Eros Poli e la conquista del Mont Ventoux

Eros Poli a la sua vittoria al Tour 1994

 Eros Poli e la conquista del Mont Ventoux nella tappa del Tour de France 1994 al termine di una incredibile fuga solitaria di 161 km

Eros Poli

Eros Poli

Il Mont Ventoux, il Monte Calvo, autentico mito del ciclismo transalpino, spauracchio di tutti i ciclisti e luogo di culto per gli amanti del pedale è il luogo dell’assunzione alla gloria per Eros Poli.

Lì dove Kübler fu costretto al ritiro dal Tour, dove il povero Tommy Simpson trovò la morte, li dove un vittorioso Merckx dovette chiedere una mascherina d’ossigeno, l’italiano trovò un giorno di insperata gloria personale.

La cima bianca e brulla del monte francese è luogo di imprese mitiche e di crisi epiche, di giornate brucianti nel sole di luglio e di giornate ventose (non potrebbe essere altrimenti) e tremendamente fredde tanto da sfiancare anche i ciclisti più duri e “cazzuti”.

E’ il 18 luglio 1994, la sera prima l’Italia sportiva ha pianto in una notte infinita per il rigore sbagliato da Roberto Baggio nella finale della Coppa del Mondo contro il Brasile. Quel giorno si corre la tappa Montepellier-Carpentras, la maglia gialla sta saldamente sulle spalle del Re Miguelon Indurain e in fuga parte un veneto. Eros Poli un “cristone” di due metri, un “passistote” oro olimpico nella cronometro a squadre nel 1984 a Los Angeles che con le salite ha poco a che spartire e che si diletta a tirare le volate a Mario Cipollini.

Eros Poli tenta una scriteriata fuga dopo sessanta chilometri di corsa, in molti pensano sia un allungo fatto per guadagnare qualche minuto per poi far gruppetto una volta ripreso. Poli conosce meglio la “rete” dove cadono i velocisti che la gloria della testa del gruppo, almeno quando la strada sale.

Tutti si aspettavo Indurain o attendono una sfuriata di Virenque, gli occhi degli italiani sono per un emergente Marco Pantani e quando scatta il “passistone” nessuno è disposto a scommettere un euro, anzi una lira sulla buona riuscita dell’attacco. Mettere in mostra il marchio della squadra, ecco giusto quello può essere l’obiettivo di Eros. E invece tutti si sbagliano.

La tappa scorre ed Eros secondo su secondo scava un solco importante, addirittura enorme quando, ai piedi del monte calvo, il cronometro registra venti minuti di vantaggio sui diretti inseguitori. Un vantaggio enorme ma che può non bastare quando dietro scoppia la bagarre. Poli, l’abbiamo detto, è uno abituato a vedere la coda del gruppo quando la strada sale, è uno abituato a giocare sui secondi per non andare fuori tempo massimo. E proprio questa sua abilità nel centellinare i secondi lo porta a fare un calcolo per puntare all’impresa:

“Ai piedi del monte avevo calcolato di poter perdere un minuto e quindici a chilometro” racconterà all’arrivo. Proprio il cuore e la capacità di calcolo lo condurranno alla vittoria.

Eros Poli sale col suo passo mentre dietro, tra i big, c’è lo scatto di, neanche a dirlo, Marco Pantani. Al pirata resiste (per poco) Luc Leblanc. Eros non si scompone, sa che tutto sarà questione di secondi. Mentre il Mistral sferza il gruppo, il veneto ha già perso cinque minuti.

E’ una sfida impossibile la sua ma, lo sappiamo, è l’impossibile che piace agli amanti del ciclismo. “Forza Poli”, “Allez Polì”, dalle pietraie si alza l’urlo della folla. Gli “indiani”, come vengono chiamati in gergo i tifosi che stanno sul ciglio della strada nelle tappe di salite, vedono da lontano avvicinarsi quell’omone in sella alla sua bici che fatica come un dannato ma che non molla di un centimetro.

“Allez Polì, Allez Polì” urla la folla, Eros ondeggia come una nave nel mare in tempesta. Forza Eros pensiamo tutti noi italiani ma lo pensano tutti, una favola la sua che deve, deve realizzarsi.

Marco Pantani tira come sa fare lui, il margine scende la Eros conta i minuti e i secondi, sa che può farcela. “Non mollare, non mollare, non mollare”. Se guarda in giù dalla montagna, Eros può vedere gli avversari che lo stanno andando a prendere. “Non mollare, non mollare, non mollare”… macina centimetro dopo centimetro il passista veneto, tra pietre infuocate e gente che urla.

Il rischio di piantarsi è alto, le energie fisiche sono al lumicino ma le energie mentali lo portano, quasi sospinto dagli dei del ciclismo a tagliare per primo la vetta del Mont Ventoux. Il corridore di Isola di Scala scollina con cinque minuti di vantaggio su Marco e sei sul gruppo della maglia gialla che in discesa rientra sul pirata.

Se il nemico di Poli era prima la salita ora sono la discesa e il piano l’avversario da temere prima ancora del gruppo degli inseguitori. Eros a testa bassa stantuffa sui pedali, resiste stoicamente come un ciclista degli anni mitologico dello sport del pedale. Dopo 161 chilometri di fuga solitaria Poli taglia stremato il traguardo con circa tre minuti di margine dal gruppo dei migliori.

E’ un vero trionfo quello di Eros, è il trionfo dell’atleta e il riscatto per la categoria dei gregari che sempre meno spesso riescono a trovare giornate di gloria come quelle vissute dal “corazziere” veneto. Lo stesso Jean Marie Leblanc si complimenta con l’italiano che con la sua azione ha impreziosito l’intera edizione del Tour.

