Graeme Obree, la Old Faithful e il record dell’ora

Graeme Obree gloria e ombre del pistard scozzese

Graeme Obree, la Old Faithful e il record dell’ora: la storia del ciclista scozzese che rivoluzionò le biciclette con pezzi di una lavatrice

Graeme Obree (fonte wikipedia)

Graeme Obree (fonte wikipedia)

Graeme Obree nasce a Nuneaton nella contea del Warwickshire, in  Inghilterra l’11 settembre 1965 ma cresce in Scozia dove impara l’antica arte del ciclismo su pista. Nel gennaio dell’84, Graeme è davanti alla televisione ed assiste alla conquista del record dell’ora da parte del nostro Francesco Moser. La Scozia degli anni ’80 è una nazione provata dalle politiche economiche volute da Margaret Thatcher che, dopo aver promesso un’apertura sulla nascita di un parlamento scozzese, decide di negare la proposta dei Labour sulla devolution e di tagliare i finanziamenti pubblici alle fabbriche con un incremento della disoccupazione e del tasso di suicidi.

Quando è solo un ragazzo prova a togliersi la vita soffocandosi col gas ma viene fortunatamente salvato dal padre che sta tornando a casa prima da lavoro.

La disperazione serpeggiante nel paese tocca anche Graeme Obree che vive a Irvine, nel North Ayrshire, con la moglie Anne e i figli Ewan e Jamie gestendo un negozio di biciclette e gareggiando in competizioni amatoriali.

Graeme cede alle tentazioni dell’alcool e arriva, vittima della depressione, nuovamente a tentare il suicidio quando la crisi bussa alle porte della sua attività costringendolo a chiudere il negozio. Gli viene diagnosticato un disturbo bipolare che spiega gli alti e bassi che lo accompagnano per tutta la sua vita.

E’ il ciclismo, principale motivo di vita per Obree, che gli viene in soccorso quando, ricordandosi del record dell’ora di Moser, decide di cercare la strada verso la gloria sulla pista di un velodromo.

Analizzando la posizione in sella dei ciclisti, Obree comprende che le braccia sono la arte che più va a toccare l’aerodinamicità del ciclista e decide di ridurne l’esposizione alla resistenza dell’aria: nasce la posizione The Tuck, la posizione chiamata anche “della mantide in preghiera”.

Per poter mantenere una posizione così aerodinamica serve una bicicletta speciale e proprio il record di Città del Messico era stato ottenuto grazie ad un esasperato ausilio tecnologico e della ricerca sui materiali ed ecco che Graeme Obree decide di costruirsi in proprio la sua bicicletta in quanto non esisteva una bici che consentisse di mantenere The Tuck per un’ora.

Graeme costruisce la bicicletta partendo da zero, valutando le parti non necessarie ed eliminandole: ecco che uno dei bracci della forcella anteriore sparisce, le scaepe sono attaccate ai pedali solamente con viti, lo spessore del movimento centrale si assottiglia e il tubo orizzontale sparisce. Lo scozzese, accortosi che alcuni cuscinetti standard per bici non erano adatti, decide di usare i i cuscinetti del cestello della lavatrice che va a 1200 giri al minuto:nasce la Old Faithful.

La posizione di Obree non è vantaggiosa semplicemente aerodinamicamente, ma consente anche, spingendo il punto di pedalata verso la parte posteriore, di beneficiare di una maggiore pressione rimanendo in sella.

Tutto è pronto per il tentativo di conquista del record ma l’esperimento fallisce ma lo scozzese decide di riprovarci la mattina dopo.

Il 17 luglio 1993 alle 7.55 della mattina presso il Velodromo di Hamar, in Norvegia, Graeme Obree e la Old Faithful tentano il secondo assalto al record dell’ora. Il velodromo è senza pubblico l’unico rumore è quello della pedalata dello scozzese che, metro dopo metro, minuto dopo minuto brucia il record di Francesco Moser di 445 metri (51,596 i chilometri percorsi).

Alle ruote lenticolari di Moser si contrappone la bicicletta-lavatrice Graeme Obree che ha, come per la precedente, il valore di stimolare la ricerca tecnologica del settore.

Appena sei giorni dopo, durante il giorno di riposo del Tour de France 1993, è Cris Boardman a soffiare ad Obree il record appena stabilito, tra i due nasce una accesa rivalità e ai Mondiali di Hamar nell’agosto dello stesso anno Obree sconfigge Boardman nella semifinale dell’inseguimento individuale per stabilire il nuovo record mondiale nella finalissima contro Ermenault.

Il 27 aprile 1994 è ancora Obree a riprendersi nuovamente il primato, facendo registrare  52,713 km; lo Scozzese Volante si appresta al prendere parte al  Tour de France del 1995 ma viene “fatto fuori”  dalla sua squadra “Le Groupement”, con un pretesto. Nel 1995 a Bogotà si consola battendo  Andrea Collinelli e conquistando il titolo mondiale nell’inseguimento individuale sfruttando una posizione con braccia allungate in avanti che venne presto vietata dall’UCI.

La rivalità tra lo scozzese e Boardman mette pepe al ciclismo su pista mondiale ma la morte, in un incidente d’auto,  del fratello di Graeme, Gordon, in un incidente d’auto fa ripiombare Obree nel vortice dei problemi personali.

Anche l’UCI da una bella botta allo scozzese mettendo al bando di tutte le nuove avveniristiche biciclette inventate fino a quel momento e ridando il record dell’ora a Francesco Moser.

Obree fa in tempo a conquistare due titoli nazionali a cronometro nel 1996 e nel 1997 per poi appendere la bicicletta al chiodo.

Terminata la carriera la vita di Graeme si adombra ulteriormente, nei primi anni 2000 appare qualche volta in video, scheletrito e con lo sguardo perso nel vuoto. Nel 2001 prova nuovamente il suicidio cercando di impiccarsi ma viene salvata dalla figlia di un contadino del luogo.

Nel 2009, a sorpresa, il nome di Obree torna agli onori della ribalta per l’annuncio di un tentativo di record dell’ora che non viene, però, mai organizzato.

Dopo il divorzio dalla moglie, nel 2011, confessa la propria omosessualità in un’intervista allo Scottish Sun ammettendo che proprio il suo orientamento sessuale abbia fortemente pesato sui tentativi di togliersi la vita: «Sono stato educato da una generazione che ha fatto la guerra che a pensava che era meglio essere morti che gay. Probabilmente sapevo di esserlo ma lo ritenevo inaccettabile».

Nel 2013 Graeme Obree prende parte alla World Human Powered Speed Challenge, competizione tra le biciclette più veloci al mondo.

