia tra vittorie e goliardia

Alessio Di Basco

Alessio Di Basco

Alessio Di Basco nasce a Vecchiano in provincia di Pisa il 18 novembre del 1964 ma cresca a Migliarino, con genitori e nonni contadini tra campi di angurie e meloni. Non ama la scuola Alessio, preferisce correre tra i boschi e i rovi con gli amici.

A sette anni scopre lo sport, non il calcio, “troppo banale” racconterà, ma il ciclismo che ben si sposa con il suo desiderio di avventura.

Il piccolo Alessio lavora in una macelleria, fa piccoli lavoretti di pulizia raggranellando i soldi per la prima bicicletta “normale” che poi gli fu trasformata in bici da corsa da un meccanico amico di famiglia.

Entra a far parte dell’Associazione Ciclistica Pisa con cui prende parte alle prime corse. Carattere ribelle e libero, sin da piccolo, per sua stessa ammissione è un autentico “scavezzacollo” attitudine che lo seguirà anche negli anni passati in sella facendolo diventare un autentico personaggio amato dal pubblico.

Dopo la classica trafila nelle categorie giovanili, passa professionista nell’autunno del 1987 con i colori della Remac grazie alle sue spiccate doti di velocista.

Il 1988 è la prima stagione vera di Alessio che veste la divisa della Fanini e, dopo aver colto un interessantissimo terzo posto al Trofeo Laigueglia ed una piazza in una tappa del Giro del Trentino, si presenta al via del Giro d’Italia.

Nella nona tappa della corsa rosa, da Pienza a Marina di Massa, riesce a trionfare battendo due mostri sacri delle volate: Guidone Bontempi e lo svizzero Urs Freuler. Nelle successiva frazioni, con arrivo a Jesolo e Vittorio Veneto, Alessio Di Basco di mette ulteriormente in luce conquistando piazzamenti d’onore alle spalle di Rosola e Freuler consacrandosi come velocista di qualità.

Sull’onda delle belle prestazioni alla corsa rosa, Alessio Di Basco viene invitato al Circuito di Firenze dove conquista la vittoria finale coronando un 1988 da sogno per un debuttante.

L’anno seguente firma con l’americana Pepsi Cola-Alba Cucine di Mauro Battaglini passando una stagione senza alcun acuto per poi accasarsi alla Gis Gelati con cui nel 1990 ottiene la vittoria nella 5ª tappa della Settimana Ciclistica Bergamasca con arrivo a Treviglio.

Alessio Di Basco maglia nera al Giro 1990

Al Giro d’Italia 1990, stradominato da un inarrestabile Gianni Bugno che tiene la rosa dal primo all’ultimo giorno, Di Basco lavora per Paolo Rosola nelle volate e in salita per Maurizio Vandelli che punta alla maglia dei GPM. Finito il lavoro di gregario ecco che Di Basco battaglia con Stefano Allocchio per la “conquista” della maglia nera come Luigi Malabrocca e Sante Carollo.

Tra nascondigli dietro le ammiraglie e soste nei bar, tra camuffamenti con mantelline di colore diverso da quello della squadra e qualche battuta ecco che Alessio chiude ultimo “grazie” a una clamorosa cotta con cui imbarca 16 minuti e 40 secondi sull’avversario.

“Arrivai al traguardo morto, durante il tragitto dall’arrivo all’albergo mi addormentai in ammiraglia e salito in camera mi gettai sul letto così com’ero, scarpe comprese e mi svegliai la mattina successiva” racconterà in seguito.

Passato alla Amore & Vita nel 1992 conquista la prima tappa del Tour de Suisse a Dubendorf e nel 1994 la 15ª tappa della Vuelta a España da Santo Domingo de la Calzada a Santander.

Il 1995 è un anno particolarmente scintillante per Alessio che, smesso i panni del “guascone”, conquista la prima tappa della Volta a Portugal da Lisbona a Sintra e la decima tappa della corsa lusitana da Tarouca a Macedo de Cavaleiros che gli consentono di vincere la classifica a punti della gara. Nella stessa stagione arrivano la vittoria al GP di Monaco e quello di Goppingen in Germania, una tappa del West Virginia Classic negli Stati Uniti.
Dopo tre secondi posti rispettivamente nella Coppa Bernocchi e nella Coppa Sabatini e nella classifica finale della Coca Cola Trophy chiude la stagione con anche il terzo posto nel Giro d’Emilia

Una stagione trionfale quella di Alessio che riesce a mettere in mostra tutte le doti a volte offuscate del carattere decisamente “caliente”. Le successive tre stagioni sono vissute a bocca asciutta sino alla decisione di lasciare il ciclismo professionistico dedicandosi ad attività immobiliari ed aprendo una scuderia di cavalli da trotto, che gli offre non poche soddisfazioni ed allori.

Julio Alberto Perez Cuapio lo scalatore messicano

Julio Alberto Perez Cuapio il cuore in sella

Julio Alberto Perez Cuapio scalatore messicano entrato nel cuore degli italiani durante il Giro 2001 per la sua richiesta da “stranamore”

Julio Alberto Perez Cuapio (fonte wikipedia)

Julio Alberto Perez Cuapio (fonte wikipedia)

Julio Alberto Perez Cuapio nasce a Tlaxcala de Xicohténcatl in Messico il 30 luglio 1977 . Il messicano è un corridore un po’ anomalo, ha uniziato a pedalare solamente nel 1996 a 19 anni ma si fa notare per le doti di resistenza in salita, a notarlo è Miguel Arroyo che ne segnala le prove. L’anno seguente Arroyo smette di correre mentre Cuapio decide di trasferirsi in Italia (nelle Marche) per provare a sfondare nel ciclismo. Ottiene sette vittorie tra i dilettanti mettendo in mostra interessantissime doti di scalatori tra cui spicca il successo alla Gara Ciclistica Milionaria di Montappone nel 1999.