 

 

 

 

 

 

 

 

Vito Taccone il Camoscio d’Abruzzo

Vito Taccone campione e personaggio unico

Vito Taccone, il Camoscio d’Abruzzo, personaggio unico del ciclismo anni ’60 grazie anche alle partecipazioni al Processo alla Tappa 

Vito Taccone

Vito Taccone

Vito Taccone nasce ad Avezzano l l’8 maggio 1940 in una famiglia di umili origini. Rimasto orfano del padre sin dalla tenera età, Vito è costretto a trovare precocemente un lavoro per contribuire a far sbarcare il lunario alla famiglia. Il giovane taccone inizia facendo il pastore e poi trova lavoro come garzone nella bottega di un fornaio. Il suo compito sono le consegne a domicilio alle trattorie del luogo ma una mattina, dopo aver perso la corriera che lo accompagna al lavoro, decide di caricare sulla sua bicicletta quasi 80 chili di pane e di consegnarle pedalando

Pedala che ti pedala, Taccone viene notato da un vecchio ciclista abruzzese, Enrico Eboli che osservandolo scalare la salita del Salviano si accorge del talento di questo ragazzino e lo avvicina al mondo delle corse giovanili.

Dopo la consueta trafila nelle categorie giovanili e dopo essersi messo in luce con la vittoria al Targa Crocifisso del ‘60, nel 1961 fa il suo esordio tra i professionisti con i colori della Atala-Pirelli.

Le doti di scalatore, la grinta e la voglia di emergere lo rendono subito protagonista tra “i grandi”.In breve tempo Taccone diventa amatissimo dai tifosi, conquista al suo esordio al Giro d’Italia la tappa Bari-Potenza e la maglia verde di miglior scalatore. Sempre nel ’61 fa sue due frazioni e la classifica generale alla Tre Giorni del Sud ed ecco che nasce subito soprannome “Camoscio d’Abruzzo”: come sale Taccone in pochi lo sanno fare. Nel suo anno d’esordio trionfa, inaspettatamente, al Giro di Lombardia precedendo di tre secondi Imerio Massignan della Legnano.

Il 1962 vede Taccone trionfare al Giro del Piemonte davanti a Franco Cribiori e al Giro d’Italia vinto da  Franco Balmamion chiude in quarta posizione a 5’21” dal vincitore.

Vito Taccone diventa uno degli astri emergenti del ciclismo italiano e il 1963 è un anno veramente ricco di soddisfazioni che consacra il camoscio d’Abruzzo come fenomeno vero. Con la maglia della Lygie, Vito conquista ben quattro frazioni del Giro d’Italia: La Spezia-Asti, Asti-Oropa e Biella-Leukerbad tre giorni di fila (decima, undicesima e dodicesima tappa) e più tardi, alla 19esima frazione da Belluno a Moena arriva il quarto squillo. In generale chiude al sesto posto ma conquista nuovamente il titolo di miglior scalatore della corsa rosa.

Una regione poco avvezza al ciclismo e che timidamente cerca di alzare la testa negli anni del boom economico del nord Italia trova il suo eroe popolare in Vito Taccone amato e ben voluto da tutti i suoi corregionali ma anche in tutto lo stivale.

Persona sincera, schietta e genuina, Vito diventa un personaggio pubblico amatissimo tanto da essere praticamente ospite fisso del mitico Sergio Zavoli al Processo alla Tappa. Tra i due nasce una vera intesa, il mito vuole che Zavoli posizionasse il buon Vito al suo fianco rifilandogli un calcetto per dare il via alle pungenti “sparate” di Taccone che infiammavano gli ospiti e soprattutto il pubblico.

Nel ’64 Taccone, con la maglia della Salvarani, conquista il Giro di Campagna, una tappa al Tour de Romandie e una al Giro d’Italia dove però è costretto al ritiro. Lo stesso anno fa il suo esordio al Tour de France senza trovare però gloria tanto da essere costretto al ritiro. Alla Grande Boucle ’64 il carattere sanguigno dell’abruzzese lo porta a scendere di sella per prendere a pugni l’iberico spagnolo Fernando Manzaneque reo di avergli rubato del ghiaccio preso al rifornimento. Taccone era già stato al centro di tensioni durante la corsa francese venendo accusato di provocare cadute nelle volate per via dei suoi scatti scomposti e quell’episodio lo porta a decidere di non presentarsi più al Tour.

Taccone, carattere irascibile e un po’ fumantino, è però un corridore sincero e leale tanto da entrare nelle simpatie del cannibale Eddy Merckx che in una tappa del Giro con arrivo in Abruzzo trovandosi in maglia rosa decide di non rispondere al un attacco di Vito per consentirgli la vittoria. Taccone non riesce a vincere la tappa e Merkcx perde la maglia rosa.

“Probabilmente Merckx bestemmiò in fiammingo quando gli dissi di non aver vinto” ricorderà anni dopo l’abruzzese.

Nel 1965 conquista la Milano-Torino impreziosendo ulteriormente il suo palmares, nel 1966 conquista la prima tappa del Giro d’Italia vestendo la maglia rosa per un solo giorno.

Nel 1968 al Campionato del Mondo di Imola vinto da Vittorio Adorni, Taccone chiude al quinto posto assoluto dopo aver collaborato con la squadra azzurra.

Taccone lascia il ciclismo al termine della stagione 1970 andando a sfruttare la propria popolarità per lanciare alcune attività commerciali come la produzione dell’Amaro Taccone e candidandosi alle elezioni locali tra le fila del Partito Repubblicano.

Nel 2007, divenuto titolare di un’azienda di abbigliamento sportivo, è coinvolto in un’inchiesta della Guardia di Finanza per associazione a delinquere finalizzata al commercio di capi di abbigliamento con marchi contraffatti o provenienti da furti.

Vito Taccone muore a 67 anni, il 15 ottobre 200, per un infarto forse legato allo stress delle vicende giudiziarie che lo avevano visto protagonista. Se il carattere di Vito fosse stato più malleabile probabilmente avrebbe potuto vincere un Giro d’Italia ma, forse, Taccone resterà sempre amato dagli appassionati di ciclismo proprio per il suo modo d’essere sempre esuberante e burbero.