Ancora una volta decide si crearsi “in casa” la propria bicicletta che sarà battezzata da Chris Hoy”The Beastie“, la bestiola: acciaio recuperato da una padella, rotelle dei rollerblades presi in un negozio di seconda mano di Saltcoats e anche qui esce il genio dello scozzese. La “carrozzeria” viene disegnata dalla Glasgow School of Art ma tutto avviene senza disegni o progetti in puro stile Obree.

Poco prima della partenza per gli USA un infortunio mette a repentaglio l’avventura ma, risolti i problemi fisici, Graeme porta la bicicletta sul lungo rettilineo della Highway 305 alla velocità di a 56.6 miglia orarie (91.1 km/h). Non riesce a diventare l’uomo più veloce al mondo ma fissa comunque il record di velocità per un ciclista in posizione prona. Da questa avventura esce il documentario Battle Mountain.

 

Patrick Sercu, il Re delle sei Giorni

Patrick Sercu, il Re delle sei Giorni

Patrick Sercu, figlio di Albert Berten Sercu, diventato un autentico fenomeno della pista conquistando il soprannome di Re delle sei Giorni

Patrick Sercu (fonte wikipedia)

Patrick Sercu (fonte wikipedia)

Patrick Sercu nasce il 27 giugno 1944 a Roeselare in Belgio, figlio di Albert Berten Sercu ciclista e dirigente sportivo belga con la passione per la pista che tramanda al figliuolo. Nel 1912 quando Odile Defraye vince il Tour de France, con la somma ricevuta compra un taverna a Izegem e  di fianco ci fa costruire un velodromo di centosessantasei metri. Cinquant’anni dopo è lì che Patrick Sercu prende le prime le lezioni dal padre che, nonostante le condizioni non ottimali della pista, vuole passare al figlio la dote che a lui più mancava: la velocità.

E’ proprio su quel velodromo che Patrik affina e allena le sue doti ed è lì che prende consapevolezza delle sue risorse imparando i trucchi del mestire.

Ecco allora che il figlio Patrick si affina proprio lì, in quella velocità che eleva il corridore a un qualcosa di simile alla macchina e che va oltre l’umano; da Albert impara l’equilibrio, la linea ottimale da tenere in curva, i rapporti da tirare. E come si sprinta, appunto.

Nel 1963 Sercu diventa campione del mondo di velocità tra i dilettanti e fa registrare il record del chilometro con partenza da fermo su pista coperta, quello è il trampolino per i Giochi Olimpici di Tokio 1964. In terra nipponica il ventenne belga da’ il via alla sua leggenda battendo il nostro Vanni Pettenella nella specialità del chilometro da fermo.

L’anno seguente Patrik Sercu passa tra i professionisti e su strada si fa valere in particolare con i colori della mitica Flandria, della Faema, della Dreher e della Brooklyn.

Nel 1965 a Gand, in coppia con Eddy Merckx, ottenne la sua prima di una interminabile serie di vittorie da seigiornista.

Vince 13 tappe al Giro e sei al Tour (dove si porta a casa anche la maglia verde della classifica a punti nel 1974) ma è nei velodromi che raccoglie la vera gloria prendendo parte a 223 sei giorni conquistandone 88 (tra cui spicanno 11 a Gand e 4 a Milano), un vero record che gli vale il soprannome di “Re delle sei Giorni

La strada è quasi un riempitivo per Sercu che conquista però anche la classica Kuurne-Bruxelles-Kuurne del ’77 ed il Giro di Sardegna del ’70 battendo dopo un accesissimo duello un tal di nome Eddy Merckx. La natura di Patrick si sprigiona in pista dove ottiene anche diciotto titoli di campione d’Europa nelle varie specialità e due mondiali, quello del ’67 e del ’69.

Il 18 settembre 1973 al Velodromo Vigorelli batte il record del mondo dei 1000 metri lanciati detenuto da Marino Morettini, per soli 14 centesimi. Meno di tre mesi dopo, nel dicembre di quell’anno, al Velodromo di Città del Messico e ottiene il primato assoluto volando sul chilometro alla media di 58″794!

In carriera ottiene 8 titoli di campione belga da dilettante (velocità, omnium, americana) e addirittura 29 tra i pro.

Nel 1980 chiude la carriera di stradista e nel mese di febbraio del 1983, alla Sei Giorni di Milano disputata assieme a Moreno in Argentin pone fine alla sua entusiasmante carriera sportiva diventando tecnico per la pista della federazione belga dimostrando, anche in questo impegno, le sue non comuni qualità sportive e umane.

Patrick si occupa anche organizzare Sei giorni e la Six Days of Ghent è stata il suo fiore all’occhiello.

Patrick Sercu muore 19 aprile 2019, nellla sua Roeselare,  a seguito di un aggravamento della sua già precaria condizione di salute.

 

Il tradimento di Lisbona 2001

 

Il tradimento di Lisbona 2001: un mondiale buttato

Il tradimento di Lisbona 2001 quando un Gilberto Simoni lanciato alla conquista della maglia iridata venne inseguito dai suoi stessi compagni

Il tradimento di Lisbona 2001

Il tradimento di Lisbona 2001

E’ la meravigliosa Lisbona ad ospitare i Campionati del Mondo 2001 lungo un percorso assolutamente insidioso e di difficile lettura. Lo sono quasi tutti i mondiali, le variabili da analizzare sono tante, la voglia di indossare l’iride spinge tutti ad andare un po’ oltre ma quello che si verifica al mondiale portoghese ha, per la selezione azzurra, qualcosa di grottesco.

E’ un suicidio tecnico e tattico micidiale quello della nostra nazionale che vede contrapporti, in una lotta fratricida, Gilberto “Gibo” Simoni e Paolo Lanfranchi sotto la guida di Franco Ballerini (affiancato dall’inossidabile Alfredo Martini).

L’Italia è la nazionale più forte e da tutti data per favorita, c’è una lista micidiale di campioni e potenziali vincitori accompagnati da gregari instancabili pronti a fare il lavoro sporco (o no?) per il proprio capitano.

Di Luca, Simoni, Basso, Casagrande, Rebellin, Bartoli, Bettini, Nardello, Figueras, Lanfranchi e Mazzoleni chi può competere con una simile corazzata? In teoria nessuno, in pratica i Mondiali di Lisbona 2001 racconteranno un’altra storia.

L’Italia decide di “fare la corsa” e il circuito mosso aiuta il piano tattico di Ballerini. La voglia di tornare ad indossare la maglia iridata per un atleta tricolore è ormai esplosiva visto che dal 1992 nessuno dei nostri è riuscito più a primeggiare. Sembra proprio l’anno buono, praticamente tutti gli azzurri possono puntare alla vittoria.

