Storia del ciclismo in 100 oggetti la recensione

Storia del ciclismo in 100 oggetti di Suze Clemitson

Storia del ciclismo in 100 recensione del libro di Suze Clemitson edito in Italia da Mondadori Electa racconta lo sport del pedale attraverso i suoi simboli

Storia del ciclismo in 100 oggetti

Storia del ciclismo in 100 oggetti

Storia del ciclismo in 100 oggetti, libro scritto dalla giornalista sportiva de The Guardian Suze Clemitson  ch, ha creato il sito Total Women’s Cycling e il blog Cyclingtips, racconta lo sport delle due ruote attraverso i suoi simboli.

La Clemitson ha scritto questo libro per venire in contro alle curiosità degli appassionati di ciclismo ma anche per chi si è affacciato da poco al nostro sport. Seguendo il TV le cronache dei grandi Giro spesso accade di dare per scontato (o per conosciuto) alcune informazioni che in realtà nascondono retroscena o genesi assolutamente intriganti.

Questo libro, ricco di fotografie e illustrazioni, racconta l’evoluzione di uno sport identificato originariamente anche come mezzo di trasporto che ha segnato l’evoluzione della società e con essa è diventato strumento di entertainment televisivo.

Il libro scritto da Suze Clemitson in Italiaè edito  da Mondadori Electa e può essere un regalo assolutamente azzeccato per un amante del ciclismo particolarmente curioso. Sapete chi ha inventato il deragliatore della bicicletta o perché la maglia di leader del Tour de France è gialla? La risposta a questa e ad altre curiose domande la troverete sfogliando le pagine di Storia del ciclismo in 100 oggetti.

Nelle  224 pagine del libro, ogni oggetto viene corredato da un’immagine che lega indissolubilmente la bicicletta alla vita di tutti i giorni.

Mike Wilk restauratore di Mountain bike

Mike Wilk e la storia della bici di Juli Furtado

Mike Wilk l’incredibile storia di un restauratore di MTB che ha ricostruito la mitica Yeti usata da Juli Furtado durante i primi mondiali UCI

Mike Wilk (https://durangoherald.com)

Mike Wilk (durangoherald.com)

Mile Wilk il “refurbisher” di Mountain bike d’epoca (foto tratta da https://durangoherald.com), modelli che la maggior parte delle persone ha dimenticato o “si vergogna” a tirar fuori dal fondo del proprio garage.

Quando la MTB era agli albori della sua storia uscirono tanti modelli dalle forme e spesso dai colori improponibili rivisti con gli occhi di oggi.

Per Wilk l’era d’oro della mountain bike e della tecnologia per mountain bike è stato il periodo di tempo compreso tra il 1985 e il 1995. Anni di sperimentazione e innovazione che hanno portato le MTB a essere quello che sono oggi anche nella loro evoluzione di E-MTB. Ecco che per Mike restaurare vecchie Mountain Bike non è diventata solo un’attività professionale ma un percorso catartico di riscoperta della gioventù passata:

“Mi assicuro che ogni modello sia esattamente come quello che volevo quando avevo dodici anni, ma non avevo i soldi per comprarlo. Se parli con qualcuno che ripristina vecchie bici o raccoglie vecchie biciclette, il 95% di loro ti dice che è esattamente il motivo per cui lo fai: perché vogliono le biciclette che non potevano avere da bambini”

Verso la metà degli anni ’80 il mondo delle mountain bike era tutto da creare e, di conseguenza, in continuo fermento. In assenza di regole (come invece esistevano per le bici da corsa) gli ingegneri hanno sperimentato tutto il possibile per rendere le bici più veloci da fuoristrada con una conseguente rapidissima evoluzione dei modelli. Ogni mese usciva un modello nuovo, un aggiustamento e una novità impensabile.

Wilk stima di aver restaurato circa 30 MTB d’epoca. Attualmente ne possiede 20 biciclette di cui 10 di sono più vecchie del giovane talento del Team Sky Egan Bernal.

Alcune delle sue opere sono conservate presso The Pros Closet, rivenditore di biciclette e museo a Boulder, in Colorado, ma il garage di Wilk potrebbe tranquillamente rappresentare “l’evoluzione della MTB”.

Mike Wilk: come rinasce una MTB?

Wilk è cresciuto a Bennington, nel New Hampshire, a circa un’ora e mezza a nord di Boston. Da bambino, il modo più rapido per spostarsi in città era andare in bicicletta attraverso i boschi. Agli inizi del 1992, Wilk si è imbattuto in una gara di mountain bike, in quegli anni Durango stava vivendo un vortice di attenzione da parte dei media di mountain bike. Tanti biker vivevano li tra cui Ned Overend e Myles Rockwell, ciclisti che hanno messo Durango sulla mappa come la città delle mountain bike.