 

Alessio Peccolo scalatore veneto mai esploso

Alessio Peccolo una promessa non mantenuta

Alessio Peccolo talentuoso scalatore nelle categorie dilettanti negli anni ’70, passato pro non è riuscito a mantenere le aspettative

Alessio Peccolo

Alessio Peccolo

Alessio Peccolo nasce a San Vendemiano in provincia di Treviso in 24 ottobre 1947. Fisico tarchiato, basso e compatto come un gladiatore ha nel sangue il DNA dello scalatore che lo porta presto a diventare un punto di riferimento del ciclismo giovanile trevigiano. Altro solo 1,63 (per meno di 60kg) quando la strada sale Alessio si scatena ma anche nelle volate ristrette Peccolo riesce a dire la sua nelle categorie giovanili.
Con la storica maglia rossoblù dell’Unione Ciclistica Vittorio Veneto, Alessio riesce a far innamorare i conterranei del suo modo di correre grazie ad una innata predisposizione all’attacco che gli consentono azioni davvero spettacolari.
Nel 1969 conquista una splendida vittoria al Giro del Friuli che lo porta all’attenzione degli addetti ai lavori ma la volontà di cimentarsi con le Olimpiadi lo spinge a posticipare il passaggio tra i “pro” per dedicarsi alle prove dilettantistiche che alla lunga ne consumeranno importanti energie.

Nel 1972 bissa la vittoria nella corsa a tappe friulana ma il talento del trevigiano non suscita le attenzioni delle grandi squadre e solo l’anno seguente, ad Olimpiadi trascorse, farà in grande salto quando la carta di identità dirà 26 anni.

E’ la GBC ad offrire un contratto da professionista ad Alessio. L’organico avanti con l’età in cui spiccano Luciano Armani , Claudio Michelotto e Wladimiro Panizza oltre ad una batteria di pistard e velociti non valorizza le doti del minuto scalatore veneto.

Tra gli emergenti del team ci sono, appunto, Peccolo, Roberto Sorlini e Wilmo Francioni ma il passaggio di categorie non è dei migliori per Alessio. Dopo un promettente terzo posto al nel GP Kanton Argau-Gippingen alle spalle di Basos e Van Springel, al Giro 197 fatica ad ingranare chiudendo al 29esimo posto assoluto ma senza però aver mai messo in mostra le doti di “guastafeste” in salita che lo avevano distinto tra i dilettanti. Al successivo Giro di Svizzera le cose non vanno meglio nonostante rivali meno agguerriti.

A fine anno la GBC chiude i battenti e Peccolo riesce a trovare un contratto nella Filcas, una squadra di dilettanti che era passata fra i professionisti: la stagione è peggiore della precedente e al Giro d’Italia chiude 60esimo tanto che nel novembre di quell’anno decide di appendere definitivamente la bici al chiodo.

Padre di Nicola, anche lui discreto dilettante con doti simili a quelle del padre, Alessio Peccolo è prematuramente scomparso nell’aprile del 2014 per un malore occorsogli mentre stava assistendo al Giro del Belvedere, una gara di ciclismo dedicata agli anni Under 23.

Ali Neffati, il primo corridore africano al Tour de France

Ali Neffati dalla Tunisia al Tour

Ali Neffati ciclista tunisino è stato il primo ciclista proveniente dall’Africa a prendere parte al Tour de France, la sua storia

Ali Neffati (fonte wikipedia)

Ali Neffati (fonte wikipedia)

Ali Neffati nasce a Tunisi (Tunisia) il 22 gennaio 1895, inizia la carriera nel suo paese nel 1908 dove conquista diverse prove su pista. In quegli anni la povertà è molta ma la voglia di emergere di Ali è tanta e nel 1913 ottiene, primo corridore africano della storia, l’invito a partecipare al Tour de France.

Ali Neffati si distingue oltre che per le sue doti anche per il suo look eccentrico: in sella, invece del berretto, indossa un Fez o ṭarbūsh, il copricato cilidrico di colore rosso tipico della città marocchina di Fez.

Dopo essersi procurato una bicicletta adatta alla corsa solo due giorni prima del via, arriva in Francia tra la curiosità dei fans del ciclismo e stupisce tutti per il suo pittoresco copricapo con cui prende parte anche alla Grande Boucle. Nella tappa più dura dell’edizione 1913 del Tour, la Brest-La Rochelle di quattrocentosettanta chilometri, Ali, sotto un sole che spacca le pietre, viene avvicinato dal giornalista Henry Desgrange che gli chiede se non stia soffrendo per il caldo. “No, ho freddo” è la lapidaria risposta del ciclista tunisino. Ali non completa quel tour ma in qualche modo si fa conoscere.

Lo scoppio del primo conflitto mondiale lo costringe a scendere di sella per poi tornare, a guerra finita, a correre nel 1918. Nel ’19 prende parte al Circuit des Champs de Bataille, la corsa più dura della storia che tocca diverse città devastate dalla prima guerra mondiale.

Successivamente Ali Neffati si dedica al ciclismo su pista correndo nei maggiori velodromi mondiali sino al 1930 quando decide di ritirarsi dal ciclismo. Qualche anno dopo Henry Desgrange si ricorda di Ali e gli offre un lavoro come giornalista la periodico “L’Auto”. Anche con la penna Ali si dimostra brillante tanto da lavorare per “L’Equipe”.

Ali Neffati muore nell’aprile 1974 a Parigi, di lui resterà il ricordo di una persona umile, affidabile e coraggiosa.

 

 

 

 

 

Vagabundo, la leggendaria bicicletta messicana

Vagabundo biciclette messicane anni ‘60

Vagabundo, le biciclette messicane apparse sul mercato nel 1967 ispirate alle Harley Davidson e che ricordano le Raleigh Chopper

Vagabundo

Vagabundo

Vagabundo un fenomeno centroamericano nel mondo delle biciclette. In Messico l’idea di viaggio è strettamente legata al concetto di libertà e di felicità. L’idea di viaggio in un paese legato a filo doppio al concetto di viaggio (con cui Colombo ha “scoperto” le Americhe) è pressoché naturale.

Uno dei primi strumenti di viaggio per tutti è la bicicletta ed in Messico le generazioni degli anni ’60, ’70 e ’80 legano la bici a selle a “forma di banana”, ideali per pedalare su asfalto e su sterrato imitando i chopper americani: stiamo parlando delle Vagabundo.