Nell’ultimo giro del circuito portoghese si compie il momento saliente: sullo strappo principe del circuito lusitano, a 7.5 km dall’arrivo, è Ullrich a prende in testa l’erta che precede il traguardo. Il ritmo del tedesco è alto ma non di quelli che spezza le gambe e così Gilberto Simoni maglia rosa al Giro, parte in contropiede facendo il vuoto.

Kaiser Jan prova a prendere la ruota dell’italiano Rebellin e Figueras fanno egregiamente il lavoro degli stopper. Gibo è un “cagnaccio” trentino, non molla un secondo col suo forcing e comincia a guadagnare secondi sul gruppo che non si organizza per l’inseguimento. Nessuno tira e davanti si può fare la storia.

Gibo pedala, il vantaggio sale e le chance di vittoria iniziano a salire ma, proprio in quel momento ecco che da dietro inizia il lavoro… dell’Italia. Si avete letto bene: la nazionale italiana, che ha in avanscoperta Simoni con buone possibilità di arrivare fino alla linea dell’arrivo, lavora follemente con Paolo Lanfranchi (compagno di stanza proprio di Gibo) al servizio di Paolo Bettini per ricucire lo strappo!

Dopo qualche centinaia di metri arriva Gianni Faresin, storico regista della nazionale tricolore, a smorzare il lavoro del ciclista della Mapei ma ormai la frittata è fatta: il gap è ridotto e il gruppo inseguitore si è organizzato per rientrare sul trentino.

Simoni è ripreso in un batter d’occhio e gli uomini di testa arrivano a giocarsi l’iride in volata quando nessuno degli atleti italiani lancia, a quel punto sì, Paolo Bettini. A vincere è Oscar Feire, per Bettini arriva un argento amarissimo.

“Non so quello che è successo dietro – racconta Simoni – so che davanti c’ero solo io e Paolo Lanfranchi ha rimesso in moto il gruppo finché sono stato ripreso all’ultimo chilometro.

Paolo Lanfranchi ha trentatré anni è un professionista affermato e riconosciuto come serio e costante. Apprezzato dai colleghi e amato dai tifosi e dunque cosa l’ha spinto a quell’azione scriteriata? Non lo si saprà mai ma di certo tra Simone e Lanfranchi non voleranno carezze.

In molti sottolineeranno che Freire e Bettini erano suoi compagni alla Mapei e dunque c’erano grossi interessi dietro ma lo stesso Paolo ricorderà che la Mapei gli aveva già comunicato che non gli avrebbe proposto nessun rinnovo per il 2002.

Qualche tempo dopo, durante il Gran Galà Internazionale del ciclismo, gli organizzatori invitano sul palco Simoni, Rebellin, Nardello, Bettini e Ballerini. La tensione e palese e, quando partono i riflessi filmati di quel giorno a Lisbona dal pubblico parte un “venduti!”. Moser presente in sala difende il conterraneo e parente dando dell’incapace Ballerini e a Bettini.

Lanfranchi intervistato dal giornalista di Repubblica, Eugenio Capodacqua, si accusa dell’errore commesso ma rifiuta categoricamente l’etichetta del traditore sostenendo di essere stato convinto che il gruppo avesse ripreso Gibo.

Per tutti quel mondiale sarà “Il tradimento di Lisbona 2001”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gianni Bugno vince il Giro delle Fiandre 1994 per un centimetro

Gianni Bugno: il Giro delle Fiandre 1994

Gianni Bugno vince il Giro delle Fiandre 1994 per un centimetro davanti a Museeuw dopo aver esultato troppo frettolosamente

Gianni Bugno Giro delle Fiandre 1994

Gianni Bugno Giro delle Fiandre 1994

Il 3 aprile 1994 è Pasqua. Inevitabile dopo un succulento ed eccessivo pranzo mettersi sul divano per vedere, narrato dalla carismatica voce di Adriano De Zan, le battute finali del Giro delle Fiandre.

Il due volte campione de Mondo Gianni Bugno non è uno dei favoriti, tutt’altro. La sua stagione ’93 è stata un autentico susseguirsi di delusioni e in molti danno per finito il monzese di Svizzera. Oltretutto al via del Fiandre ci sono autentici califfi del pavè. Ma Gianni è così quando lo aspetti non c’è e quando non te lo aspetti lui arriva.

Negli ultimi anni la corsa si è sempre decisa, o quasi, “Muro di Grammont“, una rampa secca e terribile che porta a una cappelletta di fronte alla cittadina di Geraardsbergen o, in alternativa, sul Bosberg.

La corsa è di per sé priva di troppe azioni, prima del Grammont allunga un bel gruppetto con, tra gli altri, Sergeant, Van Hooydonck, Museeuw, Tchmil ed i nostri Bontempi, Ballerini e Bugno. Ci prova prima Bontempi e poi Tchmil senza successo, poi è la volta di Capiot che si porta dietro Ballerini, Museeuw, Tchmil e poi Bugno: il gruppo è tutto sgretolato.

Sul Muur Capiot cede e così davanti restano in quattro. Ballerini, che allo sprint non ha chance, prova ad allungare senza risultato. Nemmeno il Bosberg fa la differenza: saranno quindi in quattro a giocarsi la vittoria, questa volta allo sprint.

Si arriva negli ultimi chilometri, è ancora Ballerini che prova l’allungo per sorprendere i compagni d’avventura ma Museeuw prima e Tchmil poi riescono a chiudere il buco: siamo nell’ultimo chilometro.

Il rettilineo d’arrivo è in leggera salita, quando mancano solo 250 metri è Gianni Bugno, già dato da molti per finito, a piantare uno scatto micidiale staccandosi di dosso il favorito (e padrone di casa) Johan Museeuw.

Gianni ha abituato i propri tifosi al brivido e, pensando di aver già vinto, smette clamorosamente di pedalare. Museeuw stantuffa sui pedali come una vecchia locomotiva, ai meno 100 metri si avvicina, ai meno cinquanta i due sono separati da una ruota. A 10 metri dal traguardo Bugno alza le mani al cielo in segno di vittoria proprio Museeuw lo riprende, lo affianca e con un disperato colpo di reni prova a mettere la testa avanti proprio sulla riga del traguardo che viene tagliato dai due atleti letteralmente appaiati.

I più attenti notano il viso di Gianni passare dalla gioia alla disperazione, non si capisce più nulla: la tv prova a far chiarezza mandando in ripetizione le immagini del fotofinish. Ci vogliono più di dieci minuti ai giudici per dirimere la questione: dopo 268 chilometri di corsa il vincitore del Fiandre 1994 è Gianni Bugno, per un solo centimetro di asfalto.