Wilk è stato frequentato il Fort Lewis College, dove ha corso nella squadra ciclistica del college dal 1998 al 2002. Ha preso parte ai campionati del mondo di mountain bike nella categoria under 23 della nazionale statunitense nel 2001. Ma nella primavera del 2002, durante i campionati nazionali collegiali, Wilk è caduto, si è rotto la clavicola e non ha potuto competere per la vittoria andata a Darby Thomas.

Quell’estate fu dura per Wilk perché segnò la fine della sua carriera professionale ma non il suo amore per le MTB.

Nel 2006 completò il suo primo restauro di una vecchia mountain bike Pro-Flex degli anni ’90 di proprietà dell’amico del college Tom Danielson, un ex ciclista professionista travolto dagli scandali per l’uso di doping.

La bicicletta ricostruita non fu il massimo in termini di resa ma accese in Mike la luce del restauro.

Il processo creativo di Wilk inizia con il desiderio di una bicicletta particolare, un modello nascosto nella sua memoria o scovato su una vecchia rivista. Prima dell’avvento dei social media, l’unico modo per trovare modelli di MTB da recuperare era girare nelle discariche, per rigattieri o cercare su eBay.

Se si controllano le classifiche di Strava, si scopre che per molti sentieri nei pressi di Durango, Wilk è ancora il più veloce tra i biker. Per molti, andare in bicicletta serve da evasione dal mondo reale mentre Wilk trova il suo equilibrio nel restauro, nel ridare vita a quelle vecchie strutture in acciaio e sospensioni oleose.

“È una tale disconnessione da tutti gli stress della vita tornare indietro e ripristinare queste vecchie bici che non potrei più smettere. Amo la mia vita, ma allo stesso tempo poter tornare indietro a quando le cose erano molto più semplici ha un potere rigenerante per lo spirito”.

Mike Wilk: e la Yeti di Juli Furtado

Uno dei restauri di cui Wilk è più orgoglioso è una Yeti FRO guidata da Juliana “Juli” Furtado vera leggenda della mountain bike vincitrice dei Campionati del mondo di mountain bike UCI 1990 al Purgatory Resort, una piccola area sciistica nei pressi di Durango, in Colorado.

Ai mondiali Juli corse con una Yeti C-26, che aWilk ha restaurato. Ma fino a quel momento, la sua bicicletta era una Yeti FRO d’acciaio costruita da Chris Herting.

Wilk sapeva che questa storica e rarissima moto era da qualche parte nel mondo fino a quando non venne a conoscenza di un negozio di biciclette ne possedeva una. Quando il titolare del negozio gli inviò alcune foto della MTB, Wilk fu incredulo nel vedere ciò che era impresso nel movimento centrale: “JF”.

Non molte persone avrebbero saputo interpretare quelle lettere, lo stesso negoziante non ne aveva capito il significato. Quelle due lettere erano le iniziali di Juli Furtado: quella era la sua bicicletta da gara!

Wilk dopo una lunga trattativa si recò a Moab, città nel deserto dello Utah meridionale, e si incontrò col negoziante in un parcheggio di un motel. Wilk ora aveva il telaio dei suoi sogni ma, per ricostruire la bici originale. bisognava ritrovare i primissimi componenti per mountain bike realizzati dal produttore italiano Campagnolo.

Ecco che Wilk non si dà per vinto, inizia a scrivere a centinaia di negozi di biciclette italiani e si dedica alla ricerca su eBay. C’è voluto tempo e pazienza ma la Yeti è stata ricostruita!

 

 

Da Milano a Valbondione, guida per gli amanti delle ciclabili

Da Milano a Valbondione, guida edita da Lyasis Edizioni,

Da Milano a Valbondione In bicicletta dalla metropoli ai 3000 delle Orobie edito da Lyasis scritto da Maurizio Panseri

 

Da Milano a Valbondione

Da Milano a Valbondione

Da Milano a Valbondione. In bicicletta dalla metropoli ai 3000 delle Orobie è una guida nata dall’idea di Maurizio Panseri. L’idea di Panseri è nata “googolando” «Milano-Valbondione» ricavandone risultati poco soddisfacenti soprattutto per chi non è alla ricerca di un tempo di percorrenza ottimale ma di una esperienza di viaggio in bicicletta godendosi zone poco note ma assolutamente ricche di scorci suggestivi.

Pianura, fiumi, colline e montagne possono appagare gli occhi di chi pedala tra la città meneghina e la Valbondione e se una fonte di informazioni come il noto motore di ricerca non è in grado di aiutare nel tracciare un itinerario accattivante, perché non produrre una guida?