Il 2000 è un anno importante per Julio Alberto che ottiene un contratto professionistico con la squadra Ceramiche Panaria-Fiordo che in quegli anni è una fucina di talenti come Pozzovivo, Sella, Mazzanti e Grillo. Con la maglia della formazione italiana si mette in mostra al Tour de Langkawi dove vince la decima tappa chiudendo al secondo posto in classifica generale e vincendo il titolo di miglior scalatore. Nello stesso anno Perez Cuapio conquista la seconda prova del Trofeo dello Scalatore organizzato da RCS a certificazione del suo talento appena la strada si inerpica.

Julio Alberto Perez Cuapio il Giro 2001 da “Stranamore”

Il Giro 2001 conta sulle performance di Dario Frigo, Gilberto Simoni (il favorito), Stefano Garzelli e la speranza del ritorno del Pirata. Il suo primo successo arriva nella tredicesima tappa del Giro d’Italia 2001, un vero e proprio tappone di 225 km con il Rolle, il Pordoi, la Marmolada e, nel finale, nuovamente il Pordoi.

A meno 9 km dall’arrivo Perez Cuapio fa una gran sparata con il 53, in testa c’è un gruppo ristretto per via dell’azione di Gibo sulla Marmolata, che sgretola i superstiti di giornata. Sul Pordoi Julio Alberto è enorme mentre l’unico che riesce a rientrare su di lui è Simoni e Frigo crolla. Simoni è uno che non ama arrivare secondo e Pérez Cuapio vuole il suo giorno di gloria. Ai meno 400 il messicano prova a alzare il ritmo e Gibo da padrone gli fa cenno di non forzare tanto la vittoria gli sarà concessa. Il messicano taglia il traguardo e conquista tutti quando ai microfoni della TV pensa di essere a “Stranamore”: “ora che ho vinto al Giro e sono famoso cerco una ragazza. Sono un buon partito e sono un bel ragazzo anche se mi mancano due denti, rotti in una caduta il giorno dopo nella quinta tappa. So parlare italiano m mi sento solo, vorrei una donna carina e semplice. In amore metto la stessa passione che nell’affrontare le salite”. Arriverà Mara che lo accompagnerà al Giro dell’anno successivo.

Julio Alberto Perez Cuapio il Giro 2002

Il 2002 è l’anno migliore della carriera di Julio Alberto Perez Cuapio che prima chiude secondo alle spalle di Francesco Casagrande il Giro del Trentino precedendo Gilberto Simoni e Stefano Garzelli e poi ottiene due vittorie al Giro d’Italia.

E’ un Giro incredibile quello del 2002 segnato dagli scandali, dalle squalifiche e dalle ispezioni dei NAS, il messicano vince prima a San Giacomo, sui Monti della Laga, levandori di dosso Cadel Evans nelle ultime battute di gara e precedendo Dario Frigo (terzo).

Il secondo squillo arriva il 29 maggio nella Conegliano-Corvara quando stacca Savoldelli di 53 secondi e Frigo di 55 andando a ipotecare la maglia verde di miglior scalatore. La vittoria finale di quella corsa rosa va a Savoldelli mentre Perez Cuapio  chiude 19esimo e conserva un posto nel cuore dei tifosi italiani per la sua innata capacità di scalare le salite (e la sua avversione patologica per le discese).

L’ottimo Giro 2002 mette pressione su Pérez Cuapio visto che da quel momento tutti si aspettano da lui un numero, un attacco ma il meglio della sua carriera è già in archivio.

Il 2003 lo vede brillare solamente alla Settimana Ciclistica Lombarda dove conquista la Almenno-Roncola a cronometro vincendo la classifica finale e quella degli scalatori. Nel 2004 arriva una vittoria di tappa al Brixia Tour dove chiude sesto in generale (e primo tra gli scalatori). Al Giro 2004 deve accontentarsi di qualche posto nella top-ten di tappa ma la forma è ormai in declino tanto da rischiare il licenziamento. Il messicano non si risparmia mai, ci prova sempre, va in fuga ma il fisico non lo supporta tanto da diventare quasi una “macchietta” con attacchi anche sui cavalcavia. Problemi con il peso lo fanno apparire un corridore ormai il disarmo.

Nel 2005 conquista la classifica generale del Giro del Trentino precedendo Evgeni Petrov e arrivando al Giro con una buona condizione con suffragata dal responso della strada. Nel 2006, a seguito dei risultati scadenti, rinnova con la Panaria al minimo salariale ottenendo quattro posti nei primi dieci di tappa al Giro senza mai cogliere un successo (miglior risultato 5º posto nella tappa del Passo Furcia).

Nel 2007 diventa popolare (oggi sarebbe “virale”) una sua foto sul Passo Giau dove prende il forcone del diavolo (noto tifoso delle strade del ciclismo) e punzecchia virtualmente Iván Ramiro Parra, Leonardo Piepoli e Riccardo Riccò come a dire: “rallentate che sono al gacio”. Quella tappa sarà uno dei grandi bluff del ciclismo con Piepoli e Riccò che verranno poi trovato positivi al CERA.