Nate in una azienda di Windsor in Messico nel 1967, traggono spunto dalle Raleigh Chopper prodotte a Notthingam dall’omonima ditta, e sono la versione latinoamericana di una autentica icona pop per intere generazioni.

Se le biciclette prodotte dalla Raleigh e disegnate da Oakley ispirato dal film Easy Rider diventano icona in Europa e Stati Uniti, nel frattempo le Vagabond conquistano il Messico. Equipaggiate con il freno controbilanciato Bandix 76, due barre metalliche e simulano gli ammortizzatori e ruote Tornel con disegno a nido d’ape le Vagabond diventano il sogno proibito dei bimbi messicani.

Il nome Vagabundo è un chiaro invito rivolto ai bambini ad esplorare il mondo andando a cogliere un pezzo di ignoto e di inesplorato nei dintorni di casa in sella alla propria bicicletta.

Dopo il boom degli anni ’70 e della prima parte degli ’80 la produzione è entrata in crisi e la fabbrica di Windson ha cessato la produzione in quanto marchi come Rudge, Schwinn, Sting Ray e Cross stavano dominando la lotta per accaparrarsi il mercato delle biciclette da bambino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alessio Di Basco lo scavezzacollo del pedale

Alessio Di Basco talentuoso ciclista “naif”

Alessio Di Basco velocista talentuoso che in carriera ha colto meno di quanto non meritasse. La sua storia tra vittorie e goliardia

Alessio Di Basco

Alessio Di Basco

Alessio Di Basco nasce a Vecchiano in provincia di Pisa il 18 novembre del 1964 ma cresca a Migliarino, con genitori e nonni contadini tra campi di angurie e meloni. Non ama la scuola Alessio, preferisce correre tra i boschi e i rovi con gli amici.

A sette anni scopre lo sport, non il calcio, “troppo banale” racconterà, ma il ciclismo che ben si sposa con il suo desiderio di avventura.

Il piccolo Alessio lavora in una macelleria, fa piccoli lavoretti di pulizia raggranellando i soldi per la prima bicicletta “normale” che poi gli fu trasformata in bici da corsa da un meccanico amico di famiglia.

Entra a far parte dell’Associazione Ciclistica Pisa con cui prende parte alle prime corse. Carattere ribelle e libero, sin da piccolo, per sua stessa ammissione è un autentico “scavezzacollo” attitudine che lo seguirà anche negli anni passati in sella facendolo diventare un autentico personaggio amato dal pubblico.

Dopo la classica trafila nelle categorie giovanili, passa professionista nell’autunno del 1987 con i colori della Remac grazie alle sue spiccate doti di velocista.

Il 1988 è la prima stagione vera di Alessio che veste la divisa della Fanini e, dopo aver colto un interessantissimo terzo posto al Trofeo Laigueglia ed una piazza in una tappa del Giro del Trentino, si presenta al via del Giro d’Italia.

Nella nona tappa della corsa rosa, da Pienza a Marina di Massa, riesce a trionfare battendo due mostri sacri delle volate: Guidone Bontempi e lo svizzero Urs Freuler. Nelle successiva frazioni, con arrivo a Jesolo e Vittorio Veneto, Alessio Di Basco di mette ulteriormente in luce conquistando piazzamenti d’onore alle spalle di Rosola e Freuler consacrandosi come velocista di qualità.

Sull’onda delle belle prestazioni alla corsa rosa, Alessio Di Basco viene invitato al Circuito di Firenze dove conquista la vittoria finale coronando un 1988 da sogno per un debuttante.

L’anno seguente firma con l’americana Pepsi Cola-Alba Cucine di Mauro Battaglini passando una stagione senza alcun acuto per poi accasarsi alla Gis Gelati con cui nel 1990 ottiene la vittoria nella 5ª tappa della Settimana Ciclistica Bergamasca con arrivo a Treviglio.

Alessio Di Basco maglia nera al Giro 1990

Al Giro d’Italia 1990, stradominato da un inarrestabile Gianni Bugno che tiene la rosa dal primo all’ultimo giorno, Di Basco lavora per Paolo Rosola nelle volate e in salita per Maurizio Vandelli che punta alla maglia dei GPM. Finito il lavoro di gregario ecco che Di Basco battaglia con Stefano Allocchio per la “conquista” della maglia nera come Luigi Malabrocca e Sante Carollo.

Tra nascondigli dietro le ammiraglie e soste nei bar, tra camuffamenti con mantelline di colore diverso da quello della squadra e qualche battuta ecco che Alessio chiude ultimo “grazie” a una clamorosa cotta con cui imbarca 16 minuti e 40 secondi sull’avversario.

“Arrivai al traguardo morto, durante il tragitto dall’arrivo all’albergo mi addormentai in ammiraglia e salito in camera mi gettai sul letto così com’ero, scarpe comprese e mi svegliai la mattina successiva” racconterà in seguito.

Passato alla Amore & Vita nel 1992 conquista la prima tappa del Tour de Suisse a Dubendorf e nel 1994 la 15ª tappa della Vuelta a España da Santo Domingo de la Calzada a Santander.

Il 1995 è un anno particolarmente scintillante per Alessio che, smesso i panni del “guascone”, conquista la prima tappa della Volta a Portugal da Lisbona a Sintra e la decima tappa della corsa lusitana da Tarouca a Macedo de Cavaleiros che gli consentono di vincere la classifica a punti della gara. Nella stessa stagione arrivano la vittoria al GP di Monaco e quello di Goppingen in Germania, una tappa del West Virginia Classic negli Stati Uniti.
Dopo tre secondi posti rispettivamente nella Coppa Bernocchi e nella Coppa Sabatini e nella classifica finale della Coca Cola Trophy chiude la stagione con anche il terzo posto nel Giro d’Emilia

Una stagione trionfale quella di Alessio che riesce a mettere in mostra tutte le doti a volte offuscate del carattere decisamente “caliente”. Le successive tre stagioni sono vissute a bocca asciutta sino alla decisione di lasciare il ciclismo professionistico dedicandosi ad attività immobiliari ed aprendo una scuderia di cavalli da trotto, che gli offre non poche soddisfazioni ed allori.