Gli algoritmi del motore di ricerca non hanno restituito un percorso omogeneo di ciclabili ecco che l’idea di creare una guida in grado di garantire le necessarie informazioni a chi vuole fare un giro in luoghi assolutamente piacevoli è stata inevitabile.

Maurizio Panseri ha quindi inforcato la sua bicicletta ed è scaturita una guida piacevole, ricca di immagini suggestive suddivisa in 6 tappe (per complessivi 212 km, di cui soli 21 km su viabilità ordinaria e 28 km su viabilità minore, per il resto oltre 160 km su ciclabile in sede propria).

“Mentre pedalo e cerco possibili percorsi, continuo a pensare che la mia regione possa offrire una ciclabile o più direttrici che dalle città portino verso i laghi e nel cuore delle montagne o che, al contrario, dalle montagne conducano verso la pianura, lungo i fiumi e i navigli” ha dichiarato Panseri.

 

Quello di Panseri non è un racconto ma è una guida ritagliata da un’avventura partita da Milano, proseguita lungo l’Adda per concludersi ai piedi delle Alpi Orobiche.

Ad affiancare questo splendido progetto vi è la banca di Credito Cooperativo Bergamo e Valli che in collaborazione con la BCC di Milano, e diverse istituzioni e partner del territorio bergamasco hanno dato vita a “Da Milano a Valbondione”.

“Questa guida vuole essere uno strumento che sia di aiuto a chi vuole muoversi lentamente alla scoperta di questo angolo di mondo compreso tra Milano e le Valli Bergamasche – ha dichiarato Maurizio Panseri -. Una guida  corredata da descrizione chiare, mappe semplici e leggibili e che offre con la possibilità di scaricare (www.leciclabili.it) le relative tracce GPS”.

 

 

 

Lungo la Pedemontana di Paolo Malaguti recensione 

Lungo la Pedemontana di Paolo Malaguti edito da Marsilio

Lungo la Pedemontana di Paolo Malaguti un racconto tra modernità e passato lungo luoghi meravigliosi della regione Veneto

Lungo la Pedemontana

Lungo la Pedemontana

Lungo la Pedemontana pensata già dagli anni sessanta per favorire gli spostamenti tra i campi e i centri abitati dell’alto Veneto si può cogliere un punto di vista particolare del paesaggio che la circonda.

Paolo Malaguti percorre in bici il tratto che da Montecchio Maggiore arriva a Spresiano, un tratto di quei novantatré chilometri di infrastruttura viabilistica che ha alle spalle una storia di polemiche e false partenze.

L’autore narra la discrepanza tra la velocità della superstrada e l’andamento tipicamente lento del procedere su due ruote a pedali

Paolo Malaguti percorre e ripercorre mentalmente il tracciato Lungo la Pedemontana veneta che si stende lungo un percorso che intreccia il tessuto produttivo industriale tipico del nord est ricco di fabbriche efficienti e i vigneti e i campi che rappresentano la tradizione rurale del Veneto.

Tra capannoni industriali e strade romane, tra moderne case a schiera e borghi medievali la penna di Malaguti narra di varie epoche che convivono tra campi di “formenton” e comignoli di industrie sottolineando i modo incisivo la dicotomia tra passato e presente di una terra meravigliosa per natura e storia.

Con uno stile che richiama i grandi scrittori veneti come Buzzati, Meneghello  e Rigoni Stern si narra di “metalmezzadri” figure al limite del mitologico, metà operai e metà contadini.

Lungo la Pedemontana è racconto di un piacevole viagigo in bicicletta lungo la Superstrada Pedemontana Veneta, alla ricerca dell’inevitabile cambiamento e delle antitesi tipica del Veneto e dell’Italia.

Paolo Malaguti chi è?

Nato a Monselice nel 1978 si è  laureato in Lettere moderne, con una tesi di Filologia italiana. Attualmente insegna nel liceo “G. B. Brocchi” di Bassano del Grappa e ha pubblicato diversi libti:

“Sul Grappa dopo la vittoria” nel 2009
“Sillabario veneto” nel 2011
“I mercanti di stampe proibite” nel 2013
“La reliquia di Costantinopoli”, nel 2015 (finalista al Premio Strega 2016)
“Prima dell’alba”, nel 2017 (finalista al premio Acqui Storia)
“Lungo la Pedemontana”, nel 2018

 

Michael Aisner, il Coors Classic e il ciclismo USA

Michael Aisner e il Coors Classic a trent’anni dall’ultima edizione

Michael Aisner a trent’anni dall’ultima edizioned del Coors Classic è ancora un personaggio unico del ciclismo a stelle e strisce.