Nel 2008 sigla un accordo con la CSF Group-Navigare di Bruno Reverberi ma i risultati tardano ad arrivare  e nel 2009 firma con la Canel’s Turbo Mayordomo dove chiude la carriera agonistica.

Pérez Cuapio hnel 2018 è tornato in Italia per fare completare gli studi al figlio Claudio nato a Guastalla nel 2006. Julio ha lavorato nel sud italia e poi ha riaperto la collaborazione con il suo mentore Reverberi con cui, dopo aver ottenuto il permesso di soggiorno, collabora nel team.

Giuseppe Faraca il cosentino in maglia bianca

Giuseppe Faraca ciclista e artista cosentino

Giuseppe Faraca detto Pino ciclista calabrese in grado di conquistare la maglia bianca al Giro d’Italia 1981, la storia, le vittorie, la carriera

Giuseppe Faraca

Giuseppe Faraca

Giuseppe Faraca detto Pino nasce a Cosenza il 29 agosto 1959 primo di sette fratelli (cinque maschi e due femmine), figlio di Francesco Faraca noto nel ciclismo dilettantistico dei primissimi anni 80 nella San Pellegrino, con Gastone Nencini. La casa di famiglia è in cima a un cucuzzolo e così salendo e scendendo nasce l’istinto dello scalatore. La passione è un modo per restare vicino al padre oltre che lo strumento per conquistare la libertà

La sua prima bici “normale”, è una 14, color verde tipo Legnano che gli viene però rubata davanti a casa mentre la prima bici da corsa è una Atala.

Dopo la trafila giovanile passa nei dilettanti nel 1976 per restarci sino al 1980. In quegli anni è un vero e proprio cannibale, si aggiudica circa cento vittorie tra cui spiccano il Trofeo Adolfo Leoni del 1978, il Giro della Campagna 1980, la Targa Crocifisso sempre di quell’anno. Pino stabilisce il record di scalato della Bologna-Raticosa, percorsa in 1.18’52 che resiste per 21 anni fino al 2001.

Le sue performance gli valgono la chiamata, nel 1981, della Hoonved-Bottecchia di Dino Zandegù diventando il secondo calabrese a passare pro, dopo Giuseppe Canale e prima del mitico Michele Coppolillo.

Il primo anno tra i grandi è luminoso: sesto al Giro dell’Etna, quinto al Giro della Puglia sino alla convocazione per il Giro.

Alla corsa rosa 1981 Giuseppe Faraca esordisce con il botto vincendo la cronometro a squadre da Lignano Sabbiadoro a Bibione. Nella quarta tappa con arrivo a Recanati, Pino è con i migliori mentre Guidone Bontempi, che indossa la maglia bianca, arriva al traguardo staccato e il ragazzo di Cosenza indossa per due giorni la maglia bianca di miglior giovane, la conserva per due giorni e poi deve cederla al compagno di squadra Aliverti al termine della tappa di Rodi Gargano. Tutto perso? Per nulla, nella tappa del Terminillo la Bianchi-Piaggio attacca con Prim, Contini e Baronchelli. Pino si stacca ma arriva assieme alla maglia rosa Saronni a circa un minuto da Baronchelli. La maglia bianca è nuovamente sulle spalle di Faraca che la tiene sino all’ Arena di Verona, nel giorno del trionfo di Battaglin. In generale Pino chiude undicesimo davanti a Beccia, suo capitano, e Dino Zandegù attirando la simpatia dei tifosi ed addetti ai lavori e, con un po’ più di fortuna, avrebbe potuto fare anche meglio.

Semplice e genuino, “Quando sono partito per il Giro d’Italia neppure sapevo cosa fosse la maglia bianca!” confesserà anni più tardi.

Le sue doti gli valgono le attenzioni della nazionale italiana di Alfredo Martini in vista della spedizione per i Mondiali di Praga ma una terribile caduta al Giro dell’Appennino 1981 gli fa perdere il posto in squadra. Pino resta in coma per una settimana a causa di un trauma cranico e il suo rendimento seguente è per sempre caratterizzato da quel tragico accadimento.

“Di quel Giro dell’Appennino non ricordo praticamente nulla, solo mia madre quando mi sveglia dal coma” racconterà molti anni dopo.

In tanti lo definiscono il “Bahamontes italiano” sia per la somiglianza con lo scalatore spagnolo per via dei tratti somatici e sei capelli nerissimi che per le doti in salita. Svanito il sogno azzurro Pino prova a recuperare con estrema tenacia tanto da essere al via del Giro d’Italia 1982 senza fortuna.

Anche il 1983 è un anno difficile per Giuseppe Faraca a causa di una serie di disavventure e così, constatato il declino, lo scalatore cosentino appenda la bicicletta al chiodo nel 1986. Se una porta si chiude, nella vita accade che si aprano dei portoni ed ecco che Pino inizia una nuova carriera, quella di artista.

Sin da piccolo, infatti, Pino ha una passione e una dote per il disegno tanto da essersi diplomato al liceo artistico e non aver abbandonato la pittura nemmeno nel periodo agonistico.

Il Maestro Faraca apre uno studio e una galleria d’arte nel centro storico di Cosenza e le sue tele diventano note agli intenditori. Nudi femminili, figure stilizzate e colori vivi ma anche il ciclismo con evidenti richiami al futurismo sono i temi che imperversano nella sua produzioni.