Julio Alberto Perez Cuapio lo scalatore messicano

Julio Alberto Perez Cuapio il cuore in sella

Julio Alberto Perez Cuapio scalatore messicano entrato nel cuore degli italiani durante il Giro 2001 per la sua richiesta da “stranamore”

Julio Alberto Perez Cuapio (fonte wikipedia)

Julio Alberto Perez Cuapio (fonte wikipedia)

Julio Alberto Perez Cuapio nasce a Tlaxcala de Xicohténcatl in Messico il 30 luglio 1977 . Il messicano è un corridore un po’ anomalo, ha uniziato a pedalare solamente nel 1996 a 19 anni ma si fa notare per le doti di resistenza in salita, a notarlo è Miguel Arroyo che ne segnala le prove. L’anno seguente Arroyo smette di correre mentre Cuapio decide di trasferirsi in Italia (nelle Marche) per provare a sfondare nel ciclismo. Ottiene sette vittorie tra i dilettanti mettendo in mostra interessantissime doti di scalatori tra cui spicca il successo alla Gara Ciclistica Milionaria di Montappone nel 1999.

Il 2000 è un anno importante per Julio Alberto che ottiene un contratto professionistico con la squadra Ceramiche Panaria-Fiordo che in quegli anni è una fucina di talenti come Pozzovivo, Sella, Mazzanti e Grillo. Con la maglia della formazione italiana si mette in mostra al Tour de Langkawi dove vince la decima tappa chiudendo al secondo posto in classifica generale e vincendo il titolo di miglior scalatore. Nello stesso anno Perez Cuapio conquista la seconda prova del Trofeo dello Scalatore organizzato da RCS a certificazione del suo talento appena la strada si inerpica.

Julio Alberto Perez Cuapio il Giro 2001 da “Stranamore”

Il Giro 2001 conta sulle performance di Dario Frigo, Gilberto Simoni (il favorito), Stefano Garzelli e la speranza del ritorno del Pirata. Il suo primo successo arriva nella tredicesima tappa del Giro d’Italia 2001, un vero e proprio tappone di 225 km con il Rolle, il Pordoi, la Marmolada e, nel finale, nuovamente il Pordoi.

A meno 9 km dall’arrivo Perez Cuapio fa una gran sparata con il 53, in testa c’è un gruppo ristretto per via dell’azione di Gibo sulla Marmolata, che sgretola i superstiti di giornata. Sul Pordoi Julio Alberto è enorme mentre l’unico che riesce a rientrare su di lui è Simoni e Frigo crolla. Simoni è uno che non ama arrivare secondo e Pérez Cuapio vuole il suo giorno di gloria. Ai meno 400 il messicano prova a alzare il ritmo e Gibo da padrone gli fa cenno di non forzare tanto la vittoria gli sarà concessa. Il messicano taglia il traguardo e conquista tutti quando ai microfoni della TV pensa di essere a “Stranamore”: “ora che ho vinto al Giro e sono famoso cerco una ragazza. Sono un buon partito e sono un bel ragazzo anche se mi mancano due denti, rotti in una caduta il giorno dopo nella quinta tappa. So parlare italiano m mi sento solo, vorrei una donna carina e semplice. In amore metto la stessa passione che nell’affrontare le salite”. Arriverà Mara che lo accompagnerà al Giro dell’anno successivo.

Julio Alberto Perez Cuapio il Giro 2002

Il 2002 è l’anno migliore della carriera di Julio Alberto Perez Cuapio che prima chiude secondo alle spalle di Francesco Casagrande il Giro del Trentino precedendo Gilberto Simoni e Stefano Garzelli e poi ottiene due vittorie al Giro d’Italia.

E’ un Giro incredibile quello del 2002 segnato dagli scandali, dalle squalifiche e dalle ispezioni dei NAS, il messicano vince prima a San Giacomo, sui Monti della Laga, levandori di dosso Cadel Evans nelle ultime battute di gara e precedendo Dario Frigo (terzo).

Il secondo squillo arriva il 29 maggio nella Conegliano-Corvara quando stacca Savoldelli di 53 secondi e Frigo di 55 andando a ipotecare la maglia verde di miglior scalatore. La vittoria finale di quella corsa rosa va a Savoldelli mentre Perez Cuapio  chiude 19esimo e conserva un posto nel cuore dei tifosi italiani per la sua innata capacità di scalare le salite (e la sua avversione patologica per le discese).

L’ottimo Giro 2002 mette pressione su Pérez Cuapio visto che da quel momento tutti si aspettano da lui un numero, un attacco ma il meglio della sua carriera è già in archivio.

Il 2003 lo vede brillare solamente alla Settimana Ciclistica Lombarda dove conquista la Almenno-Roncola a cronometro vincendo la classifica finale e quella degli scalatori. Nel 2004 arriva una vittoria di tappa al Brixia Tour dove chiude sesto in generale (e primo tra gli scalatori). Al Giro 2004 deve accontentarsi di qualche posto nella top-ten di tappa ma la forma è ormai in declino tanto da rischiare il licenziamento. Il messicano non si risparmia mai, ci prova sempre, va in fuga ma il fisico non lo supporta tanto da diventare quasi una “macchietta” con attacchi anche sui cavalcavia. Problemi con il peso lo fanno apparire un corridore ormai il disarmo.

Nel 2005 conquista la classifica generale del Giro del Trentino precedendo Evgeni Petrov e arrivando al Giro con una buona condizione con suffragata dal responso della strada. Nel 2006, a seguito dei risultati scadenti, rinnova con la Panaria al minimo salariale ottenendo quattro posti nei primi dieci di tappa al Giro senza mai cogliere un successo (miglior risultato 5º posto nella tappa del Passo Furcia).

Nel 2007 diventa popolare (oggi sarebbe “virale”) una sua foto sul Passo Giau dove prende il forcone del diavolo (noto tifoso delle strade del ciclismo) e punzecchia virtualmente Iván Ramiro Parra, Leonardo Piepoli e Riccardo Riccò come a dire: “rallentate che sono al gacio”. Quella tappa sarà uno dei grandi bluff del ciclismo con Piepoli e Riccò che verranno poi trovato positivi al CERA.