Michael Aisner

Michael Aisner

Michael Aisner con l’idea del “Coors Classic“  ha fatto conoscere il ciclismo professionistico al pubblico statunitense contribuendo a “formare” le prime icone del ciclismo d’oltre oceano come Greg LeMond e Andy Hampsten e ha fatto apparire gli Stati Uniti sulla mappa ciclistica internazionale negli anni ’80.

Michael Aisner è stato coinvolto in una vasta gamma di progetti sportivi e di intrattenimento nel corso della sua vita; fin da adolescente si è interessato all’entertainment arrivando ad intervistare Muhammad Ali e Louis Armstrong.

Aisner si è avventurato fino al Circolo Polare Artico per filmare l’uccisione disumana di foche per il National Geographic e ha partecipato a ponti aerei per salvare gli orsi polari nel Canada settentrionale.

Lungo la sua strada professionale Aisner, ora quasi sessantanne, ha creato una delle gare ciclistiche di maggior successo mai svolte negli Stati Uniti. Qualcuno ricorderà Bernard Hinault vincere la sua ultima gara a tappe al North Boulder Park davanti a 50.000 fan urlanti spinti dalle idee di marketing che resero la corsa un vero fenomeno dell’intrattenimento sportivo made in USA.

La gara venne lanciata nel 1975 dall’imprenditore di Mo Siegel con il nome di Red Zinger Classic. L’anno successivo ecco Aisner e l’ascesa della manifestazione a cui si affiancò una gara femminile, contribuendo a costruire un pubblico più ampio e ad aumentare la copertura dalla TV.

“La prima cosa che ho fatto è stata quella di trovare una società di produzione cinematografica per creare un breve docu-film sulla gara da distribuire nei cinema mainstream. Se volevamo far crescere la gara  e attirare nuovi fan dovevamo utilizzare i media al di fuori della tradizionale circuito  del ciclismo” ricorda oggi Aisner.

“Nel 1979 Siegel suggerì di portare la corsa in Colorado e cercare di convincere il gigante  Coors Brewing Company a sponsorizzare la gara in futuro. Pensai che fosse impazzito ma la trattativa andò in porto e nel 1980 nacque la Coors International Bicycle Classic”

La gestione tecnica, operativa e finanziaria divenne rapidamente più complessa e lo stesso Aisner dovette aumentare le sue competenze:

“Non sapevo nulla su come trattare con la polizia, chiudere le strade, impostare le aree di partenza, arrivo e di riposo. Avevo bisogno di imparare le cose velocemente e chiesi aiuto a Dave Chauner e a Phil Liggettche stava promuovendo la British Milk Race

Aisner provò a “mainstreamare” il Coors Classic collegando The Rolling Stone all’evento sottolineando come il ciclismo fosse uno sport “rock n ‘roll”.

“Il ciclismo era uno sport giovane, veloce, colorato, pericoloso ed internazionale. Rolling Stone possedeva il mercato giovanile e l’accordo consentì di ospitare nella rivista un inserto per tre edizioni. A quel punto avevamo una rete piuttosto eclettica di sponsor: da Rolling Stone a BMW, da NBC Sports a 7-Eleven fino, appunto a Coors”.

Aisner decise di espandere l’evento fuori dal Colorado aumentando il numero di tappe e toccando centri di interesse per gli sportivi come Vail, Aspen e San Francisco fino ad una tappa alle Hawaii.

Il passo successivo fu convincere l’UCI ad estendere la corsa ai professionisti europei. La gara divenne il luogo in cui molti futuri campioni sono entrati in scena: ecco arrivare talenti come il colombiano Lucho Herrera, il canadese Steve Bauer e il messicano Raul Alcala.

La spinta viene data anche alla prova femminile aprendo alle campionesse europee chiamate a sfidare l’americana Connie Carpenter portando il Coors Classic a diventare la più grande corsa al mondo per donne.

 “È stato uno sforzo costante cercare di esporre mediaticamente la gara, oltre ai normali tifosi e appassionati di ciclismo. Arrivammo ad avere tre  stazioni TV oltre a ESPN a coprire la manifestazione. Durante la settimana di gare, l’affiliata della Denver NBC ha persino ritardato” The Tonight Show di cinque minuti per seguire la nostra corsa!”

Michael Aisner, The Coors Classic e l’URSS

Greg LeMond prese parte al Coors Classic come un neo-pro nel 1981 da poco Jimmy Carter aveva ritirato la spedizione statunitense dalle Olimpiadi di Mosca 1980 e questo diede un’idea ad Aisner: portare i russi alla corsa.

“Ho lanciato il guanto di sfida a Pete Coors repubblicano convinto e amico di Ronald Regan che restò perplesso ma i russi accettarono e così fece la Germania dell’Est. Gli inviti li facemmo via Telex dal birrificio Coors.  Qualche settimana prima della corsa ecco arrivare l’FBI: erano convinti che i sovietici tentassero di boicottare la gare e ci istruirono sulle procedure per affrontare l’evenienza. La corse apparve come scontro tra est e ovest, il giovane americano Greg LeMond contro i titani dell’Unione Sovietica: avevamo richieste di accredito da ogni parte del mondo” racconta oggi il manager.