 

 

 

 

Koichi Nakano il fenomeno della pista

Koichi Nakano campione iridato e di Keirin

Koichi Nakano, pistard, un vero mito in Giappone per le sue performance nel Keirin diventato pluricampione mondiale in pista

Koichi Nakano (fonte capovelo.com)

Koichi Nakano (fonte capovelo.com)

Koichi Nakano (中野 浩)è stato uno dei più forti pistard della storia del ciclismo mondiale oltre ad essere l’atleta di riferimento del keirin, sport di primissimo piano nel suo paese di origine.

Nato a Kurume, Fukuoka, nel 1955, Koichi è figlio di due atleti di Keirin disciplina che, in un Giappone segnato dalla guerra e dalle bombe atomiche diventa un ingranaggio per la ripresa economica. Il piccolo Nakano segue le orme dei genitori nonostante una innata capacità nell’atletica leggera. Messo su di una bicicletta viene avviato al mestiere di famiglia.

Come detto il Keirin è una disciplina che in quegli anni vive un autentico boom tra ingaggi e scommesse che muovono cifre da capogiro. Koichi Nakano diventa uno dei principali “tenori” dello sport e una pioggia di soldi cade letteralmente nelle sue tasche.

Stiamo parlando del Keirin reale, non di quello che vediamo alle Olimpiadi, corse ad un ritmo spaziale che appassionano il popolo giapponese che accorre in quantità ad ogni singola prova scommettendo fiumi di yen.

La dura legge del Keirin è una scuola pazzesca per Koichi Nakano che si abitua presto alle lotte continue e al ritmo indiavolato delle corse nipponiche.

Occhiali dalle lenti spesse e abbastanza tarchiato non lo penseresti un fenomeno eppure Koichi è un fascio di muscoli, esplosivo come un missile e abile nel trovare sempre la corsia migliore grazie a sagacia, astuzia e tanta, tanta tecnica.

Il giapponese conquista il quarto posto ai Mondiali di Monteroni nel 1976 vinti da John-Michael Nicholson su Giordano Turrini. Nakano fa fuori l’azzurro Cardi nei quarti di finale ma nella semifinale viene battuto da Nicholson e perde anche il terzo posto, beffato dal Yoshikazo Sugata che lo batte nella finalina per la medaglia di bronzo.

Proprio la delusione di quella prova è lo sprone che lo porterà a diventare un’autentica leggenda del ciclismo su pista. I soldi accumulati col keirin sono tanti e il suo obiettivo diventa la conquista della maglia iridata.

Koichi diventa un fenomeno mondiale conquista l’oro mondiale velocità a San Cristobal ’77, a Monaco ’78, Amsterdam ’79, a Besancon ’80, a Brno ’81, a Leicester ’82, a Zurigo ’83, a Barcellona’84 Dazzan, a Bassano ’85 e a Colorado Springs ’86. La sua striscia si interrompe nel 1987, solo perché non è al via passando il testimone a Tawara.

La scelta di tenere alto i colori del Giappone ai mondiali gli costano ingenti perdite di ingaggi nelle corse nipponiche e così la federazione del sol levante gli rifonde le somme non incassate.

Gli appassionati italiani ricorderanno a lungo il Mondiale 1981 quando durante la semifinale Guido Bontempi, già campione italiano di keirin, decide di sfiorare Nakano che rimane appeso alla curva mentre Giudone scivola lungo la pendenza con una clavicola rotta.

Essendo un professionista, il giapponese non può prendere parte ai Giochi Olimpici Nakano deve “accontentarsi” delle prove di Keirin nazionali (in quelle mondiali non riesce, clamorosamente, mai ad eccellere) e sarà al via delle prove a cinque cerchi in sella al “derny” alle Olimpiadi di Sydney 2000 vinte dal francese Florian Rousseau.

Una carriera straordinaria quella di Koichi Nakano che ai successi iridati, come detto, affianca i maxi ingaggi in terra nipponica che gli consentono uno stile di vita che in pochi possono permettersi. Nakano guadagna più degli assi del baseball o dei campioni di golf.

Koichi Nakano nei videogames!

King Keirin (  ) è un gioco di simulazione di corse ciclistiche, che consente al giocatore di controllare la vita quotidiana di un atleta professionista in bicicletta, supervisionato da Nakano creato Coconuts Japan Entertainment da e rilasciato da Super Nintendo Entertainment System nel 1994.

 

 

 

MTB Pininfarina verde: un oggetto cult

MTB Pininfarina del concorso Esso

MTB Pininfarina del concorso Esso, diffusissima, spesso irrisa per le sue forme ma comunque un oggetto di culto e un pezzo di storia

MTB Pininfarina

MTB Pininfarina

MTB Pininfarina, ovvero il “mostro verde” come qualcuno l’ha ribattezzata su alcuni noti social network, è una MTB distribuita in omaggio con una raccolta punti Esso è stata sempre snobbata dai ciclisti “veri” che l’hanno sempre considerata poco idonea persino agli spostamenti urbani.

L’idea di questo pezzo c’è venuta quando, scesi dal treno in una stazione ci siamo imbattuti in un simpatico condominio in cui molti abitanti, sul balcone, tenevano i loro gioielli: una MTB Wilier, una BDC Pinarello e poi, in fondo, lei, una verdona!

Ecco allora che proviamo a raccontarvi la storia della MTB di Pininfarina – Esso.

Disegnata da Sergio Pininfarina questa mountain bike verde è diventata presto un simbolo del “non ciclista” in quanto spesso erano automobilisti che, sfruttando i punti accumulati, usavano questa bici o la regalavano, soddisfatti, ai propri figli.

Questa bicicletta verdolina non è mai stata commercializzata quindi i modelli che ancora oggi si vedono circolare sono stati tutti consegnati con la sopracitata raccolta punti dei distributori di carburanti Esso.

Va detto che molti, però, si sono avvicinati al ciclismo proprio grazie a questa MTB assolutamente caratteristica nel design (ma forse non altrettanto piacevole da “spingere”). Ad ogni modo la storia della MTB verde di Pininfarina è diventata un cult nell’immaginario collettivo di molti appassionati di ciclismo ed ancora oggi chi la possiede la venera spesso come un feticcio. Non c’è quindi da sorprendersi se su molti forum in tanti fanno sfoggio della loro “verdona” upgradata all’inverosimile.

Qualcuno sussurra che una bici così “strana” (o brutta) sia un ottimo deterrente contro i furti: “manco i ladri la prendono” scrive qualcuno su un noto forum di ciclismo ma a qualcuno è andata male: “me l’hanno fregata in spiaggia”.

La bicicletta verde di Pininfarina resta, è il caso di dirlo, un evergreen, capita spesso girando sulle ciclabili nel weekend di imbattersi in un padre di famiglia che all’epoca della raccolta era forse un ventenne, sfoggiare quello che in molti definiscono (in slag ciclistico) “una cancello”.