Nel 2008 sigla un accordo con la CSF Group-Navigare di Bruno Reverberi ma i risultati tardano ad arrivare  e nel 2009 firma con la Canel’s Turbo Mayordomo dove chiude la carriera agonistica.

Pérez Cuapio hnel 2018 è tornato in Italia per fare completare gli studi al figlio Claudio nato a Guastalla nel 2006. Julio ha lavorato nel sud italia e poi ha riaperto la collaborazione con il suo mentore Reverberi con cui, dopo aver ottenuto il permesso di soggiorno, collabora nel team.

Giuseppe Faraca il cosentino in maglia bianca

Giuseppe Faraca ciclista e artista cosentino

Giuseppe Faraca detto Pino ciclista calabrese in grado di conquistare la maglia bianca al Giro d’Italia 1981, la storia, le vittorie, la carriera

Giuseppe Faraca

Giuseppe Faraca

Giuseppe Faraca detto Pino nasce a Cosenza il 29 agosto 1959 primo di sette fratelli (cinque maschi e due femmine), figlio di Francesco Faraca noto nel ciclismo dilettantistico dei primissimi anni 80 nella San Pellegrino, con Gastone Nencini. La casa di famiglia è in cima a un cucuzzolo e così salendo e scendendo nasce l’istinto dello scalatore. La passione è un modo per restare vicino al padre oltre che lo strumento per conquistare la libertà

La sua prima bici “normale”, è una 14, color verde tipo Legnano che gli viene però rubata davanti a casa mentre la prima bici da corsa è una Atala.

Dopo la trafila giovanile passa nei dilettanti nel 1976 per restarci sino al 1980. In quegli anni è un vero e proprio cannibale, si aggiudica circa cento vittorie tra cui spiccano il Trofeo Adolfo Leoni del 1978, il Giro della Campagna 1980, la Targa Crocifisso sempre di quell’anno. Pino stabilisce il record di scalato della Bologna-Raticosa, percorsa in 1.18’52 che resiste per 21 anni fino al 2001.

Le sue performance gli valgono la chiamata, nel 1981, della Hoonved-Bottecchia di Dino Zandegù diventando il secondo calabrese a passare pro, dopo Giuseppe Canale e prima del mitico Michele Coppolillo.

Il primo anno tra i grandi è luminoso: sesto al Giro dell’Etna, quinto al Giro della Puglia sino alla convocazione per il Giro.

Alla corsa rosa 1981 Giuseppe Faraca esordisce con il botto vincendo la cronometro a squadre da Lignano Sabbiadoro a Bibione. Nella quarta tappa con arrivo a Recanati, Pino è con i migliori mentre Guidone Bontempi, che indossa la maglia bianca, arriva al traguardo staccato e il ragazzo di Cosenza indossa per due giorni la maglia bianca di miglior giovane, la conserva per due giorni e poi deve cederla al compagno di squadra Aliverti al termine della tappa di Rodi Gargano. Tutto perso? Per nulla, nella tappa del Terminillo la Bianchi-Piaggio attacca con Prim, Contini e Baronchelli. Pino si stacca ma arriva assieme alla maglia rosa Saronni a circa un minuto da Baronchelli. La maglia bianca è nuovamente sulle spalle di Faraca che la tiene sino all’ Arena di Verona, nel giorno del trionfo di Battaglin. In generale Pino chiude undicesimo davanti a Beccia, suo capitano, e Dino Zandegù attirando la simpatia dei tifosi ed addetti ai lavori e, con un po’ più di fortuna, avrebbe potuto fare anche meglio.

Semplice e genuino, “Quando sono partito per il Giro d’Italia neppure sapevo cosa fosse la maglia bianca!” confesserà anni più tardi.

Le sue doti gli valgono le attenzioni della nazionale italiana di Alfredo Martini in vista della spedizione per i Mondiali di Praga ma una terribile caduta al Giro dell’Appennino 1981 gli fa perdere il posto in squadra. Pino resta in coma per una settimana a causa di un trauma cranico e il suo rendimento seguente è per sempre caratterizzato da quel tragico accadimento.

“Di quel Giro dell’Appennino non ricordo praticamente nulla, solo mia madre quando mi sveglia dal coma” racconterà molti anni dopo.

In tanti lo definiscono il “Bahamontes italiano” sia per la somiglianza con lo scalatore spagnolo per via dei tratti somatici e sei capelli nerissimi che per le doti in salita. Svanito il sogno azzurro Pino prova a recuperare con estrema tenacia tanto da essere al via del Giro d’Italia 1982 senza fortuna.

Anche il 1983 è un anno difficile per Giuseppe Faraca a causa di una serie di disavventure e così, constatato il declino, lo scalatore cosentino appenda la bicicletta al chiodo nel 1986. Se una porta si chiude, nella vita accade che si aprano dei portoni ed ecco che Pino inizia una nuova carriera, quella di artista.

Sin da piccolo, infatti, Pino ha una passione e una dote per il disegno tanto da essersi diplomato al liceo artistico e non aver abbandonato la pittura nemmeno nel periodo agonistico.

Il Maestro Faraca apre uno studio e una galleria d’arte nel centro storico di Cosenza e le sue tele diventano note agli intenditori. Nudi femminili, figure stilizzate e colori vivi ma anche il ciclismo con evidenti richiami al futurismo sono i temi che imperversano nella sua produzioni.

Nel 2013 il Giro passa per Cosenza ed Ernesto Colnago gli commissiona il quadro “Oltre il 2012” per la fiera di Milano.

Pino rimane anche fra le bici grazie ad suo negozio dove vende bici firmate e bici firmate anche da lui: le “Faraca”.

Nel maggio 2016 Pino ci lascia, a soli 56 anni, dopo una lotta serrata con un brutto male che lo ha colpito, come accaduto per suo padre, da giovanissimo

 

 

Massimo Ghirotto gregario di ferro

Massimo Ghirotto quarto al mondiale di Agrigento

Massimo Ghirotto, molto più di un “semplice” gregario vincitore di tappe in tutti i grandi giri e quarto al mondiale di Agrigento

Massimo Ghirotto

Massimo Ghirotto

Massimo Ghirotto nasce a Boara Pisani il  25 giugno 1961, scopre la passione per il ciclismo osservando una fiammante bicicletta esposta in una vetrina di un vecchio meccanico di paese.