L’edizione 1981 fu un punto di svolta per il The Coors Classic, e la prossima grande sfida di Aisner fu di cercare di sviluppare una copertura televisiva nazionale più ampia.

“I ragazzi della CBS mi hanno detto che non c’era modo di coprire lo sport assecondando le esigenze del pubblico americano. Mi recai allora a Praga per i Mondiali di Ciclismo 1981 e li vidi che i cameramen in motocicletta avevano montato un dispositivo girevole sul retro delle loro per riprendere i volti dei ciclisti. A New York nessuno aveva mai visto una cosa simili, convinsi allora la BMW a mettere a disposizione due motociclette con i sedili girevoli e la cosa funzionò e la CBS coprì la corsa!”

Il successivo sviluppo previsto da Michael fu quello del merchandising

“Abbiamo generato numeri mostruosi per quei giorni, abbiamo ampliato la gamma dei gadget arrivando a un milione e mezzo di dollari di cui 100.000 nel solo Giappone. Tutto era griffato dalle maglie, ai cappellini ai prodotti alimentari. La corsa divenne uno dei grandi eventi di intrattenimento in America

Il Coors Classic alla fine perse il sostegno dell’azienda dopo l’edizione del 1988, quando un arrivò in azienda un nuovo. Aisner ricevette la notizia da un giornalista mentre era in aeroporto ed iniziò subito la ricerca di un nuovo partner commerciale. Arrivò vicino alla firma con Nuprin ma tutto saltò all’ultimo secondo, Michael concluse un accordo con la Dodge Motors, ma pochi giorni prima della firma, Lee Iacocca, CEO di Chrysler, annunciò decine di migliaia di licenziamenti e l’accordo venne annullato. Fu quello il colpo da KO per la corsa, era finito il tempo per il Coors Classic ma quella corsa aveva segnato l’apice delle corse su strada americane raggiunto forse solo dall’Amgen Tour of California.

“Non si può davvero dire che stessimo pensando fuori dagli schemi perché all’epoca gli schemi nemmeno c’erano. So che non perdemmo mai un centesimo perché era tutto equilibrato, nessuno guadagnava o spendeva più del giusto. Temo che alcuni promotor oggi scelgano di fare ciò che è più facile, piuttosto che trovare un modo per fare ciò che è giusto”

sottolinea Aisner che nel 2005, è stato inserito nella US Cycling Hall of Fame.

 

 

Bike ToURgether un libro contro la fibrosi cistica

Bike ToURgether di Matteo Marzotto

Bike ToURgether scritto da Matteo Marzotto ed edito da Cairo Editore non è solo un libro ma un vero e proprio percorso contro la fibrosi cistica

Bike ToURgether

Bike ToURgether

Bike ToURgether (ed. Cairo Editore), reportage fotografico lungo l’Italia nel nome di una grande squadra. Bikers, malati, volontari e ricercatori, uniti per vincere la fibrosi cistica sono raccontati nel lavoro di Matteo Marzotto.

Il libro raccoglie una serie di contributi di amici della Fondazione circa questa iniziativa nata nel 2012 da un’intuizione di Matteo Marzotto che vuole essere un Giro d’Italia della solidarietà e della generosità.

Campioni dello sport e campioni di solidarietà si uniscono, in numero sempre crescente, con semplici appassionati dal grande cuore (dai cinque ciclisti la manifestazione ha toccato i 150 partecipanti nella tappa-record in Barolo del Bike Tour 2017).

Il Bike Tour raccontato nel libro non è quindi solo una raccolta di fondi contro la malattia ma un viaggio che modifica la visione della vita e della consapevolezza comune a proposito di questa terribile malattia genetica.

Bike ToURgether – pedalare per la ricerca  è impreziosito dalle testimonianze dei malati e dei ricercatori impegnati per trovare la cura per la malattia genetica più diffusa nel nostro Paese.