Qualcuno sostierne che la capillare diffusione di questa MTB generata dalla campagna a punti della Esso abbia comunque contribuito all’uso della bicicletta e della pratica del mountain biking. In tanti si sono avvicinati alla disciplina del pedale perché “si sono trovati in casa” una verdona. Altri pensano che abbia invece contribuito (per via del suo peso) ad allontanare la gente dal ciclismo in quanto ha fatto passare per davvero duro pedalare sull’asfalto.

Questo prodotto di design ha dimenticato, per via della sua forma anatomica avveniristica, di dedicare uno spazio per il portaborraccia sul tubo che, avendo una sezione ovale, diventa anche non ottimale per installarne uno. In realtà la predisposizione per il portaborraccia c’è ma è stato posto in una posizione molto, molto scomoda, nella parte inferiore del telaio che consente di far riempire la borraccia di fango!

Piaccia o non piaccia, resta il fatto che la verdona di Pininfarina rappresenta un pezzo di storia del mondo delle Mountain bike italiane. A testimonianza di ciò sono tante, tantissime le inserzioni sui portali di vendite online in cui questa bicicletta spopola ancora oggi e a prezzi tutt’altro che bassi insomma possiamo dire  non è mica facile trovare una “verdona” (anche se non si sa quanti milioni ne hanno date con i punti) e chi ce l’ha se la tiene ben stretta, o no?

Oscar Egg ciclista poliedrico e uomo d’affari

Oscar Egg fenomeno della pista

Oscar Egg ciclista svizzero noto per le sue doti di pistard e la rivalità con Marcel Berthet per la conquista del record dell’ora

Oscar Egg

Oscar Egg

Oscar Egg nasce a Schlatt, in Svizzera, il 2 marzo 1890 e fin da piccolo si avvicina al ciclismo grazia al padre accanito frequentatore di velodromi e pistard amatoriale che regala prestissimo una bicicletta al figliolo.

Studente presso il Politecnico di Zurigo, Oscar si dedica con piacere allo sport snobbando, però, il ciclismo. Nel 1906 accompagna il padre a Parigi dove decide di stabilirsi per svolgere la professione di designer presso una fabbrica di Courbevoie. Per raggiungere il lavoro acquista una bicicletta con cui si diletta anche in gite turistiche senza contemplare (ancora) l’ipotesi delle competizioni.

Un giorno, mentre discute con i colleghi di lavoro viene a conoscenza dei premi previsti per il vincitore della Bordeaux-Parigi; in Oscar Egg che mai aveva pensato di potersi arricchire pedalando, scatta la voglia di competizione.

Oscar equipaggia la bicicletta con un manubrio da corsa e si iscrive alla mia corsa che si svolge nei pressi di a Versailles ma è costretto all’abbandono; si rifarà qualche giorno più tardi nella gara Asnière-Viarmes quando taglia il traguardo per primo.

Egg continua a lavorare per la fabbrica di automobili Panhard ma nel 1911 conquista tre vittorie correndo come indipendente al Tour de France

Nel 1912 inizia la rivalità con Marcel Berthet per la conquista del record dell’ora, il 22 agosto di quell’anno al Velodrome Buffalo di Parigi ottiene il primato con 42,122 km e il 21 agosto 1913 ottiene 43,525 km.

Qualche giorno dopo è il tedesco Richard Weise a coprire la distanza di 42,276 km ma Egg, non convinto di essere stato battuto,fa  rimisurare la pista del Velodrome Buffalo, che risulta essere più lunga di quella di Berlino: la distanza viene ritoccata a 42,360 km e lo svizzero resta recordman dell’ora.

Sul palcoscenico mondiale arriva Emile Engel giovane talento della Peugeot che si vuole inserire nella rivalità Egg- Berthet, in tanti lo vedono come favorito ma lo scoppio della guerra ne sopisce le volontà e una raffica di mitragliatrice all’inizio della Grande Guerra gli toglie la vita.

Protetto dalla cittadinanza elvetica che lo risparmia dalla guerra, il 18 settembre 1914 facendo registrare 44,247 km, l’elvetico migliora nuovamente il record dell’ora ma nel 1933 l’olandese Jan Van Hout migliora il primATO con la distanza di 44,588 km presso la pista di Roermonds

Sentirsi scalzato suscita la vena polemica di Egg che chiede una verifica sulla correttezza delle misure della pista: il record dell’olandese non viene inizialmente omologato e solo in seguito, quando Maurice Richard ha già portato il limite a 44,777 km, viene accertata la verità.

Nel frattempo Egg firma per la Griffon (1912) per poi passare alla Peuget con cui ottiene il terzo posto alla Parigi-Bruxelles alle spalle di Octave Lapize e Louis Luguet. Nel ’14 conquista un bel quarto posto alla Parigi-Roubaix e conclude al tredicesimo posto al Tour de France aggiudicandosi anche le due “tappe-maratona” Brest-La Rochelle di 470 km  e La Rochelle-Bayonne di 379 km.

Le sue doti di velocità gli consentono di conquistare il titolo di svizzero della velocità battendo il fenomenale Ernst Kaufmann ed un terzo posto alla Sei Giorni di Parigi.

Egg conquista, battendo il danese Thorvald Ellegaard un Gran Premio di Pasqua di velocità battendo il danese Thorvald Ellegaard e risulta un vero califfo delle prove d’inseguimento perdendo solamente sulla pista di Newark, in New Jersey, contro Reg McNamara.

Nel 1917 vince la Milano-Torino davanti a Leopoldo Torricelli e Luigi Lucotti e al Giro d’Italia 1919 conquista la Trieste-Ferrara di 282 km, precedendo due campioni come Girardengo e Belloni.

Nel 1924 viene escluso dalla Bordeaux-Parigi e si “vendica” sfidando Leon Georget al Bol d’Or a Montrouge dietro motori stabilendo il nuovo record mondiale con km 936,922 in 24 ore.

Oscar Egg nel frattempo apre un negozio di biciclette a Neuilly che, dopo il ritiro dalle corse, decide di condurre assieme all’amico e socio Hector Tiberghien.

I due hanno una particolare passione per l’innovazioni tecniche tanto da inventare un  deragliatore (il Super-Champion), che ottiene il favore di Henri Desgrange e che divenne il primo deragliatore presente al Tour de France (nel 1937).

Dal 1933 al 1939 guida una formazione e fa da procuratore ai propri atleti dimostrando le sue doti di uomo d’affari.