Massimo inizia a pedalare nel tempo libero, poi in sella ad una bici da donna vince una corsa ai mitici “Giochi della Gioventù”. L’alunno Ghirotto si dimostra particolarmente portato per lo sport del pedale tanto da iniziare a maturare un vero e proprio amore per il ciclismo.

Pedalata dopo pedalata,  affina la sua passione ed a sedici anni entra nella “Mantovani velo club” di Rovigo nella categoria allievi per poi passare tra gli juniores dal ’78 a ’79 e fare un suo debutto nel 1980 tra i dilettanti. Nella categoria brilla per le sue doti andando a conquistare la Astico-Brenta e il Giro delle Tre Provincie Toscane (1981) e il Gran Premio Città di Empoli ’82.

Massimo Ghirotto dimostra una grande propensione alla fatica e un instancabile senso del dovere che lo porta ad essere apprezzato da compagni e dirigenti che vedono nel suo rigore e nella sua dedizione una dote sempre più rara.

Le sue buone prove tra i dilettanti gli valgono, nel 1983, la chiamata dei professionisti da parte della Gis Gelati di Giorgio Vannucci, direttore sportivo di Francesco Moser, un vero e proprio mito per il giovane Massimo.

Già al primo anno tra “i grandi” ottiene un interessantissimo terzo posto al Giro di Toscana che ne dimostra le capacità e il potenziale.

Nel 1985 passa alla corazzata Carrera Jeans di Roberto Visentini e Guido Bontempi. In quell’anno fa il suo esordio al Giro d’Italia (chiuso 125esimo).

Nel 1986 è ancora ai nastri di partenza di Giro e si distingue chiudendo al 25esimo posto in generale ottiene poi la vittoria nella decima tappa del Tour de Suisse da Bodele a Zurigo. L’anno seguente fa il suo esordio al Tour de France e conquista tre vittorie personali: al Trofeo Matteotti, alla Coppa Placci e, assieme a Bruno Leali, al mitico Trofeo Baracchi. L’87 è l’anno dei dualismo Roche-Visentin in casa Carrera e anche Ghirotto si schiera con l’italiano (capitano designato); grazie alle sue doti di prezioso e instancabile gregario viene convocato dalla nazionale italiana per i mondiali di Villach 1987 (vinti dall’indemoniato Roche).

Il 1988 lo vede chiudere al 18esimo posto il Giro e vincere la quattordicesima tappa al Tour daB lagnac a Guzet-Neige. Sempre nello stesso anno si aggiudica il GP Industria e Artigianato ottenendo la convocazione per i Campionati del mondo di ciclismo su strada che si disputano a Ronse in Belgio.
L’anno seguente ottiene la sua prima vittoria alla Vuelta a España nella settima 7ª tappa da Ávila a Toledo. Nel 1990, sempre in maglia Carrera, vince il Giro del Veneto, il Giro dell’Umbria, il GP Sanson e la vittoria nell’ottava tappa del Tour da Besancon a Ginevra.
Nel 1991 vince la quarta tappa del Giro del Trentino da Molveno ad Arco e, al Giro d’Italia, conquista la Prato-Felino diventando uno degli atleti in grado di vincere una tappa in tutte e tre le grandi corse a tappe.

Il 1992 lo vede protagonista vittorioso ancora al Giro del Veneto, alla Tre Valli Varesine, alla Cronoscalata della Futa-Memorial Gastone Nencini e, soprattutto, alla Wincanton Classic, (nota anche come Leeds International Classic o Rochester International Classic) precedendo sul traguardo Laurent Jalabert e Bruno Cenghialta. Quell’anno fa parte della vittoriosa spedizione azzurra ai Mondiali di Benidorm (Spagna).

L’anno seguente abbandona la Carrera per approdare alla ZG Mobili con cui bissa il successo alla Tre Valli dell’anno precedente e conquista l’arrivo di Oropa al Giro d’Italia. Viene nuovamente convocato per i Mondiali (Oslo ’93).
Nel 1994 conquista nuovamente una vittoria al Giro (nella Lavagna-Bra) e ottiene il primo posto in classifica generale alla Vuelta a los Valle Mineros.

Massimo Ghirotto al Mondiale 1994



Massimo Ghirotto
viene nuovamente convocato in nazionale, questa volta per i Mondiali di Agrigento, e proprio in quell’occasione vive uno dei momenti di massimo fulgore.

L’Italia, orfana di Gianni Bugno positivo alla caffeina, si affida a Chiappucci, Bortolami e Fondriest ma Maurizio non è in giornata, Gianluca cade e solo El Diablo risponde presente.

A tre giri dalla fine Cassani gli chiede come sta, il Ghiro è in forma e risponde “molto bene”, a quel punto il CT Alfredo Martini gli dice di fare la sua corsa. Massimo ha esperienza da vendere nelle prove iridate, è alla quinta presenza, e sa cosa si deve e cosa non si deve fare in una simile corsa. I più in forma sono Sorensen, Armstrong Leblanc, Chiappucci e Virenque ma si controllano a vista.

Al penultimo giro, sulla rampa finale, Massimo prova uno scatto secco a cui resistono solo Leblanc e Sorensen (nettamenti più forti in una eventuale volata). Ghirotto non collabora e da dietro rinviene Chiappucci con Armstrong, Virenque e Konyshev. Nell’ultima salita parte Lebalc, Massimo urla al Diablo di seguirlo ma il Chiappa indugia e allora è il Ghiro a seguirlo.

Al primo scatto Ghirotto c’è, al secondo pure ma al terzo allungo del francese il serbatoio è vuoto e la luce si spegne quando mancano poco più di venti metri dal piano. Leblanc è un treno e non vedere più nessuno a ruota centuplica le sue energie. Alla fine Massimo deve “accontentarsi” di chiudere al quarto posto alle spalle di Chiappucci, Virenque e, appunto, il vincitore Leblanc: medaglia di cartone, quel giorno gli dei non gli sorridono.>

Il 1995 è il suo ultimo anno da professionista per dedicarsi alla direzione sportiva dapprima con la Roslotto e poi con la Bianchi.