La fibrosi cistica ha colpito Annalisa, sorella di Matteo, scomparsa nel 1989 a 32 anni

“La Fondazione è diventata negli anni una mia priorità, viaggia con me, ovunque io vada e con chiunque io sia. Se la fibrosi cistica è una malattia che si eredita, l’entusiasmo dei volontari è una virtù che contagia”. ha affermato Matteo Marzotto

Ciclismo, genitori dopano i figli il racconto choc su Il Giorno

Ciclismo giovanile e doping: “Papà mi dava pasticche”

Ciclismo giovanile e doping il racconto shock dalle pagine de Il Giorno: : “Papà mi dava pasticche, diceva che erano soltanto vitamine”

Ciclismo giovanile e doping

Ciclismo giovanile e doping

Ciclismo giovanile e doping un connubio tristemente noto a molti e a rilanciare l’argomento è un articolo apparso sulle pagine de Il Giorno. I casi di somministrazione di sostanze vietate a giovani atleti (in tanti sport) è un fatto tristemente in aumento dello scorso anno lo scandalo della Altopack. Ed è ancora più triste il fatto che spesso non sono allenatori senza scrupoli a somministrare le sostanze ma direttamente i genitori dei ragazzi.

A volte pare che sia il ciclismo l’unico sport vittima di queste situazioni ma la pressione al risultato porta in tantissimi sport a calcare la mano anche con gli atleti più giovani.

Va detto che il ciclismo è uno degli sport che per certi versi fatica ad uscire dalla luce dei riflettori per le vicende di doping ma va anche detto che è uno degli sport che ha affrontato più di petto il problema e i numeri parlano di un calo dei casi di positività tra i professionisti.

E’ apparsa sul sito de “Il Giorno” una intervista-denuncia di un giovane ciclista coscientemente dopato da un genitore senza scrupoli.

“No papà, così non ci sto più, mollo la bicicletta e torno a giocare con i miei amici”

secondo quanto riportato dal sito, il padre lo aveva spinto a un’autoemotrasfusione per migliorare le prestazioni

“Non accettai, perché a noi ragazzi bisogna dare il diritto di perdere ma mio padre non lo capiva diceva che l’importante era essere competitivo ora, non da professionista”.

Luca, così viene chiamato sul quotidiano, inizia a pedalare da piccolo, a 10 anni viene tesserato e inizia a gareggiare con la maglia di una società locale. A 12 anni ecco il passaggio tra gli Esordienti, ecco le gare più lunghe ecco le maggiori pressioni del padre.

«Anche se sei poco più di un bambino ma devi e allenarti bene e la fatica nelle gare si fa sentire. Ci sono i premi in palio, un tablet, un premio in denaro e i ragazzini diventano disposti a tutto pur di fare bella figura davanti allo speaker che urla il loro nome. A me dei soldi non importava nulla, ma mio padre diceva che lo scopo era guadagnare soldi in fretta”.

Con il salire delle pressioni, ecco l’accadimento:

«All’inizio non capivo, mio padre mi dava delle pasticche dicendo che mi avrebbero dato più energia, io non capivo, sono vitamine diceva. Una volta il padre di un compagno chiese al medico: “Vorrei del ferro per mio figlio”. Il dottore sorrise e ripose: “Gli dia una zuppa di lenticchie”. Ne parlai con altri ragazzi più grandi, loro scherzavano: “Non salare troppo la zuppa”, mi hanno spiegato che era un modo per dire doparsi.

Il passo successivo fu breve:

«Quando papà mi chiese di togliermi il sangue spiegandomi che serviva  per aumentare le mie prestazioni mi sono spaventato e ho detto basta.

Il fondo Equinox vuole rilevare Manifattura Valcismon,

Il Fondo Equinox  di Salvatore Mancuso vuole la Manifattura Valcismon

Il fondo Equinox di Salvatore Mancuso, secondo quanto riportato da Radioor, è interessato a rilevare il 40% di Manifattura Valcismon, storica società con sede a Fonzaso 

Il Fondo Equinox, il logo

Il Fondo Equinox, il logo

Il Fondo Equinox è vicino allo sbarco nel mondo del ciclismo, secondo quanto anticipato da Radiocor, il fondo di Salvatore Mancuso sarebbe interessato a rilevare il 40% di Manifattura Valcismon, specializzata nell’abbigliamento sportivo e controllata dalla famiglia Cremonese.

Manifattura Valcismo controlla marchi storici come Castelli che firma la maglia rosa del Giro d’Italia e veste la Sky di Chris Froome, Sportful (ciclismo e sci nordico) e Karpos, specializzato su trekking e outdoor.

Secondo i rumors la famiglia Cremonese continuerà a detenere il controllo ma la notizia ha interessato gli investitori anche in virtù di quanto accaduto con il passaggio di Pinarello al fondo L Catterton che ha destato il mercato legato al ciclismo. Interssatti all’azienda sarebbero stati anche Epic (Mediobanca) ed Ergon Capital, ma  alla fine ad avere la meglio è stato Equinox, che avrebbe messo sul piatto una cifra di circa 90 milioni. Per ora sull’operazione c’è il massimo riservo.