Oscar Egg muore a Nizza nel 1961

Abdel-Kader Zaaf e la sbronza la Tour de France

Abdel-Kader Zaaf ciclista algerino noto per una “ciucca”

Abdel-Kader Zaaf, ciclista algerino, soprannominato casseur de baraque, divenuto popolare per la sua grinta e per una presunta sbornia al Tour de France 1950

Abdel-Kader Zaaf

Abdel-Kader Zaaf

Abdel-Kader Zaaf nasce a Chitouane (Sidi Bel Abbes), Algeria, nel 1917 prende parte a quattro edizioni del Tour de France con la formazione dell’Africa del Nord a cavallo tra gli anni ’40 e ’50.

L’algerino si fa notare grazie ad alcuni buoni risultati nelle corse del nord-Africa: Tour d’Algérie, Tour du Maroc, Tour d’Afrique du Nord. Queste performance gli valgono l’ingresso nelle gare europee dove conquista 27 vittorie tra cui spiccano, tra le altre, la Ronde des Champions à Tarbes, una frazione al Circuit du Mt.Ventoux e il Circuit de la Côte d’Or.

Dopo l’esordio nel 1948 concluso con un mesto abbandono già alla prima frazione, Zaaf è al via del Tour de France 1950 vinto dal passista-scalatore e finisseur svizzero Ferdi Kübler (unica vittoria per lui in Francia) davanti al belga Stan Ockers.

Il 27 luglio 1950 si corre la 13esima tappa, che porta il plotone da Perpignan a Nîmes lungo 215km. Il caldo è terribile e il corridore algerino (anche se di nazionalità francese sino al 1962), stimolato da un clima che gli ricorda casa, decide di dare letteralmente spettacolo entrando nella leggenda della Grande Boucle.

Il giorno prima Kubler ha indossato la maglia gialla, togliendola dalle spalle di Fiorenzo Magni costretto all’abbandono assieme nazionale dell’Italia per decisione di Gino Bartali, e per lui Zaaf non costituisce di certo un pericolo in quanto in classifica ha già accumulato più di due ore di distacco nonostante il quinto posto conquistato nello sprint del giorno precedente.

Fa un caldo boia lungo le strade francesi, siamo a fine luglio e l’asfalto quasi si scioglie al bordo della strada. I “forzati del pedale” sono al limite dell’asfissia, una fontanella d’acqua, una borraccia passata da un tifoso ha la stessa valenza di un’oasi nel deserto, spesso è semplicemente un miraggio.

Zaaf va in fuga assieme all’Algerino, ma Marsigliese di adozione, Marcel Molinès. Il vantaggio del duetto nord-Africano arriva a superare i sedici minuti ma ad un tratto il povero Abdel-Kader ha un malore probabilmente dovuto ad un mix di sole eccessivo e anfetamine.

Zaaf collassa al bordo della strada e viene soccorso da alcuni contadini della zona, accorsi per il richiamo della corsa. Vedendolo sofferente e non avendo a disposizione dell’acqua, decidono di offrire allo sventurato del vino.

Abdel-Kader Zaaf è mussulmano e, come imposto dalla sua fede, non ha mai toccato alcool in vita sua; l’impatto con la bevanda alcoolica è il colpo di grazia alle sue condizioni di salute. Dopo poco il ciclista si riprende e risale in sella: l’algerino è come un pugile messo all’angolo, stordito dal caldo, l’alcool e le sostanze assunte inforca la bicicletta in senso contrario a quello della corsa.

In gruppo si diffonde la notizia che il ciclista sta pedalando in totale stato di ebrezza: una storia su cui la stampa può ricamarci sopra dettagli buffi ma con ogni probabilità non veritieri.

Viene fermato dal “camion scopa”, il ciclista, dicono, puzza di vino come una vecchia spugna, la leggenda dell’epoca vuole che abbia bevuto una bottiglia intera di un vino liquoroso di nome cartagène ma nessuno dei giornalisti presenti conferma questo accaduto e forse la storia è semplicemente una scappatoia per nascondere l’uso di sostanze stimolanti.

E’ Molinés a tagliare il traguardo di Nimes a braccia levate mentre lo sventurato Zaaf deve salutare la corsa francese diventando, però, noto ai tifosi e conquistandosi il ruolo di testimonial per alcune bevande.

La storia della “ciucca” di Zaaf viene poi smontata in quanto sarebbe stato semplicemente cosparso di sale e, sì, di vino per abbassare la sua temperatura corporea. Insomma il ciclista mussulmano non ha ingerito vino ma inevitabilmente “puzza” di alcool.

L’algerino l’anno seguente è di nuovo ai nastri di partenza del Tour, questa volta viene riconosciuto per la “cotta” dell’anno precedente ma diviene famoso con il nomignolo di “casseur de baraque” (demolitore di baracche).

Zaaf nella Carcassonne-Montpellier, in un’altra giornata con temperature folli, va in fuga sul Col d’Uscalts. Gli resiste solo lo svizzero Hugo Koblet mentre Fausto Coppi prende una grande scoppola che gli costa la vittoria finale. L’algerino è una vera furia, non risparmi uno sforzo ma alla fine è Koblet a trionfare.

L’algerino qualche giorno dopo, nella Gap-Briancon, prova a sfidare Fausto Coppi in una azione: il campionissimo dopo una risata accetta il “singolar tenzone” partendo da un lato della strada con Zaaf sull’altro. Quando Fausto si volta non vede più l’algerino, presto sfiancato dal ritmo imposto dal piemontese. Zaaf diventa l’idolo del pubblico francese per la sua grinta ma chiude all’ultimo posto in classifica generale a quasi cinque ore dal vincitore Hugo Koblet.

Nel 1952 l’algerino è ancora al via della Grande Boucle e si ritira al termine della tappa del Sestriere conclusa in ultima posizione ma mantiene il rispetto e la simpatia degli appassionati transalpini.

Abdel-Kader Zaaf è deceduto  il 22 settembre 1986 in Algeria

 

Cadel Evans e la crisi al Giro d’Italia 2002

Cadel Evans, la crisi della maglia rosa

Cadel Evans e la crisi nella tappa di Folgaria con cui perde la leadership al Giro d’Italia 2002 in favore di Paolo Savoldelli, la storia

Cadel Evans (fonte wikipedia)

Cadel Evans (fonte wikipedia)

Cadel Evans è stato uno dei protagonisti del Giro d’Italia 2002, partito da Groninga in un tributo all’Unione Europea attraversando i paesi fondatori. Un anno duro, uno dei tanti per la corsa rosa a causa degli accadimenti legati al doping.

Il Giro 2002 è funestato fin dalla   partenza dallo spettro del doping; sono subito quattro le squalifiche: Zakirov della Panaria e Sgambelluri della Mercatone Uno risultano positivi al NESP (EPO di seconda generazione), Chesini sempre della Panaria finisce addirittura ai domiciliari per aver fornito prodotti vietati ai colleghi e Romano della Landbouwkrediet-Colnago si costituisce quattro giorni dopo il mandato di cattura.