Nel 2013 il Giro passa per Cosenza ed Ernesto Colnago gli commissiona il quadro “Oltre il 2012” per la fiera di Milano.

Pino rimane anche fra le bici grazie ad suo negozio dove vende bici firmate e bici firmate anche da lui: le “Faraca”.

Nel maggio 2016 Pino ci lascia, a soli 56 anni, dopo una lotta serrata con un brutto male che lo ha colpito, come accaduto per suo padre, da giovanissimo

 

 

Massimo Ghirotto gregario di ferro

Massimo Ghirotto quarto al mondiale di Agrigento

Massimo Ghirotto, molto più di un “semplice” gregario vincitore di tappe in tutti i grandi giri e quarto al mondiale di Agrigento

Massimo Ghirotto

Massimo Ghirotto

Massimo Ghirotto nasce a Boara Pisani il  25 giugno 1961, scopre la passione per il ciclismo osservando una fiammante bicicletta esposta in una vetrina di un vecchio meccanico di paese.

Massimo inizia a pedalare nel tempo libero, poi in sella ad una bici da donna vince una corsa ai mitici “Giochi della Gioventù”. L’alunno Ghirotto si dimostra particolarmente portato per lo sport del pedale tanto da iniziare a maturare un vero e proprio amore per il ciclismo.

Pedalata dopo pedalata,  affina la sua passione ed a sedici anni entra nella “Mantovani velo club” di Rovigo nella categoria allievi per poi passare tra gli juniores dal ’78 a ’79 e fare un suo debutto nel 1980 tra i dilettanti. Nella categoria brilla per le sue doti andando a conquistare la Astico-Brenta e il Giro delle Tre Provincie Toscane (1981) e il Gran Premio Città di Empoli ’82.

Massimo Ghirotto dimostra una grande propensione alla fatica e un instancabile senso del dovere che lo porta ad essere apprezzato da compagni e dirigenti che vedono nel suo rigore e nella sua dedizione una dote sempre più rara.

Le sue buone prove tra i dilettanti gli valgono, nel 1983, la chiamata dei professionisti da parte della Gis Gelati di Giorgio Vannucci, direttore sportivo di Francesco Moser, un vero e proprio mito per il giovane Massimo.

Già al primo anno tra “i grandi” ottiene un interessantissimo terzo posto al Giro di Toscana che ne dimostra le capacità e il potenziale.

Nel 1985 passa alla corazzata Carrera Jeans di Roberto Visentini e Guido Bontempi. In quell’anno fa il suo esordio al Giro d’Italia (chiuso 125esimo).

Nel 1986 è ancora ai nastri di partenza di Giro e si distingue chiudendo al 25esimo posto in generale ottiene poi la vittoria nella decima tappa del Tour de Suisse da Bodele a Zurigo. L’anno seguente fa il suo esordio al Tour de France e conquista tre vittorie personali: al Trofeo Matteotti, alla Coppa Placci e, assieme a Bruno Leali, al mitico Trofeo Baracchi. L’87 è l’anno dei dualismo Roche-Visentin in casa Carrera e anche Ghirotto si schiera con l’italiano (capitano designato); grazie alle sue doti di prezioso e instancabile gregario viene convocato dalla nazionale italiana per i mondiali di Villach 1987 (vinti dall’indemoniato Roche).

Il 1988 lo vede chiudere al 18esimo posto il Giro e vincere la quattordicesima tappa al Tour daB lagnac a Guzet-Neige. Sempre nello stesso anno si aggiudica il GP Industria e Artigianato ottenendo la convocazione per i Campionati del mondo di ciclismo su strada che si disputano a Ronse in Belgio.
L’anno seguente ottiene la sua prima vittoria alla Vuelta a España nella settima 7ª tappa da Ávila a Toledo. Nel 1990, sempre in maglia Carrera, vince il Giro del Veneto, il Giro dell’Umbria, il GP Sanson e la vittoria nell’ottava tappa del Tour da Besancon a Ginevra.
Nel 1991 vince la quarta tappa del Giro del Trentino da Molveno ad Arco e, al Giro d’Italia, conquista la Prato-Felino diventando uno degli atleti in grado di vincere una tappa in tutte e tre le grandi corse a tappe.

Il 1992 lo vede protagonista vittorioso ancora al Giro del Veneto, alla Tre Valli Varesine, alla Cronoscalata della Futa-Memorial Gastone Nencini e, soprattutto, alla Wincanton Classic, (nota anche come Leeds International Classic o Rochester International Classic) precedendo sul traguardo Laurent Jalabert e Bruno Cenghialta. Quell’anno fa parte della vittoriosa spedizione azzurra ai Mondiali di Benidorm (Spagna).

L’anno seguente abbandona la Carrera per approdare alla ZG Mobili con cui bissa il successo alla Tre Valli dell’anno precedente e conquista l’arrivo di Oropa al Giro d’Italia. Viene nuovamente convocato per i Mondiali (Oslo ’93).
Nel 1994 conquista nuovamente una vittoria al Giro (nella Lavagna-Bra) e ottiene il primo posto in classifica generale alla Vuelta a los Valle Mineros.

Massimo Ghirotto al Mondiale 1994



Massimo Ghirotto
viene nuovamente convocato in nazionale, questa volta per i Mondiali di Agrigento, e proprio in quell’occasione vive uno dei momenti di massimo fulgore.

L’Italia, orfana di Gianni Bugno positivo alla caffeina, si affida a Chiappucci, Bortolami e Fondriest ma Maurizio non è in giornata, Gianluca cade e solo El Diablo risponde presente.