In occasione del Giro 2010 si unisce alla squadra di  RadioRai seguendo il commento tecnico in sella alla moto, tappa per tappa, portando un contributo importantissimo nel racconto della corsa.

Nel 2011 collabora assieme al senatore della Lega Nord Michelino Davico e l’ex ciclista Matteo Cravero ad organizzare la corsa ciclistica denominata “Giro di Padania”.

 

Massimo Podenzana il gregario instancabile

Massimo Podenzana due volte campione d’Italia

Massimo Podenzana, gregario di lusso, due volte Campione d’Italia e fedele scudiero di Marco Pantani nella doppietta Giro-Tour del 1998

 

Massimo Podenzana

Massimo Podenzana

Massimo Podenzana nasce a La Spezia il 29 luglio 1961 fin da piccolo si avvicina al ciclismo e, dopo la trafila nelle categorie giovanili entra nei dilettanti. Tra il 1983 e il 1984 si mette in luce grazie alle vittorie al Trofeo Pigoni e Miele, al Circuito di Ceia, alla Coppa Martiri di Figline, al Giro del Veneto e al Gran Premio Industria del Cuoio e delle Pelli.

Massimo si dimostra corridore attento e atleta serio tanto da ottenere, nel 1985, la chiamata per i Campionati Mondiali di Giavena del Montello conquistando la medaglia di bronzo nella cronometro a squadre con i Claudio Vandelli, Poli e Bartalini.

L’anno seguente viene nuovamente convocato da Edoardo Gregori per la cronosquadre Mondiale a Colorado Springs. Quell’anno arriva uno strameritato argento assieme al solito Poli e ai due nuovi compagni Vanzella e Scirea.

Le sue performance gli valgono la chiamata tra i professionisti per il 1987 quando va a vestire i colori dell’Atala-Ofmega guidata dal d.s. milanese Franco Cribiori che lo fa subito esordire al Giro d’Italia di quell’anno.

Le sue doti di “passistone” e uomo di fatica non passano inosservate e, al Giro d’Italia 1988 grazie a una fuga conquista la tappa con arrivo a Rodi Garganico e riesce ad indossare la maglia rosa sino all’undicesima tappa Parma-Colle Don Bosco che resterà nella storia in quanto curiosamente neutralizzata ad un chilometro dal traguardo a causa di una manifestazione ambientalista che impedisce il passaggio degli atleti.

Dopo un 1989 privo di soddisfazione nel 1990 passa alla Italbonifica di Bruno Reverberi con cui prende parte al Giro (il team vince due tappe con Stefano Allocchio).

L’anno d’oro di Podenzana è il 1993 quando (con la maglia della Navigare) si impone al Gran Premio Città di Camaiore e al  Gran Premio Industria e Commercio di Prato che quell’anno è valido come prova che assegna il titolo di Campione Italiano. Il 1994 è l’anno della conferma del titolo di campione nazionale nella prova in linea grazie alla conquista del Trofeo Melinda, giunto alla terza edizione, che assegna, appunto, la maglia tricolore lungo il duro circuito di Cles, in Trentino. In una giornata afosissima Podenzana va in fuga dapprima con una manciata di colleghi poi stacca tutti, resta solo. Dall’ammiraglia Reverberi lo striglia, lo sprona, lo sostiene il un crescendo che lo porta a tagliare il traguardo in una vera e propria impresa.

Nel 1995 Massimo Podenzana si presenta ai nastri di partenza indossando i colori della Brescialat di Fabio Bordonali conquistando la vittoria al Giro d Toscana e prende parte per la prima volta al Tour de France chiudendo 26esimo in classifica generale.

L’anno seguente Massimo cambia nuovamente formazione approdando alla Carrera-Longoni Sport di Davide Boifava e Giuseppe Martinelli. E’ un anno positivo per Podenzana che al Tour de France lavora per il capitano Peter Luttenberger ma riesce a vincere la quindicesima tappa da
Brive a  Villeneuve-sur-Lot in Aquitania grazie alle sue doti di finisseur che gli consentono di bruciare sul tempo il gruppo quando mancano poco meno di quattro chilometri all’arrivo. Proprio nell’esperienza alla Carrera ottiene la fiducia di Marco Pantani che sta recuperando dalle vicissitudini fisiche.

Nel 1997, infatti, viene ingaggiato dalla MercatoneUno neonata formazione voluta da Romano Cenni e dal DS Luciano Pezzi e creata intorno al Pirata. Le doti di persona di fiducia, seria e collaborativa sono il valore aggiunto che lo fanno ammirare dall’intero gruppo (una sorta di “Nazionale romagnola”) ed in particolare da Marco. Al Giro la sfortuna si accanisce sul Pirata che cade lungo la discesa del valico di Chiunzi abbandonando la corsa al termine della tappa.  Il 2 giugno si classifica secondo nella tappa del Passo del Tonale superato da José Jaime González al termine di una lunga fuga

Al Tour de France 1997 chiude 24º dando, assieme a Roberto Conti, una importante mano per la conquista del terzo posto finale di Pantani.

L’anno successivo vince il Gran Premio Industria e Artigianato di Larciano ed è, a 37 anni suonati, uno dei fari della Mercatone che conquista con Pantani la storica doppietta Giro-Tour (al Giro choiude 11esimo in generale).

Negli anni seguenti continua il suo compito di fedele gregario con la Mercatone seguendone le traversie legate alle vicende del Pirata per poi entrare direttamente nello staff tecnico del team.

Nel 2003 e 2004 passa Nippo e poi, dal 2005 al 2010, alla neonata Ceramica Flaminia per poi approdare al Team Novo Nordisk squadra voluta da Vassili Davidenko (ex compagno del Pode ai tempi della Navigare) con base ad Altanta, caratterizzata dalla valenza sociale di impegnare solamente atleti con problemi legati al diabete.