La sera della quinta frazione esplode il caso della positività al Probenecid (un diuretico) di Stefano Garzelli, già vincitore di due tappe e che indossa la maglia rosa.  varesino continua la gara, ma il 21 maggio è costretto all’abbandonare dopo la positività anche alle controanalisi.

La maglia nel frattempo passa sulle spalle del “passistone”! tedesco Jens Heppner un elemento tutt’altro che in grado di eccitare il grande pubblico.

Passano solo tre giorni dall’addio di Garzelli e anche Gilberto Simoni, che ha da poco vinto la frazione con arrivo a Campitello Matese, viene mandato a casa dalla sua squadra a seguito della positività, riscontrata un mese prima, alla cocaina. Il corridore trentino si difende tirando in ballo alcune caramelle regalate da una zia di ritorno dalla Colombia (la giustizia sportiva confermerà poi questa tesi).

La maglia resta sulle spalle di Heppner sino alla sedicesima tappa che porta il gruppo a Corvara di Badia dopo le terribili salite del Forcella Staulanza, Fedaia, Pordoi e Campolongo. Julio Alberto Peréz Cuapio decide di fare un numero partendo da lontano, favorito dal totale disinteresse dei big superstiti del gruppo.
Come da previsioni lungo le interminabili salite dolomitiche, Heppner naufraga inesorabilmente (chiude a oltre sette minuti dal vincitore).

Alle spalle del messicano sono lo statunitense Tayler Hamilton, lo spagnolo Aitor Gonzalez e gli italiani Dario Frigo e Paolo Savoldelli a comandare le operazioni. Accanto a questi c’è anche un giovane “canguro” che veste la divisa della Mapei: Cadel Evans e che a fine serata sale sul podio vestito di rosa con 16 secondi di margine su Frigo e 18 su Hamilton.

Partito come uomo di peso accanto a Garzelli, il corridore originario del nord dell’Australia ha preso lungo la strada i galloni da capitano e si appresta ad essere la sorpresa del Giro.

Il giorno seguente il plotone deve percorrere i 222 km che separano Corvara in Badia da Folgaria: la Mapei scorta sapientemente Cadel Evans, lui pedala agilmente mentre davanti un Tonkov sulla via del tramonto cerca un colpo di coda assieme al vincitore del giorno precedente, Peréz Cuapio.

Cadel Evans:la crisi della maglia rosa

I primi a crollare tra i big sono Frigo e Gonzalez e la Mapei prova ad approfittarne per consolidare il ruolo di leader del proprio capitano. L’inossidabile Andrea Noè si mette in testa a menare come un mulo. Il ritmo è alto ma l’americano, ex compagno di Lance Armstrong, Tyler Hamilton prova ad allungare seguito dal solo Paolino Savoldelli.

Tutti si aspettano una pronta reazione di Evans ma Cadel non risponde, anzi, si lascia sfilare totalmente inerte ed inespressivo. Il viso dell’australiano muta immediatamente assumendo la maschera peggiore: quello della crisi nera.

La bicicletta di Evans diviene in un batter di ciglia di piombo, le sue gambe di pietra il suo viso quello del calvario. Meno di 24 ore e la vicenda dell’Australiano in rosa passa da favola ad incubo quando mancano ancora 10 km all’arrivo.

La maglia rosa diventa un tutt’uno col manubrio della sua bicicletta mentre gli altri volano lontani. Perde metri su metri sino a scomparire. Davanti lo scaltro Paolo “il falco” Savoldelli non si lascia sfuggire l’occasione per mettere fieno in cascina.

Il primo a tagliare il traguardo è Pavel Tonkov, un paio di minuti più tardi arriva Savoldelli che va ad indossare la maglia rosa per portarla sino a Milano. 17 minuti e 11 secondi dopo il passaggio del vincitore ecco giungere, sfinito, al traguardo il 25enne Cadel Evans scortato dai fidi Cioni e Noè.

Il Giro d’Italia 2002 per Evans naufraga Folgaria, a Milano sarà Paolo Savoldelli a trionfare davanti a Tyler Hamilton e Pietro Caucchioli

 

Mondiali di Varese 2008, Ballan Campione del Mondo

Mondiali di Varese 2008 e il trionfo di Alessandro Ballan

Mondiali di Varese 2008 il trionfo azzurro di Alessandro Ballan che succede al mitico Paolo Bettini, medaglia d’argento per Damiano Cunego che completa la festa 

Mondiali di Varese 2008: Alessandro Ballan

Mondiali di Varese 2008: Alessandro Ballan

Mondiali di Varese 2008, l’arrivo a braccia alzate di Alessandro Ballan a Varese succede ai due trionfi consecutivi di Paolo Bettini, a Salisburgo (nel 2006) e a Stoccarda (nel 2007).22 anni dopo il successo di Moreno Argentin, un veneto torna sul gradino più alto ad Mondiale.

E’ una bella giornata a Varese, il sole splende e l’aria è “frizzantina” e la nostra nazionale è quella con più pressione addosso, non solo corre in casa ma arriva da due trionfi consecutivi e gli occhi di tutti sono puntati su Paolo Bettini alla ricerca di uno storico tris mondiale.

La sveglia della nostra truppa non è stato dei più morbidi: alle 6.35  gli ispettori dell’Uci sono andati nell’albergo di Solbiate Olona  dove è ospitata la Nazionale per effettuare i controlli antidoping, sono stati testati Cunego, Rebellin, Bosisio, Paolini e Bettini.  Nessun problema naturalmente, solo un po’ di movimento imprevisto.

Due le principali difficoltà del circuito cittadino di 17,35 km da percorrere 15 volte per una distanza totale di 260,25 km: l’ascesa di via Montello, 1150 m con pendenza media del 6,5% e la salita dei Ronchi, 3130 m con una pendenza media del 4,5%.

Sul tracciato sono assiepati già molti appassionati quando dal “Mapei Cycling Stadium” di Viale Ippodromo il gruppo prende il via.

Un terzetto di carneadi, come d’abitudine, va in fuga: Il lussemburghese Poos, l’ucraino Chuzhda, il venezuelano Ochoa Quintero che arrivano ad ottenere un vantaggio di 17 minuti.

La reazione del gruppo è affidata agli italiani guidati da Marzio Bruseghin e Gabriele Bosisio, alle spalle dei gregari tricolori, c’è naturalmente Paolo Bettini per controllare la situazione ed evitare inutili sorprese subito dietro la “corazzata spagnola” e i belgi che stanno a guardare.  Il vantaggio dei fuggitivi di giornata cala inevitabilmente sotto l’impulso dei nostri atleti.