A tre giri dalla fine Cassani gli chiede come sta, il Ghiro è in forma e risponde “molto bene”, a quel punto il CT Alfredo Martini gli dice di fare la sua corsa. Massimo ha esperienza da vendere nelle prove iridate, è alla quinta presenza, e sa cosa si deve e cosa non si deve fare in una simile corsa. I più in forma sono Sorensen, Armstrong Leblanc, Chiappucci e Virenque ma si controllano a vista.

Al penultimo giro, sulla rampa finale, Massimo prova uno scatto secco a cui resistono solo Leblanc e Sorensen (nettamenti più forti in una eventuale volata). Ghirotto non collabora e da dietro rinviene Chiappucci con Armstrong, Virenque e Konyshev. Nell’ultima salita parte Lebalc, Massimo urla al Diablo di seguirlo ma il Chiappa indugia e allora è il Ghiro a seguirlo.

Al primo scatto Ghirotto c’è, al secondo pure ma al terzo allungo del francese il serbatoio è vuoto e la luce si spegne quando mancano poco più di venti metri dal piano. Leblanc è un treno e non vedere più nessuno a ruota centuplica le sue energie. Alla fine Massimo deve “accontentarsi” di chiudere al quarto posto alle spalle di Chiappucci, Virenque e, appunto, il vincitore Leblanc: medaglia di cartone, quel giorno gli dei non gli sorridono.>

Il 1995 è il suo ultimo anno da professionista per dedicarsi alla direzione sportiva dapprima con la Roslotto e poi con la Bianchi.

In occasione del Giro 2010 si unisce alla squadra di  RadioRai seguendo il commento tecnico in sella alla moto, tappa per tappa, portando un contributo importantissimo nel racconto della corsa.

Nel 2011 collabora assieme al senatore della Lega Nord Michelino Davico e l’ex ciclista Matteo Cravero ad organizzare la corsa ciclistica denominata “Giro di Padania”.

 

Massimo Podenzana il gregario instancabile

Massimo Podenzana due volte campione d’Italia

Massimo Podenzana, gregario di lusso, due volte Campione d’Italia e fedele scudiero di Marco Pantani nella doppietta Giro-Tour del 1998

 

Massimo Podenzana

Massimo Podenzana

Massimo Podenzana nasce a La Spezia il 29 luglio 1961 fin da piccolo si avvicina al ciclismo e, dopo la trafila nelle categorie giovanili entra nei dilettanti. Tra il 1983 e il 1984 si mette in luce grazie alle vittorie al Trofeo Pigoni e Miele, al Circuito di Ceia, alla Coppa Martiri di Figline, al Giro del Veneto e al Gran Premio Industria del Cuoio e delle Pelli.

Massimo si dimostra corridore attento e atleta serio tanto da ottenere, nel 1985, la chiamata per i Campionati Mondiali di Giavena del Montello conquistando la medaglia di bronzo nella cronometro a squadre con i Claudio Vandelli, Poli e Bartalini.

L’anno seguente viene nuovamente convocato da Edoardo Gregori per la cronosquadre Mondiale a Colorado Springs. Quell’anno arriva uno strameritato argento assieme al solito Poli e ai due nuovi compagni Vanzella e Scirea.

Le sue performance gli valgono la chiamata tra i professionisti per il 1987 quando va a vestire i colori dell’Atala-Ofmega guidata dal d.s. milanese Franco Cribiori che lo fa subito esordire al Giro d’Italia di quell’anno.

Le sue doti di “passistone” e uomo di fatica non passano inosservate e, al Giro d’Italia 1988 grazie a una fuga conquista la tappa con arrivo a Rodi Garganico e riesce ad indossare la maglia rosa sino all’undicesima tappa Parma-Colle Don Bosco che resterà nella storia in quanto curiosamente neutralizzata ad un chilometro dal traguardo a causa di una manifestazione ambientalista che impedisce il passaggio degli atleti.

Dopo un 1989 privo di soddisfazione nel 1990 passa alla Italbonifica di Bruno Reverberi con cui prende parte al Giro (il team vince due tappe con Stefano Allocchio).

L’anno d’oro di Podenzana è il 1993 quando (con la maglia della Navigare) si impone al Gran Premio Città di Camaiore e al  Gran Premio Industria e Commercio di Prato che quell’anno è valido come prova che assegna il titolo di Campione Italiano. Il 1994 è l’anno della conferma del titolo di campione nazionale nella prova in linea grazie alla conquista del Trofeo Melinda, giunto alla terza edizione, che assegna, appunto, la maglia tricolore lungo il duro circuito di Cles, in Trentino. In una giornata afosissima Podenzana va in fuga dapprima con una manciata di colleghi poi stacca tutti, resta solo. Dall’ammiraglia Reverberi lo striglia, lo sprona, lo sostiene il un crescendo che lo porta a tagliare il traguardo in una vera e propria impresa.

Nel 1995 Massimo Podenzana si presenta ai nastri di partenza indossando i colori della Brescialat di Fabio Bordonali conquistando la vittoria al Giro d Toscana e prende parte per la prima volta al Tour de France chiudendo 26esimo in classifica generale.