Alessio Cremonese, amministratore delegato di Manifattura Valcismon, ha spiegato al sito tuttobiciweb

«Il nostro obiettivo è quello di coninuare a crescere e centrare l’ambizioso obiettivo che ci siamo dati per i prossimi cinque anni. In ogni caso confermo che se l’operazione dovesse andare a buon fine, la guida dell’azienda rimarrà saldamente nelle mani della famiglia Cremonese e l’unità produttiva resterà a Fonzaso».

 

Valentino Rossi: Moto GP come una gara di ciclismo

Valentino Rossi commenta l’evoluzione della Moto GP

Valentino Rossi “il motomondiale oggi assomiglia al ciclismo: gare lunghe che si risolvono in 5 o 6 giri”

Valentino Rossi in bicicletta

Valentino Rossi in bicicletta

Valentino Rossi è un personaggio assolutamente unico nel mondo dello sport, entrato giovanissimo nel mondo delle corse professionistiche ha attraversato, possiamo dirlo, due millenni di corse motociclistiche. Vale ha dato spettacolo e avvicinato al motomondiale tantissime persone che prima non sapevano nemmeno cosa fosse una corsa motociclistica.

VR46 ha entusiasmato tutti vincendo gare e mondiali impossibili, ha costituito la sua Academy alla quale si dedicherà una volta appeso il casco alla parete (ma uno come lui con la velocità del sangue non lo appenderà mai davvero).

Ogni gara di MotoGP è diventata nel corso degli anni un evento, un rito pagano a cui la maggior parte degli italiani non vuole sottrarsi per gustarsi lo spettacolo del motomondiale. Epico è stato lo scontro Marquez Rossi in pista e nelle conferenze stampa.

Dopo il recente GP di Thailandia in cui il nove volte Campione del Mondo si è dovuto accontentare della quarta posizione, il “Dottore” ha voluto commentare la nuova era del MotoGP:

“Tutti sono preoccupati dalle gomme e sembra di vedere le gare di ciclismo. E’ bello perché c’è una bella bagarre ma è dura tenere la concentrazione con tutti questi scatti”

 

Il centauro di Tavullia, dopo aver cercato una fuga iniziale (come in una tappa del Tour de France), puntava a lottare per la vittoria o per il podio ma è stato “ripreso” e ha dovuto vedere trionfare il dal compagno di squadra Maverick Vinales.

Il paragone può reggere perché anche nella MotoGP gruppo dei Big si studia a lungo e chi prova a staccare gli avversari nella prima parte dell corsa, complice l’usura degli pneumatici viene riassorbito. Piaccia o non piaccia è questa l’evoluzione del motomondiale e, se Peter Sagan accusa il ciclismo di essere diventato noioso, cosa ne pensano gli addetti ai lavori?

Dario Pegoretti telaista innovativo e genio modernista

Dario Pegoretti telaista, genio e amante dell’acciaio

Dario Pegoretti telaista moderno ed innovativo amante dell’acciaio scomparso nell’agosto del 2018, conosciamo la sua storia

Dario Pegoretti

Dario Pegoretti

Dario Pegoretti è stato uno dei più grandi, e non a tutti noto, telaisti italiani, nato nel 1956, amante del ciclismo ha gareggiato sino alla categoria juniores per poi capire che la sua passione per la bicicletta si sarebbe espressa meglio nella creazione di telai che spingendo sui pedali.

Dopo aver conseguito la maturità, decide di seguire la sua passione e si trasferisce a Verona dove inizia a lavorare come aiutante telaista presso la bottega artigianale di Luigino Milani che in quegli anni lavora in qualità di terzista per i più noti marchi di biciclette italiane.

Pegoretti osserva i tubi saldobrasati con congiunzioni, resta affascinato da quei telai che al posto della classica congiunzione presentano un cordone diverso dal normale. All’epoca non c’era Google per scoprire le tecnologie, lo studio è faticoso ma premiante tanto da , convincere il Milani a comprare una macchina per questa saldatura (la saldatura a Tig).

Pegoretti matura grande esperienza e professionalità nella produzione di telai e, quando nel 1990  viene a mancare il Milani (che nel frattempo era diventato suo suocero), decide di mettersi in proprio continuando la collaborazione con due marchi di grande prestigio come Pinarello e Bianchi.

L’attività di terzista va un stretta a Dario Pegoretti che nel 1996 decide di iniziare a produrre telai su misura con il proprio nome spostando la produzione a Caldonazzo, in provincia di Trento, e successivamente a Marter di Roncegno: nascono i Telai Pegoretti.

Dario nato con l’acciaio vede entrare sul mercato nuovi materiali ma resta vincolato al “suo” materiale rendendolo più moderno del moderno, dando uno stile unico e di design.

“L’acciaio parla, è sincero, ha un odore inconfondibile ed è un materiale vivo. D’inverno ha un odore diverso che d’estate. È un materiale sincero e devi rispettarlo”

Era solito ripetere Pegoretti.