Mondiali di Varese 2008: la gara entra nel vivo

Mondiali di Varese 2008: il Logo

Mondiali di Varese 2008: il Logo

Attorno all’undicesimo giro parte il forcing di Bruseghin e Paolini, il gruppo inizia a sgranarsi e al dodicesimo passaggio sul Montello i tre davanti vengono ripresi. Ecco che arriva la Frustata del nostro Damiano Cunego, che costringe i belgi e gli spagnoli a impegnarsi in prima persona con lui Bettini, Knees, Moinard e Rodriguez

A metà del dodicesimo giro ci prova Alessandro Ballan, assieme a lui Damiano Cunego e Paolo Bettini per i nostri colori, per la Spagna ci sono Don Alejandro Valverde assieme a Manuel Garate e Purito Rodriguez oltre che dal belga De Weert, dal russo Kolobnev e dal croato Miholjevic e Fabian Wegmann. Il gruppetto ha una vantaggio di circa centocinquanta metri sul gruppone guidato dai Belgi.

Lungo la discesa del Montello, ecco che si muove uno dei protagonisti attesi della vigilia: Oscar Freire allunga fino a riportare il gruppo sugli attaccanti. Si forma quindi un gruppo di circa quaranta elementi. Al Tredicesimo passaggio sui Ronchi forza ancora il ritmo un instancabile Marzio Bruseghin che fa staccare Andy Schleck.

Mondiali di Varese 2008: il finale

All’ultimo passaggio al Cycling Stadium si capisce che tutto sarà deciso dall’ultimo passaggio sui Ronchi e noi ci arriviamo con tre elementi pronti a battagliare: Cunego, Rebellin e Ballan mentre dietro Freire, Valverde e Bettini si marcano a vicenda

Se si dovesse arrivare in volata le fiche sono puntate su Cunego ma l’obiettivo è “far casino” per usare un’espressione alla Bettini.

Ed ecco che quando la si aprire la battaglia su Rochi è Davide Rebellin, reduce dall’argento alle Olimpiadi di Pechino, che seleziona il gruppo e si fa da parte.

Ai meno 4 km dal traguardo in testa rimangono in 6 e i nostri ci sono ma tutti si aspettano una volata a ranghi ridotti. Il gruppetto sembra controllarsi ma il surplus di uomini in azzurro deve pagare dividendi: con tre uomini davanti non si può far rientrare Freire e soci.

I chilometri passano e l’arrivo è sempre più vicino quando ai meno 2 chilometri, proprio al passaggio di Piazza Monte Grappa, Alessandro Ballan fa una magia: molla una rasoiata terribile, da finisseur purissimo. Alla Tv Auro Bulbarelli impazzisce letteralmente. Sul circuito si levano le urla della gente: Alessandro sembra imbattibile e sui maxi schermi disseminati in città le immagini sono il preludio al trionfo.

Ballan resiste ed entra nel Mapei Cycling Stadium già in delirio e pronto ad alzare in alto al cielo l’urlo di trionfo. E’ l’ennesimo capolavoro di un’Italia letteralmente fantastica che ha condotto la corsa dall’inizio alla fine come meglio non si sarebbe potuto fare.

La Nazionale di Franco Ballerini è l’unica che ha attacco mentre i favoriti del Belgio e Spagna sono rimasti a guardare. Ballan, corridore 29enne di Castelfranco Veneto, taglia il traguardo a braccia levate conquistando il secondo successo nel suo 2008 (dopo una vittoria alla Vuelta Espana).

La giornata campale dell’Italia è completata dal secondo posto di un fantastico Damiano Cunego (che sul podio finale sembra incupito per l’opportunità personale persa) e dal quarto di un sempre verde Rebellin.Terzo chiude il danese Matti Breschel.

E Paolo Bettini? Il due volte campione del mondo chiude con quattro minuti di ritardo da Ballan, taglia il traguardo assieme a Freire e Valverde. Paolo sa di aver corso come doveva, di averci provato e quando capisce che la fuga buona è quella davanti si alza e da spazio ai compagni. Quando viene a sapere della vittoria di Ballan mentre attraversa Piazza Monte Grappa alza le braccia ed esulta assieme alla folla prima di tagliare il traguardo per l’ultima volta col volto segnato dalle lacrime.

Il sole tramonta su Varese e sul Cycling Stadium la gente festante torna a casa felice per il terzo mondiale consecutivo conquistato dai nostri atleti.

 

Mondiali di Varese 2008: le parole dei campioni

“Ancora non ci credo, è una cosa incredibile. Devo ancora rendermi conto di quel che ho fatto. La gente mi ha spinto a urla negli ultimi due chilometri. È qualcosa di speciale. Vincere qui, a Varese, con questo pubblico e questa squadra è fantastico. Devo ancora rendermi conto di quel che ho fatto. Eravamo partiti tutti uniti per Paolo Bettini ma  era controllato dalla Spagna e ci ha dato il via libera. Negli ultimi due giri è uscita la stanchezza,  ho avuto un inizio di crampi ma la gente mi ha spinto fino all’arrivo. È vero, ho conquistato poche vittorie, però sono stato protagonista al Fiandre e alla Roubaix, terzo a una frazione al Tour e ho vinto alla Vuelta. Sapevo di stare bene, eravamo in tre davanti e, uno scatto dopo l’altro, è andata bene al sottoscritto. Ancora stento a crederci”

Alessandro Ballan (Campione del Mondo 2008)

 

“Paolo ha fatto una grande carriera, ma oggi era troppo marcato e il nostro ruolo era quello di entrare nelle fughe senza un riferimento preciso. Alessandro ha sfruttato l’occasione giusta, sarebbe stato il colmo perdere questo Mondiale con davanti tre uomini. Questo argento per me vale molto e ho davanti ancora tanti.

Ogni anno la mia convocazione è oggetto di critiche ma le scelte di Franco sono state ripagate dai risultati e anche oggi abbiamo dimostrato che noi italiani sappiamo correre meglio di tutti”.

Damiano Cunego (medaglia d’argento ai Mondiali 2008)

 “Abbiamo dimostrato cosa sia la Nazionale italiana. A Pechino c’era sfuggita la vittoria, ma avevamo corso bene. Oggi abbiamo fatto un capolavoro. Ora posso smettere sereno perché ho capito di far parte di una squadra vera, di una Nazionale di grandi campioni che tante volte si sono messi al mio servizio e oggi lo hanno dimostrato. Lascio il testimone a un corridore che nella carriera non ha vinto tanto, ma ha sempre scelto le giornate giuste per salire sul gradino più alto”

Paolo Bettini (due volte campione del Mondo)