L’anno seguente Massimo cambia nuovamente formazione approdando alla Carrera-Longoni Sport di Davide Boifava e Giuseppe Martinelli. E’ un anno positivo per Podenzana che al Tour de France lavora per il capitano Peter Luttenberger ma riesce a vincere la quindicesima tappa da
Brive a  Villeneuve-sur-Lot in Aquitania grazie alle sue doti di finisseur che gli consentono di bruciare sul tempo il gruppo quando mancano poco meno di quattro chilometri all’arrivo. Proprio nell’esperienza alla Carrera ottiene la fiducia di Marco Pantani che sta recuperando dalle vicissitudini fisiche.

Nel 1997, infatti, viene ingaggiato dalla MercatoneUno neonata formazione voluta da Romano Cenni e dal DS Luciano Pezzi e creata intorno al Pirata. Le doti di persona di fiducia, seria e collaborativa sono il valore aggiunto che lo fanno ammirare dall’intero gruppo (una sorta di “Nazionale romagnola”) ed in particolare da Marco. Al Giro la sfortuna si accanisce sul Pirata che cade lungo la discesa del valico di Chiunzi abbandonando la corsa al termine della tappa.  Il 2 giugno si classifica secondo nella tappa del Passo del Tonale superato da José Jaime González al termine di una lunga fuga

Al Tour de France 1997 chiude 24º dando, assieme a Roberto Conti, una importante mano per la conquista del terzo posto finale di Pantani.

L’anno successivo vince il Gran Premio Industria e Artigianato di Larciano ed è, a 37 anni suonati, uno dei fari della Mercatone che conquista con Pantani la storica doppietta Giro-Tour (al Giro choiude 11esimo in generale).

Negli anni seguenti continua il suo compito di fedele gregario con la Mercatone seguendone le traversie legate alle vicende del Pirata per poi entrare direttamente nello staff tecnico del team.

Nel 2003 e 2004 passa Nippo e poi, dal 2005 al 2010, alla neonata Ceramica Flaminia per poi approdare al Team Novo Nordisk squadra voluta da Vassili Davidenko (ex compagno del Pode ai tempi della Navigare) con base ad Altanta, caratterizzata dalla valenza sociale di impegnare solamente atleti con problemi legati al diabete.

 

Luc Leblanc il campione del mondo di Agrigento

Luc Leblanc il ciclista con una storia da raccontare

Luc Leblanc corridore francese campione ai Mondiali di Agrigento 1994 coinvolto nelle vicende di doping dell’Affaire Festina

Luc Leblanc

Luc Leblanc

Luc Leblanc nasce a Limoges il 4 agosto 1966 e a soli 11 anni vede la sua vita segnata da un terribile dramma che consegnerà al ragazzo sempre un velo di tristezza negli occhi. E’ il 1978 Luc e il fratello Gilles di otto anni vengono travolti sa un guidatore ubriaco. Gilles muore per le conseguenze dell’impatto mentre Luc viene ricoverato in ospedale con fratture multiple alla gamba sinistra, vi resta per sei mesi, subisce numerosi interventi ma alla fine riesce a riprendere a camminare. La sua gamba sinistra sarà per sempre più corta di tre centimetri e più debole della destra.

Dopo il terribile incidente Luc, che nel frattempo ama il calcio al punto di rivestire le pareti della sua stanza con foto di giocatori AS Saint-Etienne, matura la convinzione di diventare prete ma, su suggerimento di un fisioterapista, inizia a praticare il ciclismo per cercare di sistemare i problemi alle gambe. La passione per il ciclismo aumenta e risultati, nelle categorie dilettantistiche non tardano e nel 1986 conquista una tappa al Circuit de la Sarthe e la classifica finale del Tour du Perigord.

Raymond Poulidor caldeggia il suo passaggio ai professionisti e nel 1987 riceve la proposta del Team Toshiba di Bernard Tapie per passare tra i “pro”.

Nel suo primo anno tra “i grandi” è vice-campione francese in linea, conquista la vittoria al Grand Prix di Plouay oltre a una tappa al Tour d’Armorique e al Tour du Lyonnais et des monts du Pilat.

L’anno seguente vive una stagione transitoria con la Histor-Sigma per poi accasarsi nel 1990 al Team Castorama di Cyrille Guimard con cui conquista il Tour du Haut-Var , il Grand Prix di Vallonia e una tappa del du Dauphiné Libéré .

Nel 1991 viene selezionato dalla Castorama per il Tour de France e il 18 luglio, nella dodicesima tappa da Pa a Jaca, grazie ad una fuga da lontano assieme a Charly Mottet e Pascal Richard, riesce a strappare la maglia gialla al campione in carica Greg LeMond.

Il giorno seguente, nel tappone pirenaico con Portalet, Aubisque, Tourmalet, Aspin Luc deve lavorare per il capitano Laurent Fignon. A vincere la tappa è Claudio Chiappucci mentre la maglia passa sulle spalle di Miguel Indurain che la porta sino a Parigi. Luc si “consola” chiudendo la corsa francese al quinto posto nella classifica finale, davanti al capitano Fignon.

Nel 1992 Luc Leblanc conquista la sua prima corsa a tappe vincendo il Grand Prix du Midi Libre e ottiene uno splendido secondo posto al Giro del Delfinato. In quell’anno ottiene in titolo di campione nazionale francese in linea non senza polemiche per aver attaccato il compagno di squadra Gérard Rué.

“In una corsa come questa è impossibile fare gara di squadra, era il mio sesto tentativo di diventare campione francese e oggi ero davvero in forma” spiega dopo il traguardo.