Dario Pegoretti: Lo stile

Messosi in proprio e lanciato il proprio marchio personale grazie a buoni contatti oltreoceano, Dario riesce a proporre i propri telai sul mercato americano che si dimostra molto sensibile alla creatività del telaista. La fantasia di Pegoretti è inarrestabile, diventa un artista, anzi l’Artista del telaio tanto da essere paragonato al mitico Basquiatt. Dario è semplicemente il numero uno dei telaisti mondiali, il suo amico Richard Sachs (noto telaista americano) ha dichiarato:

“He has forgotten more than any of us here will ever know”, ha dimenticato più cose lui di quante ne potremo imparare noi.

Nel 2004, proprioo assieme all’amico Richard Sachs, disegnò la serie di tubi PegoRichie, prodotta da Columbus a partire dall’anno successivo e che fecero letteralmente furore.

Gli Americani adorano a tal punto i suoi telai che nel 2008 viene premiato come miglior telaista al NAHBS (North American Handmade Bicycle Show).

Nel 2010 una sua bici venne esposta al Museo d’arte e design di New York entrando nella lista dei sei più grandi telaisti mondiali e conquistando World Paper (una delle più importanti riviste di architettura e design).

Dario Pegoretti: telai speciali

In pochi hanno avuto la fortuna di entrare in possesso di un suo telaio, erano necessari almeno due anni di “coda” per avere poi in mano uno dei mezzi più eccitanti al mondo con cui pedalare.

Il colore appariscente dei suoi telai colpisce la fantasia di molti, meno quella di Dario:

“dico la verità: me rompe un po’ i cojoni. Preferirei che prima di tutto fosse apprezzata la funzionalità di un telaio”.

Insomma l’aspetto estetico è considerato secondario da Dario, ma poi alla fine “se una cosa va fatta, è meglio che sia fatta bella” e quindi ecco modelli unici che qualcuno acquista solo per l’aspetto anche se in realtà ogni telaio è prodotto funzionalmente alle esigenze del cliente anche contro una logica di mercato che vuole l’estremizzazione della tecnologia senza badare al reale uso del mezzo meccanico.

Dario era particolarmente appassionato di musica, come si può riscontrare anche da alcuni nomi dei suoi modelli tra cui il mitico “Big Leg Emma” , ispirato da una canzone di Frank Zappa.

 

Dario Pegoretti: telai per vip e big del ciclismo

Come detto, in pochi al mondo possono dire di avere un telaio Pegoretti, tra questi fortunati ecco il compianto attore americano Robin Williams, vero fanatico di biciclette che si era accaparrato un paio di esemplari unici. Altro fortunato il cantante Ben Harper divenuto amico di Dario e che all’artista del telaio ha dedicato una canzone.

In pochi sanno che Pegoretti ha “servito” alcuni tra i più grandi ciclisti del mondo, tra cui Miguel Indurain, Stephen Roche, Claudio Chiappucci, e Mario Cipollini. Lo stesso Marco Pantani era solito farsi produrre “di nascosto” telai da Dario.

Ma Dario non amava essere un telaista d’elite, amava confrontarsi sui social con giovani appassionati di meccanica o di grafica, ragazzi che sono stati da lui a imparare l’arte dell’acciaio. Un Maestro insomma, generoso di consigli ma severo e pronto a bacchettare chi cercava scorciatoie per il successo.

Indimenticabili i suoi post su vari forum italiani ad argomento ciclistico con il nickname “Round” in dialetto in cui spiegava le sue idee e che erano un concentrato di conoscenza e umorismo.

Dario Pegoretti: l’acciaio contro il carbonio

“I costruttori scelgono il carbonio e alluminio perché sono  più veloci da lavorare oggi le biciclette si costruiscono principalmente nel Sud Est asiatico, dove non sono esperti nella lavorazione dell’acciaio ma il materiale in sé non conta, conta avere un’idea e poi usare al meglio il materiale”.

In questa frase è racchiusa la filosofia di Dario Pegoretti

Dario Pegoretti: l’addio

Nel 2007 gli viene diagnosticato un linfoma dal quale riesce a guarire e da cui gli venne l’idea della la grafica “Catch the Spider” – Ciapa el ragno come la traduceva lui.

La notizia della sua scomparsa è arrivata lo scorso mese di luglio, a porre fine alla vita di questo artista del telaio un attacco di cuore. Con lui non se ne va non solo un genio unico ma anche una persona vecchio stampo, schiva ma sincera e diretta, una mente vulcanica e ricca di idee.

Un maestro, un faro del settore sempre pronto a mettersi in discussione e a sorprendere tutti con scelte innovative e controcorrente.