In quegli anni i valori e le gerarchie cominciano a scoprire l’importanza dell’uso dell’EPO per alterare le prestazioni e il 1993 vede Luc non trovare nessun acuto personale, complici anche i fastidi alla gamba, in una stagione dominata dai “solito” Indurain, Rominger, Chiappucci e Bugno.

Nel 1994, Luce Leblanc si unisce alla Festina di Richard Virenque,  Laurent Dufaux e Laurent Brochard. La stagione è ricca di successi a partire dalla Vuelta Espana dove vince la classifica della montagna e chiude al sesto posto in classifica generale.

Al Tour trionfa tra la nebbia che avvolge la salita di Lourdes Hautacam anticipando allo sprint nientemeno che il padrone del Tour de France, Miguel Indurain e Marco Pantani. A Parigi sarà ai piedi del podio alle spalle del “solito” Miguel Indurain di Pëtr Ugrumov della Gewiss e di Marco Pantani.

Luc Leblanc, il Mondiale di Agrigento 1994

Il 28 agosto 1994, sotto il sole micidiale della Sicilia è di scena il mondiale di ciclismo nella città della Valle dei Templi. Se il clima è rovente il percorso non è fa meno, i favoriti sono diversi, da Riis a Ugrumov, da Sorensen a Musseuw sino a El Diablo Chiappucci, Richard Virenque e il campione uscente Lance Armstrong.

Leblanc che sta vivendo una stagione eccezionale è uno dei favoriti alla vittoria finale ma mantiene il profilo basso. E’ l’Italia che, correndo in casa, ha il compito di tenere alto il livello della corsa anche se l’assenza di Bugno e i rapporti tesi tra i corridori non aiutano.

Il primo a fuggire è il colombiano Montano che ha chiaramente vita breve. Un attacco condotto di Virenque, Breukink, Cassani, e Sorensen a cui si unisce l’elvetico Puttini fa esplodere le polveri. La corsa è nervosa e vede ribaltamenti di fronte e nell’ultima tornata davanti restano in sette: Sorensen, Konyshev, il campione in carica Armstrong, Virenque e Leblanc per la Francia e i nostri Ghirotto e Chiappucci.

All’imbocco della temibile salita che dalla Valle dei Templi porta ad Agrigento “El Diablo” ha qualche problema al cambio e lascia a Ghirotto il peso di gestire la fuga. Ci prova Sorensen ma Ghirotto è lesto a andare a riprenderlo seguito come un’ombra da Luc Leblanc che sino a quel punto era rimasto coperto.

Ghirotto prova a smorzare l’esuberanza del francese che però scalpita e ai meno 900 metri allunga. Ghirotto prova a resistere ma il serbatoio è vuoto, Leblanc sente l’odore del sangue e come uno squalo vola a cogliere la vittoria che vale una carriera e che lo colora dell’iride.

Dopo un anno da incorniciare le offerte per il neo campione del mondo fioccano e Luc entra nella formazione Le Groupement ma, una settimana prima del via del Tour, la formazione entra in crisi finanziaria, la sua stagione finisce quindi a luglio e si sottopone ad un intervento al nervo sciatico.

Nel 1996 entra a far parte del team italiano Polti di Gianluigi Stanga e al Tour conquista la Chambéry- Les Arcs nell’edizione che vede il ribaltone che porta al crollo di Indurain e alla vittoria di Bjarne Riis, danese in forza alla Telekom davanti al giovane collega tedesco Jan Ullrich. Luc arriverà a Parigi in sesta posizione della generale nonostante i consueti problemi alla gamba.

Il 1997 vede Leblanc conquistare il Giro del Trentino e ottenere un secondo posto alla Freccia Vallone e il quarto alla Liegi-Bastogne-Liegi mentre l’anno successivo deve accontentarsi del titolo di vice-campione di Francia dietro a Laurent Jalabert .

Nel 1999, a causa dei problemi fisici ricorrenti, Leblanc viene licenziato dal Team Polti la disputa si sposta in tribunale dove viene confermata l’assenza di giusta causa e il team viene chiamato a risarcire il corridore transalpino.

Nel 2000 all’interno dell’inchiesta condotta dal tribunale penale di Lille relativa all’Affaire Festina, Luc Leblanc rivela di aver fatto uso di sostanze dopanti durante il Tour de France e la Vuelta nel 1994 e negli anni seguenti. Leblanc afferma di essere stato pulito durante la conquista del titolo iridato del ’94 e che l’uso di prodotto proibiti è stato dettato dalla necessità di mantenere il suo livello in un mondo in cui il doping ormai imperversava.

Nel 2002 diventa direttore sportivo e direttore generale della squadra Panorimmo.com-23 nel Limosino, una squadra amatoriale di categoria Nationale1.

Nel 2004 Luc Leblanc entra a far parte del team belga Chocolats Jacques come direttore sportivo assieme a  Johan Capiot, Jef Braeckevelt e Walter Planckaert occupandosi delle gare che si svolgono sul territorio francese.

Giancarlo Perini il Duca di Benidorm

Giancarlo Perini tra Chiappucci e Bugno

Giancarlo Perini il gregario di Chiappucci che fece vincere a Gianni Bugno il Campionato Mondiale di Benidorm del 1992

Giancarlo Perini

Giancarlo Perini

Giancarlo Perini nasce in località Costa Nicrosi, a Carpaneto Piacentino il 2 dicembre 1959, a undici anni scopre la bicicletta e fin da subito è autentica passione. Si iscrive al Gruppo Sportivo del Comune di Cadeo. Dopo la classica trafila nelle corse giovanili, nel 1976 passa alla A.S.D. Pedale Arquatese di Castell’Arquato, gareggiando per cinque stagioni tra i dilettanti (due anni con la terza categoria, poi tre tra seconda e prima).

Tra i dilettanti riesce a mettersi in mostra grazie alla vittoria nella Coppa d’Inverno, al Gran Premio di Verteva e alla Coppa Fiera di Mercatale.

Al Giro d’Italia dilettanti del 1980 si dimostra assolutamente competitivo andando a conquistare il titolo di miglior giovane e classificandosi al quinto posto in classifica generale. Proprio questa buona performance accende le attenzioni di Davide Boifava che gli offre un contratto professionistico per la stagione 1981 vestendo i colori della Inoxpran dei fratelli Prandelli proprietari dell’omonima azienda di pentole in acciaio.
La formazione di Boifava annovera nelle proprie file, tra gli altri, il giovane Bruno Leali e due campioni esperti come Giacinto Santambrogio e Giovanni Battaglin. Perini, debuttante tra i pro, viene convocato per la Vuelta Espana 1981 e aiuta Battaglin a conquistare la corsa a tappe iberica (chiudendo 45esimo in generale).

Nel 1982 prende parte per la prima volta al Giro d’Italia ma è costretto al ritiro mentre l’anno seguente non riesce a essere convocato per uno dei tre grandi giri. Nel frattempo la Inoxpran cambia denominazione in Carrera Jeans e firma un contratto con Roberto Visentin che corre come capitano al Giro d’Italia 1984 ma non brilla, Perini lavora al suo fianco e, sempre in quell’anno, fa il suo esordio al Tour de France. Dopo un 1985 poco brillante l’anno seguente è vittima di un terribile incidente durante una tapa del Giro di Svizzera. In un tratto di discesa Perini viene centrato da un’autovettura che si è indebitamente introdotta nel percorso della gara., L’impatto è micidiale, Perini rimedia tre frattura al ginocchio destro e un trauma cranico oltre a numerose ferite ed escoriazioni; la sua carriera è seriamente messa a rischio.

Dopo sette mesi lontano dalle corse, fa rientro in gruppo nel 1987, a supporto dei nuovi leader della Carrera ovvero l’irlandese Stephen Roche e un giovane italiano, tale Claudio Chiappucci.

L’anno d’oro di Perini è il 1992 quando, accanto a El Diablo vive un Tour de France sopra ogni aspettativa, il corridore di Uboldo riesce a chiudere secondo alle spalle del navarro Miguel Indurain e Giancarlo, nonostante un instancabile lavoro di gregariato ottiene un impronosticabile (alla vigilia) ottavo posto in classifica generale. Accanto all’exploit in terra francese, il piacentino ottiene piazzamenti nella top-ten al Giro del Veneto, alla Coppa Bernocchi e al Trofeo Matteotti dimostrando una incredibile regolarità nel corso della stagione.

Proprio la regolarità di performance valgono al mitico Giancarlo Perini un posto in nazionale agli imminenti Mondiali di Benidorm in Spagna

Nasce il “Duca di Benidorm”

Cuore, fatica e tenacia sono le doti di Giancarlo e il CT Alfredo Martini ha bisogno proprio di uno come lui nel Team Italia così Perini a 33 anni suonati indossa per la prima volta la maglia azzurra. Una chiamata forse per alcuni inaspettata ma assolutamente meritata a suggellare una stagione unica. Martini nel pianificare la corsa affida il ruolo di capitano ai due “Galletti” Bugno e Chiappucci con Argentin e Fondriest pronti a colpire.

L’Italia è in forma e le dispute tra Gianni e Claudio non inficiano la qualità della tattica di corsa. Quando allungano Indurain e Rominger è Chiappucci che segue la loro ruota. Poco prima dell’ultima tornata i fuggitivi vengono ripresi, Perini guarda “il Chiappa” e si accorge che il serbatoio del varesotto è vuoto.

Mancano circa 20 chilometri all’arrivo e sulla salitella gli spagnolo alzano il ritmo con Indurain che vuole vincere il mondiale di casa. Ghirotto è cotto e non è può Bugno. Perini si avvicina a Gianni e, dopo essersi accertato che il monzese è in forma, gli urla, “andiamo a vincere la volata”. Proprio in quel momento partono uno spagnolo, un francese e un tedesco, il gruppo  sta a guardare. Perini va in testa e lavora come un mulo e ricuce lo strappo. Ai meno 1,2 Perini si volta, Bugno pare spento, in fondo al gruppo.

“Gianni che c****o ci fai ultimo – urla Giancarlo -prendi la mia ruota”.

Il resto è storia con Perini che tira la volata sino ai meno 200 metri quando Bugno brucia Jalabert che prova a rimontarlo ed alza le mani al cielo.

Se Gianni diventa il Campione di Benidorm, Giancarlo Perini  diventa il “Duca di Benidorm”.

Nel 1993 Perini lascia la Carrera e il suo mentore Davide Boifava per vestire i colori della ZG Mobili, con cui ottiene la prima e unica vittoria in carriera al Giro di Puglia. Viene convocato, con ruolo di gregario per i mondiali di Oslo (vinti da Lance Armstrong).

Nel 1995 passa alla Brescialat per una stagione prima di abbandonare il ciclismo professionistico all’età di trentacinque anni per dedicarsi al ruolo di Direttore Sportivo proprio alla Brescialat (poi Liquigas, Cage Maglierie, Tenax).